...attesa della riforma
L’altra mattina ero ospite della trasmissione su Raitre Cominciamo bene, si parlava delle inefficienze della giustizia.
Con me c’era il segretario dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Cascini, il quale mi spiegava tabelle alla mano quanto molto lavorassero i giudici italiani.
Ce l’aveva un po’ con il titolo di Libero “Dài, lavorate di più” (evidentemente i nostri titoli innervosiscono parecchi…), ma soprattutto con l’idea brunettiana dei tornelli.
«Lavoriamo più dei magistrati francesi e tedeschi», spiegava Cascini.
Una frase che però è diventata un boomerang nell’istante in cui mi sono permesso di ricordargli la recente vicenda di quei genitori ai quali un giudice ha vietato il diritto di chiamare il figlio Venerdì.
Anzi per essere precisi tre giudici, perché per definire la vicenda (cominciata a causa della decisione dell’impiegato dell’anagrafe di non verbalizzare il nome) ci sono voluti un bel po’ di anni e tre giudici appunto: quello di primo grado, quello d’appello e quello della Cassazione.
«Certo che lavorate tanto, ma…» ho replicato a Cascini lasciando intendere che se questi sono i risultati, forse sarebbe meglio non affannarsi troppo. Perché la giustizia rischia di andare in tilt.
Come nel caso che Lucia Esposito ben racconta nelle pagine interne.
Un caso dimenticato dai media nazionali, sebbene negli anni Novanta in Puglia fece scalpore e generò paura.
In quegli anni furono ammazzate quindici donne anziane, vedove, perciò vestite di nero. Il macabro rito era pressoché identico: colluttazione, accoltellamento, sgozzamento e furto di quel che capitava davanti alla vista.
Cerco di farvela più semplice e più breve possibile. Per quei quindici omicidi eseguiti in zone diverse del Tavoliere furono incolpate 9 persone, le quali dopo interrogatori… diciamo così lunghi ed estenuanti, confessarono una qualche responsabilità.
Salvo ritrattarla da lì a poco tempo.
Tutta gente di umile origine, alcuni imparentati tra loro, senza precedenti penali o al massimo qualche reato bagattellare.
Tutti tranne uno, un ragazzotto tunisino di nome Ezzedine: un migliaio di rapine all’attivo e pure qualche omicidio.
La giustizia però non ne vuole sapere e arriva al capolinea delle sentenze: tutti colpevoli, ognuno con responsabilità diverse. Chi per omicidio, chi per concorso, chi per altro.
Nel 2005, la svolta: uno dei condannati si impicca in carcere. Non ne poteva più di proclamarsi innocente invano e di vivere dietro le sbarre. Immediatamente dopo quel fatto Ezzedine chiede al magistrato di essere sentito: ha qualcosa di importante da dire.
La sua fretta non segue il cronometro della giustizia; lo ascolteranno sei mesi dopo.
“Cari giudici, sono stato io a uccidere tutte le vecchiette perché mi ricordavano mia madre e le sue cattiverie nei miei confronti. Lasciate stare gli altri, non c’entrano niente. Sono stato io, da solo”.
Se per decidere sul nome di un bambino la giustizia italiana ci mette un buon numero di anni e tre diversi magistrati, non osate domandarvi come stiano le cose nel caso in questione.
Vi basti sapere che finora hanno lavorato un’ottantina di magistrati e che dei nove implicati e condannati, uno s’è ammazzato, cinque sono usciti dopo aver scontato la pena e tre sono ancora dentro. Di questi tre, però, uno ha ammesso le proprie colpe, gli altri sono in attesa di conoscere se la giustizia in cui sono incappati è quella del giudice di Berlino o di Kafka. Per saperlo dovranno attendere l’esito del processo avviato dopo la confessione di Ezzedine.
Che è appena cominciato.
Domanda. E se davvero le cose fossero andate come racconta il ragazzo tunisino (il quale, per inciso, non ha confessato il furto di quattro caramelle, ma l’omicidio di quindici vecchiette spiegando pure il perché. Conoscete uno che si accusa a vanvera di una roba del genere?), come la mettiamo con gli innocenti sbattuti in galera?
Cascini può avere grandi ragioni a rivendicare che i magistrati italiani lavorano più dei colleghi europei, ma non è con questi record che si migliora la giustizia. Qui non c’entra Brunetta, non c’entra Alfano e non c’entra il governo Berlusconi (così come non c’entravano nel caso Pacciani, nel caso Tortora, nel caso del papà Pappalardi e in tanti altri abbagli). Qui c’entra soltanto la responsabilità dei magistrati, il loro lavoro, e il sacrosanto diritto dei cittadini a non finire in gattabuia ingiustamente. Altrimenti non ha troppo senso parlare di indulto per garantire (a ragione, sia chiaro) la dignità dei condannati, quando dietro le spalle finiscono pure gli innocenti.
Allora perché le storie di costoro passano sempre sotto silenzio?
La giustizia è fatta di singole storie, alcune delle quali diventano incubi.
Ne vogliamo parlare o è chiedere troppo?
Gianluigi Paragone www.libero-news.it di oggi
saluti




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