di Daniele Venanzi
Come ci insegnano la tradizione giusnaturalista e il buon senso, l’istituzione dello Stato è positiva, nel senso di posta, creata a posteriori e quindi non naturale. A partire dal codice di Hammurabi, passando per la democrazia ateniese, l’impero romano, il feudalesimo e arrivando all’istituzione dei regimi moderni, lo Stato si è ritagliato fette sempre più importanti della vita socio-economica della sfera privata degli individui, culminando nel controllo più radicale di ogni aspetto della vita umana nei totalitarismi del 900.
Se da una parte, il postmodernismo ha svelato la natura metafisica di “narrazioni storiche” ormai superate come lo Stato assoluto e quello totalitario, ha in un certo senso (eccezion fatta per il post-anarchismo) dimenticato di esaminare a fondo anche le radici dello Stato illuminista, quello che dal potere assoluto si è evoluto nella democrazia liberale per poi compiersi nel “grande stato sociale” che anela a risolvere (utopisticamente) problemi come la povertà e la disoccupazione attraverso il contributo collettivo.
Quello che i postmodernisti non hanno dunque compreso fino in fondo è che non è solo lo Stato, che impone coercitivamente la morale e la gerarchia, ad essere ormai defunto, ma anche quello che impone rigidi canoni economici e sociali nel nome del bene comune.
Di certo Hayek e Rothbard non erano dei postmodernisti, ma sicuramente non è una forzatura affermare che la loro critica della democrazia e dello Stato sociale può essere tradotta in termini postmoderni come critica alla metanarrazione del grande Stato sociale di tutti e per tutti, ultima utopia del Secondo dopo guerra, che contiene in se il concetto stesso del suo declino, proprio in quanto narrazione.
D’altronde si sa che ogni narrazione ha un inizio, uno svolgersi e una fine.
Nel corso del XX secolo, si sono avute intuizioni riguardo l’“utopicità” dello Stato sociale, ma solo a fasi alterne. Quando infatti una crisi colpiva il pianeta in un momento di grande Stato sociale, queste intuizioni venivano accolte con improvvisi cambi di rotta in senso liberista (ad esempio gli anni della Tatcher e di Reagan), ma quando una nuova crisi incombeva in un periodo di libertà economica, tutti sembravano di nuovo cambiare idea ed incolpare dello scenario venutosi a creare l’“eccesso di capitalismo”. Ma l’attuale collasso della Grecia, la situazione molto più che preoccupante di Portogallo e Spagna, i conti decisamente in rosso di Inghilterra, Germania, Francia e Italia, per non parlare delle casse vuote di Washington, che nell’arco di pochi mesi saranno ancor più tramate per via della sciagurata politica socialisteggiante di Obama, sono segnali forti che indicano l’arrivo di un ormai prossima crisi strutturale non del capitalismo, bensì del sistema dirigista e soprattutto monetario monopolista e, quindi, dello Stato moderno per come lo conosciamo, nella sua forma attuale.
Come dichiarato da Ron Paul (la cui elezione alla presidenza degli Stati Uniti nel 2012 non è più un miraggio) in una recente intervista a Fox News, una crisi monetaria è ben più grave di una crisi finanziaria. Per la prima volta, sarebbe palese agli occhi di tutti che un’eventuale crisi di quel genere non sarebbe scaturita da un vizio di fondo del capitalismo, ma solo dall’ingigantirsi dell’enorme, leviatanica macchina del welfare. Quando si giungerà a quel punto (e purtroppo per i cittadini credo che non manchi molto), i fautori dello Stato sociale non potranno più arrampicarsi sugli specchi e saranno costretti, inermi dinanzi alla volontà popolare, ad ammettere il fallimento dell’ultima grande utopia partorita dalla coscienza comune, l’ultimo strascico di modernità.
Ormai, il mondo è pronto per altro, la gente non ha più così paura di vivere senza Stato perché, come si dice in gergo, tutti si fanno due conti in tasca, e nessuno trova più conveniente doversi privare, sotto l’uso e l’abuso della forza coercitiva, di più della metà del proprio lavoro per devolverla a un’irrazionale follia collettivista che, ormai è sotto gli occhi di tutti, produce debiti e disservizi.
Fu profetica la signora Tatcher quando disse che “il guaio dello stato sociale è che i soldi degli altri prima o poi finiscono”. I motivi della stessa crisi nera delle sinistre europee, prima tra tutte quella inglese, è proprio da ricercarsi nella presa di coscienza sempre più forte dell’inefficacia di questo sistema ladro; non vale più la pena di rinunciare alle proprie libertà economiche, e quindi privarsi del più grande dei diritti quali la libertà, per inseguire l’ideale del benessere collettivo. Per di più le sinistre hanno sempre dimenticato, per paura di perdere i consensi dei cristiani e dei più rossi, che forse la discriminante per avere un’identità propria in uno scenario economico che naufragava sempre più verso il pensiero unico keynesiano, era da ricercarsi proprio nella difesa a spada tratta delle libertà individuali; invece l’errore fatale dei progressisti è stato quello di assumere tinte sempre meno liberal e sempre più da regime sovietico, il che li rende i veri conservatori sociali.
E’ dunque venuto meno il compromesso tra privazioni in ambito economico e maggiori libertà in campo individuale che spingevano il popolo di elettori di tradizione più centrista, ago della bilancia elettorale, a votare rosso. La repressione sociale programmata da entrambi gli schieramenti del sistema bipolare, anch’esso in crisi, può essere, ora come non mai, occasione d’oro per i partiti libertari e liberali puri che sapranno coglierla, le uniche forze che non scendono a compromessi, perché come scrisse Luigi Einaudi, la libertà economica è imprescindibile da quella individuale.
La possibilità di far ritirare progressivamente lo Stato nei prossimi anni fino a giungere a una situazione di miniarchismo risulta essere uno scenario politico molto più che probabile, e di certo auspicabile.




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