Lettera di Valerio Morucci di ieri sera al gruppo di faccia libro "Libertà di parola" sulla sua presenza a Casapound.
VINCITORI E VINTI
“Senza pietà per i vinti non c’è l’Iliade”, dice Erri de Luca. E non è una notazione letteraria. Erri lo dice a proposito di noi, la nostra generazione. In vario modo impegnata nella battaglia rivoluzionaria degli anni ’70, e in vario modo sconfitta. La generazione più carcerata della storia d’Italia, dice ancora. E non propone gesuitici distinguo. Niente sciacallaggio sui morti e sui vinti.
Ma i canoni mitici della Grecia arcaica non sono più da tempo. Il racconto di uomini che inseguono la vita sostituito dalla celebrazione del Potere che afferma inseguire uno scopo. E se la battaglia non ha più un senso in sé, ma deve averlo soltanto come elemento del percorso del vincitore verso un fine che la trascende, allora non può più esserci pietà per i vinti. Se il percorso del vincitore deve proseguire, ed è il “giusto”, il “bene”, la “civiltà”, allora tutto ciò che lo ha contrastato, e ha sconfitto, è il male, l’ingiusto, la barbarie. L’ideologia del Potere, della sua macchina, sostituisce il racconto ‘umano’. O, altrimenti detto, l’astrazione della continuità del Potere, dal passato al futuro, sostituisce la concretezza dell’umano affannarsi per portare, ora e subito, il futuro nel presente. Da lì in poi lo scontro non sarà più narrato come scontro tra popoli, tra uomini, ma tra il Bene e il Male. La narrazione del Potere, a differenza del racconto umano, è sempre manichea. Non essendo umano, ma solo strumento che adempie la coercizione del necessario, non conosce la pietà.
E dato che il Potere – la sua giustezza, il suo bene, la sua superiore civiltà – è un continuum in cui i tempi inesistenti del passato e del futuro hanno prevalenza sul presente, la sua ideologia unilaterale deve continuare a sopraffare la coralità del racconto, pena la rottura di quel continuum. Finché c’è memoria del passato, ma anche ben oltre, la lettura che se ne dà deve essere quella che consacra il Potere. Ragione per cui è ancora difficile, per esempio, venire a capo degli orrori compiuti nel Meridione dalle “truppe liberatrici” piemontesi, e garibaldine. E quindi nel Meridione che non ha avuto un proprio racconto epico, ma solo la Storia del vincitore, lo Stato di quel vincitore non è mai stato di fatto riconosciuto come proprio.
Non può quindi esserci pietà per i vinti. Politicamente pericoloso. E quei vinti vanno mantenuti in uno stato di separatezza. Una discriminazione nel loro essere sociale che passa attraverso la loro perenne relegazione morale nella categoria del ‘male’. Una relegazione che ha molte valenze nel gioco delle parti che tutti ci racchiude. Permette di riaffermare tramite loro, a rovescio, il bene rappresentato dal Potere, dalla società tutta che, auto-assolvendosi da ogni possibile coinvolgimento, assolve così anche il Potere che la rappresenta. Consente tra l’altro di impedire che, avendo voce, i vinti possano aprire fratture di molteplicità nella unilateralità della sua Storia e, quindi, della sua essenza. Perché, alla fine, il Potere è poco altro che la narrazione di sé, e la presa che le narrazioni autoritative e ben congegnate hanno sui destinatari. Dalla formazione delle città, e dello Stato, fino ad oggi. Un continuum sempre necessitato dal ‘bene comune’, dalla ‘oggettività’ delle condizioni particolari, dalla scelta morale, dalla salvezza contro un ‘Male’ incombente.
Il racconto umano dei vinti, anche la minima traccia di onore, o coraggio, o qualsiasi cosa sia a formare, o salvare, l’orgoglio nella sconfitta, deve essere eliminato dal bombardamento a tappeto della narrazione dei Vincitori. Quella narrazione univoca che subito cerca nuove sponde, nuovi rimbalzi per confondere nella polifonia delle voci l’unicità dello spartito.
E l’assommarsi dei rimbalzi crea un effetto di saturazione e, con questo, di conferma di una narrazione esente da dissonanze. Lo spartito, il copione unico, scompare nascondendosi in un invisibile sottotesto che fornirà a tutti la chiave di recitazione spontanea del proprio ruolo. Così se il vinto sta per prendere pubblica parola, se il vinto è prossimo alla temuta rottura dell’unicità della narrazione, si alzerà da più parti il coro di condanna. Lo sbarramento morale che, eternamente attualizzando il male di cui il vinto è stato portatore, perpetua di riflesso nell’esecrazione la lode del vincitore e l’essere dalla parte ‘giusta’ dei corifei.
Richiedere la pietà per i vinti, è tutt’uno con il richiedere la loro parola. Con il richiedere l’accettazione della molteplicità dei racconti. O, come l’Iliade, di un racconto che sappia accogliere il molteplice. Ed è, ovviamente, una richiesta che non può essere fatta a chi instaura, gestisce, custodisce, e protegge dall’eresia l’unicità ideologica della Storia. E’ invece fatta a chi può disporsi all’ascolto, allo scambio, a chi nel vederlo inibito, impedito, irriso, può impegnare la propria voce per il diritto dei vinti alla parola.
Quella dei vinti senza diritto di pubblica parola è una condizione che può portare ad assimilazioni con chi subisce, o ha subito lo stesso ostracismo. Ha portato me a considerare che una identica tecnica di esorcismo manicheo, seguito dallo sviluppo polifonico della narrazione ideologica del vincitore, con conseguente costituzione di un corpo di guardiani dell’ortodossia politico-storiografica, e quindi fuoco di sbarramento contro chiunque minacciasse il monolito, è stata applicata sul Fascismo.
Non voglio qui entrare nel merito diretto della questione, ma solo abbozzare una qualche premessa. Per quanto detto fin qui mi riesce difficile condividere il frammischiamento tra diritti dei cittadini e diritto del vincitore (quello di Brenno, per intenderci: Vae victis) che è stato fatto nella nostra Costituzione. Questa fissa negli articoli del titolo ‘Diritti e doveri’ le libertà di cui gode il cittadino. Tra queste la libertà di parola e quella di associazione. Il diritto del vincitore, entrandoci poco con una costituzione democratica, è nelle disposizioni transitorie, cioè dentro la Costituzione ma non troppo, all’italiana. In queste disposizioni si vieta la "riorganizzazione, sotto ogni forma, del disciolto partito fascista". E poi nella legge Scelba, alla faccia della transitorietà, diverrà reato penale. Ora, parlando di diritti e non di opinioni personali, come si può riconoscere il diritto di associazione a tutti i cittadini, ma poi negarlo a una parte, ai fascisti? Erano fuori dal diritto di cittadinanza? Andrebbe poi notato che il Tribunale Speciale fascista processava gli oppositori per "ricostituzione del disciolto partito comunista". Esattamente al rovescio. Solo che quello era il tribunale di una dittatura. In due parole a mo’ di esempio: il regime comunista ha portato alla Russia danni e orrori infinitamente maggiori del regime fascista in Italia, eppure dopo la caduta dell’Impero sovietico non è stata impedita nella Costituzione la riorganizzazione del partito comunista. Ancora lì vivo e vegeto. Anche se minoritario.
Quindi se deve essere riconosciuto il mio diritto di parola, senza che in questo conti altro che il mio essere cittadino in un regime di uomini liberi, allora lo stesso diritto non può essere negato a chi si dichiara fascista. Se non è così si rimane nel gioco delle parti, che assai poco ha a che fare con i diritti. Riconosco il diritto di parola a tutti, ma soprattutto a chi è dalla ‘mia parte’ … e tranne a qualcuno. Perché? Perché quel qualcuno rappresenta in modo inequivocabile il ‘male’, e quindi non può avere questo diritto. E’ fuori dal consesso di chi rispetta e gode diritti. Il problema è che così (oltre ad essere troppo prossimi allo spirito di Salem) hanno buon giuoco quanti negano il mio diritto di parola, proprio perché io non sto dalla loro parte e rappresento il ‘male’. E dato che la visione del ‘male’ è molto relativa, così facendo non si dà diritto ma pretese contrapposte delle parti. Proprio ciò che deve essere superato da una carta dei diritti. E, solitamente, la scrittura di questa carta coincide con una fondazione, o rifondazione di una società. Con il superamento di una fase critica, di uno scontro mortale che va riportato sul terreno della contrapposizione politica.
Da noi non riesce a essere così. E secondo me questo ha portato sfaceli a non finire creando fronti contrapposti tagliati con l’accetta dell’ideologia. Noi qui abbiamo il problema, del tutto illiberale, che far parlare qualcuno voglia dire riconoscerlo, dargli una qualche patente. Magari la patente di cittadino che, dice Jefferson, è il minimo che gli spetta per nascita. La guerra civile è finita, ed è finita anche la Guerra Fredda. Forse è il caso di applicare, come passo minimo, non dico il principio basilare di difendere fino alla morte il diritto di parlare anche di chi ci è contrario, cosa che per noi italiani sarebbe troppo, ma soltanto il suo diritto di parlare e, magari, già che sovranamente glielo riconosciamo, di ascoltare. Forse potremmo scoprire che non tutto è come credevamo. Non tutto bloccato nelle immagini dei manifesti di sessant’anni fa. Forse potremmo scoprire che buona parte della reciproca esclusione è dovuto al perpetuarsi di quei vecchi modelli che nessuno è mai più andato a verificare.
Forse si potrebbe scoprire che c’è disaccordo, ma non per questo bisogno di prendersi a bastonate. C’è altrettanto disaccordo, c’è sempre stato, nell’area della sinistra militante. Si è più volte arrivati a cazzotti e a sediate, a identificare negli avversari dei nemici giurati che andavano ridotti all’impotenza.
O comunque, seppure fosse che devono esserci cazzotti, dare una spurgata alle valenze religiose dello scontro tra “Bene” e “Male”, e riportarlo sul terreno più concreto del conflitto sulla rappresentanza dell’antagonismo. Perché oggi, a differenza degli anni ’20, il referente sociale delle due radicalità è il medesimo. Il disagio, il degrado sociale, lo smarrimento nei tempi della globalizzazione del mercimonio capitalistico. Non a caso questa destra radicale, all’opposto della destra ‘atlantica’ e ‘padronale’ degli anni ’70, è antimperialista, No Global, no OGM. E, quindi, una realtà con cui fare i conti, senza rifugiarsi nella comodità dell’antifascismo. E – considerato poi che una destra ancora ‘atlantica’, forcaiola, teo e neo-con, nemica della trasformazione e dell’antagonismo esiste – fare un tentativo per verificare quanto e come sia possibile non schiacciare in quel campo chi in realtà gli va contro.
Animato da questa prossimità con i vinti cui vuole negarsi la parola, andrò a presentare un mio libro in un palazzo che è stato occupato da militanti della destra radicale per ospitare famiglie senza casa e per averne una sede. Non sarà forse una passeggiata, perché ancora è forte l’animosità per i troppi giovani restati sul selciato negli anni ’70. E io nei primi anni di quel decennio di sangue sono stato, seppure non a tempo pieno, un cacciatore di fascisti. Sono però convinto che quell’animosità dipenda di più dal residuo mai sciolto dell’idea cristallizzata, ideologizzata, stereotipata che ci si era reciprocamente fatti del “nemico”. E questo residuo bisogna provare a sciogliere. Per porre tutti quei ragazzi morti dentro un’unica pietà, anche se nella particolarità delle memorie, o nella diversità delle commemorazioni. E finalmente seppellirli. Senza più lasciarli inumati a metà perché il redde rationem è ancora da risolvere. Superare le ragioni ideologico-religiose di quell’odio e riportare i motivi di scontro dentro la concretezza dell’umano contendere per l’affermazione di risposte diverse alle medesime domande.
Vi ringrazio tutti di cuore per la vostra iscrizione a questo gruppo di ‘libertà’. Devo proseguire.





