DI FRONTE ALLA CRISI POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE
C’E’ UNA SOLA VIA D’USCITA: INDIPENDENTZIA
Le dimissioni presentate ieri dalla giunta “Soru” rappresentano l’ultimo atto di quella guerra interna che da mesi dilania il PD sardo e che è specchio di uno scontro più aspro tra due fazioni interne alla classe politica “compradora” sarda che vede contrapposti da una parte coloro che interpretano il proprio ruolo quale classe politica che gestisce il potere in posizione subordinata ai voleri della centrale romana, dall’altra coloro che tentano di ricalcarsi un ruolo di classe politica “nazionale”, con maggiori poteri contrattuali nei confronti del “potere italiano”.
Al momento dell’annuncio delle dimissioni, dai banchi in cui siedono i rappresentanti del centro-destra italianista si è levato un applauso. Questi signori infatti già pregustano la possibilità di poter gestire il potere in colonia per conto del proprio padrone: lo stato italiano.
E’ necessario ribadire, alla luce della campagna elettorale che si avvierà nei prossimi giorni, che l’ingannevole scontro tra centro-sinistra e centro-destra italianista è sempre poggiato su un solido fondamento: che sia destra o che sia sinistra la dominazione italiana sulla nostra terra non viene messa in discussione. E quanto sia la destra che la sinistra italianista vogliano bene alla nostra patria sarda l’hanno saputo dimostrare egregiamente proprio con i loro rappresentanti sardi in Regione. Quando a Roma e in Regione c’era il centrodestra hanno pensato bene, in perfetto accordo tra padroni e servi, di cercare di rifilarci le scorie nucleari, esattamente come oggi ci vogliono rifilare le centrali nucleari; quando a Roma e in Regione c’è stato il centrosinistra allo stesso modo hanno pensato bene di portarci la mondezza italiana. O per un verso o per l’altro l’Italia non ci da altro che rifiuti.
Quanti di questi esponenti della classe politica italianista hanno fatto gli interessi del nostro Popolo ogni volta che si sono allineati alle decisioni dei partiti italiani? Ogni volta che sono rimasti in silenzio per disciplina di partito? Ogni qualvolta hanno votato per una qualsiasi legge italiana da imporre alla nostra terra? I Sardi che siedono nei banchi del consiglio regionale, questa è la dura realtà, non lo fanno soltanto per avere dei benefici personali, lo fanno perché si sentono italiani, e da italiani ragionano: tutto ciò che essi identificano come “bene comune” altro non è che il bene dell’Italia.
Del resto, per esprimere un giudizio sulla classe politica “compradora” sarda considerata nel suo insieme, senza sterili distinzioni tra destra e sinistra (visto che entrambi servono lo stesso padrone), basta dare un’occhiata obiettiva alle condizioni di vita che si vivono nella nostra Natzione!
Paradossalmente le dimissioni sono state presentate lo stesso giorno in cui la Polimeri Europa, controllata dall’ENI, annunciava la chiusura per due mesi degli stabilimenti di Porto Torres, determinando il rischio chiusura per l’intero settore petrolchimico presente in Sardigna e aprendo le porte ad oltre 5000 licenziamenti.
La Polimeri Europa è solamente l’ultima di una lunga serie di realtà produttive operanti in Sardigna fallite o in grave crisi economica; lista che contiene i nomi di Legler, Unilever, Queen, Palmera per fermarci solamente agli esempi più recenti nel tempo (altrimenti si potrebbero citare: cartiera di Arbatax, Nuova Scaini e decine di altre realtà in crisi).
Queste realtà sono solo la punta di un iceberg che vede alla propria base decine, se non centinaia, di progetti produttivi finanziati con soldi pubblici e mai realizzati. Negli ultimi anni in Sardigna infatti sono stati ripetutamente finanziati progetti industriali spesso presentati da società (la maggioranza delle quali con sede legale in nord italia) che erano già state più volte condannate per truffa, le quali, nuovamente, hanno incassato i finanziamenti e hanno lasciato i disoccupati sulla strada. Allo stesso modo le aziende che invece sono realmente produttive, e che hanno per giunta un bilancio in attivo, minacciano di voler smantellare il loro apparato produttivo per trasferirlo all’estero, in Paesi dove il costo del lavoro è inferiore alla Sardigna. La Regione allora deve ciclicamente stanziare fondi di milioni di euro anche per queste aziende e convincerle così a rimanere in Sardigna.
In un regime di dipendenza come quello che viene imposto alla nostra terra, anche le fabbriche – che sono il simbolo della produzione – non devono produrre, devono indebitarsi, devono stare sempre sull’orlo del fallimento per rendere indispensabile l’intervento dello Stato italiano e della classe politica “compradora”, per dare un senso alla presenza nel territorio dei sindacati confederali, corresponsabili di questa situazione di sfascio economico e sociale, capaci (o consapevolmente incapaci?), di fronte alla crisi, di mobilitare i lavoratori esclusivamente al fine di ottenere gli ammortizzatori sociali e spesso complici degli interessi di quelle aziende (Legler, Queen, etc.) che minacciano licenziamenti per continuare ad estorcere finanziamenti pubblici.
La nostra terra è oggi, con la diretta responsabilità dei signori che siedono sui banchi del consiglio regionale, un’immensa base militare, dove gli eserciti di tutto il mondo vengono ad addestrarsi, pagando gli affitti allo stato italiano e lasciando sul terreno (ma anche nei cieli e nel mare) inquinamento, morte e desolazione.
Nella nostra Natzione sono presenti noti insediamenti per il turismo internazionale di lusso, di proprietà di multinazionali straniere, dove i sardi sono chiamati a svolgere esclusivamente il ruolo di tzeracus. Nei nostri paesi lo stato italiano, con il colpevole silenzio della classe politica “compradora” sarda, porta avanti un criminale progetto di spopolamento, con la chiusura di tutte quelle strutture (asili, scuole, uffici postali, presidi sanitari) essenziali per la sopravvivenza delle nostre comunità. La strada da prendere per sfuggire alla disoccupazione e alla povertà rimane la stessa, identica a quella di decenni fa: l’emigrazione. Emigrazione che è funzionale al progetto di GENOCIDIO che lo stato italiano, in collaborazione con coloro che siedono nei banchi del consiglio regionale, porta avanti da decenni contro il nostro Popolo.
Di fronte a questa situazione drammatica, ne siamo sempre più convinti, rimane un’unica strada percorribile per conservare la nostra dignità di Popolo, per smettere di vivere continuamente sottoposti al sopruso, alla miseria, alle umiliazioni. Questa strada è quella che porta, attraverso un percorso tortuoso, alla piena consapevolezza dei nostri diritti storici, alla realizzazione del nostro destino di Popolo e di Natzione.
DI FRONTE ALLA CRISI POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE
C’E’ UNA SOLA VIA D’USCITA: INDIPENDENTZIA
Di fronte alla prospettiva delle prossime elezioni, sia che si svolgano a fine febbraio che a primavera, gli indipendentisti hanno il dovere di portare il loro progetto politico ed un proprio programma, radicalmente alternativo a quello dei partiti italianisti, tra il nostro Popolo, tra la nostra gente.
Occorre riappropriarci delle piazze dei paesi; occorre, di fronte allo strapotere economico e mediatico dei partiti italianisti, riprendere a fare “politica”, politica indipendentista nel nostro caso, paese per paese, rione per rione, casa per casa. Occorre lavorare, in modo unitario per chi crede in questa necessità, al radicamento dell’ideale indipendentista nella nostra Natzione. Ed in questo lavoro occorre partire dalle comunità dell’interno, costruire avamposti indipendentisti in ogni paese. Perchè solamente consolidando le nostre ragioni e i nostri valori nelle comunità dell’interno costruiremo le condizioni per affondare le radici del progetto indipendentista in profondità nel sentidu del nostro Popolo e costruire così un percorso irreversibile per riprendere il mano il nostro destino e costruire un futuro sulla base delle nostre esigenze, dei nostri interessi, della nostra storia.
Questo è l’orizzonte politico verso il quale intende lavorare a Manca pro s’Indipendentzia in occasione delle prossime elezioni “regionali”.
Nugoro, 26 de Santandria 2008
A Manca pro s’Indipendentzia
http://www.manca-indipendentzia.org/...economica.html