
Originariamente Scritto da
harunabdelnur
Nel capitolo nono del suo libro “L’esoterismo islamico ed il taoismo”, il Guènon afferma: “In diverse occasioni abbiamo fatto Notare che l’idea di ”creazione“, intesa nel suo significato proprio ed esatto, e senza darle un’estensione più o meno abusiva, in realtà si riscontra solamente nelle tradizioni che appartengono ad un unico filone, quello costituito dall’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo”. Più avanti pur sempre nel medesimo capitolo, dopo aver contestato l’accusa di “panteismo” da molti dato alle dottrine orientali, si sofferma sui termini “emanazione”e “manifestazione” dove contesta l’uso del termine “emanazione”in riferimento a dottrine tradizionali ed ortodosse per significare “la manifestazione” ed afferma che “l’idea di “emanazione “ non è altro che l’idea di “uscita”, ma la manifestazione non deve in alcun modo essere considerata così,poiché in realtà nulla può uscire dal Principio;se qualcosa potesse realmente uscire al di fuori del Principio questi non potrebbe più essere infinito e si troverebbe con l’essere limitato dal fatto stesso della manifestazione; la verità è che al di fuori del Principio non vi è e non può esserci che nulla.”A causa di ciò il Guènon afferma che l’idea di manifestazione,posta metafisicamente,come intendono le dottrine orientali, “non è affatto opposta all’idea di creazione; queste due idee sono riferite” egli prosegue” solamente a livelli e a punti di vista differenti, di modo che basta saper collocare ognuna di esse al suo vero posto, per rendersi conto che fra loro non v’è alcuna incompatibilità” è per questo che l’Advaita Vedanta Tantra si esprime con due tipi di insegnamento o di vedute: il primo modo che corrisponde al terzo stadio della speculazione indù, quella appunto del Vedânta afferma che il percepiente ed il percepito possono venir unificati solo in qualcosa che li trascende entrambi e che quindi cade al di fuori di ogni esperienza empirica.Assumendo solo una delle realtà, questa dovrebbe essere la “coscienza” e non la “materia inconscia”. Ma l’esperienza suprema unitaria può averla soltanto la “coscienza “ libera da quelle condizioni limitatrici che sono costitutive nella esperienza comune, finita, del mondo e che tuttavia vengono estese a quella immensità a cui corrisponde il senso del termine Brahman. Il Guènon,sempre nel capitolo citato,ed in riferimento proprio a quanto sopra accennato scrive:” è così che vi è un aforisma secondo il quale “ il sufi ( e sia ben chiaro che qui non si tratta del semplice mutasawwuf) non è creato” (Es - Sufî lam yukhlaq) ; e ciò sta a significare che il suo stato è al di là della condizione di “creatura”; ed in effetti, dal momento che ha realizzato l’”Identità suprema” e quindi è identificato col Principio o con l’Increato, necessariamente non può essere che increato lui stesso”. Superando così il punto di vista religioso ed assumendo quello dalla metafisica pura.
Per questo motivo il Vedanta è essenzialmente uno sruti-pradhâna, ossia una dottrina , uno sâstra , “rivelato”, in opposto allo yukti-prâdana, ossia ad una dottrina basata sul ragionamento.
A questo punto è interessante riportare quanto scritto dall’Avalon:” L’esperienza spirituale è varia. Può avere un carattere più o meno dualistico, ovvero (finchè essa dura ) monistico. Così del noto detto vedico:”Tu sei questo (tat tam asi ) sono state date diverse interpretazioni. La parola tat (=questo) in sanscrito può valere per tutti i casi.Può essere presa al nominativo e allora la formula indica l’identità professata dalla scuola Mâyâvâda e da quella di Râmânuja.Ma può essere usata in altri casi. Tat può significare Tasmât come nella scuola Vallabha “l’Uno da cui tutto procede”. Tat può significare tasya, come nella scuola Mâdhva, “tu sei suo”, “Egli è il tuo Signore, tu gli appartieni e dipendi da Lui”. Tat può significare tasmin, tasmai,come per altri maestri dualistici (dvaivâdin) e per coloro che seguono il sentiero della devozione (bhâkta). “È in Lui che viviamo,con Lui dovete unirvi per mezzo della devozione” , o “è per Lui che voi siete”…..Dualisti radicali come i Naiyâyika, dicono “Tu non sei questo…..”
Il terzo sistema del pensiero indù, il Vedânta, ha due principali divisioni.La prima è rappresentata da tutte le scuole ad esclusione di Shamkarâ poiché solo questi contrappone una verità ed una realtà convenzionali ad una verità e ad una realtà trascendentali. Per questo motivo secondo il Vedânta del secondo ramo, questa realtà dell’universo è soltanto empirica e dal punto di vista trascendentale essa viene contestata.Pertanto il Vedânta nel tendere costantemente all’unità riconduce ad unica realtà le due realtà ammesse dal secondo sistema. L’ultimo passo è stato compiuto dalla dottrina vedantina della Mâyâ nel suo aspetto trascendentale. Riassumendo sinteticamente: in ogni sua particella la materia è reale quanto la mente, non è una creazione di questa.L’ordine dello sviluppo considerato per il singolo, per lo jîva, in questo punto differisce dal Sâmkhia.Per`dal punto di vista trascendentale, da quello di Dio, il mondo è privo di realtà.Da tale punto di vista la realtà va attribuita solo a ciò che è permanente; tutto ciò che viene e che va non è reale, cio ci ricorda il famoso “panta rei” “tutto scorre”.È stato questo secondo ramo della scuola vedântina a cui corrisponde un unico sistema,quello monistico del Mâyâvâda di Shâmkara a far nascere l’idea che gli Indù pensano che il mondo sia irreale, benchè comunemente essi non abbiano affatto questa impressione e benchè ogni altra scuola filosofica indù, a tale riguardo, respinga la dottrina di Shâmkara.Ma coloro che la seguono la concepiscono come il coronamento di tutta la serie dei sistemi filosofici indù, all’estremità inferiore della quale collocano i Shârvâka e i Lokâyata, gli ateisti ed i materialisti.La differenza fondamentale fra essa e gli altri sistemi vedantini sta nel fatto che mentre i secondi in ultima analisi attribuiscono una realtà all’universo, sia pure considerandolo dipendente dal Brahman di cui esso è, in un senso o nell’altro, una parte, per essa l’universo sarebbe una pluralità consistente solamente di “nomi-e-forme”, non sarebbe una parte effettiva ellenica realtà, di Brahman, la presenza del quale dà al mondo l’apparenza di sostanzialità che esso presenta. Nomi-e-forme sono prodotti di un insondabile potere del Signore che è Lui solo l’Immenso, il Brahman, visto attraverso il velo di Maya. Così viene affermata un’unica realtà, nei termini di un principio eterno privo di mutamento.
Per rendere più chiara la posizione del sistema Sâmkhya lo si può tradurre nei termini della dottrina degli Shâkta se ai molti purusha si sostituisce l’unico Shiva e a Prakrti la Potenza (Shakti) di Shiva , dove però diversamente dal Shamkya , Shiva e Shcakti non sono due realtà ben distinte bensì un’unica realtà in due aspetti, statico l’uno, dinamico l’altro.
Con ciò abbiamo posto le premesse per avere un quadro chiaro,più o meno, della visione induista del Vedanta Advaita Tantra. Ma dove può essere l’aggancio con la Dottrina islamica?Chi meglio del Guènon può chiarire, nel suo modo stringato e lucido,questo problema? Citiamo sempre dal medesimo libro,però dal capitolo III°: “…A questo proposito,la sola differenza fra le dottrine tradizionali è proprio quella che abbiamo appena indicato: l’affermazione dell’Unità è presente dappertutto, solo che, all’origine, essa non aveva certo bisogno di essere formulata espressamente per apparire come la più evidente delle verità, poiché gli uomini,allora, erano troppo vicini al Principio per misconoscerlo o perderlo di vista. Attualmente al contrario, si può dire che la maggioranza degli uomini,coinvolti interamente nella molteplicità ed avendo perduto la conoscenza intuitiva delle verità di ordine superiore, solo a stento pervengono alla comprensione dell’Unità; ed è per questo che, nel corso della storis dell’umanità terrestre, diviene via via necessario formulare tale affermazione dell’Unità a più riprese e sempre più nettamente, e potremmo dire sempre più energicamente”. Nel libro “Il Profeta Muhammad” scritto in inglese da Martin Lings, un convertito inglese, tradotto e pubblicato in Italia,viene scritto”C’erano comunque,in quel tempo,come del resto in ogni epoca, alcuni che conservavano la purezza del culto abramico; solo essi capivano che,lungi dall’avere un carattere tradizionale, l’adorazione degli idoli era una innovazione, un pericolo dal quale ci si doveva ben guardare. Bastava conoscere la storia un poco più profondamente, per notare che Hubal (un idolo entro la Kaaba, non era migliore del vitello d’oro dei figli di Israele. Questi Hunafá’( la parola Hunafa’ è il plurale di hantf e significa “ortodosso” ma è anche molto vicino al significato di Unico.), come usavano chiamarsi, non volevano aver nulla a che fare con gli idoli la cui presenza alla Mecca era considerata una profanazione e una corruzzione.Il loro rifiuto di ogni compromesso e la loro franchezza di parola, li relegavano ai margini della società meccana da cui erano rispettati,tollerati o maltrattati a seconda delle singole personalità e della maggiore o minore protezione che i loro stessi clan potevano dare loro”. Questa citazione per testimoniare l’esistenza di “adoratori dell’Unico” ancor prima della venuta del Profeta (s.a.s). Continuiamo con il Guènon:” Se si considera lo stato attuale delle cose, si nota che in certe forme tradizionali questa affermazione è, in qualche modo, meno evidenziata e talvolta costituisce perfino la loro componente esoterica, intendendo questo termine nel senso più lato; mentre,in altre forme tradizionali, essa appare in tutta evidenza, tanto da non riuscire a scorgervi altro…Quest’ultimo caso è quello dell’Islamismo, perfino exoterico; qui l’esoterismo non fa altro che spiegare e sviluppare tutto ciò che è contenuto in tale affermazione e le sue relative conseguenze; e se lo fa spesso in termini identici a quelli riscontrabili in altre tradizioni, come il Vedânta ed il Taoismo, non è il caso di stupirsene , né di vedervi la conseguenza di “imprestiti”, che storicamente sono contestabili; ciò si verifica solamente perché la verità è una e perché, in quest’ordine principiale, come dicevamo all’inizio, l’Unità si manifesta necessariamente perfino nella sua espressione”.
Io penso che come base di discussione tutto ciò,dal mio punto di vista, sia sufficiente!