Dalla Liberazione rinnovata, un articolo sull'identità sessuale. Direi che il taglio è molto diverso rispetto a quello a cui eravamo abituati. L'autore (autrice?) si era già espresso/a in modo polemico contro Vladimir Luxuria e la rappresentazione macchiettistica del mondo LGBTQ, basata su lustrini, limousine e champagne mentre i precari "hanno passato il Natale brindando con l'acqua del rubinetto" (si veda la posta di Liberazione del 3 gennaio 2009, o http://viceversa.megablog.it/item/ca...-tu-discrimini ).
Perché Luca non è più gay? L'Italia intera attende la profezia di tale Povia, autore della canzone sanremese "Luca era gay" e tutti si chiedono se Luca era gay perché ora è guarito da un morbo oppure se ha semplicemente cambiato preferenze, punto e basta. Dalle prime indiscrezioni apparse su "Repubblica" il testo parlerebbe di omosessualità come "errore educativo" che si potrebbe "correggere" e, nella fattispecie, l'errore sarebbe stato determinato dagli abusi pedofili su Luca. Ora, dire errore non è che sia molto differente dal dire malattia; legare poi questo errore alla pedofilia è una follia pretestuosa binettiana detestabile e voltastomaco oltre che propaganda antistorica e antiscientifica. Un gay non deve guarire proprio da nulla non essendo malato di niente; né deve correggere nessun errore dato che non esiste nella sessualità la "cosa giusta", e meno male.
Perciò, se il testo parla di questo, la Rai non si faccia veicolo in una occasione simbolica così popolare di una tesi così sconfortante e grottesca che non ha riscontri né in ambito medico, né in ambito psicologico, né ovviamente nella storia emozionale delle tantissime persone che vivono la propria condizione con serenità e non col senso di colpa e il rimorso di non essere nel giusto.
Diverso sarebbe, molto diverso, se questo Luca invece non fosse più gay semplicemente perché il suo orientamento sessuale ed emotivo un giorno prendessero un'altra direzione; in questo caso non potremmo censurare questa scelta perché se lo facessimo daremmo per scontato che l'omosessualità, come l'eterosessualità, siano condizioni eterne, fisse, stabilite una volta per tutte. Dogmi indiscutibili poggiati sull'idea che è solo la natura a fornirci le basi per le emozioni e guidare l'orientamento sessuale.
In questo senso non possiamo continuare a usare parole come "transgenderismo" solo per il gusto di modernizzare il linguaggio e poi non capire che il senso anarcoide di questo concetto è proprio nella fine delle classi sessuali per come sono andate cristallizzandosi, la fine delle divisioni basate sull'orientamento sessuale etero/omo, la fine delle categorie che da sessuali sono diventate socioeconomiche, sociopprimenti.
Dunque perché mai qualcuno non potrebbe diventare etero? O trans? O transomosessuale, come molte trans che diventano poi lesbiche?
Se questo qualcun* (uso l'asterisco perché le molteplicità emozionali/fisiche sono infinite) non guarisce da una malattia che non esiste ma cambia orientamento o genere (e che dire poi dei tantissimi che non hanno nessuna preferenza sessuale, né etero né omo) per una consapevole e felicissima determinazione delle proprie sensazioni e del proprio corpo allora perché non ammettere che anche un gay può diventare etero?
Perché insomma continuiamo a difendere solo il diritto sessuale per nascita, come dio comanda, e non ammettiamo che la vita, la storia e le suggestioni vanno ben oltre il duopolio sessuale? Se ci avvitiamo solo su questa certezza commettiamo lo stesso errore della canzonetta, finiamo per dire che la biologia è l'unica fonte di felicità umana e che le relazioni invece non contano un cavolo.
Nessuno qui vuole difendere l'indifendibile, chi sostiene che i gay siano malati, ma non possiamo sottrarci all'idea che la sessualità è qualcosa di complesso, meravigliosamente complesso, troppo complesso per ridursi a soltanto due categorie, diventate categorie del marketing umano, del marchio umano. E non si può del resto ridurre la sessualità solo a preferenza sessuale. Perché allora non pensare ad un mondo senza generi (non senza differenze), una società "no gender" che rivoluzioni e ripensi l'idea stessa di etero ed omosessualità. Siamo davvero felici dentro le maglie di queste due megacontenitori che discriminano di fatto le persone in queste anguste case chiuse della sessualità? Chiediamoci non per gusto del paradosso intellettuale ma per la convinzione di poter e dover cambiare le cose del mondo: è possibile una liberazione a/sessuale, cioè che si concentri sulle persone e non sulle categorie cui appartengono?
Per l'operaio la lotta di classe è necessaria; i gay invece non possono voler entrare in una contrattazione collettiva. I loro diritti sono diritti universali umani, di tutti, non di una categoria. E vanno rivendicati come tali, non come diritti di nicchia. Come tanti uomini illuminati si sono uniti alla lotte femministe pur non essendo donne ma capendo che i diritti delle donne erano diritti di tutta l'umanità.
Siamo tutti froci e siamo tutti etero! Questa sarebbe la nuova rivoluzione. Il rifiuto di dirci omo o etero condizionati. Un rifiuto non della propria condizione ma del marchio di fabbrica che è diventata nella società dello spettacolo, anche per la miopia di molte organizzazioni gblt che hanno avuto manie separatiste. Chi se ne frega di quello che sono. E se non me ne frego io perché devi fregartene tu, della mia vita? A chi, a cosa serve sapere che sono frocio o sapere che non lo sono? All'industria delle mutande? A quella di Sanremo? Alle aziende che ti possono licenziare meglio inducendoti a vergognarti del tuo stato? Pensare a una società in senso comunista significa anche superare questo tipo di classificazioni. Interrompere i meccanismi di potere e di controllo che da sempre generano. Liberare i sogni e i bisogni umani. Continuare a vedere le cose o bianche o nere, anche nella sessualità, significa accomodarsi nel salotto buono dell'immutabilità della condizione umana. Rinunciare al marchio omo/etero non significa rinnegare la propria condizione, non essere più orgogliosi di essere quello che si è. Ma immaginare che un altro mondo emotivo è possibile, e sapere che la dicotomia omo/etero è spesso un freno alle nostre felicità perché finiamo per fare quello che la nostra classe sessuale ci chiede più o meno chiaramente.
Un pensiero transgender radicale dice che le persone non sono un gay, un etero, una trans. Non sono un target. Ma sono finalmente Mario, Maria, Mari, Mar, Ma, M. E se anche fossero tutte queste cose insieme, la società rinunci a dargli un nome, in nome della libertà. Riprendiamocela, questa libertà.
p.s. Detto questo ognuno è libero di chiamarsi e farsi chiamare etero o gay. Io personalmente da anni non accetto che qualcuno metta accanto al mio nome il mio presunto nome sessuale.