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Discussione: Davo qualcosa a tutti

  1. #1
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    Predefinito Davo qualcosa a tutti

    Romeo, l’imprenditore napoletano motore dell’inchiesta che dimostra quanto era noto da tempo (anche la sinistra è corrotta), stanco di stare in carcere comincia a parlicchiare.
    Forse ha capito come funziona l’ambaradan giudiziario in barba al garantismo formale: se insisti a tenere la bocca chiusa, resta chiusa anche la cella e corri il rischio di marcirvi; se invece collabori secondo il rito di santa partenopea magistratura te la puoi cavare da vero signore.

    D’altronde è una vecchia storia: se i giudici non indagano e non fanno scattare le manette, la gente mugugna perché i mariuoli non pagano mai dazio e fanno la bella vita; se le toghe decidono di andare a fondo e usano i mezzi di cui dispongono, mugugna lo stesso perché non si fa così, bisogna rispettare le regole (quali?) e non infierire sugli imputati.

    Il copione non è cambiato. Da tempo si mormorava che l’amministrazione emanasse puzzo di bruciato e ci si domandava come mai nessuno intervenisse; ora che i Pm sono intervenuti qualcuno arriccia il naso per il metodo.

    Sia come sia, Romeo deve aver mangiato la foglia e forse l’intero albero.
    E ieri se n’è venuto fuori con la seguente frase: ma io non mi limitavo a prendere; davo, davo a tutti.
    La dichiarazione resa davanti all’autorità inquirente introduce nel cuore della vicenda. Assodato che Romeo dava in cambio di appalti in discesa, si tratta di scoprire a chi.

    Se, come presumo, egli vorrà completare il discorso appena abbozzato, immagino che nei prossimi giorni - prima o dopo la fine dell’anno, non importa - ne succederanno di ogni colore. Il ragionamento è elementare: posto che dove c’è uno che dà c’è qualcuno che prende, mancano solo i nomi dei beneficati. Il bubbone sta per scoppiare. Presumibilmente gli amministratori che hanno avuto rapporti d’affari pubblici non la passeranno liscia e uno dopo l’altro saranno chiamati a raccontare a loro volta come si svolgevano i lucrosi mercanteggiamenti.

    Il grido d’allarme si è già diffuso nella Penisola in qualsiasi angolo della quale lo zampino di Romeo ha lasciato impronte. A quanto si dice, nemmeno Milano può dormire fra due guanciali; e nello scandalo sarebbero coinvolti personaggi di vario spessore. Un particolare va chiarito: il proprietario dell’impresa, quando parla di do ut des, si riferisce a elargizioni di denaro oppure a imprecisati favori finalizzati a spianarsi la strada? Il nocciolo della questione non muta, tuttavia se fossero quattrini più facilmente si accerterebbero gli episodi illeciti dato che contanti e assegni lasciano sempre una traccia. Aspettiamo lumi.

    A questo punto registriamo il comportamento di Antonio Di Pietro. Il figlio del quale avrebbe fatto alcune telefonate poco limpide (intercettate) allo scopo di strappare cortesie, ad esempio l’assunzione di amici. Poiché il padre all’epoca era ministro, la cosa ha suscitato perplessità e polemiche. L’ex Pm di Mani pulite ha fiutato l’aria cattiva e, reclamando la propria estraneità, non ha fatto attendere la sua voce: mio figlio o no, sollecito la magistratura a non fermarsi davanti a niente. Se non altro è stato coerente con la sua linea a sostegno incondizionato della magistratura.

    Infine una riflessione. L’ondata di sdegno sollevata dagli ultimi scandali non è da sottovalutare. Nell’opinione pubblica è maturata l’idea che in politica non si salvi nessuno: dovunque si posi lo sguardo c’è chi si arrangia e arraffa. E se lo stato d’animo del popolo è questo, siamo nei guai. Non serve, come si fa nel Palazzo, tacciare i cittadini di qualunquismo o populismo per ridare credibilità alla classe dirigente in particolare progressista.

    Il disgusto è motivato e si rifletterà nelle urne. In Abruzzo il partito degli astensionisti ha la maggioranza relativa, e non è un segnale trascurabile. Ora, scoperti gli altarini napoletani, l’esercito di chi scuote la testa e si “iscrive” al movimento antipolitico minaccia di infoltirsi. Ecco perché al momento una riforma in corsa della Giustizia è inopportuna: viene interpretata come un goffo tentativo per bloccare l’attività dei giudici mentre, dopo anni di sonno e di sospetta pigrizia, si sono dati una mossa per portare alla luce le magagne dell’arco costituzionale.

    Tanta fretta infastidisce gli italiani perché hanno la sensazione che tale riforma non sia dettata dall’esigenza di rendere la magistratura più efficiente, bensì per ridurla all’impotenza e impedirle di punire chi ha sgarrato.

    V.F. prima pagina de www.libero-news.it del 24 12 08

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Per l'ex Pm tutto è lecito se fatto in nome del figlio.

    Guarda e impara, Cristiano Di Pietro:
    guarda tuo padre, osserva la sua impunita disinvoltura nel plasmare la realtà a vostra immagine e somiglianza: siete due gocce d’acqua, del resto.
    Gli investigatori della Dia hanno fatto intendere che tuo padre, già a metà del 2007, sapesse che il provveditore Mario Mautone era sotto indagine a Napoli. La Dia ha parlato di circostanza «inquietante» perché «voi dell’Italia dei Valori» improvvisamente avete smesso di parlargli come se fosse appestato, mentre nella vostra ottica era anche peggio: era indagato.
    Tuo padre l’ha anche detto, un giorno: Mautone l’ho trasferito a Roma perché sapevo dell’indagine.
    Ha detto così.
    Poi ha corretto e specificato che dell’indagine aveva appreso da agenzie di stampa: e non era vero, cioè era falso.
    Poi più nulla, zero, silenzio: guarda e impara, Cristiano.
    Se un giornalista come Guido Ruotolo a tuo padre dice che «c’è il sospetto che lei fu avvisato sulle indagini e per questo impose a Cristiano di troncare i rapporti con Mautone», come ha fatto sulla Stampa la vigilia di Natale, impara la risposta di Papà: «È una puttanata mostruosa».
    Stop. Fine.
    Lui non deve spiegazioni.

    Per quanto invece riguarda la polpa della faccenda, cioè i favori che tu hai chiesto al provveditore Mautone a nome di amici tuoi, impara anche quest’altra:
    «Mio figlio ha fatto telefonate istituzionali doverose, e anche altre che non hanno alcuna rilevanza penale ma, al massimo, attengono alla sfera della deontologia e dell’opportunità».
    Hai capito, quello che parla come magna?
    Poi, nella stessa intervista, la paternale:
    «È stato un comportamento assolutamente non corretto che noi dell’Italia dei Valori però non condividiamo».
    Ma sta tranquillo, due giorni dopo, cioè ieri, Papà ha capovolto ancora tutto: «Mio figlio ha semplicemente insistito presso il provveditore perché sette caserme dei carabinieri in Molise si facessero il più presto possibile. Ha fatto proprio quello che il suo dovere gli impone di fare come amministratore, dopo di che ha trasmesso alcuni curriculum di professionisti qualificati affinché il pubblico funzionario li valutasse insieme a quelli di tutti gli altri».
    Cioè: li ha raccomandati, ma hai visto come te l’ha imbastita?
    Ormai è un politico navigato.

    Il tocco finale è la colpa dei giornalisti:
    «Una certa informazione deformata e di parte insiste nel mettere tutti nello stesso`calderone».
    Neanche Repubblica saprebbe far meglio.
    Guarda e impara, Cristiano Di Pietro: è tutta la vita che lo fai.
    C’è quel malfidente di Maurizio Gasparri che ha presentato un’interpellanza per capire come sia stato possibile il tuo trasferimento alla Questura di Vasto: dice che l'organico era già al completo, e che forse hai avuto una spintarella.
    Tu avrai ridacchiato, perché è tutta la vita che guardi e impari.

    Nell’autunno 1992, a Milano, quando eri un ragazzino e tuo padre era già un eroe, vincesti il concorso della Polizia e ottenesti il primo posto in graduatoria su 150 partecipanti, con Papà presente alla cerimonia.
    Come gira il mondo, forse, hai cominciato a capirlo quel giorno.
    Vivevi in via Andegari, dietro Piazza della Scala; l’appartamento della Cariplo era affittato a tuo padre (un equo canone) e il regolamento proibiva ogni tipo di subaffitto: ma ci stavi tu lo stesso.
    Un paio d’anni prima, ricorderai, eri stipendiato dalla Maa di Giancarlo Gorrini: anche se non andavi a lavorare quasi mai, a sentir lui.
    Gorrini è quello dei 100 milioni «prestati» a tuo padre: soldi che usò per comprarti una casa a Curno, vicino a lui.

    Saprai, inoltre, che tuo padre comprò e affittò all’Italia dei Valori due appartamenti che si ripagava con denaro pubblico; come si chiamava la società cui erano intestati gli appartamenti? «An.ton.cri», sigla che racchiude anche il tuo nome.
    Cominci a capire?
    Ma certo che capisci. L’avevi capito da un pezzo anche quando bussasti direttamente a tuo padre, ministro delle Infrastrutture, per perorare la costruzione di un parco eolico in Molise.
    Del resto dove abiti, Cristiano? In una casa a Montenero di Bisaccia.
    Chi te l'ha venduta? Tuo padre.
    Lara, tua moglie, per puro caso faceva di cognome proprio Di Pietro.
    E uno dei tuoi figli, per puro caso, l’hai chiamato Antonio.
    Questa è una Repubblica fondata sulla famiglia, Cristiano.
    Tuo padre, a Guido Ruotolo della Stampa, ha detto che «Quello delle raccomandazioni è il male italiano, mio figlio avrebbe fatto bene a non caderci pure lui».
    Ha detto così, ma sta tranquillo.
    Scherzava.

    Filippo Facci su www.ilgiornale.it 27 12 08

    saluti

  3. #3
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    Predefinito La finta pulizia di Di Pietro

    Roma - Prima li striglia, li prende a male parole, ma poi li lascia dove stanno, come se nulla fosse.
    O peggio, li fa accomodare su un’altra poltrona, altrettanto prestigiosa.
    Di Pietro ha un modo tutto suo per trattare le «mele marce», come lui chiama gli uomini che tradiscono la sua fiducia e che della legalità si preoccupano solo quando finiscono in tribunale.
    Personaggi che creano enormi problemi al leader moralizzatore, che affondano l’immagine del partito della trasparenza.
    Ma di cui forse Tonino non può fare a meno, per chissà quale motivo.

    Eppure non basta a spiegare lo stupore di molti presenti alla conferenza stampa dell’Idv a Napoli, lo scorso 22 dicembre, per annunciare la prossima uscita dei dipietristi dalle giunte colpevoli dello sfascio campano.
    Motivo di cotanta meraviglia?
    La presenza lì, in prima fila davanti al leader, di Cosimo Silvestro, ex (?) capogruppo dell’Idv in Regione Campania (lo si vede nella foto dietro a Di Pietro, nella passeggiata per le vie di Napoli dopo la conferenza).
    Stupore perché Silvestro a fine ottobre si era dimesso dalla carica, su focosa - racconta chi ha sentito - richiesta di Tonino.
    Perché? Una cosetta da nulla: sull’auto blu di Silvestro viaggiava regolarmente, con apposito badge magnetico per entrare in Regione e paletta istituzionale per farsi largo nel traffico partenopeo, un certo Ciro Campana, noto alle cronache locali e ai carabinieri perché fermato più volte in compagnia di pregiudicati vicini ai clan camorristici.

    Quando il Corriere del Mezzogiorno lo ha scoperto, Di Pietro - a un mese dalle elezioni in Abruzzo - è andato su tutte le furie.
    «Ma come, facciamo le battaglie sulla moralità e poi frequentiamo certa gente», si sarebbe sfogato coi suoi.
    Intervistato dal quotidiano il giorno dopo Di Pietro fu teutonico: «Bene avete fatto a scoperchiare il caso. Ci avete messi sull’avviso... Non ci metteremo una pietra sopra».
    Una pietra no, ma un Di Pietro sì.
    Perché, sparito Silvestro per qualche settimana, rieccolo subito dopo magicamente reintegrato nel suo ruolo.
    Da novembre - dicono - firma atti e documenti ufficiali del gruppo, come se niente fosse.

    Aniello Formisano, senatore e potente coordinatore Idv in Campania (uno dei protagonisti del pastrocchio Mautone-Di Pietro jr), ha diramato un comunicato stampa in cui dichiara chiusa la questione perché «priva di fondamento».
    Silvestro si è maldestramente difeso dicendo che i sui rapporti con Campana erano «solo di natura politica».
    Hai detto niente. Eppure quei sospetti, stando ai proclami del leader Idv, sarebbero sufficienti a rendere incandidabile una persona, a maggior ragione nel partito dei Valori.
    Eppure Silvestro era lì alla conferenza stampa, e nel sito della Regione risulta ancora capogruppo dell’Idv.

    Di Pietro però ha già annunciato che il prossimo capogruppo in Campania sarà un altro, «chi è stato eletto nell’Idv» ha specificato.
    E la rosa dei consiglieri si stringe a uno solo, Nicola Marrazzo, sì perché gli altri tre sono transfughi: Francesco Manzi è stato eletto col Psi, Silvestro con i Repubblicani e Giuseppe Musto con l’Udeur (per inciso, anche Manzi figura nell’informativa della Dia su Mautone...).
    Anche su Marrazzo, attuale presidente della commissione Bilancio della Regione, l’organo che decide il flusso di soldi in appalti, sanità e monnezza, pesano dei dubbi.
    La famiglia di Marrazzo, in particolare il fratello Angelo, ha diverse imprese di smaltimento rifiuti a cui sono state tolte la certificazione antimafia per condizionamenti da parte del clan dei Casalesi.
    Angelo Marrazzo è stato «coinvolto in procedimenti penali instaurati a carico del gruppo camorristico dei Casalesi, capeggiati da Francesco Schiavone, in arte Sandokan» ha spiegato in un’audizione alla Camera Carlo Ferrigno, ex prefetto di Napoli.
    Nicola, certo, non figura in nessuna società della famiglia, ma rimane la domanda: Di Pietro è al corrente?

    Ma se va male può capitare a loro quel che è successo a Mauro Mautone, l’ex provveditore arrestato a Napoli, ex amico di Di Pietro senior e jr.
    Ebbene, Tonino ha detto che una volta saputo delle indagini su Mautone (resta un mistero come) lo fece rimuovere subito dall’incarico.
    La punizione? Così impietosa che ci metterebbe la firma qualunque dipendente pubblico: direttore generale per l’edilizia statale e gli interventi speciali, al ministero delle Infrastrutture.
    Proprio Mautone, sospettato di aver pilotato appalti in Campania e Molise. Tonino lo ha «punito» così.
    Perché su queste cose nell’Idv c’è una disciplina di ferro.
    Anzi, Di Pietro.

    la redazione de www.ilgiornale.it 27 12 08

    saluti

 

 

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