Qualsiasi provvedimento adotti per limare i denti alla crisi, il governo troverà chi non è d’accordo.
Le opinioni in questo campo sono quasi tutte fondate. Lo dimostrano gli interventi di Giampiero Mughini e Ernesto Auci oggi in questa prima pagina. Ma su una cosa credo non ci siano dubbi: i guai italiani cominciarono all’inizio del Duemila quando passammo dalla lira all’euro con un cambio folle (1936) che dimezzò i redditi fissi e non solo quelli. Tanti sacrifici per entrare nella cosiddetta moneta unica convinti fosse la salvezza e invece era una solenne fregatura di cui portiamo ancora le cicatrici.
La beatificazione del traghettatore Romano Prodi, contento di essere stato accolto nel club dei grandi d’Europa, non aveva senso, ma tutti vi contribuirono, anche l’opposizione dell’epoca. Come si fa ad innalzare agli altari un presidente del Consiglio che accetta sorridendo di pagare 1936 lire per un euro? Mille sarebbero già state troppe. Il professore era così eccitato all’idea di partecipare ai festeggiamenti di Bruxelles che al momento di stringere non badò a spese. Ovvio. Sapeva che il conto sarebbe stato saldato dai cittadini. E questo è accaduto.
Finché la vecchia e la nuova divisa convissero pochi si accorsero della bidonata ricevuta. Ma già nel 2002 se ne percepirono i segnali, e nel 2003 fu chiaro a qualunque persona che di fatto un euro equivaleva alla defunta banconota da mille lire.
La musica non è più mutata perché non poteva mutare. Un monolocale che nel 2000 costava 100 milioni di lire, adesso costa 100 mila euro, 200 milioni.
Non occorre essere monetaristi per comprendere che il valore reale di una moneta non è quello nominale ma è il suo potere di acquisto. Ogni altro discorso è superfluo. E hanno voglia i tifosi dell’euro (sempre meno numerosi) di sbizzarrirsi alla ricerca di argomenti a sostegno di Prodi, responsabile della sola.
L’Italia da molti anni non è fortunata coi monetaristi. Basti pensare a Carlo Azeglio Ciampi. Questi, da governatore della Banca centrale, davanti all’esigenza di svalutare tentennò a tal punto da perdere 50 mila miliardi, per stare bassi. Nonostante ciò la sua carriera, anziché arrestarsi, ebbe un’impennata: ministro, premier, presidente della Repubblica.
Poi ci si domanda perché andiamo male e non riusciamo a venirne fuori.
Un altro campionissimo è Giuliano Amato; da braccio destro di Bettino Craxi, il più odiato da comunisti e discendenti, a leader della sinistra.
Una veronica ubriacante.
Due volte a Palazzo Chigi, Amato è ricordato per un’impresa senza precedenti né imitazioni: una bella mattina i connazionali andarono in banca e scoprirono che i loro conti correnti erano stati decurtati. Cos’era successo? Nottetempo qualcuno, munito di salvacondotto, aveva compiuto una razzia negli istituti di credito, filiali incluse. Mano più lesta non s’era mai vista, quella del Dottore Sottile. Così sottile da insinuarsi laddove è buona norma non osare.
Va da sé che un Paese gestito nei modi descritti sia ora in difficoltà, considerata pure la crisi finanziaria internazionale.
Il governo non è in condizioni di abbondare negli aiuti alle famiglie e alle aziende per la ragione a tutti nota: il nostro debito pubblico accumulato in trentacinque anni di amministrazione dissennata, un passivo privo di riscontro nel mondo occidentale. Comodo dire: il Cavaliere e i suoi ministri devono fare di più. Con quali soldi?
È vero. Germania, Inghilterra eccetera hanno ottenuto di sfondare il tetto di spesa stabilito dall’Europa, ma noi abbiamo poco da sfondare poiché decine di esecutivi hanno demolito tutto e fatto terra bruciata.
Rimettere in piedi un edificio decente richiederà un lavoro lungo e forse insostenibile, almeno a giudicare da quanto avvenuto dall’estate in poi.
Non pare ci sia una effettiva volontà di eliminare le incrostazioni burocratiche che affliggono l’apparato pubblico. Un esempio incontestabile. Nel programma del centrodestra si legge l’intenzione di abolire le Province. È rimasta una intenzione. Addirittura è ipotizzata l’istituzione di altre nuove Province, il che denuncia sintomi di imbecillità preoccupanti per il presente e l’avvenire.
Che fine hanno fatto gli enti inutili? Quanti ne sono stati cancellati? Neppure uno. Brunetta è bravissimo e applauditissimo, ma ce la farà a ridurre il personale in sovrannumero nelle Regioni, nei Comuni eccetera? E quante Comunità montane sono state picconate?
Chi strilla contro i tagli di Tremonti non capisce che per distribuire quattrini a chi li merita bisogna toglierli a chi non li merita.
Non c’è una terza via per quanto ne dica Epifani, segretario della Cgil, il solo sindacato nell’intero universo capace di scioperare mentre infuria la bufera economica.
I giorni di Cassa integrazione sono cresciuti in pochi mesi del settanta per cento: chi finanzia? La Previdenza sociale già costretta a versare la pensione ai lavoratori cui è permesso di collocarsi a riposo ben prima dei 65 anni, unico caso in Europa dove nessuno cessa l’attività se non ha quell’età. Il ministro Sacconi non ci sente da quest’orecchio. Perché? Ha paura dei sindacati?
Caro Berlusconi, approfitti della maledetta crisi per adattare il welfare alle esigenze del momento. Qui non si tratta di azionare le cesoie per il piacere di usarle, ma di raccattare denaro rettificando regole anacronistiche, come l’età pensionabile. Sì, certo, la card per i povericristi è un brodino sapido, ma un brodino servito a evasori fiscali e finti poveri.
Incrementare i consumi? Una parola. Per spendere di più è necessario essere di buonumore, e avere qualcosa nel portafogli.
La mia impressione è che in questa congiuntura il ceto medio, lo stesso cui si deve la vittoria del centrodestra, sia ulteriormente penalizzato.
Tutti se ne sono scordati.
Dice bene Mughini: il popolo delle partite Iva combatte in solitudine contro ingiustizie e iniquità. Nessuno lo ascolta, ne tutela gli interessi, lo soccorre. Peggio se la passa e più viene preso in giro, spesso criminalizzato, mai rispettato. Non gli si riconosce manco la dignità di essere al centro dei dibattiti televisivi.
O sei un pilota, e per sette anni ti danno la Cassa integrazione (8 mila euro il mese), oppure sei obbligato ad arrangiarti.
No caro Cavaliere, düra no, non dura.
il direttore Feltri su www.libero-news.it 27 11 08
saluti




Rispondi Citando
................................buttati nel PO!
l'avete data alla persona giusta



