L’Espresso dedica la copertina e l’inchiesta principale a Renato Brunetta.
C'è una fisiologia per cui pare scontato che l'Espresso attacchi Brunetta e il Giornale lo difenda, e c’è un rispetto deontologico che porterebbe a non disprezzare il lavoro di alcun collega: anche se gli autori dell’inchiesta, Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo, ci avevano abituati a sciatterie mica da ridere.
Però, ecco: a legger bene l’inchiesta viene quasi una malinconia professionale, come dire.
E non tanto per l’inutile malizia e la relativa notorietà di quanto scritto, e neppure per la facilità con cui Brunetta ha già smontato tutto, e neppure per la dettagliata pubblicazione dei recapiti di chi non a caso vive sotto scorta.
È che noi giornalisti, ogni tanto, dovremmo trovare la forza di dire così: direttore, sorry, il servizio non c’è, nada de nada, l’inchiesta che ci hai commissionato non ha portato a niente, manca proprio la notizia.
Il problema è che la notizia, chiamiamola, la si decide prima di cercarla e soprattutto di trovarla.
E infatti il più contento dell’inchiesta de L'espresso è proprio Brunetta: «Questa attenzione non può che farmi piacere, il contenuto ancora di più». Resta l’intenzione: distruggere Brunetta.
Non uno a caso: Brunetta, un uomo che sta facendo quello che sappiamo nei settori che sappiamo.
Il che dimostra, servisse, da che parte stanno i conservatori in questo Paese.
Filippo Facci su www.ilgiornale.it 14 11 08
saluti




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