Deo gratias.
Oggi gli americani votano per darsi questo benedetto quarantaquattresimo presidente, di cui si discute da oltre un anno e mezzo anche alla trattoria Falconi di Ponteranica dove, spesso, mentre ceno qualcuno si avvicina al mio tavolo: scusi se la disturbo intanto che mangia, ma cosa ne dice lei dell’Obama?
Chi?
Massì, quel négher lì della Casa Bianca.
Non se ne può più.
In Europa, in Italia sta succedendo l’ira di Dio ma i giornali, anche quelli locali di norma impegnati a raccontare di vecchiette fulminate dal ferro da stiro o di feste della castagna, si occupano con passione degli Usa nei quali un cronista su dieci sì e no ha messo piede. Le televisioni, fossero anche videocitofoni, fanno altrettanto con l’aggravante del dibattito cui partecipano professori di ginnasio e sindacalisti di fama rionale.
Sembra che le sorti del mondo e magari la sua rinascita dipendano dal successore di Bush, come se un uomo solo al comando bastasse, in una democrazia per quanto presidenzialista, a modificare il destino di un Paese alle prese con una crisi finanziaria ed economica di cui si è capito solamente che non si capisce niente.
O meglio. Si sa chi ci ha smenato ma non chi ci ha guadagnato; e allora i conti non tornano: se tu giochi a carte con me, butti sul tavolo dieci euro e li perdi significa che li ho vinti io; quindi la banconota è finita nelle mie tasche.
Questa non è una teoria keynesiana bensì la contabilità della serva, infallibile. Di qui il noto slogan: meno economisti più serve.
Torniamo alle urne degli yankee che stanno a cuore agli avventori delle trattorie.
La mia trascurabile opinione è la seguente: chiunque uscirà con la stella da sceriffone, per noi non muterà una virgola, e nemmeno per gli statunitensi. Esattamente come non mutò quando Clinton, scaduto il duplice mandato, cedette il posto a Bush. Al quale in fondo si attribuisce un torto appena: di avere avuto una sfiga pazzesca. Mi riferisco all’attacco islamico contro le Torri gemelle sotto le cui macerie morirono migliaia di persone.
Di fronte all’ecatombe, il padrone della Casa Bianca avrebbe potuto stare indifferente?
L’avrebbero cacciato a pedate.
L’America ferita era obbligata a reagire.
Bush lanciò una proposta ragionevole all’Afghanistan dove presumibilmente si nascondeva il mandante dei terroristi, Osama Bin Laden: consegnateci quel cane.
I talebani risposero picche e a quel punto la guerra era inevitabile.
Il regime dei fondamentalisti fu rovesciato ma lo sceicco sanguinario non saltò fuori. Che fare?
Ricordiamo la storiaccia dell’Iraq di Saddam Hussein.
Il dittatore, già risparmiato nella prima guerra del Golfo, se la rideva convinto di farla ancora franca. Col pretesto delle armi chimiche e di distruzione di massa in preparazione nella zona fra il Tigri e l’Eufrate, Bush partì lancia in resta se non altro per sconsigliare all’Iraq di aggredire Israele e di cancellarla dalla carta geografica, secondo i progetti di quasi tutto il Medio Oriente. Saddam fu catturato e impiccato come usa da quelle parti.
Venne istituito una specie di governo democratico, ma di Bin Laden nemmeno l’ombra.
Tirate le somme, l’intera operazione bellica non si è rivelata brillantissima, occorre riconoscerlo.
Ma occorre riconoscere anche che qualunque presidente degli Stati Uniti si sarebbe comportato alla stessa maniera, a quel tempo. Oggi ovviamente, considerati gli esiti, è facile criticare. E lo fanno in tanti con foga tale da scordare - acqua passata - le Torri gemelle, le vittime e persino gli assassini. La memoria della politica è sempre stata labile e non accenna a migliorare. Così come non migliora il grado di consapevolezza di chi, ora, spreca inchiostro nel tentativo di dimostrare che la scelta del nuovo presidente sia decisiva.
Per semplificare, i veltroniani, cioè la sinistra generica e conformista, giurano che Obama sia un pacifista come tutti i democratici. Balla. Non lo è affatto e chi ha dei dubbi si legga l’articolo sulla faccenda pubblicato nelle pagine interne di Libero.
I Berlusconiani (PdL e annesso crogiolo di ex socialisti, ex democristiani, ex fascisti eccetera) pendono verso McCain perché, stando alla vulgata, i repubblicani sono più tosti e portati ad avere maggiore attenzione per l’economia rispetto agli avversari. La realtà però è più complessa.
Nel centrodestra è un’impresa trovare due tipi con le medesime idee in testa; come si è variamente sperimentato, ciascuno lì va per la sua strada.
Un allenatore di calcio direbbe: la truppa del Cavaliere non ha il senso del collettivo.
Personalmente preferisco un linguaggio consono alla situazione specifica: il PdL è un enorme casino. Sia detto senza offesa.
Va aggiunta una osservazione. Le categorie della politica italiana, rimasta bizantina, sono inadeguate a interpretare le spinte passionali che determinano gli orientamenti degli americani, gente diretta e non influenzata da gravami ideologici.
Nella presente congiuntura, poi, con milioni di persone in bolletta o timorose di esserlo presto, pesa un fattore inedito in campagna elettorale: la voglia di voltare pagina perché quella attuale ha deluso; non per le guerre, ma per la débâcle dei mercati, lo spettro della disoccupazione, il terrore della miseria.
Poiché il fallimento del modello finanziario è avvenuto sotto l’amministrazione di un repubblicano, fatalmente, in mancanza di alternative, il popolo declina verso il candidato democratico dotato di caratteristiche, non solo fisiche, tali da garantire una svolta. Non importa se poi gli apparati della Casa Bianca impediranno al presidente, qualunque sia, di rompere con gli schemi del passato. Gli elettori, non la totalità ma quasi, votano in base a suggestioni più che a ragionamenti.
In sintesi, Obama alimenta la sensazione di essere attrezzato a guidare gli Usa, in questo momento, più dell’avversario vecchiotto, scarsamente appoggiato dalla stampa e dalle tivù liberal. In certi ambienti Obama è di moda. È chic dichiarare di non avere pregiudizi razziali e di optare per il nero. In certi ambienti, ripeto. Ma in altri?
Il nodo è questo. In America lo spirito nazionale è vissuto con orgoglio e ha trasformato un agglomerato di Stati in un unico grande Paese.
Ma patriottismo a parte (comunque è un cemento robusto) le differenze regionali restano.
C’è solo una incognita e non va sottovalutata.
I cittadini nelle conversazioni sono di sicuro politicamente corretti. Ma non è detto lo siano anche in cabina elettorale.
Qui ogni individuo è solo con la propria coscienza e le proprie debolezze che non è obbligato a nascondere come in società.
Sicché chi può escludere prevalga in lui il sentimento poco nobile e poco estraneo all’americano medio, cioè l’incapacità di tracciare la croce sul nome del negro? Se l’elettore resisterà alla tentazione e voterà Obama vorrà dire che l’America è già cambiata ancor prima sia entrata in funzione la nuova amministrazione.
Viceversa vincerà McCain.
Non darei troppo retta ai sondaggi perché c’è un particolare: fino a duecento anni orsono negli Usa la schiavitù era legale.
Due secoli sono sufficienti a depurare l’anima?
Vittorio Feltri www.libero-news.it di oggi
saluti
però...che coraggio stò direttore....??




Rispondi Citando
