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Discussione: Intervista a....

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    Predefinito Intervista a....

    ......Berlusconi

    La strada della Certosa corre ripida verso il buen retiro sardo del Cavaliere.
    E battuta dal vento e dal freddo invernale è deserta come tutto il resto di Punta Lada.
    Ad eccezione di una sola volante dei carabinieri che giorno e notte sosta davanti all'ingresso principale di Villa Certosa.
    Silvio Berlusconi esce quando sono da poco passate le dieci di mattina, diretto sulla costa ovest dell'isola per un tour elettorale a Sassari e Alghero a sostegno di Ugo Cappellacci, sfidante di Renato Soru alla presidenza della Regione.
    E trova il tempo di fermarsi a scambiare qualche battuta.
    Il premier è avvolto in un’enorme sciarpa, diretta conseguenza dei cinque minuti di comizio sotto l’acqua del giorno prima.
    Quando, incurante dell’acqua, Berlusconi aveva deciso di tirare avanti a parlare, con Cappellacci al suo fianco che si era subito adeguato chiudendo l’ombrello e restando anche lui sotto la pioggia. Già, sorride il presidente del Consiglio, «ieri ho deciso di fare il galletto e dopo il comizio sotto la pioggia m'è venuto un po' di torcicollo». Ma «non c'è alcun problema», aggiunge, perché «passerà subito».
    Così, mette per un attimo da parte il memorandum sui punti salienti dei comizi della giornata sarda e si sofferma sui fatti della politica italiana.
    Sull'archivio Genchi, dal quale «non ho nulla da temere».
    Sul ddl che regola le intercettazioni che dovrà essere «una legge che taglia tutto».
    Sull'atteggiamento degli alleati che, visto il caso Genchi, «si convinceranno della necessità di una stretta» tanto che la Lega «ha già detto che seguirà le nostre posizioni».
    E pure sul dialogo con l'opposizione, perché solo la parola «mi fa venire l'itterizia».

    Presidente, secondo alcune indiscrezioni che si leggono sui giornali e si ascoltano nei Palazzi della politica nelle intercettazioni contenute nell'archivio Genchi ci sarebbero anche sue conversazioni. È così?
    «Questo non lo so, ma a me non importa assolutamente niente di essere intercettato perché non ho nulla da temere. La questione è un'altra perché qui non c'entro io, c'entrano tutti i cittadini.
    Il problema, insomma, non è che si tratti di Berlusconi o di un altro, perché bisogna tutelare la privacy di tutti».

    Con una legge più restrittiva in materia di intercettazioni?
    «Lo sanno bene: o si fa una legge che taglia tutto (segue gesto eloquente della mano, ndr) oppure - se esce una sola intercettazione che mi riguarda - io me ne vado da questo Paese.
    L'ho già detto, la privacy è cosa troppo importante, non è possibile che non si possa parlare tranquillamente al telefono.
    D'altra parte, quando durante i comizi chiedo alla gente se pensano di essere intercettati alzano tutti la mano.
    È veramente una cosa impossibile, una cosa che non esiste.
    Si parla di 350mila intercettazioni, è un fatto allucinante, inaccettabile in una democrazia».

    Ma l'archivio Genchi è davvero tanto vasto?
    «Così la cosa è stata venduta. Io sto a quello che hanno detto Clemente Mastella (ex ministro della Giustizia, ndr) e il presidente del Comitato Francesco Rutelli (a capo del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ndr)».

    È ottimista sul fatto che si possa arrivare a una legge più stringente subito?
    «Penso sia possibile. Abbiamo già preparato un testo che è migliorativo rispetto alla situazione attuale, un ottimo testo. Ma si può ancora migliorare. Si dovrebbe fare una legge in modo più restrittivo.
    Si può fare di più».

    Crede di poter convincere anche Umberto Bossi?
    «Il caso Genchi convincerà anche gli alleati della necessità di una stretta. Per quanto riguarda la Lega, Bossi mi ha già detto che seguirà le nostre posizioni».

    Il fatto che l'archivio Genchi possa contenere materiale su politici di una parte e dell'altra può favorire il dialogo con centrosinistra su questo provvedimento?
    «Quando sento parlare di dialogo mi viene l'itterizia» (e fa per chiudere la porta della macchina).

    Dicono che è lei che non vuole il confronto...
    «Non è vero che non voglio il dialogo. Il punto è che ogni volta che decidiamo di dialogare loro hanno sempre un secondo fine.
    È successo anche sul federalismo».

    In che senso?
    «Volevano staccare Bossi e la Lega da me, ci hanno provato... Ma non ci sono riusciti oggi e non ci riusciranno mai».

    A che punto è, invece, l’emergenza immigrazione dopo il caso Lampedusa?
    «Nessuno ha la bacchetta magica.
    Ma stiamo lavorando con i Paesi dell’Africa mediterranea per far sì che questo fenomeno possa diminuire. In Parlamento, poi, c’è un accordo fatto con la Libia che però abbiamo tardato ad approvare.
    Il presidente del Senato si è impegnato a concludere l’iter entro il 31 gennaio, così che Tripoli possa mettere in atto quelle misure di controllo delle coste contenute nell’accordo.
    Finché non sarà approvato in via definitiva dal Parlamento, infatti, la Libia si ritiene non impegnata».

    Adalberto Signore www.ilgiornale.it 26 1 09

    saluti

  2. #2
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    Predefinito La "sinistra oggi, ridotta a "voce dell'Islam".

    In nulla Epifani rassomiglia ormai a un sindacalista. Non ne ha l’epica e il fervore; anzi, persino quando litiga col governo, gli si legge in faccia: il suo cruccio più vero è semmai l’impotenza, la confusione che si ritrova in casa appena rientra alla Cgil.
    E appunto cosa ti fa, mentre il sindacato si sta sfaldando in ogni suo nesso consueto? Non trova di meglio che imitare le manie di Pannella, e promettere un referendum, ma solo per dovere impiegatizio, annoiato lui stesso.
    Né sta meglio un Vendola.
    Questo miracolato, che solo i precari umori del Sud sempre mutevoli resero governatore delle Puglie, aggiunge ora il suo partitino comunista agli altri otto già esistenti.
    E tanto è preso ogni volta che parla da qualche afflato che infiora con intenti da poetastro ogni discorso. Ma oltre non va.
    Insomma, si parli di sindacato o di comunisti, pentiti o meno, il risultato è sempre lo stesso: si rivelano, soltanto a sentirli parlare, loro stessi inetti a quanto si propongono.
    Eppure mai in una crisi epocale ch’è la peggiore dal 1929, il momento parrebbe così favorevole alle loro manie.
    Invece eccoli lì, Veltroni compreso: una sinistra vera, e capace di fatti, non c’è più, come almeno ha l’onestà di ammettere Bertinotti.

    Certo il sentire di sinistra ha molto da criticare, e non poche volte, io direi, persino a ragione.
    Ma poveretti gli è rimasto ben poco da dire per fare davvero.
    Pur di infervorarsi per Obama, come fosse tutto un film, non vedono quanto costui sia anche il prestanome degli stessi potenti che con Clinton hanno iniziato molti dei nostri guai.
    E il «keynesismo», quel di più di spesa che Veltroni reclama, ma davvero poi è di sinistra?
    In America implica di regalare i soldi di tutti alle solite banche; in Italia alla Fiat.
    Insomma tante corsette e urlacci in piazza, sventolando rosse bandiere, per sussidiare infine la Borsa.

    Ed è forse normale il compiacersi mentre i maghrebini invadono Lampedusa, così rinnovando le conquiste dei pirati saraceni loro antenati che razziavano le nostre coste?
    Certo compiacerà le cerebralità strane del professor Negri il quale ha sostituito le plebi cosmopolite agli operai di Marx, e però così progettando rivoluzioni peggiori di quella russa.
    Giacché l’allucinazione cosmopolita asseconderà alla fine solo gli islamisti.
    E intanto al Nord comunque rende gli operai ancora più leghisti, dandogli un secondo solido argomento per non essere più di sinistra.
    Il primo è il rifiuto di Epifani di quella contrattazione di secondo livello che li farà guadagnare un po’ meglio.
    Insomma la sinistra, sindacale e no, sta ormai annegando nelle sue presunzioni, che erano dunque solo chiacchiere astratte se sono finite così male.
    Ben poco tra l’altro materialiste.
    Perché «il movimento reale delle cose» le ha portate al ridicolo e all’impotenza.
    Se a fare sindacato ci fossero sindacalisti veri, e non i crucciati Epifani, ben altro sortirebbe da questa crisi: la contrattazione di secondo livello sarebbe occasione di lotta e di nuovi nessi sociali.
    E qualche miglior futuro ci sarebbe pure per i partiti di sinistra, se non fossero i Vendola a fondarli. Se solo ci si accorgesse che il problema non è quello di eccitare le plebi, o incastrarle in qualche nuova mania.
    Ma di sottrarre gli uomini al nulla massificante; dunque ridare loro funzioni, forme e gerarchie, ovvero plasmare comunità concrete.
    Forse è il caso che a queste cose cominci a pensare sul serio almeno la destra, visto che una sinistra incapace ha rinunciato a farlo.

    Geminiello Alvi www.ilgiornale.it 26 1 09

 

 

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