CAMBIARE PER SPERARE.
-Questa crisi ci impone un cambiamento-
- Si attesta la necessità di un’inversione di rotta-
-Ci attende un futuro nel quale denaro e profitto non saranno più gli esclusivi referenti di ogni azione e scelta-
Anche se la convinzione personale a volte può continuare a latitare, di questi tempi non c’è nessuno che si possa responsabilmente esimere dal prendere tali affermazioni in seria considerazione, io altresì ho forti dubbi che tutto ciò possa superare lo scoglio della mera dichiarazione d’intenti e che perciò tutto questo si possa davvero tradurre in un reale progetto di cambiamento.
Forse non sono le riflessioni ottimisticamente propositive che si possono auspicare in prossimità dell’inizio di un nuovo anno e tanto meno forse ci si aspettano da me che invece in questi casi, con umore crepuscolare, penso e pratico la totale, laica e impietosa assunzione oggettiva delle prerogative di partenza al fine di operare la tanto inflazionata, da me per prima , riconversione virtuosa!
Cambiamento e Nuovo sono termini, di questi tempi, ampiamente vagheggiati e auspicati che rischiano il serio pericolo di essere solo delle scaramantiche parole d’ordine prive di ogni contenuto che servano solo a protrarre, fino ad estreme conseguenze lo status quo e che , una volta esaurita la propria capacità propulsiva, inesorabilmente,lasceranno solo “bava di lumaca”, questo solo se non saranno soccorse e sostanziate da un reale sovvertimento delle categorie di pensiero. Ma anche qui in molti si troveranno in sintonia con tale affermazione se non che, anche in questo caso, io prevedo la stessa infruttuosa conclusione.
Si devono cambiare le categorie di pensiero senza appellarsi alle categorie di pensiero che siano quelle vigenti, non si tratta perciò di sostituire ma di rivoluzionare e questo per due evidenti motivi il primo dei quali è la velocità dei tempi nei cui confronti rischieremmo sempre di rimanere indietro impegnati ad approntare un nuovo metodo decodificatore e il secondo ben più pericoloso è il mancato risultato che si verrebbe ad ottenere. Qualcosa di molto simile si otterrebbe se si usasse un nuovo prodotto della tecnologia più sofisticata come “ zeppa” per un tavolo pencolante.
Il primo vero cambiamento piuttosto deve avvenire dentro di noi, ogni gesto , ogni scelta, ogni modo deve essere il risultato di una salvifica virginea rinascita che permetta la certezza di nuove vie imprevedibili che aprano ad aurorali soluzioni. Perché prima in noi? Perché è su di noi che è possibile impegnare il massimo sforzo per ottenere il massimo risultato che a quel punto può svolgere benefico contagio nei confronti dell’altro.
Quando si interpreta il linguaggio dell’inconscio si devono evitare i condizionali e le congiunzioni “ma” e “però”, certo questa sarebbe una pratica utile per fondare dei solidi prodromi evolutivi, ma questo è un altro discorso…nel caso in questione sarebbe comunque buona cosa se si evitasse il “quindi” che definisce una consequenzialità, una dipendenza, un ritorno a rigidi schemi che conservano soluzioni ormai vetuste e non lasciano spazio a risposte nobilmente individuali.
E’ impensabile proporre, per esempio in politica, qualcosa di veramente nuovo se questa voglia di comportamentale novità non sia insita nel pensiero di ognuno che sceglierà la propria posizione “ per”, non in contrapposizione o per conseguenza evitando ortodosse ripetizioni assumendo la profonda convinzione della relatività della loro natura (l’impossibile come dato relativo e non assoluto). Allora se si dovrà scegliere chi meglio sia atto a rappresentarci , naturalmente in termini di sane aspirazioni, insomma quello in cui sia più facile riconoscersi, potremmo pensare che non necessariamente debba essere quello “ con la grinta”, “con le palle”o “di peso”, cerchiamo piuttosto nuove ed assolute qualificazioni allontanando da noi l’idea di ritenere che la spendibilità, la ricchezza, il dono di una “ presenza originale” sia misurabile in tessere, potere e rappresentanze e la sapremo cogliere al volo.
Se l’esperienza di Gandhi ci avrà lasciato qualcosa , se davvero avremo compreso la sua reale “ oscenità semantica” , se non ci saremo fatti distogliere dal suo esempio, dall’equivoca espressione “ battaglia gandhiana” nella quale non c’è potenza ma svilimento e incomprensione sapremo essere mobili e fluidi e non ci opporremo alla corrente, perché “togliendo” alleggeriti, e certo non equivocheremo questo invito, se non crederemo che si possano pensare e scrivere cose nuove solo sostituendo la tastiera alla penna e il calamaio , se giunti, quei prodi alla fine di questa mia perorazione, non penseranno che mi trovi nel pieno di un delirio egoico, che si tratti solo di un “ pistolozzo” paranoico determinato da un surplus di democrazia e se sapremo pensare al frutto delle nostre azioni finalizzato ad un risultato che superi la finitezza delle nostre esistenze personali ci sarà speranza e allora BUON ANNO!
ANTONELLA SENSI




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