OMNIA SUNT COMMUNIA
CRESCITA E SVILUPPO, DUE CONCETTI DIVERSI (inviata a Liberazione e mai pubblicata)
CRESCITA E SVILUPPO, DUE CONCETTI DIVERSI
Il dibattito ospitato sulle pagine di Liberazione nel corso degli ultimi due mesi è
di estremo interesse e rilievo. Provo, da una parte, a focalizzare meglio la
questione di classe, e dall'altra a suggerire alcune precisazioni di carattere
concettuale.
Brancaccio (su Liberazione del 4-5/9) si chiede: siamo per caso di fronte a una "presa di coscienza della borghesia" riguardo al diffondersi e all'intensificarsi
della crisi ambientale a livello planetario? È un dilemma classico: la borghesia, che gestisce la società capitalista sin dal suo sorgere, è poi all'altezza di
affrontarne e risolverne le drammatiche crisi? La risposta potrebbe essere un
mezzo si: non è solo quanto scritto da Sartori (sul Corriere della Sera del 3/9) a darci indicazioni in questo senso. Ci sono anche, ad esempio, le prime pagine di
molti quotidiani francesi dello scorso 12/9, che riportavano le dichiarazioni del
primo ministro De Villepin, secondo il quale è tempo di preparare l'era del dopopetrolio
(testuale). D'altronde, tutti i giornali francesi, da mesi, riportano ogni
giorno articoli sul problema dell'aumento del prezzo del greggio, nei quali si
affronta, senza alcun infingimento consolatorio, il problema della scarsità della
risorsa (l'incombente "picco di Hubbert").
Questa, se vogliamo, è l'attitudine della borghesia migliore, quella parte cioèdella classe capitalistica ancora pronta alle innovazioni, progressiva. È una borghesia, questa, che ritiene di poter ancora "gestire la baracca", di poter
abbracciare tutto il processo produttivo, globalmente, con la propria razionalità.
Ma esiste anche un'altra borghesia, fatta di pezzi di classe possidente incapaci
di innovazione, tutti concentrati sulla propria rendita e sulla speculazione.
Quest'ultima è la borghesia della guerra, quella che ha invaso l'Iraq e promette
di invadere l'Iran e vorrebbe smembrare Russia e Cina: la guerra è il suo modo di essere cosciente e di affrontare la fase terminale della economia del petrolio.
Non ha peraltro torto nemmeno Patrizia Sentinelli quando (su Liberazione del
7/9) fa riferimento ad uno scontro anche tra le borghesie capitaliste di fronte alla crisi delle risorse così come di fronte alla saturazione dei mercati.
Il problema è allora quale atteggiamento tenere nei confronti di questa borghesia
in crisi. Dobbiamo aiutare noi i capitalisti ad uscire dalle proprie contraddizioni,
ovvero dalle contraddizioni (quale quella, stridente, tra società dei consumi
sfrenati e limiti inesorabili delle risorse) che hanno essi stessi prodotto?
Sentinelli parla di egemonia: anche questo è giusto, ma per fare egemonia bisogna rappresentare uno specifico soggetto sociale - ovvero politico, in senso
alto - e dunque (ma solo dopo) culturale. Ovvio che poi, l'esito, riguarderà
comunque tutti. Il problema è però chi rappresentiamo noi. Farsi portavoce degli sfruttati, prime vittime delle contraddizioni drammatiche del sistema, e
rappresentare così un altro soggetto, un'altra fase, oppure co-gestire questa
fase, per salvare questa baracca (e questa borghesia) qui? Vengo ad un altro ordine di problemi. Gli ambientalisti hanno ragione perchésono materialisti
, scrive Brancaccio. Intende dire: hanno ragione solo quelli che,tra gli ambientalisti, sono materialisti. Essi hanno ragione perché "hanno compreso, prima e meglio di tutti, che lo sviluppo illimitato del capitale si inscrive
in un orizzonte naturale finito, e che già da tempo si avvertono i primi, devastanti
segnali di impatto tra la meccanica pervasiva dell'accumulazione capitalistica e i
confini insuperabili del sistema naturale" (Liberazione del 27/7), al punto che "la plausibilità di una apocalisse ambientale [è] ormai un dato scientificoincontrovertibile"
(Liberazione del 4-5/9). Esistono però, come ci ricordava Ricci(su Liberazione del 26/7), anche altri "ambientalisti": quelli che non sono materialisti, bensí spiritualisti, irrazionalisti, reazionari, antiprogressisti -
insomma quelli che hanno torto marcio. Per comprendere se, ad esempio,
Latouche faccia o meno parte di questi ultimi io credo si debba fare una
premessa, per sgombrare finalmente il campo da alcuni equivoci.
Esiste, di fatto, una difficoltà non solo lessicale sui concetti di "crescita" e
"sviluppo".
Marx pensava che lo sviluppo delle forze produttive fosse necessario per creare la base materiale per la transizione al comunismo. Personalmente credo che
Marx possa essersi al limite sbagliato rispetto alla transizione al comunismo, ai suoi tempi e modi, ma sicuramente non rispetto allo sviluppo delle forzeproduttive
. Infatti 1. gli esseri umani vogliono vivere sempre meglio e più a lungo, dunque è nella loro natura "ontologica" il fatto di elaborare sempre nuove
soluzioni per i propri problemi, ed evolvere cosí socialmente e dunque nelle
forze produttive ("sviluppo"); 2. nella ideologia marxiana, come pure in Engels,
tutto si "sviluppa", nel senso che, se la realtà è insieme materiale e dialettica,necessariamente si è in presenza del suo continuo superamento. Lo sviluppo è inerente al reale: è una qualità della Natura.
Per entrambi i suddetti motivi, la distinzione tra chi crede nella
positività/necessità dello sviluppo e chi invece vi si oppone coincide esattamentecon la distinzione tra pensiero progressista e pensiero conservatore-reazionario,ovvero - nell'accezione più generale possibile - tra
sinistra e destra. Peraltro, il fatto che qualcuno aborrisca un ulteriore "sviluppo" è del tutto
irrilevante rispetto a dove poi andrà realmente la società, e quindi la Storia
umana. Seppure noi ci "liberassimo" del concetto, non avremmo risolto, ma
semplicemente omesso, il problema. Solo qualche idealista estremamente
ingenuo può pensare che da un mutamento "culturale", o addirittura "morale",
deciso a tavolino, volontaristicamente da alcuni intellettuali (la risibile derivaetico-normativa di cui ha scritto Brancaccio), possa scaturire una trasformazione economica, sociale, o politica qualsivoglia. Ha torto anche chi imputa alla
"piccola borghesia", alla "classe media" ed alla, diciamo, depravazione di
questa, la corsa ai consumi ed allo spreco. In questa società tutti vanno verso la crescita e lo spreco, noi compresi, e non per una nostra abiezione morale, bensí
per una legge interna del modo di produzione ed accumulazione. Vaglielo a dire
ai ai popoli dell'Africa e dell'Asia che non dovrebbero svilupparsi, perchè lo abbiamo già fatto noi e... i prodotti finiti glieli vendiamo noi, basta che loro ci
regalino le loro ricchezze e la loro forza-lavoro... Questo è in fondo l'esito
ultrareazionario dell'"ecologismo senza marxismo". La causa della crisi
ambientale infatti - a sentire pure certi intellettuali borghesi che scrivono sui
grandi quotidiani (gli illuminati alla Sartori sono una minoranza, ahinoi) - non
sarebbe la logica del profitto, bensí... i cinesi! I quali, siccome sono nel Sud del
mondo, non avrebbero gli stessi diritti nostri: noi le automobili si, magari
all'idrogeno, che va di moda; ai cinesi invece no, perchè nella "gerarchia delle
civiltà" quella cinese occuperebbe qualcuna delle ultime posizioni.
Anzichè parlare di arrestare lo "sviluppo", articoliamo piuttosto la critica al
sistema capitalistico, consumistico ed energivoro, responsabile delle crisi globali
e specialmente di quella, epocale, dei combustibili fossili; preoccupiamoci
piuttosto dello "spreco", della "inequa redistribuzione", ovvero dello
"sfruttamento", inerenti ai meccanismi di produzione, riproduzione, crescita, e...
autodistruzione su cui si basa questo sistema. La critica può legittimamente essere rivolta al capitalismo in quanto società della crescita (accumulazione)
dissennata. Essa può legittimamente essere rivolta alla crescita, senza condannare scioccamente lo sviluppo, come è stato spiegato bene (su LeMonde Diplomatique di Luglio 2004) nell'articolo
"Sviluppo e crescita non sono necessariamente appaiati" di Jean-Marie Harribey:
"Gli anti-sviluppo attribuiscono il fallimento delle strategie di sviluppo al vizio
considerato di fondo di ogni sviluppo e mai ai rapporti di forza sociali che, per
esempio, impediscono ai contadini di avere accesso alla terra a causa di
strutture fondiarie ingiuste. Di qui l'elogio senza sfumature dell'economia
informale, dimenticando che essa vive spesso sui resti dell'economia ufficiale. E
di qui la definizione dell'uscita dallo sviluppo come un'uscita dall'economia,
perché quest'ultima non potrebbe essere diversa da quella che ha costruito il
capitalismo..."
Latouche in questo senso è ambiguo: egli parla di società della decrescita, ma si scaglia in effetti contro lo sviluppo. Per questo motivo, egli è lontano dalpensiero di derivazione marxista o, più genericamente, progressista.
Andrea Martocchia
ARDITI NON GENDARMI