MILANO - Una società sta ristrutturando un palazzo in zona Certosa. Sono più di 4 mila metri quadrati. Ma un tecnico del Comune, nell'analisi dei documenti, si lascia «sfuggire» il cambio di destinazione dell'edificio: da «produttivo», a uffici. La «leggerezza» ha una conseguenza: ignorando quel cambio d'uso, la società risparmierebbe 55 mila euro nel pagamento degli oneri di costruzione. L'episodio è al centro del mercato delle tangenti che ruotava intorno a 7 tecnici del settore Edilizia di Palazzo Marino. Piccole donazioni, accettate o promesse, che variavano tra poche centinaia e i 2 mila euro. Pratiche edilizie da sveltire. Scorciatoie burocratiche per abusi edilizi. Dalle mansarde e i sottotetti di privati cittadini, alla costruzione di intere palazzine. A volte c'è da chiudere un occhio su sanzioni o autorizzazioni paesaggistiche che mancano. In altri casi, bisogna agevolare pratiche ed evitare intoppi. I pm Grazia Colacicco e Fabio Napoleone hanno chiuso le indagini su questa piccola Tangentopoli del mattone e chiesto il rinvio a giudizio per 11 dipendenti di Palazzo Marino (tra cui un vigile), 7 imprenditori, 5 architetti, 4 geometri e 3 direttori dei lavori.
In tutto trenta persone che fino al 2004-2005, secondo la ricostruzione dei magistrati, avrebbero messo in piedi una rete sotterranea per snellire il boom delle ristrutturazioni. Gli ultimi interrogatori si sono svolti tra aprile e giugno di quest'anno. L'udienza davanti al giudice delle indagini preliminari, Guido Salvini, è fissata per il prossimo 20 novembre. Un ruolo chiave nel procedimento lo svolgerà il Comune, parte civile contro i propri dipendenti che secondo le indagini sono stati corrotti. La costituzione di parte civile traccia una linea molto marcata contro eventuali deviazioni all'interno dei propri uffici. Un netto distacco. E un monito per il futuro. Negli atti delle indagini svolte dai carabinieri del Nucleo investigativo ci sono analisi bancarie, consulenze tecniche, perquisizioni, intercettazioni. Buona parte delle pratiche esaminate dai magistrati riguarda il recupero di sottotetti. Come ad esempio quello di un palazzo in via Lincoln per cui si ipotizza il pagamento di una mazzetta da 2 mila euro. Così come l'altra tangente, da 2.200 euro, che sarebbe stata pagata dai rappresentanti di un'azienda con un cantiere dello stesso genere aperto in via Pollaiuolo, all'Isola. Per capire la genesi e lo sviluppo di questa rete di corruzione è importante anche un inquadramento nella storia recente dell'edilizia milanese. Dopo la legge (1996) che consentiva la trasformazione di sottotetti malconci e polverosi in mansarde e abitazioni, la deregulation verso il rispetto del paesaggio e dell'urbanistica è arrivata con una contestata decisione della Regione nel 2001. Due anni dopo il Comune ha imposto nuove regole. Ed è proprio a quel momento, nel pieno fervore del recupero, che si riferiscono gli approfondimenti dei magistrati.
Nella rete sono finiti geometri, imprenditori e architetti ansiosi di far fruttare a peso d'oro i vecchi abbaini. Una parte dell'inchiesta è poi dedicata a un grande complesso in via Watt, zona Navigli, in cui un residence sarebbe stato costruito violando la Dia, in una zona destinata a costruzioni industriali, all'artigianato o a parco giochi e verde pubblico. La costruzione avrebbe inoltre determinato, scrivono i magistrati, «incrementi di superficie superiori rispetto agli indici di piano regolatore e in difformità da quanto dichiarato dalla Dia». Il vigile finito nell'inchiesta, insieme a un tecnico di Palazzo Marino, avrebbe invece contraffatto un documento per sapere dalla Tim a chi fosse intestato un certo numero di cellulare. Una piccola operazione di spionaggio collegata a una pratica edilizia. Una volta ottenuto il nome, il vigile sarebbe andato a spulciare negli archivi del Comune per rintracciare dati personali e familiari della persona.
http://www.corriere.it/vivimilano/po...e_comune.shtml




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