



Quello che intendo sottolineare è che grazie a quelle tecniche abbiamo la possibilità di interrompere una gravidanza di un feto che viene successivamente rianimato (viene sempre rianimato se solo presenta un minimo di vitalità) e che può sopravvivere. A me fa venire i brividi questo, e nemmeno tanto poco. Ecco perchè, un po' OT, mi chiedo se siano ancora attuali i termini di legge della 194. Insomma, non persona giuridica e quindi "abortibile" a 24 settimane (passami il termine), e tre secondi dopo persona da soccorrere e rianimare (clinicamente in grado di sopravvivere)?


Non è con l'etica personale del singolo medico che si affrontano tematiche come l'astensione terapeutica, il testamento biologico, l'eutanasia, ma solo con leggi ampiamente condivise......
a volte il non fare espone il medico al rischio della galera, il fare (anche il fare in eccesso) espone meno. Forse è anche giusto che sia così, forse no.






Io lascerei tutto com'è, nonostante la contraddizione.
Questo perché non è scontato che sia la 194 ad essere sbagliata (ripeto: certezze in questo campo non ne ho molte); potresti trovare gente che sostiene che fino alla 24sima settimana un nato prematuro non deve avere lo status di persona giuridica. Questo è un precedente che non vorrei vedere passare e neppure argomentare in Parlamento.
There is no calamity greater than lavish desires.
There is no greater guilt than discontentment.
And there is no disaster greater than greed.
Lao-Tzu




Quello che poi alla fine mi colpisce, da persona e da medico, è che, secondo l'opinione di Vazzoler, l'essere non persona condiziona l'atteggiamento terapeutico. Io posso capire che di fronte ad una persona che soffre senza speranza possa sorgere un dibattito etico sul diritto o meno di porre fine alle sofferenze, ma quando ho parlato di etica, di etica medica, mi sono sempre riferita a persone. E' il caso di Eluana Englaro, per esempio, una persona in stato vegetativo permanenente dove è proprio il suo essere persona che fa riflettere sulle opportunità o meno delle scelte che la riguardano. Ma se devo pensare al grave ritardato mentale come una non persona ho un blocco, un rifiuto totale. E' davanti ad una persona che io scelgo se praticare o meno un intervento terapeutico, definire una non persona legittima un non agire aprioristico. Non è, non si fa. E' diverso che dire "questa persona ha davanti un'esistenza di dolore incoercibile, che faccio?", un po' come nel caso citato nell'articolo che ho postato sull'eutanasia neonatale.
La medicina si occupa di persone. Quando il medico decide chi è persona e chi no fa un'affermazione che esula totalmente dal suo compito. E si nasconde dietro questa definizione forse per non ammettere che il destino migliore per una persona potrebbe essere non fermare l'arrivo della morte.
Nell'ambito della sua professione, un medico dovrebbe sapere per quella persona quale sia la migliore scelta. Ma non può relegare un malato in stato vegetativo alla stessa condizione di una pianta.