Dio è morto, andiamo a festeggiare.
Viva viva l’Inghilterra ma perché non siamo nati lì.
In quella gran civiltà si è aperta una raccolta strana dell’8 per mille, non in favore della Chiesa e nemmeno per opere laiche di bene o per sette minori. No, per fare pubblicità in favore della morte di Dio.
A Londra, un gruppo guidato dalla scrittrice Ariane Sherine ha lanciato una grande campagna pubblicitaria su decine di tram e di treni della metro e ha raccolto decine di migliaia di sterline per affiggere il seguente manifesto: «Probabilmente Dio non esiste. Dunque smettete di preoccuparvi e godetevi la vita».
Che figata, ne hanno parlato entusiasti i media, dal Guardian fino alla nostra Repubblica.
In principio fu il blog, poi venne la fiancata della metro. Il punto debole del messaggio è proprio nel punto di maggiore correttezza british, in quel «probabilmente» che è apprezzabile dal punto di vista etico e logico, ma rovinoso sul piano esistenziale.
Come ha spiegato Pascal, che di Dio e di calcoli se ne intendeva, se non sei sicuro dell’esistenza o dell’inesistenza di Dio, meglio scommettere sulla prima perché hai due possibilità: se va male finisci nel tunnel della seconda; se va bene sei nella gloria di Dio.
Ma il problema, dicono gli atei gaudiosi, è che intanto ci rimetti il godimento della vita: visto che del doman non c’è certezza, chi vuol esser lieto sia.
Non hanno pensato a quanti in attesa della metro vivono una loro situazione tragica, un male incurabile, loro o di un loro caro, una vita sfortunata, fame, sofferenza e solitudine, pensano all’impossibilità di godersi la vita, e vedono sfilare davanti a loro quel vagone con quella scritta lì: che fanno, si buttano sotto il treno? Se Dio non c’è, la vita bella nemmeno, che ci stiamo a fare qui sulla pensilina?
Dio è morto, cantava il nostro piccolo Nietzsche, Francesco Guccini, «questa generazione ormai non crede in ciò che spesso han mascherato con la fede nei miti eterni della patria e dell’eroe perché è venuto ormai il tempo di negare tutto ciò che è falsità».
Dio per lui era morto nei campi di sterminio (non nei gulag, per carità, lì se la spassava), nei miti della razza (non nei massacri dei kulaki o ad Hiroshima, dove invece Dio si divertiva un mondo), e negli odi di partito (perché quelli di classe, di sindacato, di figli contro i padri, lo fanno star bene?).
Ma poi il Guccini, per non lasciar la bocca amara, annunciava che «Dio è risorto in ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo e nel mondo che faremo»; alla faccia, come è risorto in questi decenni, grazie a quella generazione presuntuosa di Rifondazione Deista, in cui Dio era una variabile dipendente, come il salario per i sindacati, del costo della vita e della volontà dei suoi rifondatori.
A quel punto, meglio tornare all’originale: al tragico, ironico Nietzsche e al suo «Dio è morto», lui non pensava né di spassarsela né di scriverlo sulle fiancate dei tram per incitare i piccoli uomini a divertirsi, né pensava al Dio rifondato da una generazione che finalmente aveva capito tutto, a differenza di tutte le altre.
Nietzsche non la buttava sulle Halloween della fede, non giustificava le vogliuzze private o collettive dell’umanità, ma si caricava il peso immenso di quella morte, di quella croce; e non riuscendo a portarlo addosso, impazzì. Martire del suo ateismo tragico, che merita rispetto assai più delle jene ridentes dell’ateismo giocoso di oggi.
A proposito di Nietzsche, a L’Aquila, nella Basilica di San Bernardino, nell’anniversario della sua morte, 108 anni fa, il padre francescano Quirino Salomone ha celebrato una messa in memoria di lui.
L’idea è venuta a uno studioso nietzscheano, Antonio Conte, e francamente mi ha fatto rabbrividire.
È possibile portare in Chiesa l’Anticristo, il profeta della morte di Dio?
Ed è possibile forzare la volontà di Nietzsche medesimo, celebrando una messa in sua memoria?
A volte penso anch’io che Nietzsche non fosse l’Anticristo ma l’Antecristo, ovvero un distruttore della modernità atea e illuminista, che prepara il terreno per l’avvento di un nuovo senso religioso.
Nietzsche come uno spietato sismografo del nichilismo che cerca la via dell’eterno ritorno.
O Antecristo come il pazzariello che precede le bande e le processioni di paese e attira l’attenzione con i suoi gesti folli e le sue grida.
Ma è un’interpretazione di Nietzsche, e anche se lui stesso ha insegnato che non esiste la verità ma solo le interpretazioni, non è possibile forzarlo al punto di trascinarlo in chiesa.
Capisco la misericordia del cristiano verso di lui, anche se invade la libertà di una scelta e il destino di un pensiero.
Ancor meno condivido la giustificazione addotta da Conte che Nietzsche aveva denunciato «la Chiesa secolare e colonialista, proprio come Gesù aveva contestato il sinedrio e le aspettative “imperial-messianiche”».
No, professore, Nietzsche non era un teologo della liberazione, non era un cristiano progressista e antimperialista; Nietzsche lottava con Dio, con il cuore della fede e non con le braccia religiose e i muscoli ecclesiali.
A tutti, atei gaudenti, atei canori e devoti orto-progressisti, dedico le parole di un lucidissimo ateo:
«Non è a vantaggio dei valori mondani che io critico il cristianesimo. Ammetto e addirittura credo che occorrano ideali impossibili... E niente di storico lo deve insudiciare, niente di verbale lo deve trasformare in idolo».
Era Paul Valéry, morto anche lui in disgrazia di Dio.
Si prega di non pregare per lui.
Marcello Veneziani www.libero-news.it di oggi
saluti




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