





Censis: una famiglia su due
a rischio di default
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Pubblicato il 02/05/2006
L’Italia è condannata a uscire dall’euro? Lo suggeriscono due scenari proposti dal Financial Times
di Tito Boeri e Riccardo Faini
L’Italia è condannata a uscire dall’euro? Lo suggeriscono due scenari proposti dal Financial Times. Nel primo, delineato da Wolfgang Munchau il 17 aprile, un governo italiano populista decide unilateralmente di abbandonare l’euro. Nel secondo scenario, dipinto nella Lex Column del 20 aprile, sono i mercati a costringere l’Italia a uscire dalla moneta unica. Meritano una risposta. Lo facciamo qui e, speriamo, presto anche sulle colonne del Financial Times. La probabilità che uno di questi scenari si realizzi e' molto, molto bassa, sia nel medio che nel lungo periodo.
L’opzione che non c’è
Innanzitutto, l’opzione di un semplice abbandono dell’euro non esiste. Non è stata concordata con l’Italia nessuna clausola in proposito, ma anche se una simile deroga potesse essere negoziata, i nostri principali partner commerciali – Germania, Francia e Spagna – non ci permetterebbero mai di rimanere nell’Unione Europea e allo stesso tempo di perseguire una politica di “svalutazioni competitive”. E nessun governo italiano, neanche il più populista, potrebbe prendere in considerazione l’idea di abbandonare del tutto l’Unione Europea, per le conseguenze devastanti che ciò avrebbe sull’economia italiana: i populisti possono essere stupidi, ma aspirano a essere rieletti.
È invece possibile che i mercati possano costringere un Governo italiano ad abbandonare l’euro, come sostiene la Lex Column? Può accadere se i mercati si convincono che le condizioni di finanza pubblica dell’Italia non sono sostenibili e si profila il pericolo di un ripudio del debito. In effetti la combinazione di debito in aumento, economia piatta e tassi di cambio fissi puo' evocare ad osservatori esteri preoccupanti paralleli con l’Argentina. Ma si tratta di situazioni molto diverse tra di loro.
È vero che il debito italiano è in crescita – per la prima volta dal 1994 – e che questo può aver provocato qualche brivido tra i nostri partner europei o finanziari. Tuttavia, i correttivi necessari per tornare a ridurre il debito sono relativamente contenuti. Anche se il tasso nominale medio di crescita è stato del 3 per cento (il che significa crescita reale al di sotto del potenziale) e il costo medio del debito è salito del 5 per cento, un avanzo primario del 2 per cento sarebbe sufficiente per stabilizzare il rapporto debito/Pil. Aggiustando per il ciclo, ma escludendo le manovre una tantum, l’avanzo primario nel 2005 è stato dell’1 per cento. Perché il debito torni a calare è dunque sufficiente un piccolo aggiustamento. Se il Governo della IV legislatura non avesse sperperato il surplus ereditato dalla legislatura precedente (3,2 per cento), l’Italia non si troverebbe ad affrontare questo problema.
La consapevolezza del declino
Altrettanto rassicurante è il fatto che per ridare forza a competitività e crescita non si deve necessariamente passare per una svalutazione. L'euro ha solo messo a nudo una tendenza di lungo periodo alla perdita di competitivita' del nostro paese. L’export italiano ha perso quote di mercato sia negli anni in cui l’euro si deprezzava verso il dollaro sia quando l’euro si è rafforzato.
Il programma della coalizione che ha vinto le elezioni mostra consapevolezza del fatto che la competitività dell’Italia è indebolita da profondi e antichi problemi strutturali, che si possono risolvere solo attraverso una politica di liberalizzazione dei mercati e riforme strutturali. E prevede anche misure, come il taglio del cuneo fiscale, per rilanciare la competitività delle esportazioni italiane immediatamente, in attesa che gli effetti delle riforme strutturali si facciano sentire sulla produttività.
Certo, la risicata maggioranza di cui disporrà il Governo Prodi, potrebbe rendere tutto più difficile. Ma chi sostiene questa tesi, dimentica che strette fiscali e importanti riforme strutturali sono state avviate proprio in periodi di turbolenza politica, nel 1992-93 prima e nel 1995-97 poi. Ancora più importante, la coalizione uscita vincente dalle urne ha già pagato un pesante prezzo in termini di consenso elettorale per il suo esplicito impegno ad alzare le tasse, se ciò dovesse essere necessario dalla condizione di finanza pubblica.
E nel lungo periodo? I pessimisti potrebbero controbattere che l’Italia ha problemi di invecchiamento molto più acuti rispetto alla maggior parte degli altri paesi, eccetto forse il Giappone. Hanno ragione, ma non dovrebbero dimenticare che le riforme previdenziali realizzate in Italia sono molto più lungimiranti di quelle della media dei paesi dell’Unione Europea. Come è ben documentato dall’Ecofin, per il 2050 l’aumento di spesa pubblica dovuto all’invecchiamento è stimato per l’Italia intorno allo 0,5 per cento del Pil contro un oltre 4 per cento degli altri paesi dell’Eurozona. Le pensioni sono in Italia un problema di medio periodo, legato al processo di avvicinamento, certo troppo lento, al sistema sostenibile introdotto dalla riforma previdenziale del 1996. Nel lungo periodo, l’Italia ha minori problemi di sostenibilità dei conti pubblici.
Ciò non toglie che restano enormi le sfide che l’Italia deve affrontare. Ci sono alcuni segnali incoraggianti sul versante della ristrutturazione industriale, dove è in atto un processo di “distruzione creativa”.
Il rischio di profezie che si autoalimentano
Tuttavia, i mercati potrebbero rivedere al ribasso le loro valutazioni sull’Italia e rendere così più difficile il lavoro del Governo. È fin troppo noto che le percezioni dei mercati possono cambiare rapidamente e spostare un’economia da un percorso sostenibile a uno non sostenibile: se tutti i correntisti si aspettano il fallimento di una banca, quella banca finisce inevitabilmente per fallire. Proprio per questo motivo, la situazione della finanza pubblica in Italia deve essere valutata solo dopo una attenta e profonda analisi. In passato, molti commentatori, compreso il Financial Times, avevano predetto che l’Italia non sarebbe riuscita a entrare nell’euro: ci sono molte buone ragioni per credere che abbiano torto anche questa volta.
Articolo stampato da www.Businessonline.it
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ANNO 2006..................DICO 2006.........LEGGERE.


L'Italia NON e' nuova al consolidamento del debito pubblico.Accadde con Giolitti a fine ottocento ma i detentori dei buoni del tesoro italiano erano per lo piu' stranieri. Accadde anche a seguito dello scandolo della Banca Romana che stampava lire ( aòòora non c'era ne' Banca d'Italia ne' zecca dello Stato ) a tutto spiano o meglio le faceva stampare a Londra e qui arrivavano com " barilotti di birra " definizione di Giolitti nelle sue Memorie.
Altro consolidato fu inizioe anni trenta con Mussolini ma qui i risparmiatori alla fine furono ben rimborsati.
MILANO - Tafferugli in piazza Cadorna a Milano tra le forze dell'ordine e gli artigiani abusivi che non hanno acquistato la licenza comunale per partecipare al tradizionale mercatino prenatalizio degli Oh bej oh bej, iniziato questa mattina. Dopo che già ieri abusivi e polizia locale si sono lungamente contrapposti, circa 150 commercianti abusivi hanno tentato questa mattina di bloccare il traffico automobilistico di piazzale Cadorna.
I manifestanti si oppongono all’imponente schieramento di forze dell’ordine che già da oltre 24 ore presidia tutte le vie intorno al Castello Sforzesco, per evitare che alle bancarelle di commercianti regolari, che hanno aperto in mattinata, si aggiungano quelle degli abusivi. Gli agenti non fanno passare nessuno e hanno chiuso al traffico la zona, con pesantissimi disagi sul traffico automobilistico, praticamente bloccato in tutta la zona centrale della città.
IL CORTEO - Nonostante l'opposizione delle forze dell'ordine, per un breve tempo gli ambulanti sono comunque riusciti in una cinquantina a invadere la carreggiata di piazza Cadorna e a bloccare la circolazione delle auto e dei mezzi pubblici nella piazza di fronte alla stazione. Urla, spintoni, chitarre e tamburelli branditi come armi, poi gli agenti hanno riportato la situazione alla normalità, ma i venditori abusivi non sono intenzionati a retrocedere. Il traffico si è brevemente bloccato, così come alcuni tram. Un corteo formato da circa 150 venditori ha percorso Foro Bonaparte in direzione di largo Cairoli. Tra i pilastri che sorreggono il portico davanti alla stazione Cadorna è stato esposto lo striscione «Vogliamo solo lavorare». Tra i cori scanditi dai manifestanti anche quello rivolto a sindaco e vicesindaco di Milano: «Moratti e De Corato, Oh bej Oh bej avete blindato».
I VOLANTINI - In piazzale Cadorna alcuni artigiani abusivi distribuiscono volantini in cui chiedono «aiuto» ai cittadini milanesi: «Siamo accorsi da tutta Italia: artisti, artigiani, creatori dell'ingegno per continuare la tradizione della festa degli Oh Bej Oh Bej: ci siamo disposti in viale Alemagna per organizzare il mercatino e le forze dell'ordine, in assetto antisommossa, ci hanno costretto a sgomberare. L'amministrazione comunale si rifiuta di mediare con noi. Loro non ci vogliono, ma voi sì. Ci saremo anche grazie al vostro sostegno. Non ce ne andremo. Vi aspettiamo». Nel testo, gli artigiani sottolineano: «Siamo venuti qui per lavorare e non per delinquere». Vi sono state espressioni di solidarietà da parte di alcuni cittadini e molti studenti che escono dalle uscite della stazione ferroviaria e della metropolitana.
LA MEDIAZIONE - Il capogruppo dei Comunisti Italiani al Consiglio comunale di Milano, Francesco Rizzati, è arrivato in largo Cairoli per incontrare gli artigiani abusivi e ha chiesto loro di restare calmi, in quanto starebbe cercando una mediazione con l'assessore alle Attività Produttive, Giovanni Terzi. «Oggi non c'è la possibilità per voi di fare i vostri banchetti - ha spiegato Rizzati agli ambulanti -. Pazientate fino alle 15 per farmi trattare con l'assessore Terzi e riuscire a farvi lavorare almeno domani». Il consigliere comunale ha chiesto agli abusivi che si sono concentrati in largo Cairoli di «non compiere azioni di forza contro la polizia per non aggravare una situazione già tesa». Prima di andare via, Rizzati ha affermato che «qualsiasi cosa succeda la responsabilità è della Giunta che ha fatto la scelta pesante di impedire a queste persone di lavorare».
05 dicembre 2008
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Quando mai ho negato la gravità della crisi o l'imbecillità dei nostri governanti? Sono il primo a dire che il 2009 rischia d'essere un anno fatale per l'Occidente (Italia in primis).
Quello che intendevo dire è che è RIDICOLO che tu dica di tassare a morte, a costo di portare via, la prima casa solo perché "grande". Quello che hai fatto post addietro era un ragionamento da comunista d'altri tempi, da esproprio coatto, una cosa che per fortuna non sentiva più da anni.
Devi capire il concetto di risparmio, di godersi i risultati di anni di lavoro (proprio e della famiglia nelle generazioni precedenti), che merita rispetto e non di finire demolito per non si sa bene quali (mala)investimenti da parte dello Stato.

