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    Stella Rossa, fantastoria dell’alternativa comunista
    By Nove on ago 21, 2008 in Letteratura, Tutti gli articoli - indice

    L’Unione Sovietica ha superato la crisi degli anni novanta, non si è mai disgregata, non è mai scomparsa, anzi, è diventata l’unica vera superpotenza del pianeta. Il comunismo sovietico condiziona e influenza tutto, anche la vita dei paesi rimasti (perlomeno nelle apparenza) capitalisti. Per frenare le ambizioni dei suoi due principali rivali – Cina e Germania (entrambi comunisti) –, l’Urss ha fabbricato un’astronave tecnologicamente avanzatissima, con una potenza di fuoco tale da costituire un buon deterrente: la Stella Rossa. Qualcosa però va storto proprio durante il viaggio inaugurale. La nave scompare e riappare in un universo parallelo a noi molto famigliare… In questa realtà il blocco comunista è collassato e una versione blanda e ipocrita del marxismo sopravvive stancamente in alcuni paesi: solo alcune cellule ancora legate al comunismo mantengono in vita l’ideologia nella sua accezione originaria. L’arrivo della Stella Rossa scombussola le cose: i paesi capitalisti non sanno come gestire la minaccia di una aggressione da parte di una potenza tecnologicamente così avanza, i nostalgici del comunismo riprendono vigore e tornano a blandire il sogno della rivoluzione proletaria. Il pianeta torna a interrogarsi sulla possibilità concreta di realizzare il comunismo. Il dilemma per l’equipaggio della Stella Rossa è presto detto: portare pacificamente a questo mondo parallelo infettato dal morbo del capitalismo il messaggio di Marx ed Engels, oppure più semplicemente convertirli tutti con la forza.
    [Fabio Oceano, Stella rossa - ed. Delos Books: pagine 272, prezzo 14,00 euro]

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    GIUSEPPE GENNA: Grande Madre Rossa

    (Mondadori, pp. 286, € 15,00) Intervista a G.Genna



    Le previsioni dicono: tempo di merda su Milano e l’Italia intera. Tempo di terrore irrazionale, di ecatombe, di sgomento. Stato d’assedio. Minacce invisibili. Occhi sbarrati mentre si scappa da città che non sono più sicure.

    “Carrarmati in piazza Duomo: da quanto non accadeva? Mussolini, probabilmente, la lotta di Liberazione, quei giorni lì.”

    Tutti in ginocchio quando esplode il Palazzo di Giustizia e si scatena la caccia agli islamici come nelle ore successive all’attacco alle Twin Towers. Qui, nella nazione del premier dal sorriso liftato, nella dolorosa discarica di mille misteri irrisolti. Piazza Fontana. Il memoriale Moro. La strage alla stazione di Bologna. L’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre e lo scandalo dei fondi neri del SISDE. Il caso Cogne. Le pagine di Storia non scritte. Quello che i media non diranno mai. Se salta tutto, il tempo per avvicinarsi alla Verità, per inventare certezze che reggano all’impatto diventa infinito, estenuante, letale. A Milano, allora. Adesso, nei giorni dell’avvento della devastante Grande Madre Rossa.

    “La città colpita da ictus è cieca, è sorda. L’ictus ha causato la paresi del corpo intero della città.”

    Polizia e servizi segreti internazionali indagano, perdono il sonno e il senso della ragione nel tentativo di arrestare l’emorragia (e di recuperare i preziosi, forse fantomatici, schedari dei magistrati milanesi). L’intelligence francese, i corpi d’élite tedeschi, gli onnipresenti americani...Tutto inutile, perché così è scritto: la fine è ineluttabile, un crollo dopo l’altro emergono dal passato figure sinistre, spettri assetati di vendetta, di un castigo indelebile.

    “Questa volta è il salto quantico, il termometro sopra il 43°, il bigbang nel centro di Milano.”

    Tensione assoluta: ecco cosa ho provato leggendo il nuovo romanzo di Giuseppe Genna. Proprio ciò che pretendo da un thriller, sia che si tratti di un film o di un libro. Tensione che monta una frase dietro l’altra, seguendo un ritmo incessante e spietato: il tempo di una partitura perfetta.

    Gli ingredienti ci sono. Lo scrittore c’è, è lo stesso che nel 2001 ci aveva dato Nel nome di Ishmael, con l’ispettore tossico Guido Lopez, Henry Kissinger ed Enrico Mattei negli affreschi di orrore dipinti nell’arco di quarant’anni da un potere occulto. Agghiacciante, per dirla con le parole del New Yorker. Ora, Grande Madre Rossa: ancora tenebre (argentiane, le ha definite a ragione Valerio Evangelisti), ancora un meccanismo che afferra il lettore alla bocca dello stomaco e non lo abbandona più, neanche una volta chiuso il libro e salutato un Guido Lopez che in questa vicenda più che indagare assiste alla disfatta vaticinata, è testimone diretto del collasso.

    Quarto romanzo: Genna ha fatto tesoro della lezione di James Ellroy usando in modo eccellente raffiche, sventagliate di frasi secche, parole come proiettili corazzati. E nomi: veri e inventati, miscelati insieme a beneficio di una struttura narrativa forte, suggestiva e inesorabile. Un insegnamento che vale quanto quello di Howard Hawks sul cinema di John Carpenter o, per fermarci all’ambito letterario, quanto la scrittura di Alfred Bester su quella di William Gibson.

    Nel novembre del 2003, sulle pagine del sito I Miserabili , Genna scriveva: “Sto lavorando al nuovo thriller. Il titolo c'è già: GMR sono le iniziali delle parole che lo compongono. GMR è un libro di genere? Si tratta di un genere ortodosso o di un genere violato? La letteratura è generica?” E, ancora: “Che cosa posso io inventare dentro il genere? Sono scemo? Questo è un dato umano estremamente importante. Se tenti di inventare, rischi l'errore. Cioè: è quasi sicuro che finisci per dire una cazzata, sei ridicolo, passi per idiota, ti mandano affanculo con la bonomia con cui si spedisce a quell’altro paese lo scemo del villaggio. Anzitutto si tratta di desiderare affrontare questo rischio.”

    Missione compiuta: Grande Madre Rossa è il Grande Thriller Italiano del momento.

    Nino G. D’Attis


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  3. #3
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    Il male di vivere: intervista a Valerio Varesi
    di Marilù Oliva

    Valerio Varesi ha ambientato in terre inospitali il suo settimo romanzo, “Il commissario Soneri e la mano di Dio”, tra locali poco inclini alla socievolezza, paesaggi impervi alternati a valli e faggeti, passi percorsi in passato da mercanti o pellegrini e ora battuti da ambulanti extracomunitari e da trafficanti. Un luogo glocal, forse metafora di uno stato stridente che induce al male di vivere. Attraverso un’intervista all’autore abbiamo parlato del suo personaggio, il commissario Soneri: un uomo con debolezze e virtù, schivo, di temperamento randagio, poco ossequioso ma educato. Scruta la realtà con l’attenzione di chi non si ferma in superficie e ha una filosofia di vita che molto si confonde quella di Varesi.

    Parto facendo un breve riferimento alla tua laurea in filosofia conseguita con una tesi su Kierkegaard. Una formazione filosofica che trapela attraverso la tua narrazione soprattutto –ma non solo– nei dialoghi. Preferisco inquadrarla ora -rompendo gli schemi- sotto l’aspetto dei piaceri della vita. Scorre in te una vena epicurea?

    Sì, se epicureo significa uno che "vive nascosto" per coltivare i propri interessi culturali e non un più banale senso godereccio della vita. In altre parole, mi piacerebbe passare il tempo a studiare, leggere e scrivere, i piaceri veri secondo Epicuro. Ciò non toglie che non disdegni anche gli altri piaceri. A un certo punto il mio Soneri dice di sé di essere un pigro costretto all’azione. Ecco, io mi sento un po’ come lui.

    "Il commissario Soneri e la mano di Dio" è l’ultimo romanzo uscito per Frassinelli sul tuo personaggio seriale. Un commissario che non ha pretese di perfettibilità eppure è dotato di un rigore morale, un personale Corpus Iuris Civilis che prevede un grande senso del rispetto verso un mondo da cui spesso è nauseato. Si può dire che in Soneri ci sia un male di vivere? Ce lo spieghi meglio?

    É il male di vivere in questo mondo dove vengono capovolti i valori e l’etica. Dove sono premiati quelli che calpestano la legge e fregano il prossimo, dove conta far parlare di sé, magari con comportamenti orrendi, per avere una riconoscibilità sociale. Questa nostra Italia, è la bengodi di quelli che se ne fregano di tutti e tutto in cui conta più un personaggio insignificante del Grande Fratello di un qualsiasi altro cittadino che si renda utile al prossimo. É anche il Paese dove si vendono più telefonini che libri, dove i calciatori ignoranti sono maestri del pensiero. Potrei andare avanti all’infinito.

    Soneri osserva il mondo con cui si trova costretto a misurarsi come se volesse porre un filtro tra sè e la parte più becera della società, in questo caso individui meschini, opportunisti legati a finanziarie per riciclare il denaro sporco e ai traffici della droga. Nello stesso tempo trapela un’esigenza di comunione con la natura e con la vita in generale. Ci risolvi questa discrasia? Il suo sguardo sul mondo è il tuo?

    Soneri, da poliziotto, fa i conti con la realtà sulla quale gli tocca indagare. Basta aprire il giornale per trovare, ladri, assassini, politici corrotti, concussori, corruttori o gente che si vende per andare a letto con prostitute. In questo caso chi è più prostituta? Non sono più "escort" i politici che cedono al mercato la propria onestà? La società sotto gli occhi di Soneri è in piena dissoluzione cosicché, così, dopo ripetute venefiche immersioni in essa, il commissario sente il bisogno di respirare di nuovo un po’ di purezza che può essergli restituita sia dal rapporto con gente onesta che lavora per gli altri (ne esiste ancora parecchia, per fortuna), sia dal rapporto con la natura che non è né benigna né matrigna, ma sicuramente bella e mai ambigua.

    Ma cosa c’è che non va nell’Italia di questi anni, nel momento storico, nell’ansia di consumismo che devasta quest’epoca?

    C’è che sono morte le idee con le ideologie e oggi non sappiamo più decifrare la realtà secondo un’impostazione culturale, dunque ci troviamo smarriti nella "liquidità" di questo mondo che ci sfugge. A livello collettivo, la politica, che dovrebbe mantenere vivo il concetto di comunità inteso come l’interesse di tutti, è ormai defunta e relegata a feticcio di tornaconti personali o di poteri economici forti. Oggi sono proprio l’economia e i profitti individuali a farla da padrone, col denaro quale l’unico valore riconosciuto e l’auto affermazione come sola pulsione. In definitiva, una giungla in cui emergono i più spudorati e quelli che hanno mezzi più potenti. Con tanti saluti alla democrazia. Oggi l’Italia è già in un condizione di autoritarismo predittatoriale.

    Se ci fossero delle soluzioni, quali sarebbero?

    Cambiare la stella polare che guida questa accozzaglia di società, vale a dire il modello di sviluppo predatorio che ci contraddistingue e, nel contempo, recuperare il valore della politica e quindi della comunità. Vedo segni di democratizzazione nel mondo dell’informazione con internet e in quello dell’energia col diffondersi delle fonti rinnovabili. Però deve prima tramontare questa orrenda parentesi berlusconiana figlia tardiva dell’altrettanto orrendo liberismo degli anni ‘80.

    Uno si scrittore si deve porre il problema del suo contributo? In che direzione?

    Il contributo di uno scrittore ci può essere, ma minimo vista la diffusione marginale del libro in questo Paese. Forse può fare di più come cittadino. Mi viene in mente il ruolo di Thomas Mann a radio Londra durante la seconda guerra mondiale.

    Come si compenetrano il tuo ruolo di scrittore e di giornalista presso la redazione bolognese de la Repubblica (per cui dirigi anche la pagina culturale del martedì)?

    Sono un narratore con forte inclinazione sociale e quindi prendo molto dai casi che finiscono sul giornale. A volte una piccola storia può diventare una grande storia agli occhi di uno che vuole reinventarla. Come redattore anche di una pagina settimanale di libri cerco di contribuire alla diffusione della lettura. In genere, chi legge è anche una persona civile.

    Il "Il commissario Soneri e la mano di Dio" è ambientato in un Appennino inospitale, tra autoctoni poco inclini alla socievolezza, paesaggi impervi alternati a valli e faggeti, passi un tempo percorsi da mercanti e pellegrini e ora da ambulanti extracomunitari e trafficanti. In che senso si può parlare di luogo glocal?

    É glocal perché sono arrivate la modernità tecnologica e i comportamenti globalizzati, ma si sono sovrapposti a una serie di comportamenti e codici non scritti sedimentati nel tempo tra la gente dell’Appennino. Il risultato è una miscela originale ma quasi sempre mal assortita fortemente stridente come una voce seghettata in cui si alternano sillabe e silenzio.

    In alcuni momenti il commissario si lascia sfuggire accenni malinconici legati all’ineluttabilità del tempo. Cos’è il tempo per Soneri e cos’è per te?

    La misura del nostro trascorrere sul palcoscenico di un mondo che non siamo in grado di conoscere. Il tempo è una misura mentale di per sé infinita e come tale capace di relegarci nella nostra finitezza. Non solo: come già ci ha mostrato Heidegger, questa finitezza ci condanna all’assurdo. L’unica uscita da questo culo di sacco è porre l’obiettivo della propria vita oltre questo mondo.

    Ci lasci con una citazione dal libro?

    Poco dopo l’inizio, scoprendo un vassoio del dolce tradizionale della festa del patrono di Parma, Soneri dice: "Abbiamo paura anche dei nostri ricordi". Mi sembra una frase che si adatta ai tempi odierni in un Paese anestetizzato e privo di memoria.


    Pubblicato Aprile 21, 2010 03:05 PM | TrackBack
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