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Discussione: Le tracce di Mosè

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    Le tracce di Mosè


    Israel Finkelstein e Neil Asher Silberman. Le tracce di Mosè. La bibbia tra storia e mito (Titolo originale: The Bible Unearthed. Archeology’s New Vision of Ancient Israel and the Origin of Its Sacred Texts, 2001). Carocci editore 2002, pp. 412, € 23,80. ISBN 8843021303





    La pubblicazione di questo testo ha avuto una vasta eco nel mondo culturale italiano e internazionale. Anche monsignor Ravasi è sceso in campo per parlarne, ricordando su Avvenire che «la Bibbia presenta una storia profetica, una storia narrata per il suo valore di segno, una storia fortemente interpretata». Dopo secoli caratterizzati da dibattiti, anche furiosi, sull’interpretazione da dare ai passi più controversi (spesso piegati a supportare le convinzioni teologiche e ideologiche dei contendenti), il libro di Finkelstein e Silberman sposta tuttavia l’attenzione sui riscontri archeologici degli avvenimenti narrati all’interno della Bibbia.


    I due autori, infatti, non hanno alle spalle importanti studi esegetici, bensì un curriculum di tutto rispetto maturato in campo archeologico (Finkelstein è, tra l’altro, condirettore degli scavi di Tel Meghiddo, fondamentali per chiarire i primordi politico-religiosi di Israele). Scopo dichiarato dell’opera: fornire «una dimostrazione archeologica e storica convincente di una nuova interpretazione della nascita dell’antico Israele» e, conseguentemente, del testo che, accolto dal cristianesimo, è diventato il libro più influente nella storia dell’umanità.


    Obbiettivo raggiunto? In effetti le ipotesi preannunciate si rivelano interessanti e giustificano il clamore suscitato dalla pubblicazione. Le vicende a noi più note del racconto vetero-testamentario (le storie dei patriarchi, Mosè e l’esodo dall’Egitto, Giosuè e la conquista di Canaan, la monarchia di Davide e Salomone) non trovano riscontro nelle recenti ricerche archeologiche, volte soprattutto a ricostruire le condizioni materiali di vita degli abitanti della Palestina nei periodi storici in cui, secondo la Bibbia, tali vicende avrebbero avuto luogo. Il mancato ritrovamento di ossa di cammelli adulti anteriori al VII secolo a.C., ad esempio, vanifica la descrizione delle sontuose carovane appartenenti ad Abramo ed ai suoi figli; così come l’assenza di tracce di esseri umani nella penisola del Sinai nel tardo bronzo smentisce l’esodo e l’ancora arretrata realtà sociale di Gerusalemme e delle zone limitrofe durante la prima età del ferro collide con l’immagine del ricco stato unitario governato da Davide e Salomone intorno al 1000 a.C.

    Le tracce di Mosè finisce quindi per ribaltare alcune convinzioni consolidate. Gli israeliti non sarebbero un popolo venuto da fuori a conquistare Canaan, bensì la sua componente nomade, definitivamente sedentarizzatasi sull’altopiano e differenziatasi religiosamente: la scomparsa di resti di ossa di maiale coincide infatti cronologicamente con la prima attestazione del nome «Israele». E, come ulteriore conseguenza, il monoteismo di questo popolo non sarebbe stato originario e sottoposto a ricorrenti tentativi di introdurre altre divinità, ma sarebbe stato viceversa imposto (non senza contrasti) da una riforma religiosa intesa a supportare le ambizioni politiche del regno di Giuda, e in particolare del suo re Giosia (639-609 a.C.).

    In questo monarca gli autori intravedono, forse con troppa insistenza, la matrice su cui sarebbero stati elaborati anche i personaggi di Mosè, di Giosuè e di Davide. E nel valutare l’attendibilità della geografia del vicino Oriente, così come è tratteggiata all’interno del racconto biblico, con eccessiva convinzione ne riconducono l’elaborazione esclusivamente all’epoca in cui regnò, finendo quindi per dimenticare i risultati ultimi della ricerca esegetica, in gran parte concorde nel ritenere tale racconto il frutto di una costante riplasmazione durata diversi secoli.

    A parte questo, il testo rappresenta anche un’ottima occasione per ripercorrere la storia dell’archeologia in quella piccola parte del pianeta che ne ha segnato la storia e che, ancora oggi, ne è al centro dell’attenzione. Un saggio, dunque, il cui approccio innovativo dona nuova linfa ad una discussione che ha tutta l’aria di non voler terminare nel giro di qualche secolo.

  2. #2
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    Il falso Jahvé


    Leo Zen. Il falso Jahvè. Genesi e involuzione del monoteismo biblico. Firenze, Clinamen 2007, pp. 143, € 15,00. ISBN 8884101123





    Dopo aver affrontato la storia della nascita del cristianesimo, facendone un conciso quanto scorrevole resoconto, che si presta bene per chi voglia avere un testo laico da cui partire, Leo Zen si dedica all’ebraismo. Chiaramente questa sua nuova analisi muove da un’impostazione che senza mezzi termini considera la Bibbia non un libro “rivelato”, ma un «libro solo e prettamente umano, scritto per esaltare tutte le istanze teologiche, storiche e sociali degli antichi israeliti», accostandolo e confrontandolo in maniera serrata (e impietosa) coi dati storici, filologici e archeologici esterni, al di fuori di qualsiasi cornice sovrannaturale.


    L’opera di smitizzazione (che non è mai in toto demolizione) inizia in maniera coerente da Abramo, considerato il capostipite degli ebrei e il primo adoratore del “vero Dio”. L’autore, accettando la supposizione che egli possa essere esistito, lo identifica semplicemente con uno dei tanti anonimi capi-tribù del XX secolo a.C. circa della zona a cavallo tra Mesopotamia ed Egitto, influenzato da culture come quella sumerica e costretto a migrare: «tramutò l’idolatria in monolatria (o meglio, in monoteismo), il che non ha niente a che vedere col vero monoteismo. Abramo non nega l’esistenza degli altri dei, si impegna semplicemente a venerarne uno solo, tra i tanti» in cambio di “favori”. Alcuni secoli dopo entrano in scena gli hapiru, insieme eterogeneo di popolazioni semitiche nomadi (tutt’altro che un “popolo”, ancor meno “eletto”). Assieme ad altri, invaderanno verso il 1700 il nord dell’Egitto, fondando il regno degli hyksos. Sconfitti questi ultimi un paio di secoli dopo dai faraoni del sud, che penetrarono fino in Palestina, parte degli hapiru vennero ridotti in schiavitù e condotti in Egitto: è da questo spunto storico che nacque probabilmente il racconto – mitizzato e amplificato – della “cattività egiziana” degli ebrei.


    A questo punto l’autore tratta una figura chiave del mondo ebraico: Mosè. Per farlo, spiega come in Egitto ci fosse una suddivisione culturale tra religione popolare (allegorica, politeistica, conclamato instrumentum regni per tenere a bada il popolo) e quella misterica degli iniziati, fondata sul concetto di Dio-Tutto, e rievoca il tentativo di «controreligione» monoteistica solare di Akhenaton. Mosè sarebbe quindi un esponente della nobiltà egizia, iniziato a questi misteri, che avrebbe poi guidato gruppuscoli di hapiru e di dissidenti in fuga dopo la reazione contro la riforma di Akhenaton, fornendo loro una religione unificante ma necessariamente “imbarbarita” e volgarizzata rispetto a quella «sublime» dei misteri, che dovette convivere con elementi idolatrici e politeistici. Leo Zen riprende chiaramente le idee esposte da Freud in L’uomo Mosè e la religione monoteistica, dandogli nuova luce in base a ulteriori contributi moderni, ma i dubbi comunque restano. Per un’analisi più approfondita e completa della “spinosa” questione, si consiglia il testo di Domi Belloni A sua immagine, che critica l’impostazione freudiana e “mosaicocentrica”.


    La conquista della terra di Canaan, riportata dalla Bibbia come una «guerra lampo» di sterminio, si rivela in realtà un lentissimo e faticoso susseguirsi di scaramucce e di migrazioni. Ci vorranno secoli prima che le divise tribù ebraiche riescano a ritagliarsi uno spazio precario nell’area e per elaborare un minimo di tradizioni culturali condivise, sempre caratterizzate da pesanti influenze di idolatria e politeismo. Anche la potenza e la ricchezza del regno unificato di David e Salomone mancano di riscontri esterni o interni, risultando sostanzialmente una creazione posteriore.


    Il momento cruciale per la storia ebraica diventa la redazione della Bibbia, iniziata in maniera sistematica sotto gli auspici di re Giosia (VII secolo a.C.) e pensata come opera di revisionismo storico e ideologico, portata avanti per costruire in maniera distorta e artificiosa una coerente tradizione nazionale, un “filo rosso” monoteistico che partisse da Abramo passando per Mosè e una gloriosa ascesa politica: un modo per far diventare “eletto” da Dio un popolo sostanzialmente arretrato, povero, frammentato, senza storia e marginale. La Bibbia risulta quindi una «grande saga in parte mitica, in parte epica e in parte vagamente storica, fatta di leggende, memorie, tradizioni popolari, mistificazioni profetiche e propaganda teologica», una fusione disorganica e incoerente di varie fonti eterogenee, che mostra costantemente incongruenze e contraddizioni davanti a un’indagine serena e critica.


    Sarà questo libro infatti che riuscirà a conservare l’unità degli ebrei durante i mille sconvolgimenti che li affliggeranno: in particolare, la deportazione a opera dei babilonesi nel VI secolo a.C., cui seguirà la liberazione a opera del «messia» persiano Ciro. Ma non dobbiamo pensare che il contatto col mondo orientale sia senza effetti: anzi, l’ebraismo verrà pesantemente influenzato da quelle culture – sostanzialmente “adattandosi” in maniera proteiforme, nonostante la volontà di garantire una certa “purezza” religiosa. Se dai babilonesi trarrà i miti della creazione, il calendario, la terminologia e l’alfabeto, dai persiani verrà l’aramaico, il concetto di «monoteismo universale», tipico degli imperi multietnici (in contrapposizione al nazionalismo ebraico), il messianismo. Ulteriori influenze verranno dal mondo ellenistico, sincretico e cosmopolita, nonostante esso venisse aspramente combattuto con le rivolte dei Maccabei. Con l’impero romano si avrà un ulteriore passaggio, che culminerà – come spiega appunto l’autore nel breve capitolo conclusivo – nell’«invenzione del cristianesimo», come elaborazione, adattamento e fusione di caratteri ebraici (a loro volta elaborazione di caratteri egizi, palestinesi, babilonesi, persiani) e greco-romani. Ma questa è appunto un’altra storia, abbondantemente trattata nell’altra opera già citata di Leo Zen.


    Il senso del termine “involuzione”, usato dall’autore nel sottotitolo, sta proprio in questo processo di continuo adattamento, revisionismo, modifica dell’ebraismo di fronte ad altre religioni e culture, che è avanzato nei secoli sempre alla faccia delle “verità assolute” tanto conclamante (e riacconciate debitamente post eventum).


    Questo è un libro che fa il punto su molti elementi dati per scontati e che risulta interessante e scorrevole; casomai, gli unici appunti reali che ci sentiamo di muovere a questo libro è che, forse, prende troppo per buono il resoconto biblico (seppure chiaramente da posizioni non religiose) e potrebbe risultare per certi palati un po’ troppo centrato su Mosè. Questo approccio risulta tanto più problematico quanto più si torna indietro nel tempo, in periodi in cui le fonti storiche ormai sono irrimediabilmente perdute o comunque scarseggiano (specie il caso di Abramo), e dove esiste di fatto solo la Bibbia – sulla cui attendibilità vengono avanzati concreti quanto giustificati dubbi. Ma ciò non toglie che Il falso Jahvé risulti un’opera utilissima nel fornire sinteticamente un aggiornato, attendibile, laico e critico quadro d’insieme della storia dell’ebraismo.

 

 

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