Edizione 254 del 25-11-2008
Un uomo sempre “nel coro”
Curzi, il compagno comodo
di Romano Bracalini
Accompagnando la salma all’ultima dimora, il mondo politico italiano col solito contorno di giornalisti e intellettuali di giro, in un convenzionale cordoglio trasversale, da destra e da sinistra, ha intonato il commosso epicedio in memoria del compagno Curzi, uomo affabile e cordiale, e all’apparenza privo di rigidità ideologiche, come può ricordare chiunque l’abbia conosciuto tra i quali il sottoscritto. E proprio questo suo lato del carattere incuriosisce al punto da non spiegarci come il tempo passato, tra tragedie e miti, tra cingolati e ideali, non avesse intaccato nessuna delle sue granitiche e messianiche certezze. Tuttavia qualcosa del suo passato deve ancora imbarazzare se nel coro di elogi, distribuiti senza risparmio da uomini di governo e di opposizione,e financo da anonimi cittadini, interpellati all’uopo dalla TV, come si fa con i personaggi di rilievo, è quasi passata sotto silenzio, in una sorta di concertata e accorta omissis, la giovanile milizia comunista che nell’immediato dopoguerra, in piena guerra fredda e di contrapposizione tra i blocchi, condusse Sandro Curzi nella Cecoslovacchia del gauleiter rosso Klement Gottwald, nella Praga tetra e poliziesca appena asservita all’impero moscovita,da dove in collaborazione con radio Praga, insieme a una trentina di altri compagni fuoriusciti, tra cui Moranino, che era il capo e l’animatore del gruppo, organizzava trasmissioni radiofoniche di propaganda stalinista dirette agli emigrati italiani in Germania e in Belgio ma ascoltate anche in parecchie zone d’Italia.
Le frettolose biografie dell’estinto lo hanno taciuto, come si fa con le cose meno gradite, benché lo stesso Curzi lo avesse raccontato in un libro pubblicato nel 1996 da Mondadori intitolato “Il compagno scomodo”, nel quale, dopo aver parlato di rimorsi e di rimpianti, si rimprovera di non aver capito quando avrebbe potuto e dovuto capire. E’ un’ammissione, non una sconfessione. Perché, anche in seguito, non scalfito dalla tragedia ungherese del ’56 nè da quella cecoslovacca del ‘68, né dal fallimento finale di un’utopia, il compagno Curzi, affettuosamente detto “la pajata”, ontinua a percorrere tutti gli stadi della sua paciosa e cordialissima incoerenza. Giornalista del Gr1 diretto da Sergio Zavoli, altro direttore per tutte le stagioni; direttore del TG3, quando la lottizzazione partitocratica lo diede in appalto al PCI, riuscì a farne un megafono di partito così evidente e smaccato che l’attributo di “Telekabul” (dalla capitale dell’Afghanistan occupata dai sovietici), non parve né offensivo né esagerato. Fortuna che non era uomo di rigide visioni! La sera, al telegiornale principale, improvvisava editoriali ruspanti in una lingua colorita irta di anacoluti, che risentiva di lontani echi di cellula romana e di abbacchio scottadito. Fu sempre uomo di parte. Quando Luciano Violante, in un intervento molto contrastato sulla cosiddetta “pacificazione”, si mostrò propenso a riconoscere anche le ragioni di chi aveva combattuto dalla parte di Salò, Curzi riconobbe che anche lui avrebbe potuto combattere con la camicia nera e gli credemmo sulla parola.
Sempre con l’eterno sorriso cordiale e la pipa, Curzi aveva di questi snobismi un po’ datati. Un po’ come le sue idee. Aveva preso casa a Parigi ,un’altra vanteria, ma era rimasto un romano de Roma. Lo incontravo spesso alla Carbonara in Campo de’ Fiori. Era anche lui convinto che al partito spettassero funzioni e privilegi per diritto divino. Con Corradino Mineo, altro cronista di partito, aveva scritto un libro a quattro mani intitolato “Giù le mani dalla Rai”. Mineo è quello che presidia Raitre ogni mattina all’ora del caffè. Il suo “Giù le mani dalla Rai”, ntendendo dire le mani degli altri, ha dato buoni frutti. Quanto a Curzi i ricordi della Praga stalinista dovevano sembrargli lontani e come peccati di gioventù, se dopo taluni rimorsi e tormenti, presto rientrati, era passato dalle macerie del vecchio PCI a Rifondazione Comunista con Fausto Bertinotti che almeno vanta un passato non comunista e ogni volta che apre bocca si capisce. Curzi no.
Era rimasto un comunista viscerale convinto che gli errori non fossero impliciti nel sistema o nella dottrina, ma negli uomini e non si capisce da dove i laudatori abbiano tratto la convinzione che Curzi fosse politicamente malleabile, un comunista non settario benché sorridente e mite anche in quest’ultimi anni segnati dalla malattia. L’avremmo preferito meno cordiale e più dubbioso, più portato a considerare le dottrine totalitarie d’ogni specie l’errore del nostro tempo e una tragedia .In fondo l’omaggio unanime del mondo politico e giornalistico è stato un riconoscimento dovuto a un uomo che ne ha fatto parte a pieno titolo e con tutti i vantaggi. Non n’è mai stato mai fuori,né ai margini. Ne ha goduti tutti privilegi, benché i riconoscimenti fossero superiori ai meriti. Fosse stato un eretico,un compagno “scomodo”, come lui stesso amò definirsi sapendo che non era vero, nessuno se lo sarebbe filato,s arebbe morto senza le lacrime dell’ufficialità la quale invece, per non smentire la propria natura accondiscendente e ipocrita, ha voluto accompagnarlo all’ultimo viaggio con gli onori riservati a coloro che con intonazioni diverse e da barricate opposte hanno sempre cantato nel coro. E Curzi, riposi in pace, vi cantò.
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