Risultati da 1 a 3 di 3

Discussione: La polemica

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito La polemica

    Processo alla cultura?

    Massimo Cacciari è uno dei più importanti filosofi italiani e sindaco di Venezia, città d’arte per eccellenza. Abbiamo chiesto il suo parere sulla necessità di istituire un «processo alla cultura», come proposto da Luca Doninelli sul Giornale di ieri. E sulla capacità degli intellettuali italiani di rinnovarsi e di ripensare se stessi.

    Professor Cacciari in Francia il dibattito sulla cultura è molto forte. Qui da noi l’impressione è che langua...
    «Io non trovo. Non lasciamoci prendere dalla solita esterofilia.
    La sua è un’impressione sballata. In Italia si discute e si ripensa la cultura tanto quanto avviene negli altri Paesi. Poi cultura... Non è il caso di mettersi a fare i soliti discorsi generici... ».

    Allora nello specifico: in Francia intellettuali come Marc Fumaroli e Laurent Lafforgue sono intervenuti a invocare con forza il cambiamento. Da noi succede?
    «Conosco bene il lavoro di Fumaroli che è un grande storico della cultura e del pensiero. Non mi sembra però che dica cose così diverse da quelle che si dicono qui... Poi si sa che l’erba del vicino è sempre più verde. Guardi, un intellettuale come Settis... È intervenuto un sacco di volte negli ultimi mesi sulla questione dei beni culturali. Non mi sembra che Andrea Carandini sia da meno... La polemica sulla necessità di rinnovare la cultura c’è. Soprattutto sui beni culturali che sono la vera questione. Abbiamo uno dei patrimoni più grandi del mondo... Gestirlo è difficilissimo, richiede mezzi enormi questo è il vero problema».

    Mi sta dicendo che lo stato di salute della nostra cultura è buono e che i nostri intellettuali sono capaci di guardarsi allo specchio?
    «Io sono uno che non ama i discorsi generici e la parola cultura usata così definisce poco... Ma senta, non mi sembra sia il caso di farsi complessi, di essere vittime di estrofilie d’accatto. La situazione cambia da settore a settore. Noi abbiamo un ritardo grave sul versante tecnico-scientifico. Quello su cui si parla sempre di fuga dei cervelli. Lì il problema è che siamo in un Paese a capitalismo debole, le aziende non hanno la forza di investire nella ricerca e i fondi statali sono quello che sono. Lì sì sarebbe necessaria una razionalizzazione e mi sembra che se ne parli e se ne discuta. Per quanto riguarda il settore umanistico, invece, abbiamo eccellenze assolute, non dobbiamo avere invidia di nessuno. Abbiamo dei grandissimi umanisti, questo tipo di studi funzionano perché necessitano di molti meno fondi. Pensi soltanto a Canfora, tra gli antichisti».

    Il nostro mercato librario però è piuttosto ristretto, gli editori se ne lamentano. E la saggistica di qualità vende pochissimo...
    «Ma vada a vedere il mercato editoriale degli altri Paesi... È difficile che la saggistica vada bene. Noi abbiamo un’editoria umanistica invidiabile. Le faccio un esempio: pensi al livello qualitativo della collana filosofica di Bompiani curata da Giovanni Reale. Testi di valore, curatissimi e a un prezzo più che accessibile. All’estero per leggere un classico a volte si devono sborsare centinaia di euro».

    Parliamo di università, di riforme.
    «Quali riforme? Le riforme sono tutte da fare».

    Se le dico «valore legale del titolo di studio»?
    «Da anni dico che il valore legale dei titoli di studio va abbandonato.
    Abolirlo crea competitività fra gli atenei e aiuta ad attrarre gli investimenti verso i poli d’eccellenza... Certo, poi bisogna mantenere tutta una serie di controlli sul livello dell’insegnamento, sul che cosa si insegna. Serve un quadro normativo chiaro, non si può permettere che qualcuno vada in cattedra a raccontare La vispa Teresa... Ma in ogni caso, una volta mantenute norme e regole, l’eliminazione del valore legale si trasformerebbe in un’importante molla di rilancio. Il resto sono discussioni al livello del grembiulino...».

    Favorevole o contrario alla trasformazione delle università in fondazioni?
    «Favorevole. In un quadro normativo chiaro, che fissi le regole è garantisca un controllo pubblico adeguato, credo che favorirebbe gli investimenti dei privati. Soprattutto per l’ambito scientifico che ne ha più bisogno».

    Queste però sono proprio le cose contro cui gli studenti protestano e vanno in piazza...
    «Tutto dipende da come viene presentata la questione, dalla comunicazione. Se viene percepita come una mera privatizzazione... Se non viene spiegata la necessità di cambiamento, e si fa passare come unico messaggio quello del taglio delle spese è ovvio che gli studenti si incazzino... Bisogna insistere sulle opportunità che si andrebbero a creare, gli studenti intelligenti capirebbero. Poi quelli che protestano comunque ci sono sempre».

    E che mi dice dei festival letterari e filosofici? Non sono troppi?
    «I festival non sono mica una brutta cosa, non farei tanto lo schizzinoso... Poi ci sono delle manifestazioni di alto livello come il Festivaletteratura di Mantova. Ci sono miei colleghi stranieri che quando vengono a parlare di Platone e si trovano su una piazza gremita da migliaia di persone strabuzzano gli occhi. Per la stessa conferenza a casa loro ci sarebbero si è no trenta persone».

    Intervista di Matteo Sacchi www.ilgiornale.it 10 11 08

    saluti

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Dietro la protesta il vuoto di idee

    Si chiacchiera.
    La turbolenza degli studenti rischia di essere solo un’occasione perduta.
    Ti aspetti che le luci sull’università servano a mettere a nudo la cancrena di un sistema vecchio, medievale, specchio di una società paludosa.
    Era l’unica cosa buona di questi giorni d’autunno.
    E invece nulla.
    La protesta è una festa e l’alibi per l’opposizione per dire: siamo ancora vivi. A Castel Volturno, terra di Gomorra e kalashnikov, si riuniscono gli stati generali della scuola del Sud.
    Ci sono 1600 persone, studenti, professori, sindaci e politici.
    Ci sono Miriam Makeba ed Edoardo Bennato, che cantano l’orgoglio di chi non sta con gli assassini.
    È vero, le scuole del Casertano sono l’ultimo presidio contro la camorra.
    Ma tutto questo non basta. Non risolve il problema.
    C’è qualcosa di non chiarito nella rivolta degli studenti.
    La loro strategia politica, fino ad ora, è reazionaria.
    Stanno lì e dicono: non si tocca nulla.
    Non attaccano la Gelmini perché è stata troppo timida nella riforma, ma perché ha osato mettere le mani in un micromondo in agonia.
    È questo che davvero non si capisce.
    Non c’è una «controriforma», un’alternativa.
    Non c’è dialogo.

    La Gelmini ha detto: facciamo la riforma dell’università.
    La risposta è lo sciopero del 14 novembre. È come giocare a testa bassa. Nessuno che abbia voglia di alzare la testa e guardare l’orizzonte.
    Quale università sognano questi ragazzi? Anzi, quale società. Nulla. Rimbombano solo gli slogan. È la litania del «vogliono toglierci i fondi».
    Il problema è che questa scuola è un colabrodo.
    Tutti i soldi che versi finiscono in uno stagno.
    È quello che ha cercato di far capire Emma Marcegaglia quando dice:
    «La Gelmini taglia alcuni costi e rimette a posto i numeri».
    È il tentativo, forse disperato, di razionalizzare il caos.
    E purtroppo non basterà.

    Loro, i ragazzi, si fidano del passato. Danno credito a intellettuali che sono sopravvissuti al Novecento, gente cresciuta in un altro mondo, dove i muri ideologici erano tutti ancora in piedi e il destino era un posto fisso. Non sanno, questi intellettuali, che sapore ha la precarietà. Non sono figli di un mondo liquido e flessibile, ma vecchi reduci di un altro secolo.
    Ti aspettavi i barbari, quasi ci speravi, uomini nuovi alle porte delle cittadelle dei privilegi, pronti a scalare quei muri che continuano a proteggere il popolo degli ex, la società degli ipergarantiti.
    E invece scopri che i barbari stanno con la casta degli intoccabili, difendono i baroni e i loro «nipoti», scendono in piazza con i sacerdoti della nostalgia e i chierici del passato. I barbari non sono il nuovo, e a questo forse si deve rassegnare anche Baricco, ma l’avatar del vecchio. Sono gli oleogrammi dello spirito reazionario.
    Sono la carne da macello di chi vuole ibernare questo Paese.

    Quando parli con gli studenti ti sussurrano che la riforma universitaria del 3 per 2, quella della Moratti, non funziona. Ti dicono che la vecchia laurea quadriennale aveva ventisei-trenta esami. Ora con la laurea specialistica di cinque anni si arriva quasi al doppio, cinquanta o giù di lì. Il risultato, sostengono, è che ti senti in una fabbrica di esami, come metalmeccanici della cultura, con il diritto, la matematica o l’economia ridotti a spezzatini, da digerire in fretta, una botta e via. A cosa è servito tutto questo? Forse a moltiplicare le cattedre.
    Quando, nel 1991, passò l’idea di moltiplicare i maestri, non si parlò di ragioni didattiche. Lo ha ricordato anche Martelli, allora vice presidente del Consiglio. L’unico motivo era il lavoro. C’erano troppi maestri disoccupati. Era il modo più veloce per risolvere la questione precari della scuola elementare. E in queste cose i governi, quando possono, fanno miracoli. Basta una semplice moltiplicazione. Tutte queste cose gli studenti le sanno, ma non hanno il coraggio di gridarlo a voce alta. È più facile demonizzare la Gelmini. Fa gruppo e crea un’identità. Chi siete? L’esercito degli anti Gelmini. Se vi basta questo: divertitevi. Ma state ipotecando il vostro futuro. Ti aspettavi gli studenti in piazza per chiedere un nuovo welfare, quello vecchio è una groviera, che non difende più nessuno. Non c’è un welfare per i precari. Non c’è un welfare per la flessibilità. È un altro dinosauro del Novecento, funziona solo con il posto fisso. È un pachiderma, fa la fortuna dei vecchi sindacati. A voi, studenti, serve un welfare leggero, puntuale, mirato. A voi serve un mercato del lavoro che paghi il rischio. E allora chiedete un salario più alto per i contratti a tempo determinato. Chi sceglie l’insicurezza merita di guadagnare di più. Ecco, questo dovrebbero rivendicare i «barbari». Serve un passo oltre il Novecento e invece stiamo qui a difendere le macerie di un vecchio secolo.

    V.Macioce www.ilgiornale.it 10 11 08

    salute

  3. #3
    Dai che non c'ho tempo
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    La Superba
    Messaggi
    10,689
     Likes dati
    185
     Like avuti
    483
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Quanto mi piace Cacciari.

 

 

Discussioni Simili

  1. La polemica.
    Di mustang nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 06-02-10, 22:03
  2. Polemica
    Di mustang nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 26-05-08, 08:40
  3. Polemica!
    Di Sant'Eusebio nel forum Fondoscala
    Risposte: 13
    Ultimo Messaggio: 29-01-08, 17:06
  4. Polemica su...
    Di mustang nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 14-08-04, 16:07

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito