... nulla a che vedere con i più "evoluti" padagni di allora.... :gluglu:
Un aspetto del sacrificio (Gallo-Celtico) è quello che gli dà una valenza di omaggio o, meglio, di scambio. Tale valenza nasceva dalla convinzione che gli dei, per salvare una vita, guarire un moribondo o far tornare una persona scomparsa, richiedessero in cambio un'altra vita umana.
Si ricorreva così ai prigionieri di guerra e quando questi scarseggiavano, si faceva ricorso a soggetti della stessa comunità.
I Druidi, comunque, erano sempre e ineluttabilmente i mediatori di questi riti.
Per dare un'idea, ora, della crudezza della pratica sacrifica presso i Celti, rifacciamoci a tre autori romani. Nell'ordine, Cesare, Strabone e Diodoro Siculo.
Cesare, nel De Bello Gallico (VI,16), scrive:
"I Galli sono molto dediti alle pratiche religiose, perciò quelli che sono gravemente ammalati o si trovano in guerra o in pericolo, fanno sacrifici umani o fanno voto di immolarne e si servono dei druidi come esecutori di questi sacrifici: essi credono infatti che gli dei immortali non possono essere soddisfatti se non si dà loro, in cambio della vita di un uomo, la vita di un altro uomo; fanno perciò anche sacrifici ufficiali di questo genere. Certe popolazioni costruiscono statue enormi, fatte di vimini intrecciati, che riempiono di uomini vivi ed incendiano, facendoli morire tra e fiamme. Credono che cosa più gradita agli dei sia il sacrificio di coloro che sono sorpresi a rubare, rapinare o commettere qualche altro delitto; ma quando mancano costoro, sacrificano anche degli innocenti."
Strabone (Geogr. IV, 5), scrive:
"I Romani posero fine a queste usanze, nonché ai sacrifici e alle pratiche divinatorie contrastanti con le nostre istituzioni. Così un uomo era stato consacrato agli dei, lo si colpiva alla spalla con una spada da combattimento e si divinava il futuro a seconda delle convulsioni dell'agonizzante. Non si praticavano mai sacrifici senza l'assistenza dei druidi: così talora uccidevano le vittime a colpi di frecce, o le crocifiggevano nei loro templi o, ancora, fabbricavano un colosso di fieno e di legno, vi introducevano animali domestici e selvatici di ogni tipo assieme a degli uomini e vi appiccavano fuoco."
Ed ecco cosa dice Diodoro Siculo:
"Essi sono - è una conseguenza della loro natura selvaggia - di un'empietà mostruosa nei loro sacrifici. Così, tengono imprigionati i malfattori per un periodo di cinque anni e poi, in onore ai loro dei, li impalano e ne vanno degli olocausti, aggiungendo ad essi molte altre offerte, su immense pire appositamente preparate. Trasformano anche i prigionieri di guerra in vittime per onorare i loro dei. Alcuni usano allo stesso modo anche gli animali catturati in guerra. Li uccidono unitamente agli uomini o li bruciano, o li fanno perire con altri supplizi."
Il seguente schema può essere utile per classificare i vari tipi di sacrificio rituale in uso presso i Celti:
* INCRUENTO, ovvero a livello sacerdotale usando per uccidere gli elementi della natura, senza uso di armi. Abbiamo così le impiccagioni, le crocifissioni, le immersioni, le cremazioni e le inumazioni.
* CRUENTO, ovvero uccisione con la spada, la lancia o qualsiasi altra arma.
* LIQUIDO O VEGETALE, tramite oblazione o libagione fino a far scoppiare lo stomaco.
Tutti questi sacrifici così atroci, come ripeto, ci generano sgomento e riprovazione, però noi non siamo a conoscenza di come i concetti di vita e morte fossero vissuti ed amalgamati nella mentalità dei Celti.
Ho l'impressione che anche le morti più cruente per sacrificio fossero viste come una sorta di fenomeno naturale rientrante nel significato sacrale degli eventi, che spesso richiedeva vite umane attraverso le guerre o svariate sofferenze.
Al più, nel concetto celtico, il Druido si sostituiva gli dei e, in loro onore, generava processi naturali di trasformazione da vita fisica a morte.
Edicolaweb - DRUIDI E SACRIFICI UMANI NEL MONDO CELTICO - di Antonio Bruno





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