Romeo, l’imprenditore napoletano motore dell’inchiesta che dimostra quanto era noto da tempo (anche la sinistra è corrotta), stanco di stare in carcere comincia a parlicchiare.
Forse ha capito come funziona l’ambaradan giudiziario in barba al garantismo formale: se insisti a tenere la bocca chiusa, resta chiusa anche la cella e corri il rischio di marcirvi; se invece collabori secondo il rito di santa partenopea magistratura te la puoi cavare da vero signore.
D’altronde è una vecchia storia: se i giudici non indagano e non fanno scattare le manette, la gente mugugna perché i mariuoli non pagano mai dazio e fanno la bella vita; se le toghe decidono di andare a fondo e usano i mezzi di cui dispongono, mugugna lo stesso perché non si fa così, bisogna rispettare le regole (quali?) e non infierire sugli imputati.
Il copione non è cambiato. Da tempo si mormorava che l’amministrazione emanasse puzzo di bruciato e ci si domandava come mai nessuno intervenisse; ora che i Pm sono intervenuti qualcuno arriccia il naso per il metodo.
Sia come sia, Romeo deve aver mangiato la foglia e forse l’intero albero.
E ieri se n’è venuto fuori con la seguente frase: ma io non mi limitavo a prendere; davo, davo a tutti.
La dichiarazione resa davanti all’autorità inquirente introduce nel cuore della vicenda. Assodato che Romeo dava in cambio di appalti in discesa, si tratta di scoprire a chi.
Se, come presumo, egli vorrà completare il discorso appena abbozzato, immagino che nei prossimi giorni - prima o dopo la fine dell’anno, non importa - ne succederanno di ogni colore. Il ragionamento è elementare: posto che dove c’è uno che dà c’è qualcuno che prende, mancano solo i nomi dei beneficati. Il bubbone sta per scoppiare. Presumibilmente gli amministratori che hanno avuto rapporti d’affari pubblici non la passeranno liscia e uno dopo l’altro saranno chiamati a raccontare a loro volta come si svolgevano i lucrosi mercanteggiamenti.
Il grido d’allarme si è già diffuso nella Penisola in qualsiasi angolo della quale lo zampino di Romeo ha lasciato impronte. A quanto si dice, nemmeno Milano può dormire fra due guanciali; e nello scandalo sarebbero coinvolti personaggi di vario spessore. Un particolare va chiarito: il proprietario dell’impresa, quando parla di do ut des, si riferisce a elargizioni di denaro oppure a imprecisati favori finalizzati a spianarsi la strada? Il nocciolo della questione non muta, tuttavia se fossero quattrini più facilmente si accerterebbero gli episodi illeciti dato che contanti e assegni lasciano sempre una traccia. Aspettiamo lumi.
A questo punto registriamo il comportamento di Antonio Di Pietro. Il figlio del quale avrebbe fatto alcune telefonate poco limpide (intercettate) allo scopo di strappare cortesie, ad esempio l’assunzione di amici. Poiché il padre all’epoca era ministro, la cosa ha suscitato perplessità e polemiche. L’ex Pm di Mani pulite ha fiutato l’aria cattiva e, reclamando la propria estraneità, non ha fatto attendere la sua voce: mio figlio o no, sollecito la magistratura a non fermarsi davanti a niente. Se non altro è stato coerente con la sua linea a sostegno incondizionato della magistratura.
Infine una riflessione. L’ondata di sdegno sollevata dagli ultimi scandali non è da sottovalutare. Nell’opinione pubblica è maturata l’idea che in politica non si salvi nessuno: dovunque si posi lo sguardo c’è chi si arrangia e arraffa. E se lo stato d’animo del popolo è questo, siamo nei guai. Non serve, come si fa nel Palazzo, tacciare i cittadini di qualunquismo o populismo per ridare credibilità alla classe dirigente in particolare progressista.
Il disgusto è motivato e si rifletterà nelle urne. In Abruzzo il partito degli astensionisti ha la maggioranza relativa, e non è un segnale trascurabile. Ora, scoperti gli altarini napoletani, l’esercito di chi scuote la testa e si “iscrive” al movimento antipolitico minaccia di infoltirsi. Ecco perché al momento una riforma in corsa della Giustizia è inopportuna: viene interpretata come un goffo tentativo per bloccare l’attività dei giudici mentre, dopo anni di sonno e di sospetta pigrizia, si sono dati una mossa per portare alla luce le magagne dell’arco costituzionale.
Tanta fretta infastidisce gli italiani perché hanno la sensazione che tale riforma non sia dettata dall’esigenza di rendere la magistratura più efficiente, bensì per ridurla all’impotenza e impedirle di punire chi ha sgarrato.
V.F. prima pagina de www.libero-news.it del 24 12 08
saluti




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