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A costo di rompere le scatole, bisogna darsi una mossa. Maurizio Zipponi non crede nell'imminente crollo del sistema capitalistico né è rimasto alla finestra del Congresso di Rifondazione. Non si arrende al fatto che «spetterebbe alla sinistra dire cose credibili per affrontare una situazione straordinaria, perché siamo alla fine di una storia e della sua rappresentazione, anche di quella da noi proposta, la più giusta con il precipitare dalla deregolamentazione alla liberalizzazione alla precarietà... Ma oggi abbiamo il dovere di fare proposte...». E non si tratta dell'aliquota di Sky («devono ancora spiegarmi perché non dovrebbero pagare le tasse come tutti...», dice Zipponi), ma di quella che tutti chiamano crisi e che l'ex-sindacalista della Fiom ed ex-deputato Prc chiama «la grande riorganizzazione dei poteri e dei luoghi in cui si produce e si fanno le politiche finanziarie del mondo». Altro che pay-tv.
Stai studiando i provvedimenti del governo, cosa hai capito?
Una sola cosa: nessuno sa chi e quanti cittadini sono interessati alle misure del governo e quanti soldi percepiranno. I provvedimenti sono legati di volta in volta a parametri nuovi, alla generica voce "famiglie". Temo che l'obiettivo sia quello di poter dire che la manovra c'è e anche piena di provvedimenti senza che si possa capire chi, cosa e quanto. Senza intervenire.
Però c'è la social card per chi ha un reddito inferiore a 6mila euro...
Qualche giorno fa un operaio mi ha detto che ogni volta che hanno usato l'inglese per introdurre novità è arrivata la fregatura. Job on call, job sharing... così è la social card che in italiano è "la carta dei poveri". Sarebbe bastato aumentare le pensioni minime di 50 euro al mese. Un atto di solidarietà sociale.
Cosa manca alle controproposte?
C'è un errore di fondo di moltissimi economisti, anche a sinistra, che partono dalla crisi finanziaria e poi scendono a quella reale. E' esattamente l'opposto. Esiste già una ristrutturazione economica definita nel tempo via delocalizzazioni produttive e nuovi centri finanziari. E' la destrutturazione già realizzata dell'economia reale. E con essa una nuova dislocazione di produzioni e centri finanziari. E chi ha abbandonato produzioni e capacità d'innovazione è in crisi già da tempo. L'Italia, ma non solo, perché anche Francia e Germania hanno i loro problemi. Ho attraversato da sindacalista le grandi ristrutturazioni degli anni 80 e 90 e non ho mai visto una situazione così grave. E non uso la parola crisi. Qui si tratta di qualcosa di più. La crisi semmai è della sinistra. Manca il suo pensiero, il suo punto d'azione. non c'è più un'altra voce della riorganizzazione della società. Se vogliamo rimetterci in marcia, ci vogliono proposte.
Allora cominciamo....
Come ex-Fiom, il primo punto è redistribuire e rimettere in gioco gli investimenti dello Stato. Nel 2008 i lavoratori dipendenti verseranno 13 miliardi di Irpef in più. Siccome la detassazione delle tredicesime vale 6 miliardi, iniziamo pure da lì. Una misura straordinaria per mantenere i consumi ed evitarne l'ulteriore crollo. Poi bisogna restituire il fiscal drag che dal 2002 al 2007 ha diminuito di 2mila euro all'anno lo stipendio di un lavoratore medio al quarto livello. Deve essere ristabilita la restituzione automatica. Per chi rischia il lavoro ci vuole l'estensione della cassaintegrazione e degli istituti di mobilità, anche per i lavoratori a tempo indeterminato. E da parte delle aziende strumenti di solidarietà come succede nel Nord Europa. E poi ci vuole la sospensione della legge Bossi-Fini, perché i licenziamenti con perdita dello stato di cittadinanza, come sta succedendo a migliaia di migranti, sono ancora più inaccettabili.
Fin qui tutta roba che chiede la Cgil...
Aspetta. Era solo il riassunto iniziale. La proposta più importante è quella di un intervento straordinario fino al 2011: tutti gli aumenti salariali collettivi siano tassati al 20% e alla stessa aliquota siano portate rendite finanziarie e stock options. Sarebbe una minima misura di equità e di buon senso. La differenza tra il 27% di tassazione attuale e quella straordinaria sarebbe garantito dal gettito sulla finanza che arriverebbe vicino alla media europea che ricordo è superiore al 20%. E poi la cassaintegrazione, che nel 2009 si prevede record e generalizzata in molti settori, deve essere alzata. 700 euro in media sono di fatto un assegno di povertà. Bisogna arrivare a 1000 euro. E i soldi ci sono già. Sono quelli che i lavoratori hanno versato in tutti questi anni alla cassa, senza usarli.
Quindi misure che non stravolgono i conti dello Stato. Ma per le imprese niente?
Se è vero che il 15% del parco aziende nazionale, tutte medie e piccole, è a rischio bisogna intervenire anche per loro. E per prima cosa garantirgli l'accesso al credito. Ormai ci sono banche che chiedono l'11%, non è possibile. Bisogna mettere un tetto. Come per i mutui. Poi bisogna sostenere le imprese che fanno esportazione. Poter scontare gli ordini. E sostenere chi produce innovazione di progetto e di prodotto. I criteri indiscriminati non servono a nulla. Né per la produzione né per il consumo. Se il settore auto vuole i soldi, deve averli per l'auto elettrica, a metano, ecologica. Sarebbe un inizio.




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