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Discussione: Casca a pennello...

  1. #1
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    Talking Casca a pennello...

    I limiti dello sviluppo: dibattito con Massimo Fini e Maurizio Pallante

    (video)

    di redazionale - 22/11/2008

    www.arcoiris.tv

    Il 12 febbraio 2008, presso la libreria Feltrinelli di Piazza Duomo a Milano, si è tenuto un incontro, organizzato da Movimento Zero, tra Massimo Fini, giornalista, saggista, scrittore (la sua ultima fatica letteraria è "Ragazzo" editore Marsilio) e Maurizio Pallante, saggista, promotore del "Movimento per la decrescita felice" ed autore de "Discorso sulla decrescita. Manifesto per una felice sobrietà" editore Luca Sossella.

    I due autori, fortemente distanti per percorso e formazione culturale, si
    confrontano su un tema reso ancora più attuale in questi mesi di crisi
    finanziaria: i limiti dello sviluppo, la necessità della decrescita, la
    frenesia dell' "homo economicus" e una domanda centrale; siamo sicuri che
    questo stile di vita occidentale, che consideriamo come acclamato e
    invidiato da tutti i paesi del Sud del Mondo, che concepiamo come apice e
    punto d'arrivo sia un sistema equo, giusto e soprattutto destinato a durare?
    Massimo Fini e Maurizio Pallante affrontano questi temi in un confronto
    coinvolgente, analizzandone le sfaccettature più variegate.

    Modera l'incontro Andrea Ratti.

    Produzione: Arcoiris Tv Piacenza
    http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Unique&id=10977

  2. #2
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    CRESCITA E SVILUPPO, DUE CONCETTI DIVERSI (inviata a Liberazione e mai pubblicata)

    CRESCITA E SVILUPPO, DUE CONCETTI DIVERSI

    Il dibattito ospitato sulle pagine di Liberazione nel corso degli ultimi due mesi è
    di estremo interesse e rilievo. Provo, da una parte, a focalizzare meglio la
    questione di classe, e dall'altra a suggerire alcune precisazioni di carattere
    concettuale.
    Brancaccio (su Liberazione del 4-5/9) si chiede:
    siamo per caso di fronte a una
    "presa di coscienza della borghesia" riguardo al diffondersi e all'intensificarsi
    della crisi ambientale a livello planetario?
    È un dilemma classico: la borghesia,
    che gestisce la società capitalista sin dal suo sorgere, è poi all'altezza di
    affrontarne e risolverne le drammatiche crisi? La risposta potrebbe essere un
    mezzo
    si: non è solo quanto scritto da Sartori (sul Corriere della Sera del 3/9) a
    darci indicazioni in questo senso. Ci sono anche, ad esempio, le prime pagine di
    molti quotidiani francesi dello scorso 12/9, che riportavano le dichiarazioni del
    primo ministro De Villepin, secondo il quale è tempo di preparare l'era del dopopetrolio
    (testuale). D'altronde, tutti i giornali francesi, da mesi, riportano ogni
    giorno articoli sul problema dell'aumento del prezzo del greggio, nei quali si
    affronta, senza alcun infingimento consolatorio, il problema della scarsità della
    risorsa (l'incombente "picco di Hubbert").
    Questa, se vogliamo, è l'attitudine della borghesia
    migliore, quella parte cioèdella classe capitalistica ancora pronta alle innovazioni, progressiva. È una
    borghesia, questa, che ritiene di poter ancora "gestire la baracca", di poter
    abbracciare tutto il processo produttivo, globalmente, con la propria razionalità.
    Ma esiste anche un'altra borghesia, fatta di pezzi di classe possidente incapaci
    di innovazione, tutti concentrati sulla propria rendita e sulla speculazione.
    Quest'ultima è la borghesia della guerra, quella che ha invaso l'Iraq e promette
    di invadere l'Iran e vorrebbe smembrare Russia e Cina:
    la guerra è il suo modo
    di essere cosciente e di affrontare la fase terminale della economia del petrolio.
    Non ha peraltro torto nemmeno Patrizia Sentinelli quando (su Liberazione del
    7/9) fa riferimento ad uno
    scontro anche tra le borghesie capitaliste di fronte alla
    crisi delle risorse così come di fronte alla saturazione dei mercati.
    Il problema è allora quale atteggiamento tenere nei confronti di questa borghesia
    in crisi. Dobbiamo aiutare noi i capitalisti ad uscire dalle proprie contraddizioni,
    ovvero dalle contraddizioni (quale quella, stridente, tra società dei consumi
    sfrenati e limiti inesorabili delle risorse) che hanno essi stessi prodotto?
    Sentinelli parla di
    egemonia: anche questo è giusto, ma per fare egemonia
    bisogna rappresentare uno specifico soggetto sociale - ovvero politico, in senso
    alto - e dunque (ma solo dopo) culturale. Ovvio che poi, l'esito, riguarderà
    comunque tutti. Il problema è però
    chi rappresentiamo noi. Farsi portavoce degli
    sfruttati, prime vittime delle contraddizioni drammatiche del sistema, e
    rappresentare così un altro soggetto, un'altra fase, oppure co-gestire questa
    fase, per salvare questa baracca (e questa borghesia) qui?
    Vengo ad un altro ordine di problemi. Gli ambientalisti hanno ragione perchésono materialisti
    , scrive Brancaccio. Intende dire: hanno ragione solo quelli che,tra gli ambientalisti, sono materialisti. Essi hanno ragione perché "hanno
    compreso, prima e meglio di tutti, che lo sviluppo illimitato del capitale si inscrive
    in un orizzonte naturale finito, e che già da tempo si avvertono i primi, devastanti
    segnali di impatto tra la meccanica pervasiva dell'accumulazione capitalistica e i
    confini insuperabili del sistema naturale"
    (Liberazione del 27/7), al punto che "la
    plausibilità di una apocalisse ambientale [è] ormai un dato scientificoincontrovertibile"
    (Liberazione del 4-5/9). Esistono però, come ci ricordava Ricci(su Liberazione del 26/7), anche altri "ambientalisti": quelli che non sono
    materialisti, bensí spiritualisti, irrazionalisti, reazionari, antiprogressisti -
    insomma quelli che hanno torto marcio. Per comprendere se, ad esempio,
    Latouche faccia o meno parte di questi ultimi io credo si debba fare una
    premessa, per sgombrare finalmente il campo da alcuni equivoci.
    Esiste, di fatto, una difficoltà non solo lessicale sui concetti di "crescita" e
    "sviluppo".
    Marx pensava che lo
    sviluppo delle forze produttive fosse necessario per creare
    la base materiale per la transizione al comunismo. Personalmente credo che
    Marx possa essersi al limite sbagliato rispetto alla
    transizione al comunismo, ai
    suoi tempi e modi, ma sicuramente non rispetto allo sviluppo delle forzeproduttive
    . Infatti 1. gli esseri umani vogliono vivere sempre meglio e più a
    lungo, dunque è nella loro natura "ontologica" il fatto di elaborare sempre nuove
    soluzioni per i propri problemi, ed evolvere cosí socialmente e dunque nelle
    forze produttive ("sviluppo"); 2. nella ideologia marxiana, come pure in Engels,
    tutto si "sviluppa", nel senso che, se la realtà è insieme
    materiale e dialettica,necessariamente si è in presenza del suo continuo superamento. Lo sviluppo è
    inerente al reale: è una qualità della Natura.
    Per entrambi i suddetti motivi, la distinzione tra chi crede nella
    positività/necessità dello
    sviluppo e chi invece vi si oppone coincide esattamente
    con la distinzione tra pensiero progressista e pensiero conservatore-reazionario,ovvero - nell'accezione più generale possibile - tra
    sinistra e destra.
    Peraltro, il fatto che qualcuno aborrisca un ulteriore "sviluppo" è del tutto
    irrilevante rispetto a dove poi andrà realmente la società, e quindi la Storia
    umana. Seppure noi ci "liberassimo" del concetto, non avremmo risolto, ma
    semplicemente omesso, il problema. Solo qualche idealista estremamente
    ingenuo può pensare che da un mutamento "culturale", o addirittura "morale",
    deciso a tavolino, volontaristicamente da alcuni intellettuali (la
    risibile derivaetico-normativa di cui ha scritto Brancaccio), possa scaturire una trasformazione
    economica, sociale, o politica qualsivoglia. Ha torto anche chi imputa alla
    "piccola borghesia", alla "classe media" ed alla, diciamo, depravazione di
    questa, la corsa ai consumi ed allo spreco. In questa società
    tutti vanno verso la
    crescita e lo spreco, noi compresi, e non per una nostra abiezione morale, bensí
    per una legge interna del modo di produzione ed accumulazione. Vaglielo a dire
    ai ai popoli dell'Africa e dell'Asia che non dovrebbero
    svilupparsi, perchè lo
    abbiamo già fatto noi e... i prodotti finiti glieli vendiamo noi, basta che loro ci
    regalino le loro ricchezze e la loro forza-lavoro... Questo è in fondo l'esito
    ultrareazionario dell'"ecologismo senza marxismo". La causa della crisi
    ambientale infatti - a sentire pure certi intellettuali borghesi che scrivono sui
    grandi quotidiani (gli illuminati alla Sartori sono una minoranza, ahinoi) - non
    sarebbe la logica del profitto, bensí... i cinesi! I quali, siccome sono nel Sud del
    mondo, non avrebbero gli stessi diritti nostri: noi le automobili si, magari
    all'idrogeno, che va di moda; ai cinesi invece no, perchè nella "gerarchia delle
    civiltà" quella cinese occuperebbe qualcuna delle ultime posizioni.
    Anzichè parlare di arrestare lo "sviluppo", articoliamo piuttosto la critica al
    sistema capitalistico, consumistico ed energivoro, responsabile delle crisi globali
    e specialmente di quella, epocale, dei combustibili fossili; preoccupiamoci
    piuttosto dello "spreco", della "inequa redistribuzione", ovvero dello
    "sfruttamento", inerenti ai meccanismi di produzione, riproduzione, crescita, e...
    autodistruzione su cui si basa
    questo sistema. La critica può legittimamente
    essere rivolta al capitalismo in quanto società della crescita (accumulazione)
    dissennata. Essa può legittimamente essere rivolta alla crescita, senza
    condannare scioccamente lo sviluppo, come è stato spiegato bene (su LeMonde Diplomatique di Luglio 2004) nell'articolo
    "Sviluppo e crescita non sono
    necessariamente appaiati" di Jean-Marie Harribey:
    "Gli anti-sviluppo attribuiscono il fallimento delle strategie di sviluppo al vizio
    considerato di fondo di ogni sviluppo e mai ai rapporti di forza sociali che, per
    esempio, impediscono ai contadini di avere accesso alla terra a causa di
    strutture fondiarie ingiuste. Di qui l'elogio senza sfumature dell'economia
    informale, dimenticando che essa vive spesso sui resti dell'economia ufficiale. E
    di qui la definizione dell'uscita dallo sviluppo come un'uscita dall'economia,
    perché quest'ultima non potrebbe essere diversa da quella che ha costruito il
    capitalismo..."
    Latouche in questo senso è ambiguo: egli parla di società della decrescita, ma si scaglia in effetti contro lo sviluppo. Per questo motivo, egli è lontano dal
    pensiero di derivazione marxista o, più genericamente, progressista.


    Andrea Martocchia


    ARDITI NON GENDARMI


  3. #3
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    Invito alla lettura




    Il libro di Luciano Vasapollo, dal titolo: “L’acqua scarseggia...ma la papera galleggia”, parafrasando una vecchia espressione popolare, è indicativo ed esemplificativo di una situazione mondiale di degrado ambientale che finalmente si sta comprendendo in maniera inequivocabile: le risorse naturali non sono infinite. Corre l’obbligo, quindi, di prestare la giusta attenzione a quelli che sono i limiti di uno sviluppo economico, o meglio di uno “sviluppismo”, così come viene definito dall’autore, che non può percorrere da solo una strada senza tener conto degli equilibri della Natura. Non sempre i temi della tutela della biodiversità, del risparmio delle risorse naturali o della riconversione della produzione dell’energia in maniera ecocompatibile, vengono recepiti nella giusta accezione dall’opinione pubblica ed ancor meno dai Governi di quei Paesi che definiamo “sviluppati” o “in via di sviluppo”, che ad arte coniano esigenze di crescita indefinibili che sfociano sempre in un improbabile progresso per la popolazione. In realtà si tratta di un alibi per continuare a percorrere la via dello “sviluppismo” inteso solo come crescita del profitto economico per pochi. Ben venga, dunque, l’introduzione reale ed applicato del cosiddetto PIL Verde. Un concetto che potrebbe rappresentare concretamente il matrimonio tra Ecologie ed Economia. Un matrimonio che però dia lo stesso valore ad entrambi i partner, senza che l’Economia debba far per forza ombra sull’Ecologia, come avviene ancora oggi quando si parla di sviluppo sostenibile. Il PIL Verde tiene in debito conto anche il concetto dell’Impronta Ecologica, cioè lo spazio fisico di territorio e di risorse naturali che ognuno di noi consuma in base ai propri stili di vita. Questo spazio o “impronta” è tanto più grande quanto più è sfrenato ed esagerato lo stile di vita consumistico. Nei cosiddetti Paesi Occidentali questo spazio viene esteso sempre più a causa dell’utilizzo smodato di energia, risorse naturali e di beni ed oggetti creati con il criterio “dell’usa e getta” e dell’accorciamento della vita stessa della merce. Quindi tutto lo spreco di energia, acqua ed altre risorse naturali è legato alla produzione di questi oggetti, molto spesso anche inutili. Anche l’alimentazione umana o degli animali domestici ricopre un ruolo predominante nell’allargamento dell’estensione di tale indice di sfruttamento della Natura (l’impronta ecologica appunto). Ovviamente l’iperproduzione di alcuni particolari tipi di alimenti generano in maniera esponenziale la distruzione di ecosistemi naturali e provocano grande perdita di biodiversità. Il valore della biodiversità, neologismo coniato per rappresentare la diversità della Vita, intesa a livello di geni (DNA), a livello di specie biologiche e a livello di ecosistemi diversi, non viene ancora considerato in maniera esaustiva circa l’utilità che ha nei confronti della protezione delle popolazioni umane. Sembra lontano dalle esigenze quotidiane il valore della protezione della biodiversità. Però, non appena si comprende che la nostra vita sulla terra è legata indissolubilmente alla varietà della Vita, allora anche la protezione di una piccola orchidea o la tutela di alcuni rarissimi insetti può diventare attività indispensabile tesa alla nostra stessa sopravvivenza. L’economia sviluppistica dominante, invece, ha prodotto in tempi troppo brevi un’alterazione degli equilibri naturali che già oggi possiamo definire molto preoccupanti. Ma il futuro ci appare ancor meno rassicurante vista la direzione in cui sta viaggiando la locomotiva economica mondiale, ancora imperniata sul massiccio sfruttamento dei combustibili fossili per la produzione di energia e di beni di largo consumo. L’auspicio del matrimonio tra Ecologia ed Economia è proprio quello di attuare uno sviluppo in cui si rispettino gli equilibri della Natura, conservando un pianeta che sia vivibile anche per chi verrà a viverlo dopo di noi.

    * Biologo-Ecologo e Consigliere del direttivo del WWF Campania.


    ARDITI NON GENDARMI

 

 

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