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Discussione: Per il Tibet

  1. #11
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    Pechino, parte la caccia all'uiguro



    • da La Stampa del 22 ottobre 2008, pag. 14


    di Francesco Sisci

    Ogni tibetano o uiguro che viva qui deve fare immediatamente rapporto alla stazione di polizia», annuncia a caratteri cubitali un manifesto attaccato al muro nel quartiere di Haidian di Pechino, quello delle università e degli uffici del partito. «Sono già in corso ispezioni nei negozi per turisti e nei bagni pubblici con impiegati tibetani o uiguri», continua il manifesto.

    La grande repressione è cominciata. La Cina, come un ingranaggio ben oliato, si sta muovendo per controllare le due minoranze etniche che rappresentano la più grande minaccia alla Repubblica popolare. Messe assieme fanno meno dell’un per cento della popolazione cinese, ma hanno un potenziale politico esplosivo. E in questo momento sono gli uiguri, otto milioni di turcofoni che vivono nello Xinjiang, il Far West cinese, i più temuti. La regione è stata scossa durante le Olimpiadi di agosto da una serie di attacchi terroristici, con una ventina di agenti uccisi. Un affronto che Pechino non ha digerito, tanto che ha anche richiesto l’aiuto della cooperazione internazionale per la cattura di otto super-ricercati.

    Il Tibet, che non ha imboccato la via del terrorismo, è comunque ancora inaccessibile per i giornalisti stranieri. Le misure contro i due gruppi etnici sono sistematiche, a tappeto, non guardano in faccia a nessuno: bisogna asciugare l’acqua per catturare i pesci. In Xinjiang contro la diffusione dell’Islam è stato proibito ai dirigenti governativi di andare in moschea, e agli studenti universitari di osservare il Ramadan. Le mogli dei funzionari dello stato, inoltre, non possono indossare il velo.

    A Kashgar, al confine con l’Asia centrale, sono arrivati i burqa più estremi, quelli che non fanno vedere nemmeno gli occhi, ma anche a Xian, nel quartiere islamico, tra i cinesi musulmani, gli Hui, sono arrivati chador castigati. Il governo contrasta l’islamizzazione strisciante limitando i pellegrinaggi alla Mecca: chi vuole andarci deve essere almeno di mezza età e far parte di una comitiva organizzata. Anche i viaggi d’affari degli uiguri sono controllati e scoraggiati, sia all’estero che all’interno della Cina.

    Gli Han, l’etnia dominante che negli ultimi decenni è divenuta maggioritaria nello Xinjiang in seguito a una massiccia immigrazione incoraggiata da Pechino, è ovviamente favorevole a queste misure. «Gli uiguri il venerdì e durante il Ramadan non sono in ufficio perché è la loro festa. Però tutte le feste cinesi le fanno lo stesso, e non lavorano - dice un impiegato della regione -. In ogni momento lasciano il posto perché devono pregare cinque volte al giorno, e così io devo lavorare il doppio per loro».

    A Pechino, pochi si scandalizzano per gli avvisi contro tibetani e uiguri. «La maggioranza sono certo brave persone, ma ci sono anche terroristi, come si fa a saperlo?», commenta la vicina di casa. È l’antico principio cinese della responsabilità collettiva: se sei parente di un delinquente l’unico modo di scagionarti è denunziarlo. Ma il principio del sospetto allargato a intere etnie potrebbe portare domani a odi razziali.

    La tv di Stato manda in onda documentari sulla bontà della cultura tibetana o che mostrano come han e uiguri vivano in armonia. Sono rozzi e paternalistici, e certo non correggono il messaggio intimidatorio della nota di polizia: uiguri e tibetani di Pechino mettetevi a rapporto o vi arresteremo. Per chi si consegna, il destino è incerto: come minimo verrà rispedito a casa in Tibet o Xinjiang.

  2. #12
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    L'Europarlamento sfida la Cina



    • da La Stampa.it del 23 ottobre 2008


    di Marco Zatterin

    Buona notizia. Il Parlamento europeo ha deciso di sfidare il regime cinese. Pochi minuti fa il dissidente cinese Hu Jia e' stato insignito del Premio Sakharov, il prestigioso riconoscimento assegnato ogni anno dagli eurodeputati.

    Hu Jia ha battuto Alexandr Kozulin, politico bielorusso che si oppone al regime del suo paese, e all'abate Apollinaire Malu Malu, presidente della commissione elettorale indipendente della Repubblica democratica del Congo.

    Il premio Sacharov per la libertà di pensiero viene assegnato dal Parlamento europeo a persone o a organizzazioni che si distinguono nella difesa dei diritti umani e della democrazia.

    Cito l''agenzia Apcom.
    Noto in Cina per le sue battaglie a favore dei malati di aids, per la libertà religiosa e per uno sviluppo democratico del suo paese, tra cui una soluzione per la regione autonoma 'ribelle' del Tibet, Hu si trova in carcere dal 27 dicembre del 2007 (dopo aver già scontato 200 giorni ai domiciliari) e dal 3 aprile di quest'anno è stato condannato a tre anni e mezzo di prigione "per istigazione alla sovversione contro lo Stato", avendo criticato il regime per le violazioni dei diritti umani in diversi articoli e per i suoi continui contatti con giornalisti stranieri.

    L'1 ottobre l'ong Human Rights Watch ha chiesto a Pechino che Hu, 34 anni, venga rilasciato al più presto perché, a causa delle sue condizioni fisiche, in carcere rischia la vita. L'uomo soffre infatti di cirrosi epatica dovuta a un'epatite B cronica. Sul suo blog ormai diventato famoso, la moglie di Hu, Zeng Jinan, 24 anni, ritenuta dal Time una delle cento personalità più influenti del 2007, ha denunciato il peggioramento della salute del marito, ma le autorità hanno sempre negato al detenuto le dovute cure mediche in un centro specializzato.

    Human Rights Watch ha chiesto anche che venga allentata la stretta sorveglianza verso la moglie di Hu, dal 18 maggio del 2007 agli arresti domiciliari con la figlia Qianci, di appena 10 mesi.

    Nato a Pechino nel 1966, Hu è cresciuto nella campagna della provincia dello Hunan dopo che i suoi genitori, durante il periodo della Grande rivoluzione culturale lanciata da Mao Zedong, furono allontanati dalla capitale cinese in quanto "elementi di destra" da rieducare. Hu tornò a Pechino per studiare e nel 1996 iniziò ad assecondare la sua natura di attivista. Dapprima occupandosi di temi ambientali: si unì al gruppo Amici della Natura e andò a piantare alberi nelle zone desertiche poi dal 1998 al 2000 nello Qinghai fu impegnato nella protezione dell'antilope tibetana.

    Ma il 'pericoloso' attivista è più noto in Cina per il suo impegno verso le vittime dell'aids, un tema tabù fino a quando l'attuale amministrazione non ha a poco a poco dissolto parte della cortina di silenzio sul problema. Censura che favorì il diffondersi della malattia negli anni Novanta, quando milioni di persone vendevano sangue senza alcun controllo nelle cliniche. Hu ha avuto il merito di sostenere le fondazioni che si occupavano di questi ammalati e di portare allo scoperto questo dramma con i suoi articoli affinché queste persone potessero essere accettate dalla società cinese.

    Buddista dal 1979, Hu Jia confessò un giorno a un suo amico, giornalista di The Independent, che dietro il suo attivismo si nasconde la sua fede: "Non credo sia giusto negare la vita. Per questo ho aiutato le antilopi e per questo sono diventato un attivista nella lotta all'Aids. La vita è così preziosa, ma così facile da portare via". Nonostante l'arresto, Hu sembra senza paura.

    Dal carcere continua a scrivere lettere a moglie, parenti e amici che puntualmente gli vengono confiscate perché, come dicono i suoi carcerieri, "insiste a dare consigli su come migliorare la vita in prigione e non rinuncia a sostenere i diritti umani" creando problemi al personale e alla direzione della prigione. Il 21 aprile di quest'anno gli è stata concessa la cittadinanza onoraria di Parigi insieme al Dalai Lama, altro 'nemico' di Pechino e premio Nobel per la Pace nel 1989.


    Non si sono fatti intimidere dalle minacce. Evviva!

  3. #13
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    Tibet, il Dalai Lama rinuncia al dialogo con la Cina



    • da Corriere della Sera del 27 ottobre 2008, pag. 19


    di Marco Del Corona

    «Basta. Rinuncio». Anche il Dalai Lama perde la pazienza o, peggio, la speranza. Niente più tentativi di dialogo con la Cina, sia pure per interposti emissari. Il leader in esilio dei Tibet lo ha detto ai suoi sabato a Dharamsala, il suo quartier generale in India. Una resa o una presa d’atto dell’incomunicabilità sostanziale con Pechino. Anzi: tutt’e due le cose insieme. Pensare di proporre alla Cina che occupò il Tibet nel 1950 uno status di autentica «autonomia» all’interno della Repubblica popolare era diventato per il Dalai Lama un esercizio sterile. Ora, dice l’«Oceano di saggezza», tocca ai tibetani della diaspora dire la loro.

    Tenzin Gyatso, quattordicesimo Dalai Lama, ha definito la propria linea come una «terza via». Moderazione buddhista. Non supina incorporazione nella Cina comunista, che ha fatto diventare i tibetani una minoranza nei loro propri territori e ha imposto unilateralmente (nel bene e nel male) il suo modello di sviluppo. Neppure, però, l’indipendenza vagheggiata dalle frange più estremiste.

    Ci rinuncia, il Dalai Lama: «Ho provato sinceramente a portare avanti quest’approccio intermedio, e per tanto tempo. Ma non c’è stata alcuna risposta positiva da parte cinese». Dunque, «per quel che mi riguarda, lascio perdere. La questione del Tibet non è una faccenda personale del Dalai Lama. È la questione che riguarda 6 milioni di tibetani». E qui il leader teocratico sembra lanciare una sfida aperta, benché asimmetrica, a Pechino: «Ho chiesto al governo tibetano in esilio che come autentica democrazia decida la direzione dell’azione futura, in consultazione con il popolo tibetano».

    Da parte sua, la Cina attribuisce al Dalai Lama posizioni indipendentiste che in realtà lui in tempi recenti non ha mai considerato realistiche. Accenni di disgelo erano apparsi all’inizio dell’anno, ma tutto è saltato dopo i disordini a Lhasa e in altre aree tibetane a marzo, con la devastazione di esercizi commerciali gestiti da cinesi immigrati, la violenta repressione, i morti, l’inasprimento della già dura cappa di intimidazione del regime. La retorica contro il Dalai Lama ha assunto toni ancora più intransigenti, comprese le accuse di aver fomentato le violenze.

    Tenzin Gyatso, esule dal ‘59, è stanco. Ha 73 anni. Da poco gli hanno tolto dei calcoli biliari, si è sottoposto a ripetuti esami medici in India, ha sospeso i viaggi all’estero. E, sul piano politico, patisce le pressioni di settori della diaspora che hanno giudicato inadeguato il suo approccio moderato. Gli oltranzisti indipendentisti del Tibetan Youth Congress gli rendono l’onore delle armi: «Non è che fossimo contro la sua linea, è che la Cina non è mai stata sincera. Ora Sua santità ha aperto gli occhi a tutti». Quello che il portavoce si affretta a dire è che non c’è nessun auto-pensionamento del Dalai Lama in vista. D’accordo rinunciare alla speranza, ma togliere Tenzin Gyatso dall’orizzonte della Cina sarebbe troppo anche per il più deluso degli ottimisti.

  4. #14
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    "Diritti umani in Tibet: punto e a capo dopo le Olimpiadi": sintesi della conferenza stampa



    Roma, 11 novembre 2008

    Si è tenuta oggi pomeriggio a Roma, presso la sede radicale di via di Torre Argentina, la conferenza stampa del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito "Diritti umani in Tibet: punto e a capo dopo le Olimpiadi", alla presenza di Chime Youngdung, Presidente del Partito Democratico Nazionale del Tibet e membro del Partito Radicale, e una delegazione di monaci tibetani.

    Durante l'incontro con i giornalisti - a cui hanno preso parte i parlamentari radicali-PD Matteo Mecacci, Presidente dell'Intergruppo parlamentare per il Tibet, e Marco Perduca, oltre a Sergio D'Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino e Sergio Stanzani, Presidente del Partito Radicale - è stato fatto il punto sullo stato dei diritti umani in Tibet all'indomani di Pechino 2008 e dello stallo del dialogo Cina-Tibet verso il quale anche il Dalai Lama nei giorni scorsi ha mostrato sfiducia.

    Matteo Mecacci ha dichiarato: "Il Partito Radicale è da lungo tempo impegnato a fianco del popolo tibetano per impedire il compiersi di un disegno nazionalista di eliminazione di una cultura e di un popolo da parte del regime cinese. Il dibattito interno alla società tibetana deve essere seguito da vicino nella sua complessità dalle classi dirigenti del cosiddetto mondo libero, se si vuole sperare di riuscire ad evitare una ‘soluzione finale’ alla questione tibetana, dopo le denunce sul fallimento del dialogo con il Governo cinese pronunciate pochi giorni fa dal Dalai Lama. Noi radicali ci saremo, spero che anche la classe politica italiana ed europea abbia un sussulto di consapevolezza e di attenzione".

    "Non c'è libertà in Tibet. Se fosse vero il contrario, come sostiene il governo cinese, allora perché non si lasciano i tibetani liberi di decidere con un referendum?", ha dichiarato Chime Youngdung aggiungendo che la partecipazione massiccia alla 'Marcia fino al Tibet' dello scorso marzo testimonia l'attivismo e il malcontento della società tibetana nei riguardi dell'oppressione cinese. La marcia, alla quale presero parte anche gli esponenti radicali Mecacci, Perduca e D'Elia, fu più volte bloccata dalle autorità indiane; molti manifestanti, infatti, tra cui lo stesso Youngdung furono arrestati più volte e per lunghi periodi.

    Il Presidente Youngdung, che si è definito "leader della nuova generazione tibetana", ha inoltre annunciato il primo "special meeting" della società tibetana, che si terrà dal 17 al 22 novembre a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio e vedrà la partecipazione di rappresentanti del governo, parlamentari, di rappresentanti della comunità tibetana in esilio e della diaspora tibetana, oltre ad esponenti delle organizzazioni non governative. Un appuntamento a cui i tibetani guardano con speranza, per preparare gli strumenti necessari a portare avanti la lotta per la causa del Tibet nei confronti della Cina.

    Il senatore Marco Perduca, coVicepresidente del Senato del Partito Radicale, ha spiegato come l'obiettivo dei radicali sia quello di mantenere viva l'attenzione sulla questione tibetana anche adesso che, concluse le Olimpiadi e spenti i riflettori dei media, sembra nuovamente calato il silenzio sul dramma di questo popolo, come sulla causa degli Uighuri, dei Mongoli e dei Falun-gong. Anche delle proposte di autonomia per il Tibet si parlerà del Consiglio generale del Pr al Parlamento europeo dall'11 al 13 dicembre prossimi.

    "L'assenza di libertà dei Tibetani è anche l'assenza di libertà dei Cinesi", ha sottolineato Sergio D'Elia ricordando come i diritti passino attraverso la capacità del mondo libero di farsi carico di questi temi internazionali mediante l'informazione e il diritto-dovere di ingerenza laddove la libertà non sia garantita, superando così il principio ottocentesco di sovranità nazionale.

    "Ho imparato dall'Oriente il principio della nonviolenza", conclude Sergio Stanzani da sempre impegnato per la pace anche con l'associazione Non c'è pace Senza Giustizia, di cui è Presidente.

  5. #15
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    Dalai Lama "Scegliamo insieme il nuovo futuro del Tibet”



    • da La Repubblica del 17 novembre 2008, pag. 25


    di Dalai Lama

    Da oggi si tiene a Dharamsala, in India, l’assemblea dei tibetani in esilio che dovrà decidere quale strategia adottare rispetto alla Cina. Sarà il Dalai Lama a guidare il vertice che potrebbe imprimere una svolta storica alla lotta del popolo tibetano. Nel salutare tutti i tibetani, che stanno in Tibet o fuori, vorrei proporre alcune questioni importanti.

    Fin da quando ero molto giovane, mi sono reso conto quanto trasformare la nostra guida in un sistema democratico rivestisse una importanza primaria per gli interessi tibetani a breve e a lungo termine. È per questo motivo che, dopo avere assunto la responsabilità di capo spirituale e politico del Tibet, ho lavorato duramente per costruire in Tibet tali condizioni democratiche. Purtroppo, sottostando a una durissima repressione da parte della Repubblica Popolare Cinese, non siamo stati in grado di realizzarle. Ciononostante, subito dopo l’inizio del mio esilio nella struttura del nostro governo furono introdotte delle riforme di buon senso e fu costituito un Parlamento di nuova elezione. Nonostante l’esilio, il processo di democratizzazione della comunità tibetana ha fatto dei significativi passi avanti. Oggi, la comunità tibetana in esilio è diventata una moderna democrazia nel vero senso della parola e prevede un’amministrazione dotata di una sua Carta propria e di un gruppo dirigente eletto dal voto popolare. Possiamo essere orgogliosi di essere arrivati a questo punto.

    La ragione per la quale ho insistito nell’incoraggiare l’istituzione di un sistema democratico poggia sulla necessità di garantire un sistema di governo del Tibet che sia sostenibile nel futuro. Ciò non è dovuto a una mia riluttanza o a un mio voler derogare alle mie responsabilità.

    Da quando siamo in esilio, abbiamo esercitato le funzioni essenziali di un sistema democratico, invitando il nostro popolo a esprimere le proprie opinioni su importanti decisioni politiche riguardanti il futuro del Tibet. Nel 1993, dopo la rottura dei contatti con la Repubblica popolare cinese, conducemmo dei sondaggi tra i tibetani in esilio e raccogliemmo dei suggerimenti inTibet. Sulla base dei risultati raccolti, il nostro Parlamento in esilio approvò una risoluzione che mi conferiva il potere di continuare ad occuparmi discrezionalmente di questo tema senza la necessità di ricorrere a un referendum. Di conseguenza, abbiamo adottato la linea politica della ‘Via di mezzo" e otto sono le tornate di colloqui tenutisi da quando sono stati ristabiliti i contatti con la Rpc nel 2002. Ma nonostante questa linea politica sia stata largamente apprezzata dalla comunità internazionale e conti sul sostegno di molti intellettuali cinesi, in Tibet non si sono registrati segni positivi o cambiamenti. Difatti, le politiche della Repubblica popolare cinese verso il Tibet e verso i tibetani non sono cambiate. Dalle sei tornate di colloqui con funzionari cinesi nel 2007 non sono scaturiti piani per altri colloqui nell’immediato futuro. Tuttavia, data l’urgenza che a seguito degli eventi del marzo di quest’anno la situazione in Tibet impone, e al fine di non lasciare niente di intentato, all’inizio di maggio abbiamo partecipato a incontri informali cui sono seguite la settima e l’ottava tornata di colloqui a luglio e all’inizio di novembre. Nonostante ciò non sono stati fatti dei reali passi avanti.

    Nel marzo di quest’anno, i tibetani - giovani e anziani, uomini e donne, monaci o laici, credenti o non credenti e gli studenti - di tutto il Tibet, hanno rischiato la vita per manifestare in maniera pacifica e legale la loro insoddisfazione di lunga data rispetto alla politica cinese. Ho covato la speranza in quel momento che il governo cinese avrebbe individuato una soluzione sulla base della reale situazione. Al contrario, ha completamente ignorato e rifiutato di rispondere ai sentimenti e alle aspirazioni dei tibetani scatenando una brutale repressione giustificandola con un loro essere "separatisti" e "reazionari". In quel periodo, che ha costituito una dura prova per i tibetani, molto preoccupato ho esercitato tutta l’influenza possibile sulla comunità internazionale e nei confronti della Cina, inviando tra l’altro una lettera personale al presidente Hu Jintao. I miei sforzi, tuttavia, non hanno sortito quasi nessun effetto.

    Considerando che tutti erano presi dalla questione delle Olimpiadi a Pechino, quello non è apparso il momento adatto per consultare il pubblico in generale. Ora che il momento sembra essere più appropriato e facendo riferimento alla clausola 59 della "Carta dei tibetani in esilio", lo scorso 11 settembre ho sollecitato la nostra leadership eletta a indire prontamente una riunione speciale. La mia speranza è che i partecipanti saranno in grado di raccogliere l’opinione delle loro rispettive comunità e di presentarle in questa occasione.

    Considerando il coraggio ispiratore dimostrato dai tibetani in tutto il Tibet nel corso di quest’anno, la situazione che il mondo sta vivendo e l’attuale atteggiamento di intransigenza del governo della Rpc, tutti i partecipanti dovrebbero confrontarsi, in quanto cittadini tibetani, in uno spirito di uguaglianza, di cooperazione e di responsabilità collettiva su quale sia il miglior corso di azione per fare progredire la causa tibetana. Questo incontro dovrebbe svolgersi in un’atmosfera aperta che metta da parte le questioni particolari per concentrarsi piuttosto sulle aspirazioni e sui punti di vista del popolo tibetano. Lancio un appello a tutte le persone coinvolte affinché lavoriamo insieme al meglio delle nostre capacità.

    La riunione speciale è indetta allo scopo specifico di fornire un forum per capire le opinioni e punti di vista reali del popolo tibetano in un confronto libero e franco. Deve essere chiaro a tutti che questa riunione non prevede una agenda con un obiettivo predeterminato da raggiungere.
    NOTE


    traduzione di Guiomar Parada

  6. #16
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    Tibet, Mellano: L’autonomia unica speranza per il Tibet e per una Cina democratica. Buon lavoro agli amici tibetani e all’associazione Italia-Tibet



    Roma, 17 novembre 2008
    • Dichiarazione di Bruno Mellano, Presidente di Radicali Italiani

    Si è aperto oggi il meeting, convocato dal Governo tibetano a Dharamsala, sede dell’esilio nel nord dell'India, per discutere le strategie politiche del popolo del Tibet, da cinquant'anni sotto il dominio cinese. La Cina ha condannato preventivamente l’incontro di esuli tibetani, sostenendo che i partecipanti non rappresentano le idee della maggioranza del popolo tibetano ed il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Qin Gang, ha addirittura sostenuto che il meeting ha come unico scopo quello di ottenere la definitiva indipendenza del Tibet dalla Cina ed ha fatto palesi pressioni sul governo indiano affinché non consentisse l’incontro, visto come attività volta “a dividere il territorio cinese".

    L'ottavo round di negoziati tra Pechino e i rappresentanti del Dalai Lama si è concluso all’inizio del mese senza risultati: mentre i tibetani si riservano di commentare dopo il meeting indiano, il governo cinese ha impunemente accusato la controparte tibetana di “complotto per procedere a una pulizia etnica e di voler tornare a un governo feudale”.


    Intanto nel fine settimana, a Rimini, l’associazione Italia-Tibet ha eletto i suoi nuovi organi dirigenti.


    Bruno Mellano, Presidente di Radicali Italiani, ha dichiarato:


    “Un lavoro difficile e delicato quello che hanno cominciato oggi gli amici tibetani riuniti, fino a sabato, a Dharamsala. La struttura democratica, con un Parlamento ed un Governo eletti dalla diaspora ma con il tentativo di rappresentare tutto il popolo tibetano, è indubbiamente fragile, anche se preziosa e feconda. Gli “stati generali” del Tibet, voluti dal Dalai Lama, sono un’ulteriore conferma della volontà dei tibetani di trovare i modi e le forme per attrezzarsi ad affrontare in modo nonviolento la situazione di “genocidio per diluizione” che stanno subendo dal regime di Pechino, nella sostanziale indifferenza delle cancellerie occidentali.
    Buon lavoro, dunque, ai tibetani! Sicuramente sarà utile anche a chi, come Radicali Italiani ed il Partito Radicale Nonviolento, intende continuare ad essere concretamente vicino al Dalai Lama. Il “memorandum”, ad esempio, reso pubblico ieri dai mediatori tibetani sarà uno strumento indispensabile per alimentare il sostegno alle concrete richieste per la salvaguardia di un popolo, di una cultura, di un territorio.

    Intanto l’Associazione Italia-Tibet ha ieri provveduto a rinnovare i propri organi dirigenti: nuovo presidente, in sostituzione di Gunther Cologna di Bolzano, è stato eletto Claudio Cardelli di Rimini. Anche a loro i migliori auguri di buon lavoro.

    A fronte della delicata situazione in Tibet e dello scoramento interno ed esterno al Tibet per i mancati progressi sperati con le Olimpiadi, credo sia opportuno, per tutti coloro che vogliono davvero sostenere la causa tibetana, tenere sempre presente la scelta, ribadita ancora in questi giorni dal Dalai Lama, della nonviolenza come metodo e della “genuina autonomia”, compatibile persino con la lettera della costituzione cinese, come progetto. Ogni altra prospettiva appare realisticamente suicida.”

  7. #17
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    I tibetani a congresso discutono la via del Dalai



    • da Il Riformista del 18 novembre 2008, pag. 16


    di Valeria Fraschetti

    Coincidenza o disegno divino, il 17 novembre potrebbe essere una data dal doppio significato nella storia del Tibet. Nel 1950, in questo giorno, Tenzin Gyatso a soli 15 anni venne ufficialmente nominato leader spirituale del Tibet. Esattamente 58 anni dopo la comunità tibetana si è riunita, dicono alcuni, per decidere se continuare ad affidare le sorti della propria causa al Dalai Lama. Oltre 500 tibetani sono arrivati ieri nella città indiana di Dharamsala, sede del governo in esilio, per fare il punto sulla linea da adottare nella lotta per lo statuto del Tibet, da 50 anni sotto l’inflessibile controllo della Cina.

    Il meeting, che durerà fino al 22 novembre, arriva dopo la recente ammissione da parte del premio Nobel del fallimento della sua strategia nei confronti di Pechino. In più, il leader spirituale è convinto che la Cina stia trasformando la questione tibetana in una crociata personale contro di lui.

    «Sua Santità non vuole rappresentare un ostacolo - ha dichiarato il suo portavoce Tenzin Talklha -. Farà un passo indietro per via della mancanza di progressi». La frustrazione del Dalai verso la rigidità di Pechino e la sua intenzionale assenza all’assemblea da lui convocata fanno pensare alla volontà di rinunciare al ruolo politico che riveste. Ad avvalorare quest’ipotesi contribuiscono anche le sue condizioni di salute: il 73enne capo buddhista quest’anno è stato ricoverato due volte.

    Nonostante l’adorazione di cui gode il Dalai Lama, negli ultimi anni le voci per un cambio di strategia nell’approccio alla causa tibetana si sono fatte più forti. Soprattutto i più giovani sono favorevoli all’abbandono della "via di mezzo", che punta a ottenere l’autonomia, per una diretta richiesta di indipendenza da Pechino.

    «Sua Santità ha fatto tutto quello che ha potuto ci dice al telefono il presidente del Tibetan Youth Congress, Tsewang Rigzin - ma poiché la Cina è stata totalmente sorda alle sue istanze, è ora che il nostro obiettivo finale diventi l’indipendenza». Ieri, il portavoce del parlamento tibetano in esilio ha comunicato i recenti dati di un sondaggio realizzato (ovviamente in segreto) in Tibet: su 17 mila intervistati, 8000 sono pronti a seguire qualsiasi decisione il Dalai Lama prenderà; oltre 5000 sono invece favorevoli all’indipendenza, il doppio rispetto a quanti si accontenterebbero di una semplice autonomia.

    Quale che sarà il risultato del dibattito tra intellettuali, attivisti e politici riuniti a Dharamsala, la decisione finale spetterà al Parlamento. «Se ci sarà un cambio nell’agenda politica, sarà adottato da chi ha ricevuto il mandato dal popolo tibetano», precisava il comunicato della Kashag, l’organo esecutivo del governo in esilio, letto ieri all’inaugurazione dell’assemblea.

    Intanto l’intransigenza di Pechino non cessa di avvelenare le aspirazioni dei tibetani. Grazie alla nuova ferrovia che collega il Tibet al resto della Cina, 4 milioni di cinesi Flan si stanno trasferendo ogni anno nella piccola provincia. In più, la settimana scorsa 55 persone sono state arrestate per il loro coinvolgimento nelle proteste scoppiate in primavera al passaggio della torcia olimpica.

  8. #18
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    Tibet Al raduno degli esuli sognando la libertà



    • da La Repubblica del 20 novembre 2008, pag. 37


    di Raimondo Bultrini

    I cinquecento delegati tibetani giunti a Dharamsala da tutto il mondo sciamano lungo le stradine perennemente sconnesse e polverose del villaggio indiano di Mcleod Ganji come ragazzini in libera uscita. Girano mostrando orgogliosi i vistosi distintivi verdi rilasciati dal loro governo in esilio in occasione dello speciale Meeting richiesto dal Dalai Lama per sentire l’opinione dei suoi fedeli e sudditi sul "che fare" nel futuro del Paese delle Nevi. Gesticolano animosamente, continuando per strada e nelle sale da tè gremite di pellegrini occidentali la discussione già portata avanti per ore e ore dentro una stanza chiusa, quasi che davvero qualcosa di decisivo stia per accadere in questi giorni.

    A galvanizzarli non è soltanto l’idea di essere qui per rispondere a una chiamata del loro leader. Molti infatti lo contestano apertamente, quantomeno per quanto riguardala sua ventennale politica della cosiddetta Via di Mezzo, ovvero l’autonomia anziché la totale indipendenza. Ma da quando il Dalai Lama ha ammesso in Ottobre chele sue buone intenzioni verso I cinesi non hanno portato da nessuna parte, è come se il fronte degli esuli, e anche quello dei tibetani all’interno del paese occupato, si fosse improvvisamente liberato da un peso. Avalokitesvara, il Dio della Compassione incarnato nel loro leader, non li vincola più all’obbedienza a una linea di condotta, non li divide più in "autonomisti” e "indipendentisti". Qui a Dharamsala i due gruppi non si guardano più in cagnesco come accadeva fino a poche settimane fa, quasi che gli uni ("quelli della Via di Mezzo") fossero i depositari della linea di fedeltà al capo e gli altri i nemici, i sabotatori. Perfino Jamyang Norbu, lo scrittore residente a New York e diventato il portabandiera degli indipendentisti, si aggira sorridente in città stringendo decine di mani che in passato forse lo avrebbero perfino picchiato. Ora ci sono invece solo tibetani senza un Paese accomunati dalla voglia di fare qualcosa insieme, uniti contro il nemico comune. Difficile dire cosa fare (qualcuno ha proposto perfino sabotaggi, altri un boicottaggio dell’Internet cinese, ma sono piccole minoranze) perché davvero poco può essere fatto per riconquistare il regno perduto 60 anni fa. Ma l’attenzione nervosa con cui la Cina assiste a questo meeting internazionale di delegati tibetani (tre inviati dell’agenzia Xinhua hanno chiesto per la prima volta un accredito ufficiale) è già per loro un segno che la decisione del Dalai Lama di convocarli qui ha colpito il gigante rosso in un punto sensibile. Nonostante le dichiarazioni con le quali Pechino ha detto di non attribuire alcun valore a questo assembramento di esuli «che non rappresenta minimamente I tibetani», tutti i 500 delegati sanno che cosa teme davvero il regime comunista: «I cinesi ora cominceranno a rendersi conto – spiega Tenzin Sangpo, rappresentante giunto dall’Italia - che la linea morbida della trattativa a tutti i costi mantenuta per tanti anni da Sua Santità potrebbe anche cambiare. Non si trasformerà certo in una lotta violenta, perché non è nella nostra natura, ma certamente d’ora in poi il nemico dovrà confrontarsi con tutte le anime del popolo tibetano».

    Gli organizzatori del meeting, trai quali il Parlamento e il governo in esilio del Kashag, hanno anche sollecitato alla vigilia dell’incontro una sorta di consultazione segreta tra la popolazione residente nelle regioni sotto il controllo di Pechino. Su 17milarisposte ottenute per lettera e e-mail, ottomila hanno detto di voler seguire qualunque decisione prenderà il Dalai Lama, ma ben 5000 hanno esplicitamente scritto di volere l’indipendenza.

    E che a Dharamsala l’uso della parola indipendenza non faccia ormai più paura è risultato chiaro in tutte le discussioni avvenute a porte chiuse nelle stanze dei 16 gruppi di lavoro messi insieme con un’estrazione a sorte. Anche ministri e parlamentari esuli in carica hanno esposto apertamente il loro pensiero nonostante l’adesione formale alla linea della Via dimezzo del loro governo e del Dalai Lama. «Questo non vuol dire che d’ora in poi abbandoneremo la richiesta dell’autonomia - ci ha detto anonimamente uno di loro - ma di certo non si potrà più fare l’equazione indipendenza uguale violenza. Ci sono molti modi pacifici per combattere il gigante cinese. E noi li tenteremo tutti».

  9. #19
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    Il Dalai Lama convince i dissidenti "Autonomia sì, indipendenza no"



    • da La Repubblica del 24 novembre 2008, pag. 15


    di Raimondo Bultrini

    Con la testa piegata e le mani giunte, cinquecento delegati tibetani giunti a Dharamsala da tutto il mondo hanno offerto al Dalai lama la tradizionale kata, la sciarpa bianca che nel Paese delle Nevi suggella ogni addio. Da secoli simboleggia il rispetto e l’amicizia offerti con mente pura. Ma questa volta, nella cittadina indiana dove per cinque giorni la comunità in esilio ha discusso del futuro del Tibet, la formalità del gesto ha racchiuso significati politici che non mancheranno di essere letti a Pechino come una nuova fase nell’ormai decennale e disperata battaglia degli esuli per rivendicare la propria terra.

    Era stato lo stesso Dalai lama a convocarli, con una mossa strategica a sorpresa, per riunire da una parte i suoi fedelissimi e i suoi critici (operazione in gran parte riuscita), e dall’altra far giungere un messaggio inedito ai dirigenti comunisti di Pechino: state attenti, perché la questione Tibet può diventare parte di un progetto più vasto per portare la democrazia in Cina.

    Parlando ai delegati dopo averli fatti discutere liberamente anche dell’argomento finora tabù dell’indipendenza (Rangzen), il Dalai lama ha infatti rivelato di essere stato avvicinato da numerosi studiosi e dissidenti cinesi che gli hanno offerto di diventare una sorta di «leader della Cina democratica». «Io gli ho risposto che non posso essere la guida che cercano - ha detto - ma posso sicuramente far parte del loro movimento contro la dittatura, così come in passato ho condiviso le aspirazioni dei giovani di Tien An Mien».

    Da quando nel lontano 1974 offrì per la prima volta a DengXiaoping la sua disponibilità a trovare una pacifica «Via di Mezzo» attraverso una «genuina autonomia», il capo spirituale dei tibetani non aveva mai lanciato una sfida tanto aperta al regime. Una sfida quasi romantica, al cospetto del crescente potere economico e militare del grande impero e alle violente repressioni messe in atto dopo le ultime rivolte di Lhasa del marzo scorso. Ma al termine dello «storico» incontro degli esuli a Dharamsala, gli inviati della stampa di tutto il mondo hanno potuto assistere con un certo stupore all’abbraccio plateale tra il religioso buddista e un gruppo di rappresentanti della dissidenza cinese sbucati come d’incanto tra il pubblico.

    Il messaggio andava ben oltre la minaccia della creazione di un possibile fronte comune tibetocinese dentro e fuori il Paese, fino ad aprire per i vertici comunisti scenari inquietanti che potrebbero includere un’alleanza coni Nazionalisti di Taiwan e gli oppositori di Hong Kong, i separatisti Uiguri nello Xinqiang e le minoranze dell’Inner Mongolia, i membri della potente setta buddhista della Falun Gong e fasce di popolazione han rimaste ai margini del boom economico nazionale.

    Per ora si è trattato di semplici accenni lanciati dal Dalai lama ai 500 delegati durante la cerimonia di saluto alla quale con sapiente regia sono stati ammessi gli inviati della stampa internazionale. Formalmente, infatti, i portavoce del Parlamento in esilio hanno semplicemente riferito che l’assemblea ha votato a maggioranza l’adesione alla Via di Mezzo autonomista portata avanti finora dal loro leader «per il tempo necessario a vedere se esiste qualche cambiamento nella politica cinese». Un tempo che il Dalai lama non ha voluto fissare («Spetta ai tibetani, non a me, decidere» ha detto) anche se i toni usati sono quelli dell’ultimatum, scaduto il quale hanno spiegato i rappresentanti dell’assemblea- «si opterà per la richiesta di totale indipendenza o autodeterminazione» .

    Di certo l’unico segnale emerso dopo i 5 giorni di acceso dibattito tra gli esuli sembra togliere alla Cina ogni spazio di «ipocrisia», come ha detto ai giornalisti il leader tibetano. Da Dharamsala infatti fino a nuovo ordine non partirà più nessuna delegazione per trattare con Pechino.

  10. #20
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    Vertice Ue-Cina, Mecacci: se Europa politica vuole esistere, leader europei annuncino disponibilità a incontrare Dalai Lama dopo decisione Pechino



    Roma, 26 novembre 2008
    • Dichiarazione di Matteo Mecacci, Deputato radicale e Presidente dell’Intergruppo Parlamentare per il Tibet

    La decisione del Governo cinese di posticipare il Vertice UE-Cina come ritorsione dopo l’annunciato incontro tra il Presidente di turno dell’UE Sarkozy e il Dalai Lama previsto per il prossimo 6 dicembre in Polonia, e’ un test per verificare se esiste la volonta’ da parte dei leader Europei di costruire davvero un’Unione Europea come progetto politico, oltre che economico.

    Per questo, sarebbe politicamente non solo opportuno, ma anche necessario, che dopo questo atto di ritorsione politica da parte di Pechino, tutti i leader di Governo europei, a partire dal Presidente del Consiglio Berlusconi, esprimessero la loro volonta’ e disponibilita’ a incontrare il Dalai Lama per discutere della situazione in Tibet e dello stallo dei colloqui tra le autorita’ cinesi e il Governo tibetano in esilio, che non puo’ continuare ad essere ignorato.

    E’ infatti illusorio pensare che le autorità cinesi abbiano la volonta’ di trovare una soluzione alla vicenda tibetana fino a quando continueranno a “pretendere” che nessun leader internazionale incontri il Dalai Lama. Si tratta di un atteggiamento autoritario e inaccettabile da parte del Governo cinse e che dovrebbe far riflettere tutti i “realisti” che pensano di fare affidamento su un comportamento responsabile delle autorita’ cinesi a livello internazionale, dalla crisi in Darfur, all’attuale crisi economica globale. Fare accordi rinunciando ai propri principi e accettando ricatti, non scongiura i pericoli, ma ne annuncia di nuovi e piu’ gravi, non solo per il Tibet ma anche per noi.

 

 
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