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Discussione: Islam e Advaita

  1. #1
    Figlio di Kālī
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    Predefinito Islam e Advaita

    Rovistando tra le cartelle del mio pc ho trovato una discussione del forum della vecchia POL risalente al 2006 (L'Islam e l'Advaita) che salvai quando ero moderatore del precedente Filosofie e Religioni d'Oriente. Ho pensato di riportarne i post principali; potranno essere un incipit per continuare qui la discussione.

    Citazione Originariamente Scritto da testadiprazzo
    Mi piacerebbe sapere le relazioni che ci sono tra l'Advaita Vedanta....e l'Islam..anche per avere un giudizio che viene da una testa più consapevole..che non i soliti del forum perennialista..con cui ho avuto solo scontri..e mai discussioni..
    Citazione Originariamente Scritto da harunabdelnur
    Nel capitolo nono del suo libro “L’esoterismo islamico ed il taoismo”, il Guènon afferma: “In diverse occasioni abbiamo fatto Notare che l’idea di ”creazione“, intesa nel suo significato proprio ed esatto, e senza darle un’estensione più o meno abusiva, in realtà si riscontra solamente nelle tradizioni che appartengono ad un unico filone, quello costituito dall’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo”. Più avanti pur sempre nel medesimo capitolo, dopo aver contestato l’accusa di “panteismo” da molti dato alle dottrine orientali, si sofferma sui termini “emanazione”e “manifestazione” dove contesta l’uso del termine “emanazione”in riferimento a dottrine tradizionali ed ortodosse per significare “la manifestazione” ed afferma che “l’idea di “emanazione “ non è altro che l’idea di “uscita”, ma la manifestazione non deve in alcun modo essere considerata così,poiché in realtà nulla può uscire dal Principio;se qualcosa potesse realmente uscire al di fuori del Principio questi non potrebbe più essere infinito e si troverebbe con l’essere limitato dal fatto stesso della manifestazione; la verità è che al di fuori del Principio non vi è e non può esserci che nulla.”A causa di ciò il Guènon afferma che l’idea di manifestazione,posta metafisicamente,come intendono le dottrine orientali, “non è affatto opposta all’idea di creazione; queste due idee sono riferite” egli prosegue” solamente a livelli e a punti di vista differenti, di modo che basta saper collocare ognuna di esse al suo vero posto, per rendersi conto che fra loro non v’è alcuna incompatibilità” è per questo che l’Advaita Vedanta Tantra si esprime con due tipi di insegnamento o di vedute: il primo modo che corrisponde al terzo stadio della speculazione indù, quella appunto del Vedânta afferma che il percepiente ed il percepito possono venir unificati solo in qualcosa che li trascende entrambi e che quindi cade al di fuori di ogni esperienza empirica.Assumendo solo una delle realtà, questa dovrebbe essere la “coscienza” e non la “materia inconscia”. Ma l’esperienza suprema unitaria può averla soltanto la “coscienza “ libera da quelle condizioni limitatrici che sono costitutive nella esperienza comune, finita, del mondo e che tuttavia vengono estese a quella immensità a cui corrisponde il senso del termine Brahman. Il Guènon,sempre nel capitolo citato,ed in riferimento proprio a quanto sopra accennato scrive:” è così che vi è un aforisma secondo il quale “ il sufi ( e sia ben chiaro che qui non si tratta del semplice mutasawwuf) non è creato” (Es - Sufî lam yukhlaq) ; e ciò sta a significare che il suo stato è al di là della condizione di “creatura”; ed in effetti, dal momento che ha realizzato l’”Identità suprema” e quindi è identificato col Principio o con l’Increato, necessariamente non può essere che increato lui stesso”. Superando così il punto di vista religioso ed assumendo quello dalla metafisica pura.
    Per questo motivo il Vedanta è essenzialmente uno sruti-pradhâna, ossia una dottrina , uno sâstra , “rivelato”, in opposto allo yukti-prâdana, ossia ad una dottrina basata sul ragionamento.
    A questo punto è interessante riportare quanto scritto dall’Avalon:” L’esperienza spirituale è varia. Può avere un carattere più o meno dualistico, ovvero (finchè essa dura ) monistico. Così del noto detto vedico:”Tu sei questo (tat tam asi ) sono state date diverse interpretazioni. La parola tat (=questo) in sanscrito può valere per tutti i casi.Può essere presa al nominativo e allora la formula indica l’identità professata dalla scuola Mâyâvâda e da quella di Râmânuja.Ma può essere usata in altri casi. Tat può significare Tasmât come nella scuola Vallabha “l’Uno da cui tutto procede”. Tat può significare tasya, come nella scuola Mâdhva, “tu sei suo”, “Egli è il tuo Signore, tu gli appartieni e dipendi da Lui”. Tat può significare tasmin, tasmai,come per altri maestri dualistici (dvaivâdin) e per coloro che seguono il sentiero della devozione (bhâkta). “È in Lui che viviamo,con Lui dovete unirvi per mezzo della devozione” , o “è per Lui che voi siete”…..Dualisti radicali come i Naiyâyika, dicono “Tu non sei questo…..”
    Il terzo sistema del pensiero indù, il Vedânta, ha due principali divisioni.La prima è rappresentata da tutte le scuole ad esclusione di Shamkarâ poiché solo questi contrappone una verità ed una realtà convenzionali ad una verità e ad una realtà trascendentali. Per questo motivo secondo il Vedânta del secondo ramo, questa realtà dell’universo è soltanto empirica e dal punto di vista trascendentale essa viene contestata.Pertanto il Vedânta nel tendere costantemente all’unità riconduce ad unica realtà le due realtà ammesse dal secondo sistema. L’ultimo passo è stato compiuto dalla dottrina vedantina della Mâyâ nel suo aspetto trascendentale. Riassumendo sinteticamente: in ogni sua particella la materia è reale quanto la mente, non è una creazione di questa.L’ordine dello sviluppo considerato per il singolo, per lo jîva, in questo punto differisce dal Sâmkhia.Per`dal punto di vista trascendentale, da quello di Dio, il mondo è privo di realtà.Da tale punto di vista la realtà va attribuita solo a ciò che è permanente; tutto ciò che viene e che va non è reale, cio ci ricorda il famoso “panta rei” “tutto scorre”.È stato questo secondo ramo della scuola vedântina a cui corrisponde un unico sistema,quello monistico del Mâyâvâda di Shâmkara a far nascere l’idea che gli Indù pensano che il mondo sia irreale, benchè comunemente essi non abbiano affatto questa impressione e benchè ogni altra scuola filosofica indù, a tale riguardo, respinga la dottrina di Shâmkara.Ma coloro che la seguono la concepiscono come il coronamento di tutta la serie dei sistemi filosofici indù, all’estremità inferiore della quale collocano i Shârvâka e i Lokâyata, gli ateisti ed i materialisti.La differenza fondamentale fra essa e gli altri sistemi vedantini sta nel fatto che mentre i secondi in ultima analisi attribuiscono una realtà all’universo, sia pure considerandolo dipendente dal Brahman di cui esso è, in un senso o nell’altro, una parte, per essa l’universo sarebbe una pluralità consistente solamente di “nomi-e-forme”, non sarebbe una parte effettiva ellenica realtà, di Brahman, la presenza del quale dà al mondo l’apparenza di sostanzialità che esso presenta. Nomi-e-forme sono prodotti di un insondabile potere del Signore che è Lui solo l’Immenso, il Brahman, visto attraverso il velo di Maya. Così viene affermata un’unica realtà, nei termini di un principio eterno privo di mutamento.
    Per rendere più chiara la posizione del sistema Sâmkhya lo si può tradurre nei termini della dottrina degli Shâkta se ai molti purusha si sostituisce l’unico Shiva e a Prakrti la Potenza (Shakti) di Shiva , dove però diversamente dal Shamkya , Shiva e Shcakti non sono due realtà ben distinte bensì un’unica realtà in due aspetti, statico l’uno, dinamico l’altro.
    Con ciò abbiamo posto le premesse per avere un quadro chiaro,più o meno, della visione induista del Vedanta Advaita Tantra. Ma dove può essere l’aggancio con la Dottrina islamica?Chi meglio del Guènon può chiarire, nel suo modo stringato e lucido,questo problema? Citiamo sempre dal medesimo libro,però dal capitolo III°: “…A questo proposito,la sola differenza fra le dottrine tradizionali è proprio quella che abbiamo appena indicato: l’affermazione dell’Unità è presente dappertutto, solo che, all’origine, essa non aveva certo bisogno di essere formulata espressamente per apparire come la più evidente delle verità, poiché gli uomini,allora, erano troppo vicini al Principio per misconoscerlo o perderlo di vista. Attualmente al contrario, si può dire che la maggioranza degli uomini,coinvolti interamente nella molteplicità ed avendo perduto la conoscenza intuitiva delle verità di ordine superiore, solo a stento pervengono alla comprensione dell’Unità; ed è per questo che, nel corso della storis dell’umanità terrestre, diviene via via necessario formulare tale affermazione dell’Unità a più riprese e sempre più nettamente, e potremmo dire sempre più energicamente”. Nel libro “Il Profeta Muhammad” scritto in inglese da Martin Lings, un convertito inglese, tradotto e pubblicato in Italia,viene scritto”C’erano comunque,in quel tempo,come del resto in ogni epoca, alcuni che conservavano la purezza del culto abramico; solo essi capivano che,lungi dall’avere un carattere tradizionale, l’adorazione degli idoli era una innovazione, un pericolo dal quale ci si doveva ben guardare. Bastava conoscere la storia un poco più profondamente, per notare che Hubal (un idolo entro la Kaaba, non era migliore del vitello d’oro dei figli di Israele. Questi Hunafá’( la parola Hunafa’ è il plurale di hantf e significa “ortodosso” ma è anche molto vicino al significato di Unico.), come usavano chiamarsi, non volevano aver nulla a che fare con gli idoli la cui presenza alla Mecca era considerata una profanazione e una corruzzione.Il loro rifiuto di ogni compromesso e la loro franchezza di parola, li relegavano ai margini della società meccana da cui erano rispettati,tollerati o maltrattati a seconda delle singole personalità e della maggiore o minore protezione che i loro stessi clan potevano dare loro”. Questa citazione per testimoniare l’esistenza di “adoratori dell’Unico” ancor prima della venuta del Profeta (s.a.s). Continuiamo con il Guènon:” Se si considera lo stato attuale delle cose, si nota che in certe forme tradizionali questa affermazione è, in qualche modo, meno evidenziata e talvolta costituisce perfino la loro componente esoterica, intendendo questo termine nel senso più lato; mentre,in altre forme tradizionali, essa appare in tutta evidenza, tanto da non riuscire a scorgervi altro…Quest’ultimo caso è quello dell’Islamismo, perfino exoterico; qui l’esoterismo non fa altro che spiegare e sviluppare tutto ciò che è contenuto in tale affermazione e le sue relative conseguenze; e se lo fa spesso in termini identici a quelli riscontrabili in altre tradizioni, come il Vedânta ed il Taoismo, non è il caso di stupirsene , né di vedervi la conseguenza di “imprestiti”, che storicamente sono contestabili; ciò si verifica solamente perché la verità è una e perché, in quest’ordine principiale, come dicevamo all’inizio, l’Unità si manifesta necessariamente perfino nella sua espressione”.
    Io penso che come base di discussione tutto ciò,dal mio punto di vista, sia sufficiente!
    Citazione Originariamente Scritto da testadiprazzo
    Considerando che l'Advaita Vedanta..attiene al piano metafisico..quello del Brahman ..mentre la Manifestazione.o Creazione..attiene a quello della Teologia..che poi sarebbe l'exoterismo..come è inteso comunemente...non è che sia tanto chiara la necessità del secondo ..per accedere al primo..in quanto i due ambiti..sono diversi ..anche se la trasposizione interessa più che altro il livello linguistico..che non quello operativo..
    Va da se..che un Iniziato..può operare la trasposizione partendo da tutto..anche dalla propria vita quotidiana..che diventa supporto per l'elevazione..come supporto diventa la partecipazione a qualsiasi exoterismo..Quello che mi risulta incomprensibile..è come certi supporti vengono considerati necessari e altri meno..dal momento che tutti..si situano sul piano del contingente..o del temporale ..che poi è la Manifestazione..
    Guenon..non si interessa del dualismo metafisico..ma solo dell'identità Atman Brahman..esposta da Shamkara..che considera più principiale..come esprime nell' Uomo e il suo divenire secondo il Vedanta..e presumo che a quella attenga l'Esoterismo Islamico..mentre l'Exoterismo Islamico..dovrebbe essere la forma..in cui l'esoterismo si innesta..come trasposizione metafisica a quello che la Teologia afferma..ma quando si prende una realtà exoterica per calarci significati esoterici..c'è sempre il rischio ..che nella fase finale del ciclo..l'esoterismo sparisca..e allora abbiamo il capovolgimento dell'ordine principiale..e la Metafisica..diventa il corpo intellettuale..dove calare realtà exoteriche..invece di essere l'opposto..Detto in soldoni..è proprio quello che mi sembra succeda..allo stato dei fatti..e come prova..ho la percezione del tremendo attaccamento alla forma..di chi esotericamente dovrebbe preoccuparsi più dell'Essenza..
    Mansur venne ucciso..eppure viene considerato Illuminato..come a dire..e Guenon l'afferma..che certi segreti..che poi sarebbe la Metafisica..dell'identità Atman Brahman..non vanno divulgati..in quanto il rigido monoteismo..ne sarebbe stato scosso..ma..ricordiamoci..che questo avvenne quasi mille anni fa..quando l'exoterismo aveva quel valore di Salvezza..che oggi ..non ha più..e..oggi..che il segreto riguarda solo l' incomunicabile e non la riservatezza..proclamare di essere Advaita nell'Islam..equivarrebbe a crearsi molti problemi..dire che tutto è Allah..e quindi anche io sono Allah..non credo sia tanto salutare..
    Ho la percezione che i sufi..nell'islam..siano come gli ebrei..costretti a nascondersi e a partecipare alla vita collettiva..per impossibilità di fare altrimenti..ma dove l'esoterismo non è attaccato all'eslusivismo abramita..abbiamo che l'exoterismo ..diventano i gesti della vita quotidiana ..vero supporto esteriore a quell'elevazione interiore che è la meta finale di tutte le forme iniziatiche..e..tra i gesti quotidiani..io metto anche le varie forme di exoterismo religioso..dove è obbligatorio per una vita civile soddisfacente..ma dove l'exoterismo religioso non è obbligatorio..sarà pur sempre obbligatorio vivere..e l'exoterismo..sono le varie operazioni che rendono la vita possibile..operazioni che nell'iniziato..non vengono compiute per obbligo o prescrizione...ma a causa di quella Luce..che è appunto l'Iniziazione nel suo operare nel mondo..
    Ultima modifica di Zed; 25-05-10 alle 10:42
    ...

    Chi coltiva un pensiero raccoglie un'azione, chi coltiva un'azione raccoglie un'abitudine, chi coltiva un'abitudine raccoglie un carattere, chi coltiva un carattere raccoglie un destino.

  2. #2
    Figlio di Kālī
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    Predefinito Rif: Islam e Advaita

    ...
    Citazione Originariamente Scritto da harunabdelnur
    Carissimo Ti rispondo!
    Se c’è una cosa che deve essere riconosciuta al Guènon è la sua precisione nell’uso della parola o meglio della terminologia. Ciò premesso, cos’è che spinge un essere umano a porsi delle domande quali,ad esempio, da dove vengo? Chi sono? Come è nato il Mondo in cui vivo? Come è nato l’Universo che ci circonda? Oppure chi ha creato tutto ciò? Evitando le risposte che la Scienza moderna,cerca di dare, e se dico “cerca” nel senso non solo di “cercare delle risposte”, intendo anche dire “tenta”,poiché delle risposte “definitive” non le può dare, mi atterrò esclusivamente alle risposte che la “religione” ci dà.
    Che cosa significa “religione”? È una parola che deriva da “re-ligo” e che significa “rilegare” “mettere insieme” “legare insieme nuovamente”,così come le diverse pagine di uno scritto vengono “rilegate” in un unico libro di senso compiuto. Per il libro è sufficiente un “rilegatore” ma per la “religione” si ha bisogno di un “pontefice” un “facitore di ponti”, “Colui che mette in contatto” il Mondo spirituale con quello degli Uomini” e dico “Uomini” poiché la flora e la fauna ed il regno minerale non hanno bisogno di questo “ponte” essendo tutti loro da sé stessi in contatto ed armonia con il Mondo spirituale.
    Si può anche dire che il “pontefice” mette in contatto il Cielo con la Terra, dove il termine Cielo, dal latino Coelum, significa ciò “che è celato”, ma perché proprio il Pontefice ha questa funzione? Perché egli è un Sacerdote,dove Sacerdos significa “Colui che conosce la dottrina (dotto) sacra”.
    Sono quindi questi conoscitori del Sacro,oggi si userebbe dire “iniziati” che hanno formato la Società umana allineandola al quotidiano “aver a che fare” con il Sacro,dando loro dei supporti “reali” cui fare riferimento, a seconda della loro natura, nel vivere quotidiano. Questa “azione” dopo che fu stabilizzata, portò alla necessità di “mantenerla” di “fissarla”, un agire che io personalmente chiamo “visnuita” dal detto “Brahman crea,Vishnu conserva, Shiva distrugge”.
    È quindi chiaro che non si può discutere sulla “religione” senza tener presente la Dottrina dei Cicli Cosmici di cui ora non tratterò se non per dire che entrando nel Kaly-Yuga ,la parte di questo Manvantara, il settimo per la precisione che coincide anche con la fine della prima metà del nostro Kalpa, le “elite” spirituali, all’inizio (del Kaly Yuga), presero tutti i provvedimenti necessari al “mantenimento” di questo “contatto” con ciò che era “celato” all’esperienza comune dei più.
    Questi provvedimenti li puoi tutti definire exoterici, anche se i “riti” ottenevano ciò per cui erano previsti, dietro le quinte, all’interno dei Templi, veniva praticata la “Conoscenza esoterica” e questo anche nelle Società umane dette,oggi, politeiste o pagane. L’exoterismo è come la polpa e la buccia di un frutto che giunto a maturazione si “sfalda” e rende possibile la fuoriuscita del “nocciolo” entro il quale,sino al momento della “nuova” fioritura, il seme è protetto.Ciò vale anche per una noce oppure una castagna, la Natura ci parla in questo modo che è il più “semplice”,ascoltare la Musica delle Piante o percepire le “vibrazioni” di una roccia è già un’altra cosa. Detto ciò sono di certo sicuro che il pericolo da te esposto: “….ma quando si prende una realtà exoterica per calarci significati esoterici, c’è sempre il rischio che, nella fase finale del ciclo, l’esoterismo sparisca e allora il capovolgimento dell’ordine principiale …e la Metafisica diventa il corpo intellettuale dove calare realtà exoteriche etc…….”Innanzi tutto vorrei farti notare che senza l’esoterismo non vi sarebbe alcun exoterismo, e quindi il caso da te ipotizzato non può in alcun modo sussistere,l’esoterismo esiste anche senza la parte exoterica,questa è un “ atto di misericordia” rivolto a tutti coloro che non hanno la possibilità o la capacità o la necessaria forza spirituale di praticare i “sentieri iniziatici” facenti parte del così detto mondo esoterico. “un atto di misericordia” dovuto alla necessità di mantenere tutta questa umanità entro i solchi di un “ordinamento sociale tradizionale”e quindi in “armonia” con il Mondo creato, che lo circonda, una Armonia che prima, in illo tempore, ai primordi dell’Umanità, questa Umanità, perché tu dovresti sapere che questa umanità non è stata l’unica e non sarà nemmeno l’ultima, era un dato di fatto per qualsiasi singolo essere umano. In riferimento al quesito che tu ti poni circa “..certi supporti vengono considerati necessari e altri meno..dal momento che tutti..si situano sul piano del contingente ..o del temporale .. Che poi è la Manifestazione” questo è un problema che solo chi ha realizzato l’unione con il suo Signore, e qui ci si dovrebbe intendere sulla parola Signore perché a nessuno è dato di realizzare una simile unione,per dirla con una terminologia islamica si può giungere ai piedi del Trono su cui siede il Signore, con tutti gli aspetti simbolici che questa frase sottointende, può porsi.
    Circa la parola Manifestazione già ti ho detto usando il Guènon come chiarificatore, si tratta invece di una Creazione, i sistemi speculativi indiani del Vedânta cui puoi,in un certo modo appaiare il sistema Tomistico cristiano che si rifà a Platone ed ai neoplatonici, cercano di dare risposte che si sarebbero rese necessarie proprio in questi “ultimi tempi”dove una Scienza moderna invasiva avrebbe posto in forse ogni reiferimento divino. Il sistema degli Shackta, basato sulla unità-dualità Shiva-Shakti nota il detto “Non c’è Shiva senza Shakti” cerca di spiegare “passo per passo” la Cosmogonia e non la Teologia,è un processo che potresti studiare anche attraverso i pre-socratici e che Platone ha tentato di portare a termine.Un processo dovuto allo scadimento dei supporti exoterici legati, nella Grecia antica, ai legami tribali di sangue, che furono sconvolti e praticamente resi nulli dalle riforme di tipo “solonico”. È vero che vi sono verità che sarebbe meglio tacere ma non perché mettano in crisi il Monoteismo, ma perché, è il mio parere, sarebbero catastrofiche se “usate” dalla Scienza moderna.
    Devo chiudere perché altro mi attende, alla prossima.

    Citazione Originariamente Scritto da testadiprazzo
    Cerchiamo di affrontare un argomento alla volta..che alrimenti facciamo un gran minestrone..
    La Trasmissione della Verità....

    Il modo migliore per trasmettere la Verità..è il contatto con chi la Verità ce l'ha..e..per un esoterico o iniziato..la Verità..non è l'adesione a qualche morale o qualche rito..ma il possedere la Conoscenza..come dice Shankara..che poi significa essere identificati col Principio Supremo..che è il Brahman...per questo motivo..la trasmissione più importante è quella Maestro discepolo..e..dal momento che la Verità non è una teoria..ma un modo di essere....il sat sang..cioè..il sedersi ai piedi del Maestro..è sempre stato reputato il sistema migliore per trasmettere la Conoscenza..
    Naturalmente gli Antichi Saggi..sapevano che se si fosse rotta questa catena..di insegnamento..il messaggio sarebbe andato perduto..e allora si cominciò a scrivere qualcosa..come supporto all'insegnamento ..che doveva essere diretto..ma che..in caso di impossibilità ad essere effettivo a causa dell'oscurità dei tempi..poteva essere simbolico o virtuale..
    I Testi Sacri..quindi...sono quell'adattamento della Verità..che si era reso necessario ..quando la Stessa..non era più immeditamente percepibile..
    Allora si crearono quelle Caste Sacerdotali..interpreti della Parola..che possiamo vedere tuttora..esistere in vario modo nelle differenti Forme..
    Queste Caste..oltre a trasmettere la Parola..cercarono anche di interpretarla..stabilendo delle Leggi..che possiamo chiamare di valore exoterico..cioè..esteriore..prescrittivo..come per esempio le varie regole di alimentazione..relazioni sessuali..matrimonio etc..
    Si capisce..che a questo punto..il significato originario di Verità come Identificazione con la Coscienza Suprema..non era più utile..per legittimare certe Leggi..presso il popolo..e fu necessario abbassare la Metafisica ..in una trasposizione teologica..per renderla comprensibile..e allora..si crearono i vari sistemi religiosi..o teologici..mono o politeisti..ma che implicavano ambedue..l'esitenza di Qualcosa..in genere una Divinità..che imponeva certe leggi..e i sacerdoti ne erano gli interpreti..o addirittura..gli ascoltatori..
    A questo punto..avvenne quella separazione tra esoterismo ed exoterismo..che conosciamo..riservandosi il primo..alla Metafisica ..e il secondo..alla Teologia..e..manifestandosi poi a livello mondano..con la distinzione in India..tra i bramini..detentori delle Leggi..e gli asceti..sadhu o sannyasin ..detentori della Conoscenza..
    Ma i due ambiti..anche se coesistono all'interno della medesima Forma..sono ben distinti..come è distinta la sfera verso a cui si rivolgono..
    Questo per dire..che la Teologia è sempre un adattamento della Metafisica..ma..tutti gli adattamenti perdono qualcosa dell'originale..e..nella Teologia..viene persa l'identità Uomo -Principio..o Atman -Brahman..e si afferma il Dio Creatore..e l'uomo creatura..in quanto ormai..gli uomini non avrebbero più compreso quest'Identità...ma anzi..sarebbe stata intesa come licenza di fare qualsiasi arbitrio in nome dell'identificazione col Principio Supremo..
    Questi due sentieri..quello metafisico e quello teologico..quindi.. hanno cominciato a convivere..ma..dal momento che le finalità erano diverse..e potremo chiamarle anche opposte..come opposizione c'è tra conservazione e trasformazione..Vishnu e Shiva...non sempre l'esoterismo ha potuto manifestarsi in piena luce..ma...come in Occidente..ha dovuto nascondersi in un linguaggio cifrato come l'Alchimia..o in Ordini Riservati..come la Massoneria...in quanto la religione exoterica..non comprendendo il piano metafisico..li avrebbe considerati permanenza di concezioni pagane..e quindi da estirpare..Ora..posta questa differenza tra i due domìni..ed essendo il dominio exoterico un adattamento di quello esoterico..e sparendo quest'ultimo ..ritirandosi.. come avviene nella discesa ciclica..avremo che l'exoterismo..non sostenuto più dall'esoterismo..sarà lettera morta..non vivificata dallo Spirito..in quanto lo Spirito..ormai si è ritirato..
    Dire che lo Spirito non si è ritirato da una Forma..significa non ammettere la degenerazione ..prodotta dalla discesa ciclica.. oppure usare due pesi e due misure..in quanto non si capisce perchè tutto si degenera e corrompe..mentre le Forme religiose non lo fanno..e infatti..si degenerano anche loro..come tutte le cose....
    Guenon diceva che il Cattolicesimo si era degenerato già negli anni venti..figuriamoci cosa direbbe oggi...dopo il Concilio Vaticano II..e anche l'Islam..non è certamente oggi..quello degli anni venti..e ..non credo sia cambiato in meglio..
    Mentre l'esoterismo rimane sempre lo stesso..l'exoterismo cambia..in quanto uomini diversi hanno bisogno di leggi diverse..e nel momento in cui l'esoterismo non bilancia più l'asprezza dell'esteriore..ecco che le Forme..lasciate a se stesse..senza più un anima..sono preda di chi vuol sfruttare la loro forza..per i propri fini..Basta pensare all'Islam risucchiato nella lotta politica..Bene..la mia idea è questa..e non è difforme dalla Tradizione..A mano a mano che procede la discesa ciclica....le Forme..abbandonate dall'esoterismo..si degradano..finche saranno assorbite in altre Forme..come è sempre successo dall'inizio del Kali Yuga..oppure..dal momento che non uno Yuga finisce..ma un intero Manvantara..le Forme cesseranno la loro esistenza..e la Sacralità..diventerà il semplice vivere quotidiano..in un umanità..che avrà recuperato il senso dell'Esistenza..
    E..non è forse questa l'Età dell'Oro..dove non è necessaria nessuna Chiesa..perchè tutto è preghiera..e gli uomini..vivendo nel Principio..lo vivono in ogni luogo..? Allora non ci saranno riti..perchè tutto sarà rito..e non ci saranno Salvatori..perchè tutti saranno salvati..e non ci saranno preti ..perchè ognuno sarà legge a se stesso..essendo illuminato dalla Luce della Verità..
    ...

    Chi coltiva un pensiero raccoglie un'azione, chi coltiva un'azione raccoglie un'abitudine, chi coltiva un'abitudine raccoglie un carattere, chi coltiva un carattere raccoglie un destino.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Islam e Advaita

    Sembra un concorso di scrittura creativa...

  4. #4
    elettrodomestico
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    Predefinito Rif: Islam e Advaita

    Ho la percezione che i sufi..nell'islam..siano come gli ebrei..costretti a nascondersi e a partecipare alla vita collettiva..per impossibilità di fare altrimenti..
    Infatti nell'Islam (essoterico) la concezione di advaita in sè equivale ad una vera e propria bestemmia, difatti non pochi sufi hanno avuto (ed hanno ancora oggi) diversi problemi da questo punto di vista (il caso di Hallaj è soltanto il più famoso). :giagia:

  5. #5
    elettrodomestico
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    Predefinito Rif: Islam e Advaita

    Inserisco questo articolo che mi sembra in tema con l'argomento del thread. Magari qualcuno più esperto di me in materia potrà scrivere la sua opinione in proposito.

    Tratto da: Islam e Yoga: un breve studio comparato sulla congruenza tra due tradizioni

    Islam e Yoga: un breve studio comparato sulla congruenza tra due tradizioni

    Noi sempre troviamo alcune forme di Yoga tutte le volte che lo scopo è l’esperienza del sacro o il conseguimento perfetto della padronanza di noi stessi, il quale rappresenta il primo passo verso il dominio magico del mondo.

    “È significativo che la più nobile delle esperienze mistiche, così come i desideri magici più audaci, sono realizzati mediante tecniche yogiche, o, più precisamente, lo yoga può adattarsi ugualmente bene ad un altro percorso.”

    Mircea Eliade, Yoga:Immortalità e libertà

    Anni fa quando ero giovane iniziai la pratica dell’Hatha yoga. Anche se passarono diversi anni senza che lo praticassi, la pratica respiratoria dello yoga fu una costante sempre presente nella mia vita. Ugualmente nella mia vita islamica pregai cinque volte al giorno. Un paio di anni fa ritornai allo yoga durante l’esercizio regolare dei doveri islamici. Che cosa riferiscono questi due percorsi? Quali sono le loro interazioni?

    Quando ritornai alla pratica dello yoga, trovai che esso è facilmente integrabile nella vita islamica; infatti, uno sostiene l’altro.

    Non c’è alcun conflitto, anzi Islam e Yoga insieme sono mutuamente e beneficamente sinergici. Entrambi concordano che, mentre il corpo è importante come veicolo sulla via della realizzazione spirituale e della salvezza, l’identità primaria dell’essere umano non è col corpo ma con lo spirito eterno.

    Non è un caso di sincretismo tra due religioni (le quali sarebbero spiritualmente nulle). Lo Yoga non è una religione. Piuttosto, è un complesso di tecniche e abilità atte a migliorare la pratica di qualsiasi religione. Un autore francese di nome Jean Déchanet scoprì ciò dal punto di vista cattolico e scrisse il seguente libro: “Yoga cristiano, New York, Harper, 1960”. Nel mio caso, trovai che lo yoga islamico è una realtà. È possibile impiegare le capacità dello yoga per adorare Allah meglio e per essere un musulmano migliore.

    Lo Yoga trova la sua matrice nel mondo Indù, anche se secondo Mircea Eliade le sue origini sarebbero antecedenti e possono essere rintracciate nello sciamanismo preistorico. Similmente ad altri regali donati dall’India alla civiltà mondiale, come ad esempio il sistema di notazione numerica dal quale derivano tutti i procedimenti matematici, lo yoga non è strettamente legato alla religione Indù , ma è di applicabilità universale. Esso aiuta a seguire meglio la propria religione qualunque essa sia. Esso ha alcune specifiche affinità con l’Islam le quali possono essere un interessante soggetto di studio.

    1. Dottrina Metafisica. Giacché la metafisica dell’Advaita Vedanta è in accordo col tawhîd (dottrina dell’unità divina) dell’Islam, esiste una perfetta compatibilità tra l’Islam e lo Yoga al più alto livello. Tutte le tradizioni esoteriche concordano che ogni manifestazione ha la sua origine nel Superno. Le manifestazioni sul piano materiale sono derivate dal regno ideale degli archetipi (conosciuto come al-a’yân al-thâbitah nella metafisica di Ibn al-‘Arabî). Questo mondo, limitato come esso è, è proprio una espressione della Realtà ultima, e sarà riassorbito alla fine nella sua Superna Origine. L’Advaita Vedenta e la metafisica esoterica islamica sostengono che Dio è il solo assolutamente reale, eterna Realtà; ogni altra cosa è contingente e perciò transitoria. Il concetto della realtà unitaria secondo l’Advaita Vedanta coincide molto bene col tawhîd (unità divina) dell’Islam, e coll’unicità dell’Essere della dottrina Sufi di Ibn al-‘Arabî.

    È interessante comparare il simbolismo del Profeta Muhammad durante l’ascensione notturna ai cieli, al-Mi’râj, col corrispondente simbolismo yogico. Il Profeta ascese cavalcando al-Burâq, una bestia con la testa da donna, attraversò i sette cieli raggiungendo il Trono di Dio. Nello Yoga, la kundalini è il potere femminile (shakti) che dimora alla base della spina dorsale e ascende attraverso sette livelli (rappresentati dai sette cakra) fino alla cima della liberazione (brahmarandhra).

    2. Salât e âsana. Una delle più ovvie corrispondenze tra Islam e hatha yoga è la rassomiglianza della preghiera (salât) agli esercizi fisici dello yoga (âsana).

    Un autore musulmano indiano, Ashraf F. Nizami, riportò ciò nel libro: Namaz, The Yoga of Islam, Bombay: D.B. Taraporevala, 1977. La radice della parola salât significa “curvare la schiena più in basso”, come nell’hatha yoga; i persiani tradussero questo concetto col termine namâz, dalla radice verbale “inchinarsi, inginocchiarsi”, il quale è etimologicamente relazionato alla parola sanscrita “namaste”. Le migliaia di posture e variazioni conosciute dall’hatha yoga possono essere classificate in poche posizioni di base: posizioni erette, allungamenti della colonna vertebrale, posizioni capovolte, posizioni sedute e torsioni vertebrali. La genialità della preghiera islamica è di incorporare tutte quelle posture in una compatta forma rudimentale, ma fluente sequenza, assicurando un complesso corso di esercizi per la buona salute che è facilmente eseguibile da ciascuno.

    a) Posizione eretta. La posizione della Montagna (Tâdâsana) è la principale posizione in piedi. Si inizia sempre da questa e si ritorna ad essa dopo una sequenza di posizioni erette. In questo è intravedibile non solamente la posizione eretta della salât, detta qiyâm, ma anche il “Ritorno alla Montagna” del T’ai Chi Ch’uan. La posizione della Montagna o qiyâm è un tranquillo esercizio per l’intero corpo: piedi, gambe, e colonna vertebrale lavorano insieme. Con i piedi fissati direttamente alla Terra e la testa tesa al Cielo, questa posizione ha un significato metafisico eccellente per la sacralità dello stato umano, e per la sua verticalità è l’essenza della religione.

    b) Allungamento spinale. Come dicono gli yogi, la giovinezza si misura dalla colonna vertebrale di ciascuno. L’Hatha yoga concentra molta e profonda attenzione sull’allungamento della spina dorsale, portando la testa in avanti rispetto alle ginocchia. Dal momento che tutti i nervi del corpo sono incanalati dal midollo spinale alle vertebre, una spina vertebrale sana è di vitale importanza per il benessere dell’intero corpo umano e della mente. Occorre molta pazienza, una persistente pratica per ottenere una spina idealmente flessibile, e solo i più dedicati yogi vi riescono. Poiché l’Islam è un sentiero per tutti, l’allungamento della colonna vertebrale è alla portata di tutti i musulmani: la genuflessione denominata rukû richiede solamente di curvarsi sufficientemente in avanti mettendo le mani sulle ginocchia. Nondimeno, anche questo minimo stiramento aiuta la spina dorsale a rimanere in buone condizioni. Quando ritornai allo yoga dopo aver praticato per molti anni la salât, sperimentai che fare diciassette volte al giorno il rukû aveva meravigliosamente preparato la mia colonna vertebrale a stiramenti più profondi.

    c) Posizioni capovolte. Il cuore migliora la circolazione del sangue attraverso le vene e le arterie. Queste posture rafforzano la circolazione ottenendo la massima efficienza. In particolare, le posizioni capovolte portando sangue al cervello attraverso l’arteria della carotide, trasferiscono una maggiore quantità di sangue dai piedi al cuore grazie alla forza di gravità. Le due principali e benefiche âsanas sono quella sulle spalle, detta “Sarvangâsana”, e quella sulla testa, detta “Sirshâsana”. La preghiera islamica ha attinto l’aspetto più essenziale di queste posizioni capovolte: l’abbassamento della testa sul cuore. La posizione denominata sujûd è facile da compiere per chiunque ed aiuta ad ossigenare il sangue del cervello mantenendolo sano e vigile. Ashraf F. Nizami scrisse: “Il sujûd può essere definito una mezza SIRSHASANA? Esso aiuta il sangue a pompare pienamente fino al cervello e nella metà superiore del corpo inclusi gli occhi, le orecchie, il naso e i polmoni.”

    d) Posture sedute. La parola âsana significa “posto” e le posture principali della meditazione sono sedute, come il Loto. La posizione del diamante (vajrâsana) è praticamente identica alla posizione seduta della salât denominata “jalsah”. Naturalmente, questo non è sfuggito agli yogi e ai musulmani indiani. Nizami scrisse: “Questa è una postura robusta o è la VAJRASANA.” Swami Sivananda nel suo libro, Yoga Asanas scrisse: “Questa Asana rassomiglia più o meno al Namaz dei musulmani in preghiera.” Inoltre, entrambe Vajrâsana e jalsah sono identiche allo posizione zazen giapponese. Avendo praticato un po’ di yoga in gioventù, mi era facile sedere sul pavimento delle moschee stirandomi per lungo tempo. Col passare degli anni, mi fu più facile da seduto apprendere altre posture yoga, come il Loto, poiché le mie gambe e le giunture delle mie anche si abituarono al pavimento.

    Nello yoga quando si sta nel Loto, un mudra (gesto delle mani) formato dal dito indice e dal pollice a cerchio accompagna la meditazione. Nell’Islam esiste un mudra mentre si è seduti nella posizione jalsah, esso consiste di estendere il dito indice in linea retta (attestando l’unicità di Dio) mentre il pollice e il dito medio formano un cerchio. La figura 1 e la figura 0 possono ricondurci al simbolismo Tantrico, e fatto curioso è riscontrabile una similitudine col codice binario 1 e 0 adottato dai computer.

    e) La torsione spinale. Una sessione di yoga pratico normalmente si conclude prima del rilassamento con una accurata torsione dell’intera spina dorsale (ardha matsyendrâsana) a destra e a sinistra. Essa aiuta ad appianare e a livellare la colonna vertebrale dalle altre posture fatte bilanciandole. Allo stesso modo, la salât conclude la preghiera colla recita del salâm mentre ruota la testa a destra e a sinistra. Questo movimento è solamente cervicale e coinvolge forse un po’ le vertebre toraciche, ma è utile per un collo flessibile e corrisponde ad una ridotta versione delle posture dello yoga.

    3. Respirazione. Nello yoga la scienza e l’arte del respiro è sovrana. Il rilassamento e l’esercizio di tutte le membra del corpo, la calma e la concentrazione della mente, la stimolazione dell’intero essere e l’accesso alla dimensione spirituale dipendono totalmente dal respiro. Nella maggior parte delle lingue del mondo, i termini “respiro” e “spirito” hanno lo stesso significato prima di qualsiasi descrizione. Il termine arabo di ‘spirito’ è rûh, il quale proviene da una radice con parecchi significati interconnessi: ‘rilassare’, ‘respirare’, e ‘avviare muovendosi, partire muovendosi’. Il significato pieno di tutta questa serie di traduzioni, messa insieme, costituisce l’insieme delle funzioni respiratorie dello Yoga. La parola sanscrita equivalente di rûh è âtman, la quale deriva dalla radice Indo-Europea ‘respiro, soffio’ (nel linguaggio del tedesco settentrionale Atem significa ‘respiro’). L’importanza spirituale del respiro è parte dell’insegnamento islamico. Hazrat Inayat Khan scrisse riguardo alla purificazione islamica: “La salute dell’uomo e l’ispirazione dipendono entrambi dalla purezza del respiro, la cui preservazione delle narici e di tutti i canali respiratori deve essere tenuta in debita considerazione. Questo risulta chiaro dall’appropriato respiro e dalle corrette abluzioni. Se si puliscono le narici due o più volte non è ancora molto, ad un musulmano gli è insegnato di fare le abluzioni cinque volte al giorno prima di ogni preghiera.” Hakim G. M. Chishti scrisse nel Libro della guarigione sufi: “Vita, dall’inizio alla fine, è una continua scena di pratiche respiratorie. Il Santo Corano, in aggiunta a tutto ciò che può essere, è anche un esercizio di pratiche respiratorie. All’interno delle prime sette righe sono racchiusi praticamente tutti i suoni che si pronunciano nella lingua araba. Ciascuna lettera fa partire uno schema vibratorio che percorre una direzione specifica. Le vibrazioni delle tre vocali lunghe hanno effetti diversi. La vocale A viaggia verso il basso e stimola il cuore. La vocale I viaggia verso l’alto e stimola la ghiandola pineale. Il suono lungo U interagisce con l’idhn di Allah e si unisce col nostro respiro inalato e esalato.”

    4. Meditazione e adorazione. Nella 23 parte di “Yoga Sutra” di Patañjali si insegna che il conseguimento della massima realizzazione spirituale avviene mediante la devozione a Dio (îsvara pranidhana). Il sutra è veramente conciso, è un compendio letterario, cosicché una semplice breve menzione è sufficiente. Dato che Patañjali non sviluppa ulteriormente questo soggetto, alcuni commentatori hanno supposto che il suo Dio sia un prestanome o un’astrazione, per cui l’adorazione non divenne una pratica importante dello yoga. Poiché nessuna considerazione personale può aggiungersi alla verità; la caratteristica distintiva della metafisica dello Yoga darsana dallo Sankhya darsana di Kapila (un’analisi non-teista degli elementi del cosmo e della coscienza) è la presenza di Dio nello Yoga. Ciò fa la differenza e armonizza lo Yoga con la religione. Patañjali saggiamente scelse di nominare Dio come îsvara, che in Sanscrito significa “Dio, il Supremo Essere”, in quanto non designa divinità a nessuna religione. Questa universalità libera lo Yoga dal conflitto con qualsiasi dottrina religiosa, e il credente di qualsiasi fede può applicare le sue tecniche. In India, lo Yoga è stato applicato da una varietà di religioni, in quanto esso lavora per il bene di ognuna compreso l’Islam. Non c’è niente di specificatamente Indù o islamico nelle sue tecniche, ma esso aiuta il devoto in qualsiasi forma di adorazione. Yoga significa concentrare e nondimeno la mente; quando questa concentrazione è diretta a Dio, lo yogi è giunto al cuore della sua religione. Allo stesso modo della meditazione, il trâtaka è una tecnica yogica di focalizzazione dell’attenzione per il raggiungimento dell’Assoluta visione. Esso consiste nel fissare con sguardo fisso un punto fisso (esso aiuta ad equilibrarsi altresì). Durante la posizione eretta della preghiera Islamica, possiamo praticare il Trataka fissando il punto fisso sul terreno sul quale appoggiamo la fronte per il sujûd. Durante il rukû, il trâtaka è diretto ad un punto tra le dita grandi del piede. Il proponimento è di focalizzare l’attenzione sulla preghiera evitando di divagare. Questa strada aiuta a condurci ad uno stato meditativo. Una parte importante della pratica spirituale Sufi è l’invocazione del Nome Divino “Allâh” e la sua meditazione. Una volta appresi tramite lo yoga come calmare la mente e focalizzare l’attenzione e scoprii che questa stessa tecnica aguzzò e chiarì molto la mia meditazione sul Nome Divino. Questa esperienza fu simile ad una persona miope la quale indossando gli occhiali vede di colpo chiaramente. Alcuni ordini Sufi praticano la meditazione e l’invocazione focalizzandosi all’interno di certi centri (latâ’if) del corpo sottile; questa tecnica è uguale alla meditazione dello yoga sui cakra.

    5. Purificazione. Inutile dire che l’Islam e lo yoga richiedono un fondamento fisico, una morale pulizia e purezza (tahârah, sauca) prima dell’esecuzione delle loro rispettive pratiche. I due differiscono in parecchi aspetti, ma la caratteristica comune di entrambi è l’uso dell’acqua per sciacquare le narici: il kriya yoga (pratica di pulizia) chiamata “jala neti” consiste di versare l’acqua attraverso una narice in modo che scorra attraverso le cavità fino alla sua fuoriuscita dall’altra narice. La pratica islamica del wudû che introduce l’acqua nel naso e la espelle; è detta “istinshâ”. Di contro, la versione islamica non approfondisce, in quanto è resa accessibile a chiunque.

    6. Cibo. I principi Ayurvedici della dieta yogica e gli hadith del Profeta Muhammad (la pace sia su du Lui) concordano che il latte e il ghi sono salutari, e che il manzo è dannoso per la salute. Similmente, entrambi scoraggiano di cibarsi di aglio e cipolla. Zenzero (in arabo zanjabîl, in sanscrito srngivera, in Proto-Dravidico ciñci vêr) è menzionato nel Corano (76:17) come una spezia del Paradiso. L’Ayurveda considera lo zenzero sâttviko, una qualità utile alla vita spirituale. Entrambi, Ayurveda e Corano, citano le qualità spirituali del basilico, il sacro basilico (Ocimum sanctum) chiamato tulasi in Sanscrito e il dolce basilico (Ocimum basilicum) chiamato rayhân nel Corano (mentre gli italiani lo considerano solo per le sue qualità culinarie!). Tulasi basilico è usato per elevare, chiarire e corroborante della mente, assistendo la coscienza a focalizzarsi sui pensieri spirituali; rayhân è menzionato nel Corano (55:12) come pianta del Paradiso, e il Profeta raccomandò ai suoi Compagni come rinfrescante l’aromaterapia. La parola araba rayhân deriva dalla stessa radice rûh “spirito”.

    Interazione storica.
    Nella storia i musulmani prendevano consapevolmente in prestito dallo yoga e ne ammettevano la fonte. Lo studioso viaggiatore Abu Rayhan al-Biruni (11 mo secolo) tradusse lo Yoga Sutra di Patanjali in arabo. Shah Muhammad Ghaus of Gwalior (16 mo secolo), un leader dell’ordine sufico Shattârîyah, incorporò pratiche yoga nel suo insegnamento basate sul testo yogico Amritakunda. Lo Yoga raggiunse anche il lontano Nord Africa, dove al-Sanusi (19 mo secolo) scrisse sullo yoga âsanas (jalsah); assegnò allo yoga il termine arabo di “al-Jûjîyah”. Comunque, le congruenze tra Yoga e Islam che ho notato sopra non sono prestiti storici, ma derivano dal primordiale principio delle tradizioni.

    Una vasta organizzazione internazionale di yoga, 3HO, ha adottato il sujûd dalla preghiera islamica chiamandolo il “Facile Yoga.”

    Conclusione:

    Può essere legittimo e benefico per i musulmani imparare lo yoga, non come propria via spirituale per se, ma come una preziosa aggiunta al cammino spirituale dell’Islam. L’Islam è un completo, integrale percorso spirituale, perciò lo yoga non sostituisce nessuna esigenza Islamica. Il Profeta disse che la saggezza è il cammello disperso del credente: dovunque la trova la riconoscerà (e ne rivendicherà diritto). Come si potrebbero spiegare le numerose corrispondenze tra yoga e Islam? Questi antichi insegnamenti viaggiano dall’India all’Arabia? No — non c’è bisogno di ritenere un simile trasferimento orizzontale; le sacre verità sono rivelate verticalmente dai Cieli a tutti i popoli. Ci sono forti somiglianze tra Islam e yoga non perché prese a prestito o perché propagandate, ma perché entrambe traggono origine dalla Tradizione Primordiale, sanâtana dharma, al-dîn al-hanîf, a cui tutti i Profeti di Allah hanno attinto riaffermandola in tutte le ere, tra le nazioni, rivelata direttamente dal Creatore.

    a cura di Penkatali

    (traduzione dall’inglese)

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    Predefinito Rif: Islam e Advaita

    Quando si parla di "contatti" tra l'Islam e l'Induismo, non bisogna non ricordare la grande figura del principe Dara Shikoh (1615-1659) figlio maggiore del sovrano dell'impero Mogul, Shah Jahan (noto ai più per la costruzione del Taj Mahal). Dara Shikoh fu poi ucciso dal fratello minore Aurangzeb nella lotta per la successione. Il principe oltre aver tradotto in persiano cinquanta Upanishad e la Bhagavad-Gita, scrisse un'opera monumentale, intitolata Majma al-bahrayn dove viene studiato in tutte le sue valenze il fondo comune che unisce l'induismo e il sufismo.

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    Predefinito Rif: Islam e Advaita

    IL SUFISMO E LO YOGA DI MUHAMMAD GHAWTH *

    “I Nath Yogi quando si trovano tra i Musulmani, sono scrupolosi a riguardo del Ramadan e della Preghiera rituale, ma quando sono con gli Indù, praticano la religione di questo gruppo”.

    “Baba Ratan il pellegrino (Hajj), quello è Gorakhnath, essendo stato assistente e compagno del Profeta Muhammad. Istruì il Messaggero Riverito dell’Islam insegnandoGli il percorso dello Yoga”.

    Versi tratti dal “Dabistan al-madhahib” di Mobad Shah, Bombay, India, 1262/1846. (testo in persiano)


    1. LA CANONIZZAZIONE DELLO YOGA DI MUHAMMAD GHAWTH

    Qual è stata la relazione tra il Sufismo Islamico e lo Yoga nella storia? Il problema dell'influenza dello Yoga sul Sufismo fu sollevato inizialmente da alcuni Orientalisti della mistica Islamica, i quali si accorsero della presenza millenaria dei Musulmani nel Subcontinente Indiano. Gli Orientalisti, che erano animati da pregiudizi inveterati contro l’Islam e la ritenevano una religione intollerante, presumevano che le tendenze mistiche della tradizione Islamica avessero una provenienza esterna al corpo della Ummah (la Comunità dei Musulmani).

    Cominciò così la ricerca infruttuosa sulle origini del Sufismo nelle dottrine monastiche Cristiane, nel Buddismo, nello Sciamanesimo e nello Yoga. Oggigiorno, il consenso degli studiosi accetta il Sufismo come fenomeno religioso orientato dal Corano e dal Profeta Muhammad, la pace sia su di Lui. Qualcuno sostiene che le pratiche Sufi del controllo del respiro e della meditazione siano in qualche modo dedotte dagli esercizi Yogici Induisti o Buddisti; ma non esiste la minima prova a sostegno di questa tesi. Ho dedicato una notevole quantità di tempo a ricercare dei testi che evidenziassero il legame esistente tra il Sufismo e lo Yoga. È innegabile che certi Sufi in India siano consapevoli di praticare delle tecniche Yogiche, ma a livello testuale questi approfondimenti sono rari.
    La diffusione dello Yoga nel mondo Musulmano iniziò ottocento anni fa con un trattato tradotto in quattro lingue: Arabo, Persiano, Urdu e Turco. In questo più che ovvio interesse Islamico per la pratica Yogica, è chiaro che lo Yoga fu integrato nella pratica Sufi esistente, poiché non facente parte della stessa tradizione Sufi.

    Il trattato in questione è uno dei più insoliti esempi d’incrocio culturale negli annali degli studi religiosi. L’Amritakunda o “La Vasca del Nettare”, è il nome di un testo Sanscrito o Hindi, il cui manoscritto originale è andato perduto. Fu tradotto in Arabo stando all'introduzione del libro nel 1210 nella regione del Bengala col titolo “Hawd ma' al-hayat” (La Vasca dell'Acqua della Vita). Per ragioni troppo complesse da spiegare qui, quest’affermazione è inesatta. Il traduttore vero dell’opera sembra essere uno studioso Persiano della scuola filosofica Illuminativa, probabilmente del quindicesimo secolo; questo filosofo ignoto si diresse successivamente in India ad apprendere gli insegnamenti dell’Hatha-Yoga secondo la tradizione Nathista. Il traduttore anonimo incorporò nell'introduzione del libro due narrazioni simboliche; la prima dal cosiddetto “Inno della Perla” degli Atti di Tommaso, la seconda è una traduzione parziale di un trattato in lingua Persiana intitolato “Risala fi haqiqat al-ishq” (Messaggio sulla Realtà dell’Amore), originariamente scritto dal filosofo Illuminativista Shihab al-Din al-Suhrawardi il Martire (al-Maqtul).

    La diffusione delle copie del manoscritto Arabo (“Hawd al-hayat”) dell’Amritakunda raggiunse tutti gli angoli del mondo Islamico. Almeno quarantacinque copie sono state trovate tra le biblioteche Europee e quelle dei Paesi Arabi, anche se la maggioranza di esse era conservata ad Istanbul. Il contenuto del testo era così insolito che, forse per errore, la paternità era stata frequentemente attribuita al grande Sufi Andaluso Muhyi al-Din Ibn al-‘Arabi. Quest’attribuzione è sicuramente erronea. Il vocabolario del testo è formato soprattutto da termini tecnici Arabi presi in prestito dalla filosofia ellenistica con l’aggiunta di parole tratte dal lessico del Corano e del Sufismo. Il traduttore lavorò strenuamente per rendere le pratiche Yogiche filosoficamente comprensibili al lettore di lingua Araba. Inoltre, il testo “Hawd al-hayat” rappresentava solamente l'inizio del lancio dell'Amritakunda nel mondo Islamico.

    Il trattato “La Vasca dell'Acqua della Vita” (Hawd ma' al-hayat) spicca tra le molte traduzioni dal Sanscrito all’Arabo e al Persiano, perché in esso si enfatizzano le pratiche spirituali Indiane più che le dottrine. Sebbene al-Biruni (973-1051) abbia tradotto lo “Yogasutra” di Patanjali in Arabo, si focalizzò soprattutto su questioni filosofiche ed omise le tecniche per la recitazione delle formule Mantriche. La maggior parte dei testi Sanscriti tradotti in Persiano durante il periodo Mughul furono scelti per il loro interesse filosofico, mentre ebbe poca rilevanza la pratica spirituale.

    “La Vasca dell'Acqua della Vita” (Hawd ma' al-hayat) fu conosciuto da numerosi mistici Musulmani dell'India, i quali appresero con interesse gli esercizi respiratori e i canti liturgici degli Yogi annotando attentamente le somiglianze e le differenze con le loro tecniche meditative. Lo Shaykh ‘Abd al-Quddus Gangohi (morto nel 1537) familiarizzò con lo Yoga della tradizione Nath arrivando perfino a scrivere dei versi in Hindi e ad insegnarla ad un suo discepolo. Nel sedicesimo secolo, il maestro Sufi Indiano della confraternita Shattariyya Muhammad Ghawth Gwaliyari (1502-1563), discendente del grande Maestro Sufi Fariduddin Attar, tradusse “La Vasca dell'Acqua” dall’Arabo in Persiano con un titolo completamente nuovo: “Bahr al-hayat” (L'Oceano della Vita).

    Ci sono almeno due altre traduzioni in lingua Persiana comunemente conosciute del testo Arabo; una di queste circolava fra gli studiosi Persiani della provincia del Fars nel diciassettesimo secolo, e fu proprio in questa terra che il viaggiatore italiano Pietro della Valle ne acquistò una copia nel 1622.

    I Sufi del Sind ed in Turchia continuarono a riferirsi al “Hawd al-hayat” fino al diciannovesimo secolo. Il testo Arabo fu tradotto due volte sotto l’Impero Ottomano, e la traduzione Persiana di Muhammad Ghawth fu resa disponibile anche in lingua Dakhani Urdu (è un derivato composito di Persiano, Arabo, Telugu, Marathi e Hindi. Divenne la lingua dei Sufi Fakir del Deccan).

    Ci concentreremo qui sulla traduzione in lingua Persiana fatta da Muhammad Ghawth, che è una figura importante nell’ambito del Sufismo Indiano (fu iniziato da ben quattordici confraternite o turuq diverse). La traduzione Persiana e la sua stesura (alcune copie furono scritte da Husayn Gwaliyari sotto la dettatura di Muhammad Ghawth) furono redatte nella città di Broach nel Gujarat, probabilmente attorno al 1550, con l’intento di chiarire i punti oscuri della versione Araba.

    Dato che Muhammad Ghawth non ebbe accesso al testo Sanscrito dell’Amritakunda, consultò esaurientemente gli insegnanti di Yoga dell'epoca, e la sua versione è considerevolmente ampliata rispetto al testo Arabo. Il testo Persiano fu adeguatamente intitolato “Bahr al-hayat” (L'Oceano della Vita)”, giacché una quantità notevole di nuovo materiale didattico fu aggiunto (le posture di Yoga nel capitolo quarto passarono da cinque a ventuno posizioni). È molto probabile che il testo Arabo “Hawd al-hayat” sia stato insegnato presso la confraternita Shattariyya, e che la sua traduzione Persiana sia affiorata da un commentario orale della versione Araba. Gli insegnamenti trasmessi dal “Bahr al-hayat” furono adattati in altri scritti di Muhammad Ghawth e occuparono apparentemente una posizione rilevante nella letteratura della confraternita Shattariyya.

    Alcune delle pratiche che Muhammad Ghawth incorporò nel suo trattato sulla meditazione scritto nell’eremo di Qalat al-Khayyar in Gujarat, ossia i “Jawahir-i khamsa” (I Cinque Gioielli), hanno delle forti somiglianze con gli esercizi dello Yoga e le loro eulogie sono Induiste. In esso è divulgata la formula dello dhikr (l’orazione continua) del tahlil (La ilaha illa Allah: non v’è divinità eccetto Dio) del mistico Hallaj, con l’aggiunta della postura Yogica da assumere per emettere e raggiungere quello stato di beatitudine Divina espresso dalla frase “Ana-l-Haqq” (Io Sono la Verità).

    La traduzione araba conosciuta dei “Jawahir” è dovuta al Professor Sibghatallah (letteralmente l’unto dallo Spirito Divino) al-Barwaji (morto nel 1606), discepolo di Ghawth via Wajihaddin Alawi Ahmadabadi (morto nel 998). Il Professor Sibghatallah era di stanza alla Mecca e a Medina, e si guadagnò la fama di grande Maestro iniziando all’ordine della Shattariyya anche molti studiosi locali. Portò con lui molti libri scritti di Shattari Indiani che tradusse in Arabo. La più importante traduzione resta il “Al-Jawahir al-khams” di Muhammad Ghawth Gwaliori (deceduto nel 1562). Al-Barwaji tradusse quest’opera dal Persiano all'Arabo e un commentario su di esso fu scritto successivamente da un suo discepolo, l’Egiziano Ahmad al-Shinnawi (morto il 1619), a cui trasmise il Dhikr (il Mantra) di Hallaj. Muhammad Ghawth insegnò queste pratiche ai discepoli provenienti da qualsiasi parte del mondo Islamico, dall’Africa settentrionale all’Indonesia.

    La Shattariya si estende dall’India a Giava e alla Malesia, grazie all’impegno di Abdalrauf ibn Ali che si spinse a predicare in queste aree. I poteri magici di Abdalrauf suscitarono l’interesse del principe Tjeribon Raden che entrò nella confraternita col nome di Nurallah Habibuddin.

    Sfortunatamente, gli autori posteriori della tradizione Shattari esibirono un’ambivalenza favorevole agli espliciti insegnamenti dello Yoga contenuti nel “Bahr al-hayat”. Il contenuto anti-induista e offensivo di quest’ambivalenza verso lo Yoga è evidente nella descrizione prolissa del “Bahr al-hayat” data da un omonimo biografo di Muhammad Ghawth:

    “Il “Bahr al-hayat” è la traduzione del manuale appartenente alla società ascetica degli Yogi e dei Sanyasi. In esso sono ricorrenti le pratiche rivolte all’introspezione, agli esercizi di visualizzazione, alle descrizioni sul controllo del respiro e ad altri tipi di meditazione... Questi due gruppi sono gli asceti principali, gli anacoreti e le guide del popolo dell’idolatria e dell’infedeltà. Dalle benedizioni provenienti dall’esercizio di queste pratiche e dalla ripetizione di nomi (adhkar), [essi sono] giunti alla scala della spiritualità falsa (istidraj) e alla stazione delle visioni eccellenti. .. Egli (Muhammad Ghawth) disgiunse tutti i temi e i concetti dalla lingua Sanscrita che è il linguaggio dei libri dei miscredenti rivestendoli col Farsi, la lingua Persiana. Allentò la morsa dell’infedeltà che attanagliava queste argomentazioni adornandole con l’Unicità Divina dell’Islam, il Tawhid. Affrancò questi significati dal dominio a cui erano stati soggiogati grazie alla forza dirompente della vera fede. Il Pir della realizzazione offrì aiuto alla ripetizione Sufi dei nomi (adhkar) di Dio e assistenza all’esecuzione della pratica. Foggiò la Verità (al-haqq) in uno scrigno (huqqa) di preziosi gioielli e in un cofanetto di rubini regali dai detriti dell’immondezzaio: “Sono come armenti, anzi di quelli ancor più traviati” (Corano 7: 179) ... in una Corona che nobilita il Signore: «In verità la religione, presso Dio, è l’Islam» (Corano 3:19)”

    Questo biografo si sforzò di separare per quanto fosse possibile le pratiche dello Yoga dalla loro origine Indiana e Induista. Argomentò che erano state interamente Islamizzate. Un tentativo simile riappare nei lavori di Fail Allah Shattari, un biografo Indostano contemporaneo. Nel suo lavoro si legge:

    “Il metodo e le pratiche degli Yogi e del popolo dei Sanyasi sono in lingua Sanscrita. Egli (Muhammad Ghawth) le ha tradotte in lingua Persiana secondo lo stile del Sufismo Islamico tipico del Maestro Sufi. Questo libro è ottimo per gli esoteristi.”

    Il commentatore sentì il bisogno di descrivere i contenuti completi del libro in chiave Islamica. Lo stesso Muhammad Ghawth non intravide nessuna ambiguità nella sua rielaborazione del materiale Yogico. In generale, si sentì libero di fare le equivalenze più straordinarie tra i termini concettuali e pratici dello Yoga da una parte, e i concetti del Sufismo dall’altra. Nel fare queste traduzioni creative, si mise nei panni del traduttore anonimo della versione Araba ed originale. Nel settimo capitolo del testo Arabo che tratta dell’immaginazione magica o congetturale (Wahm), i sette Mantra Sanscriti o Canti liturgici sono associati ai sette chakra o ai centri nervosi vitali, i quali sono tutti audacemente definiti “le traduzioni delle invocazioni Arabe dei Nomi Divini”. La sillaba Sanscrita Hum (usata dai Tibetani) è tradotta “Oh Signore” (Ya Rabbi) e Aum è tradotto come “Oh Eterno” (Ya Qadim). Presentando i sette grandi Mantra, il traduttore Arabo rileva che questi sono “i più grandi Nomi di Dio apparsi in mezzo a noi”. Muhammad Ghawth si spinse ancora più in là fornendo per ogni Mantra Sanscrito due attributi Arabi: traduce Hum come “Ya Rabb, Ya Hafiz” (Oh Signore, Oh Protettore) e Aum come “Ya Qahir, Ya Qadir” (Oh Soggiogatore, Oh Onnipotente).

    In uno studio sulle tecniche respiratorie che non appaiono nella versione Araba, Muhammad Ghawth trova i significati equipollenti al Mantra conosciuto come Hamsa, o Hansa, o So Hum, o So Ham (Egli sono Io) che è pronunciato durante le due fasi di esalazione e di inalazione. L’esalazione è concepita come “un'espressione per il Signore spirituale (Rabb Ruhi)”, mentre l’inalazione rappresenta “il Signore dei Signori” (Rabb al-Arbab). Ci sarebbero molti altri esempi di questo genere. Semanticamente, questi concetti tradotti sono i funzionali equivalenti tra i termini potenti dello Yoga e i nomi di Dio usati dai Sufi; ciò è evidente soprattutto nel caso dei sette grandi Mantra, per questa ragione gli equivalenti Arabi sono presentati nella forma vocativa utilizzata durante le ripetizioni Sufi dei Nomi di Dio. Altre equipollenze, d’altra parte, appaiano inverosimili per essere credute. Ad esempio, le tre qualità cosmiche del Samkhya, Rajas (passione), Tamas (oscurità) e Sattva (bontà) che si correlano alle tre divinità Brahma, Vishnu e Mahesh (Shiva), sono equiparate alle ingiunzioni della legge religiosa, al flusso dell’esistenza e all’uguaglianza.

    È evidente che la maggior parte dei traduttori non si impegnò adeguatamente a trovare una connessione diretta tra le due dottrine, si accontentò di qualche equivalenza generica tratta dal vocabolario Islamico, giacché la loro ricerca non era animata da un sentimento spirituale.

    Le equivalenze più straordinarie fatte da Muhammad Ghawth coinvolsero emotivamente i ricercatori dello spirito e della verità, poiché riuscirono ad identificare le grandi figure della tradizione primordiale dello Yoga con i Profeti riconosciuti dall’Islam.

    Muhammad Ghawth scrisse: “Il loro leader spirituale (Imam) è Gorakh ed alcuni assicurano che Gorakh è un’espressione di Khizr (la pace sia sul nostro Profeta e su di Lui).” L’assimilazione dello Yogi archetipo al Profeta immortale Khizr (in Arabo Khadir) gioca un ruolo iniziatico importante nel Sufismo. Altre due identificazioni sono degne di nota: il leader religioso (Imam) Chaurangi, discepolo di Gorakh è identificato ad Elia [Ilyas] (la pace sia su di lui). Il leader religioso Machindirnath è denominato “il respiro del pesce” perché un pesce quando inspira l'acqua, questa non entra in corpo. Il vero nome di Machindirnath è Matsyendranath (in sanscrito Signore del Pesce: perché era un pescatore, o probabilmente, perché scoprì un Tantra in un pesce), e nella letteratura è anche chiamato MinaNath. Matsyendranath o MinaNath è identificato a Giona [Yunus] (la pace sia su di Lui). Si narra che un giorno il pesce Matsya, spuntando dall'acqua, vide il dio Shiva insegnare a Parvati, sua sposa, i segreti dell'Hatha Yoga. Affascinato dallo spettacolo di questi corpi che riproducevano ora il volo del gabbiano, ora la forza dell'aquila, ora l'eleganza del cigno, il pesce uscì dal fiume per vedere meglio. Quando Shiva s'accorse che il segreto degli dei era stato scoperto, decise di tramandarlo agli uomini, affinché, attraverso il corpo, elevassero le loro menti per raggiungere la beatitudine divina. Così Matsya divenne Matsyendra (letteralmente pesce fatto uomo), uno dei sei saggi dell'India, che portò fino a noi il segreto della vera bellezza.

    Lo Yogi (Imam) Gorakh-Profeta Khizr, lo Yogi (Imam) Chaurangi o Profeta Elia e lo Yogi (Imam) Matsyendranath o Profeta Giona raggiunsero l'acqua della vita.

    Il significato di questa identificazione merita una spiegazione. Il primo caso richiama antiche associazioni indiane di idee al respiro embrionale eseguito con l’inalazione e l'esalazione, una meta del pranayama. Il paragone con Khidr è ancorato al simbolo dell’acqua. Nel secondo caso, il pesce spiega chiaramente l'associazione di Matsyendra (“il Signore del Pesce”) al Profeta Giona che restò tre giorni nella pancia di un pesce. Il terzo caso è più oscuro. Chaurangi (Chaurangi Nath) raffigura Gorakh nella tradizione Marathi come un discepolo di Matsyendra Nath, ed il suo nome è citato nei vari elenchi dei Siddha (i Perfetti). Ilyas (Elia) è una delle figure che la credenza Islamica reputa immortale; è spesso dipinto come un uccello appollaiato su un albero dal quale spicca il volo nel cielo.

    La tradizione Tibetana conserva dei racconti di Chaurangi nella letteratura biografica consacrata agli ottantaquattro Siddha. Si afferma che il principe Chaurangi fu accusato ingiustamente dalla sua matrigna di avance indecenti. Per punizione fu squartato e abbandonato sotto un albero nella foresta, ma fu salvato ed iniziato allo Yoga da Matsyendra con l'assistenza di Gorakh. L’albero rappresenta la ricostruzione miracolosa delle membra di Chaurangi nella dimora paradisiaca e immortale di Elia. In ogni caso, le tre allegorie ruotano intorno alla pratica del controllo del respiro.

    Il controllo del respiro e la pratica della meditazione sono la pietra di paragone fondamentale tra la tradizione Sufica e quella Yogica.

    Muhammad Ghawth ha assimilato elementi della tradizione Yogica a categorie familiari all’Islam proprio come i filosofi Islamici assimilarono la saggezza dei Greci e di altre popolazioni pre-Islamiche alla legge del proprio Magistero Profetico.

    Nei suoi paragoni tra lo Yoga e le categorie Islamiche, Muhammad Ghawth non solo identifica gli Yogi più importanti ai Profeti, ma pone sullo stesso piano la pratica Yogica e la pratica religiosa e normativa dell’Islam. Considera le tradizioni orali degli Yogi un fenomeno parallelo agli hadith (detti) narrati dal Profeta Muhammad, la pace sia su di Lui, e li descrive con gli stessi termini Arabi e gli stessi racconti (riwayat) usati per le trasmissioni degli hadith. La differenza principale tra la tradizione Yogica e il corpo degli hadith Islamici giace nelle rispettive fonti dottrinali (le divinità indù come Shiva invece di Muhammad) e nei loro trasmettitori. Nella lista degli “Imam-Yogi” summenzionata e incentrata sul controllo del respiro, Matsyendranath e Chaurangi, fanno risalire la fonte della trasmissione (riwayat) primigenia a Shiva.

    Muhammad Ghawth invoca l'autorità della dea Tantrica Kamakhya-Devi (Parvati-Devi), la quale è ben conosciuta nell’Assam e nel Bengala come istruttrice della pratica Yogica: “Il trasmettitore (rawi) è una donna, la moglie di Mahadeva [Shiva], il cui nome è Kamakhya Devi — ella narra che nella posizione rovesciata della lingua [il khecari mudra] non c’è bisogno di trattenere il respiro... Lei è il veicolo (naqil) da Brahma e Vishnu.” Utilizzando il metodo della trasmissione orale dei detti (hadith), Muhammad Ghawth puntava a sospingere il lettore Musulmano nel cuore della discussione dello Yoga mediante un linguaggio a lui familiare.

    Muhammad Ghawth afferma frequentemente che a livello pratico le esperienze degli Yogi e dei Sufi sono molto simili. Lo dichiara enfaticamente citando l’esperienza mistica dell’intuizione delle realtà intelligibili del Mondo del Mistero e dei principi autentici che si trovano dietro il Velo e che sopraggiungono tramite l’emozione statica e la contemplazione (il Kashf):

    “La maggior parte degli “Amici di Dio” (Awlìya’-i-khuda) hanno compreso e spiegato queste influenze attraverso lo “svelamento spirituale e l’intuizione mistica” (il kashf), ed i monaci (rahiban) dell’India che sono gli Yogi, hanno svelato che ciò è in accordo con la stazione spirituale dei Realizzati. Sebbene il linguaggio cambi, il significato è il medesimo.”

    Commentando alcuni passaggi del Corano, Muhammad Ghawth dichiara ulteriormente che la maggior parte dei saggi (hukama’) dell’India ha eseguito questa pratica raggiungendo una quiddità a loro consona. Invece, alcuni Musulmani hanno completato la stessa pratica conseguendo altrettanti benefici. Nonostante l'improbabilità che gli Yogi ripetessero la “Surat Ikhlas” (Il Capitolo del culto sincero) del Corano, Muhammad Ghawth scopre che il risultato della salmodia ripetuta è identico in entrambe le tradizioni, nonostante le differenze di contenuto semantico o religioso.

    Di quando in quando i Maestri Shattari trovarono delle discrepanze tra gli insegnamenti dello Yoga e le dottrine Islamiche, per questo motivo cercarono sempre di conciliare le due scienze. Infatti, all’inizio del sesto capitolo del “Bahr al-hayat”, il quale si occupa della natura corporale, si riconosce la differenza concettuale dello spirito e del corpo tra la dottrina Islamica e lo Yoga. In un passaggio rivelatore che è riportato qui di seguito, Muhammad Ghawth cerca un accordo tra le due posizioni:

    “Il Signore della legge religiosa (shar') [il Profeta Muhammad] dichiara che dopo un tempo specifico avviene l'entrata dello spirito nel corpo. Gli Yogi perfetti affermano che senza lo spirito niente dimora, piuttosto, la materia si corrompe. Specialmente, la carne e la pelle non resistono un solo giorno senza lo spirito. Su questo punto c’è una contraddizione tra la teoria (il kalam) degli Yogi ed i precetti religiosi Islamici. È necessaria una replica doverosa affinché il decreto giuridico religioso sia in accordo con (rast ayad ba) le sentenze degli Yogi, cosicché, a parte il metodo diverso (tartib), nessun dubbio sia attribuito alle loro parole. La teoria funge da collegamento (paywand) e tutti si aprono al confronto (pand-pazir). Delicatamente ci si impegna alla comprensione dei significati sottili e si investiga fino a sperimentare la verità. La teoria (kalam) di entrambi si radica fermamente nel cuore ed ha una sola sostanza.”

    La situazione assomiglia a quella in cui si vennero a trovare i primi filosofi Islamici, i quali dovettero trattare la discrepanza esistente tra la nozione Platonica della pre-esistenza dell’anima e l'enfasi Profetica sulla creazione dell'anima da parte di un Dio Onnipotente. Dopo una digressione complicata circa lo spiegamento cosmico dello spirito, Muhammad Ghawth cerca di conciliare i punti di vista Islamico e Yogico. La sua conclusione è che mentre la dottrina Yogica è deficitaria, la sua conoscenza pratica del corpo è veramente avanzata e preziosa per la ricerca della conoscenza mistica.

    “Anche nel dibattito che affronta la nozione di saggezza e di potere, si presentano molte difficoltà. Sostanzialmente le parole degli Yogi non sono adeguate. È necessario armonizzarle (tatbiq dashtan) affinché la situazione attuale sia chiarificata ed il loro insegnamento sia corretto e ben fatto. La loro pratica è autentica e conduce al conseguimento di uno stato spirituale. I Siddha Yogi dicono: «Noi siamo d’accordo coi dervisci che comprendono la verità della quiddità dello spirito». Poiché sostengono che la discesa, l’apparenza e l’ascesa (tanazzul, tala'at, taraqqi) sono una realtà, essi hanno superato la stazione del riconoscimento dei mezzi. Il gruppo degli Yogi ha afferrato il procedimento, ha osservato ed ha investigato convenientemente, perché la vera gnosi si scopre con gli strumenti corporei... Perciò la salvaguardia del corpo è un dovere (fard in Arabo, farz in Urdu), perché la buona salute è l’utensile della gnosi”.

    È impressionante osservare che i Sufi Indiani integrarono lo Yoga nel loro percorso ascetico proprio quando l’Islam in Occidente si riadattava alla filosofia Greca. Nel momento in cui Ibn Rushd argomentò che lo studio della filosofia fosse un dovere religioso per quelli che erano degli intellettuali qualificati, Muhammad Ghawth utilizzò un termine appartenente ad una alle cinque categorie nelle quali la Legge Islamica classifica gli atti umani, il fard (il dovere, l’obbligo), per descrivere l’obbligatorietà dello studio dello Yoga ai ricercatori gnostici.

    Le differenze dottrinali esistono, ma hanno poca importanza se paragonate allo stato spirituale a cui può condurci lo Yoga.

    Quale fu il risultato che Muhammad Ghawth ottenne dall’inserimento dello Yoga nel Sufismo? Si può affermare che le equivalenze adottate tra la terminologia Islamica e la Yogica, le equipollenze scelte per i leader delle due diverse scienze spirituali e per le loro esperienze estatiche, rese l’esperienza funzionale. Egli ammette le differenze dottrinali, ma non indugia troppo su di esse. Per quanto concerne l’impatto diretto sulle pratiche della confraternita Shattariya, l'innovazione più ovvia fu ed è l'uso del canto liturgico in Hindi o in Sanscrito. Riferendosi alla scienza occulta denominata “Simiya” (in Arabo è la conoscenza dei nomi e dei numeri, l’utilizzazione delle lettere a fini precisi), Muhammad Ghawth osserva che alla sua base c’è “il talismano fatto coi Nomi del più alto Creatore”; sia esso scritto in Arabo o in Hindi, il risultato è assicurato. Questo vale anche per la recitazione dei sette Mantra principali in lingua Sanscrita o per le invocazioni (Du’a) del Corano rivolte a Dio. Inoltre, nota che i “monaci perfetti e gli Yogi Siddha accettano con gioia questi nomi di Dio più Elevati nella lingua Indiana, dedicandosi alla loro recitazione. Sono stati abbagliati dal risultato interiore con l'occhio della manifestazione. Avendo trovato i Nomi nel cuore, si sono tuffati in esso, e come pescatori di perle hanno estratto la quiddità dell’Essenza e degli Attributi con la glorificazione.”

    Infatti, la “Grande Preghiera” (Du`a-i-Kabir) contenuta nel capitolo nono del “Bahr al-hayat” inizia con delle invocazioni in Arabo tratte dal Corano, ma assume nel corso della salmodia dei Mantra il Sanscrito come lingua liturgica. Nella sua opera principale di pratica Sufi, “I Cinque Gioielli”, Muhammad Ghawth cita un Dhikr (litania) in Hindi la cui paternità è fatta risalire al Maestro dell’ordine Chishti Farid al-Din Ganj-i Shakkar (morto nel 1265).

    Dopo l'introduzione delle sillabe sacre Indiane nelle Hadra (assemblee del rito collettivo del Dhikr), è difficile studiare l'effetto prodotto dalle altre pratiche Yogiche in ambito Sufi. In generale, non è facile stabilire se le pratiche di visualizzazione e di localizzazione delle sillabe sacre sulle parti del corpo umano possano essere considerate degli esercizi tipici di Hatha Yoga. Queste pratiche sono rintracciabili anche in molti rami di ordini Sufici autonomi in India, e nelle meditazioni gnostiche di tradizioni Islamiche a impronta Neoplatonica. Parlare di un travaso di influenze è pregiudizievole e non aiuta alla comprensione di questo fenomeno religioso. Muhammad Ghawth non studiò gli insegnamenti dello Yoga da un punto di vista accademico o da semplice osservatore esterno. La sua traduzione dell’Amritakunda è un’opera pervasa dall’esperienza della pratica Yogica, e abbellita dalla prosa del Corano e dai detti della tradizione orale (hadith). La teoria delle influenze non rende giustizia ad un uomo come Muhammad Ghawth, il quale ha creato un filo conduttore tra lo Yoga e il Sufismo. Con le sue dissertazioni è riuscito a canonizzare lo studio dello Yoga come disciplina Islamica. Il ruolo dello Yoga all’interno del Sufismo Islamico può essere oggetto di ricerche ulteriori, ma al presente, l’Amritakunda è un manuale di Yoga pratico che può essere integrato con successo all'interno del variegato mondo dell’Islam mistico.


    2. L’EVOLUZIONE DELLA SHATTARIYYA DOPO LA MORTE DI MUHAMMAD GHAWTH


    Muhammad Ghawth fu sepolto nella parte est della città vecchia di Gwalior (Stato del Madhya Pradesh).

    Nessuno mise in dubbio la fede Musulmana di Muhammad Ghawth durante la sua vita. Nessuno dubitò delle motivazioni religiose che l’indussero ad integrare la pratica dello Yoga all’interno del sua confraternita. Ciò che desta maggiore impressione nelle pratiche Yogiche dei testi dell’ordine Shattariyya, è la sua relazione seppur lieve, con i concetti dottrinali della teologia Indù. I discepoli di Muhammad Ghawth concordano che la disciplina dello Yoga fu fondamentalmente Islamizzata. Le generazioni successive degli Shattari continuarono a sviluppare meditazioni specializzate che non erano più debitrici alla tradizione dello Yoga integrale. Nella memoria di Raz-i Ilahi non rimanevano che piccoli ricordi dell’interesse immenso che Muhammad Ghawth ebbe per tutti gli aspetti dello Yoga.

    Raz-i Ilahi riferisce solamente un incidente della vita di Muhammad Ghawth. Si tratta della storia del morso del serpente. Il Santo fu morsicato ad una coscia da un serpente velenoso, ma il suo potere era sconfinato che il serpente immediatamente morì. Uno Yogi che assistette all’episodio riconobbe nello Shaykh un Siddha perfetto. Questo aneddoto non serba nessun insegnamento di Yoga, ripropone soltanto una leggenda agiografica relativa alle potenzialità taumaturgiche degli Yogi Sufi.

    In un racconto simile si sollecita la necessità della pluri-iniziazioni. Si narra che lo Shaykh ‘Isa chiese una volta ad un discepolo di visualizzare il suo futuro Maestro nelle vesti di un Sufi Shaykh appropriato, di un Qalandar errante o di uno Yogi. In questo esempio il Santo avrebbe permesso al suo discepolo di studiare con uno Yogi, se l’insegnamento ricevuto l’avesse aiutato nella sua evoluzione spirituale.

    I primi Shattari erano consapevoli che quest’approccio estatico potesse violare la loro relazione tradizionale e storica con l’Islam. L’aspirazione a legittimare i lignaggi multipli dei Maestri Shattari si ritrova già nei resoconti biografici del fondatore del ramo Indiano della confraternita, `Abd Allah Shattari (morto il 832/1428-9), a cui si attribuiscono le iniziazioni alle confraternite Qadiria e Kubrawia. Anche Baha' al-Din Ansari (morto nel 921/1515) fu conosciuto come un discepolo della confraternita Qadiria affiliato (mashrab) contemporaneamente all’ordine della Shattariyya. Muhammad Ghawth stesso fu iniziato a quattordici confraternite Sufi differenti. Il fenomeno delle iniziazioni multiple potrebbe essere inquadrato come un tentativo di massimizzazione storica della tradizione del Sufismo. Il fatto che questo fenomeno si sia realizzato all’interno della trasmissione spirituale Uwaysi denota che l’estasi spontanea rende omaggio alla tradizione storica. Il termine “Uwaysi” designa un Musulmano mistico che è istruito da un Santo fisicamente assente. Niente impedisce di pensare anche ad un’iniziazione Solare. In ogni caso, una revisione della storia dell'ordine della Shattariyya nel secolo successivo a Muhammad Ghawth fornisce un ritratto impressionante di eremi soggetti a richieste ardite di estasi spirituali.

    Nei secoli successivi le persecuzioni subite dagli organizzatori principali e dai Maestri della Shattariyya modularono esternamente la loro naturale tendenza all’esperienza estatica. Inoltre, misero in sordina le dispute inutili con altre figure rappresentative del misticismo. Nei periodi di repressione e persecuzione dissimularono le loro pratiche. La circospezione degli Shattari posteriori sembra essere la prova che il potere volle limitare la divulgazione pubblica della loro dottrina.

    Il catechismo spirituale della confraternita Shattariyya dopo la morte di Muhammad Ghawth conservò ancora diversi aspetti salienti che la caratterizzavano.

    Contrariamente alla maggior parte dei mistici Musulmani che enfatizza la servitù adorativa dinanzi alla Signoria di Dio, ovvero il Fana (“l’Estinzione in Dio”) di sé stesso e la Baqa’ (“l’Unione Permanente con l’Assoluto”) con Dio, la Shattariyah, pone in rilievo l’Io, gli atti personali, gli attributi personali che rendono divina una persona, e l’unione personale con Dio. Afferma che il Fana o il Nirvana implicherebbe due Sé, il primo riguarderebbe il suo annichilimento e l’altro si preparerebbe per la tappa finale della visione di Dio. Tale dualità è opposta al Tawhid (“Unicità”) su cui il Sufismo si fonda.

    La Shattariyah rigetta la pratica Sufi della Mujahadah (“sforzi di natura ascetica nella lotta spirituale per conquistare l’anima che incita al male”), sostenendo che focalizzarsi eccessivamente sul Sé distrae dalla conoscenza di Dio compiuta dall’esperienza personale e dall'unione ultima.

    Il loro particolare regime spirituale si fonda sui digiuni, sugli esercizi ascetici, sulle pratiche di visualizzazione delle lettere Arabe che compongono i nomi di Dio. Il corpo umano è visto come la manifestazione divina del microcosmo, e le combinazioni delle lettere collocate nel cosmo che rappresentano i nomi di Dio, vengono cifrate e associate alle varie zone del corpo.


    Gli Shattari eseguono le pratiche di Yoga più di qualsiasi altro gruppo: controllo del respiro, posture di Yoga, lavoro sui chakra, dieta, l’uso dell’Hindavi (un proto dialetto Hindi anche conosciuto come Bhaj) nello dhikr. Nel percorso Shattari il neofita ha la sensazione di essere alla presenza di Dio. Si lascia dietro il mondo materiale e risale verso la sfera divina (questa struttura rispecchia la trama del romanzo dei Sufi indiani denominato “Madhumalati” o Jasminum Grandiflorum composto nel 1545 da Manjhan, un Sufi Shattari).

    Quest’ordine fu fondato da ‘Abdallah Shattari verso l’anno 810 in India, e rivendica un isnad risalente al grande Arif (Iniziato), lo Shaykh Abu al-Hasan al-Khurqani (425/1033-34), il quale ebbe una conversazione iniziatica con lo spirito del defunto Abu Yazid al-Bistami (Bayazid). L’ordine si fregia del nome Shattar (deriva dall’Arabo Shatir, cioè “recidere, staccare”. Indica la persona che recide i legami con questo mondo) e sostiene di aver per caratteristica la predestinazione alla coppa paradisiaca dell’acqua di vita (sharab tuhur) che ha ubriacato il Profeta dell’Islam facendogli dire “Io sono Ahmad, senza mim = Ana Ahad = Io sono il Dio unico).

    Un’esperienza spirituale Sufico-Yogica può essere concepita come il limite trascendente ogni definizione religiosa, e se si progettasse di sperimentarla l’esempio proposto da Muhammad Ghawth costituirebbe un modello riproponibile.

    * fonte: tradizionesacra.it IL SUFISMO E LO YOGA DI MUHAMMAD GHAWTH

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    Predefinito L'AMRITAKUNDA

    L’Islamizzazione dello Yoga nelle traduzioni dell’Amritakunda


    A cura di Carl W. Ernst. Carl W. Ernst è uno studioso di scienze Islamiche. È professore presso il Dipartimento di Studi Religiosi all'Università di Chapel Hill nella Carolina del Nord (USA)


    Esiste un testo di pratica Yogica che fu trasmesso, studiato e compreso nei paesi Musulmani al di fuori del Subcontinente Indiano? La storia indica l’esistenza di un testo Sanscrito intitolato “Amritakunda“ o “La Vasca del Nettare“ che fu integralmente Islamizzato, e che sopravvive nelle traduzioni in lingua Araba, Persiana, Turca e Urdu (recentemente è stata ritrovata una versione in lingua Ebraica nello Yemen). In questo testo sono contenuti i temi Islamici del Corano, ed il vocabolario filosofico, terminologico e concettuale è tratto dal Sufismo. In breve, la storia di questa fonte singolare di pratica Yogica narra che ebbe un gran numero di lettori nel mondo Musulmano.





    Una delle 21 miniature che illustrano le posizioni Yogiche
    nel “Bahr-ul-Hayat“(L’Oceano della Vita) dello Shaykh
    Muhammad Ghawth Gwaliyari Ibn Muhammad Sarni
    Hosaini, Manoscritto in Persiano, Nord India, 1718



    1. LA TRASMISSIONE TESTUALE DELL’AMRITAKUNDA

    L’Amritakunda o “La Vasca del Nettare”, è il nome di un testo Sanscrito o Hindi, il cui manoscritto originale è andato perduto. “La Vasca del Nettare” fu anche conosciuto col titolo di “Kamrubijaksa” o “Il seme delle sillabe di Kamarupa”. [vedi nota 1] Questo testo circolò inizialmente in una traduzione in lingua Persiana che rappresentò la sua prima piattaforma di lancio nel mondo Islamico. Fu tradotto successivamente in Arabo stando all'introduzione del libro scritto nel 1210 nella regione del Bengala col titolo di “Hawd ma' al-hayat” (La Vasca dell'Acqua della Vita).
    “Bahr-ul-Hayat“(L’Oceano della Vita) è il titolo della traduzione Persiana dell’Amritakunda. Dopo l’istituzione di un governo Musulmano nel Bengala, Bhojar Brahman, uno Yogi (asceta) di Kamarupa venne a Lakhnauti, la capitale del Sultanato del Bengala, per fare la conoscenza della città e dei dotti Musulmani. Ruknu-d-din Samarqandi era il Qazi di Lakhnauti al tempo del Sultano Ali Mardan Khalji. Bhojar Brahman intrattenne una conversazione col Qazi e volle saperne di più sul Profeta (ص) dell’Islam e sui suoi insegnamenti. Lo Yogi Bhojar Brahman fu affascinato dai racconti del Qazi, abbracciò l’Islam e studiò le scienze Islamiche a tal punto che divenne autorizzato ad emettere decreti giuridici. In seguito, Bhojar Brahman presentò l’Amritakunda al Qazi, il quale ne restò affascinato a sua volta, ed iniziò la pratica della scienza dello Yoga fino al raggiungimento dello stadio della perfezione.
    Il Qazi tradusse il testo Sanscrito dell’Amritakunda prima in Persiano, e poi dal Persiano all’Arabo. La versione Persiana la intitolò “Bahr-ul-Hayat “, e la versione Araba la denominò “Hawd ma' al-hayat”. Entrambe le versioni sono state stampate e sono attualmente disponibili. Si tratta di un libretto di 10 capitoli e di 50 versi in poesia, in cui sono trattati aspetti della filosofia Yogica in relazione alla loro applicazione pratica. Percorsi e significati differenti sono stati suggeriti in questo libro. Anche la descrizione relativa all’esecuzione delle Asana (posture) non è trascurata. Il “Bahr-ul-Hayat” è un esempio abbagliante sulle interazioni culturali tra l’Induismo e l’Islam.
    La prima fase del testo (forse risale agli inizi del tredicesimo secolo) è una probabile rappresentazione del “Kamrubijaksa” o “Il seme delle sillabe di Kamarupa”. Questo testo eclettico in lingua Persiana contenne la pratica del controllo del respiro, i riferimenti alla magia e alla divinazione, i riti al tempio delle Yogini in base ai principi della scuola tantrica Kaula e gli insegnamenti di Hatha Yoga secondo la tradizione Nath (popolarmente chiamata jogi). Tutti questi concetti furono contestualizzati ponendo in primo piano la supremazia della dea Kamakhya e riferendosi frequentemente al suo tempio principale in Assam (Kamarupa). Questo testo fu adattato da un traduttore Arabo anonimo che era stato formato nella scuola filosofica Illuminativa (Ishraqi) dell’Iran, probabilmente nel quindicesimo secolo. Questo traduttore Arabo anonimo riscrisse completamente il testo in Persiano e v’incorporò nell'introduzione del libro due narrazioni simboliche: la prima dal cosiddetto “Inno della Perla” degli Atti di Tommaso; la seconda è una traduzione parziale di un trattato in lingua Persiana intitolato “Risala fi haqiqat al-ishq” (Messaggio sulla Realtà dell’Amore), originariamente scritto dal filosofo Illuminativista Shihab al-Din al-Suhrawardi il Martire (al-Maqtul).
    La diffusione delle copie del manoscritto Arabo (“Hawd al-hayat”) dell’Amritakunda raggiunse tutti gli angoli del mondo Islamico. Almeno quarantacinque copie sono state trovate tra le biblioteche Europee e quelle dei Paesi Arabi, anche se la loro maggioranza era conservata ad Istanbul. Il contenuto del testo era così insolito che, forse per errore, la paternità era stata frequentemente attribuita al grande Sufi Andaluso Muhyi al-Din Ibn al-‘Arabi. Quest’attribuzione è sicuramente erronea. Il vocabolario del testo è formato soprattutto da termini tecnici Arabi presi in prestito dalla filosofia ellenistica con l’aggiunta di parole tratte dal lessico del Corano e del Sufismo. Il traduttore lavorò strenuamente per rendere le pratiche Yogiche filosoficamente comprensibili al lettore di lingua Araba. Inoltre, il testo “Hawd al-hayat” rappresentava solamente l'inizio del lancio dell'Amritakunda nel mondo Islamico. La recensione più antica della versione Araba non esiste più, e le due recensioni posteriori mostrano un’ulteriore Islamizzazione del testo.
    La “Vasca dell'Acqua della Vita” (Hawd ma' al-hayat) si differenzia dalle altre traduzioni Arabe e Persiane, poiché enfatizza le pratiche spirituali Indiane piuttosto che le dottrine. Sebbene al-Biruni (morto nel 1010) abbia tradotto lo “Yogasutra” di Patañjali in Arabo, si era concentrato eccessivamente su questioni filosofiche omettendo del tutto il tema Mantrico, e i suoi studi Indologici non furono letti ampiamente. La maggior parte dei testi Sanscriti tradotti in Persiano durante il periodo Mughal fu scelta per interessi politici e filosofici, mentre l’attrazione per la pratica spirituale era minima. Il testo Arabo della “Vasca dell'Acqua della Vita” fu noto a molti mistici Musulmani Indiani che erano interessati agli esercizi respiratori e ai canti liturgici degli Yogi: infatti, avevano osservato notevoli somiglianze tra le loro pratiche meditative e le tecniche dello Yoga. Un maestro Chishti, lo Shaykh `Abd al-Quddus Gangohi (morto il 1537) familiarizzò con lo Yoga dei Nath e scrisse dei versi in Hindi su questo soggetto. Inoltre, insegnò la “Vasca dell'Acqua della Vita” ad un discepolo. Lo Shaykh Muhammad Ghawth Gwaliyari (morto il 1563), un maestro Sufi Indiano dell’ordine della Shattariyya, tradusse nuovamente la più antica versione Araba in Persiano col solito titolo di “Bahr-ul-Hayat” (L’Oceano della Vita).
    Le confraternite Sufi Qadiriyya, Mewlewiyya e Sanusiyya del Sind, della Turchia e dell’Africa settentrionale continuarono a riferirsi alla “Vasca dell'Acqua della Vita” fino al diciannovesimo secolo. Il testo Arabo fu due volte tradotto in Turco Ottomano e la traduzione Persiana di Muhammad Ghawth fu resa in Dakhani Urdu. La versione Araba è ancora in uso oggi; uno Sceicco Sufi di Damasco, esperto delle opere di Ibn al-‘Arabi, lo considera un trattato importantissimo.
    La “Vasca dell'Acqua” fu l’unica traduzione Araba conosciuta di un trattato di Hatha Yoga che mise in relazione lo Yoga al misticismo Islamico e alla pratica Sufi. Questo libro fu l’esempio concreto di come uno scrittore Musulmano potesse interpretare la serie completa delle pratiche spirituali Indiane. Da uno sguardo rapido del testo si evince che fu preparato per i lettori Musulmani: si apre con un’invocazione a Dio e al Profeta Muhammad (ص) ed è cosparso di termini e di frasi attinte dal vocabolario religioso Islamico. Il traduttore ha tentato di descrivere minuziosamente le pratiche che includevano i canti e i Mantra Sanscriti, le tecniche respiratorie, le posture per la meditazione, una particolare forma di meditazione Kundalini sui cakra dipinti, l’invocazione delle dee e di altre pratiche specifiche.
    Il testo non si preoccupa di favorire gli scambi interreligiosi tra l’Induismo e l’Islam. Il traduttore traccia un insieme di pratiche Yogiche e divinatorie provenienti da fonti svariate che non si trovano oggigiorno in nessun testo sopravvissuto di Hatha Yoga.
    Ciononostante, le traduzioni diverse della “Vasca dell'Acqua della Vita” sono unanimi nell'affermare che quest’opera è la più famosa e rispettata tra le Sacre Scritture dell'India, anche se non è più rintracciabile nella letteratura Indiana. Le motivazioni della sua scomparsa sono presumibilmente politiche. Anche il traduttore Arabo ed anonimo dell’opera celò la sua identità per motivi di sicurezza. All’epoca, circolavano dei rapporti in cui si sospettava che il ruolo giocato dallo Yogi convertito all’Islam, in realtà mascherasse che gli insegnamenti dello Yoga fossero contenuti nel Corano.
    La prefazione della traduzione ha una struttura narrativa che poggia su materiali attinti dallo Gnosticismo Cristiano e dal Neoplatonismo Islamico: essa presenta un'interpretazione complessa del significato religioso e dello scopo della pratica Yogica che trascura le principali categorie della metafisica Indiana. Al contrario, il traduttore inserisce nel libro concetti provenienti dalle fonti Islamiche. Le differenti redazioni del testo Arabo e le traduzioni susseguenti in Persiano, Turco e Urdu, contengono delle interpretazioni diverse che trasformano i concetti filosofici presenti della cultura arabo-ellenistica in chiave Sufi. La “Vasca dell'Acqua della Vita” non descrive l’Induismo come un sistema religioso e autonomo situato oltre i confini dell’Islam; infatti, secondo lo Sceicco Muhammad al-Sanusi (morto nel 1859), gli Yogi fanno parte delle confraternite Sufi.
    Il testo Persiano dell’Amritakunda, intitolato anche “Kamrubijaksa” (“Il seme delle sillabe di Kamarupa”), descrive pratiche respiratorie appartenenti alla letteratura Shakta: ad esempio, enumera le attività umane da intraprendere durante il respiro-sole ed il respiro-luna. Si apprende che un individuo dovrebbe avvicinarsi “al Qadi [Giudice islamico] o all’Amir [termine Arabo per Sovrano]” solamente per un giudizio o per un processo quando il respiro della narice destra è favorevole (la respirazione tantrica attraverso il pingala implica sforzo fisico, passione, forza e combattimento). Rapporti informali riferiscono di maghi Musulmani che compiono riti magici in un cimitero Musulmano o Indù, in una Moschea o in un Tempio spopolato, normalmente dopo la preghiera del tramonto. Di tanto in tanto, recitano alcuni versetti del Santo Corano, specialmente il versetto del Trono (Ayatu-l-Kursi). È riferito che un Musulmano del Broach (un distretto situato nella parte meridionale dello stato Indiano del Gujarat) invocò con successo la partecipazione di una dea Yogini (una delle otto dee femmina create per prestare assistenza alla dea Durga) ai riti insieme ai suoi devoti (talvolta le Yogini sono forme-figure di questa divinità capace di subire decine di milioni di trasformazioni).
    L’invocazione alla dea è inserita complessivamente in una cornice Islamica. L’invocazione è rivolta ad Allah e l’encomio al suo Profeta (ص):
    “Preghiamo e adoriamo che Allah arrechi migliaia di arti e di meraviglie dalla segretezza dell’inesistenza al cortile dell’esistenza, Egli adornò la corte sublime di corpi luminosi, Egli fece le dimore degli Esseri spirituali, Egli dispose la manifestazione del mondo sublunare con una varietà di piante e minerali, Egli fece la residenza ed il soggiorno degli animali, Egli scelse fra tutti gli animali l’umanità, creandola nella migliore forma al grido: “Invero creammo l'uomo nella forma migliore” (Corano, 95 : 4), “Sia benedetto Allah, il Migliore dei creatori!” (Corano, 23 : 14). Molte benedizioni e saluti innumerevoli siano sulla Guida [cioè, il Profeta Muhammad (ص)] pura e santa del mondo, il migliore tra i figli di Adamo, le benedizioni e la pace di Dio siano su di Lui e su tutti Loro.”
    Alla fine è citato un hadith del Profeta (ص) ed alcune allusioni mistiche forniscono il quadro religioso adatto per le pratiche magiche (55a).
    In pratica, si può affermare che per il lettore medio Persiano, l’Amritakunda rientra nella categoria delle scienze occulte, e la sua origine Indiana serve solamente a migliorarne il fascino esoterico. Il testo impiega termini Arabi classici sia per l’astrologia magica (tanjim), sia per la convocazione degli spiriti (ihdar) (30b, 37b) e per il soggiogamento (taskhir) dei demoni, delle fate e dei maghi (55a). Islamizzato, l’Amritakunda diventa familiare al Musulmano anche quando sono invocati gli spiriti delle dee Yogini dell’India. I canti liturgici o i Mantra degli Yogi funzionano come incantesimi, “afsun”, un termine Iraniano dal significato magico (51a). Sono riconoscibili anche le tecniche magiche dell’astragalomanzia abbinate a quelle vudù (il termine vudù significa spirito protettore) (51b). Un altro metodo utilizza un pettine ottenuto dalla mano destra di un cane arrabbiato ucciso con un ferro all’interno di un’area adibita alla cremazione (48b-49a).


    2. ELEMENTI ISLAMICI NEL TESTO
    La “Vasca del Nettare” contiene numerose formule Arabe e molti riferimenti che lo relazionano al modello religioso Islamico (vedere carta 5). Ci sono sei citazioni chiarissime tratte dal Corano nella prima ed ancora esistente recensione Araba, a cui ne sono aggiunte altre due nella più recente revisione. Un hadith (detto) del Profeta Muhammad (ﺹ) è citato ed un altro vi è implicitamente riferito. I termini attinti dal vocabolario della pratica religiosa, particolarmente quelli che si riferiscono ai nomi di Dio e alla preghiera, sono notevoli. Il testo è, inoltre, ornato di borchie con frasi pie e benedizioni, che abbelliscono oltre la metà dei capitoli. Termini cosmologici che si riferiscono al Corano appaiono con una frequenza straordinaria. Esistono almeno una dozzina di punti in cui specifici concetti e termini Sufi sono citati. Il traduttore cercò intenzionalmente di Islamizzare il testo rendendolo familiare al lettore Musulmano. Tre capitoli (I, III, e X) non contengono nessun concetto di spiritualità Indiana. Se riuniamo le citazioni filosofiche Islamizzate presenti nella prefazione (vedere sotto), risulta che un terzo della versione Araba della “Vasca dell'Acqua della Vita” consiste di aggiunte fatte al testo Indiano.
    Il processo di Islamizzazione fu complessivo. La prima versione ancora esistente del testo Arabo (manoscritto famiglia a) rappresenta sola la tappa iniziale di questo processo che fu velocizzato nella versione successiva (manoscritto famiglia b). Non soltanto la famiglia b aggiunge nuovi passaggi e temi Islamici, ma strappa, tronca e deforma molte citazioni Indiane. I nomi Indiani dei pianeti sono stati alterati o omessi nelle recensioni Arabe, sebbene siano stati conservati perfettamente nelle traduzioni Persiane, forse perché agli scrivani Indo-Persiani erano familiari i termini Hindi (vedere carta 3).
    La recensione posteriore (famiglia b) omette del tutto le seguenti identificazioni:
    1) Brahma e Vishnu con Abramo e Mosé (Int.3);
    2) il termine Yogico alakh e la sua traduzione in Allah (IV.4),
    3) i tre Yogi identificati con le figure esoteriche Islamiche (V.4)
    4) la descrizione della suzione uretrale [vedi nota 2] (VI.5)
    5) la maggior parte della descrizione sulla settima Yogini (IX.9).
    I manoscritti della famiglia b aggiungono ulteriori materiali testuali estranei e includono dei versi in Arabo già inseriti all'inizio della prefazione. Un trattato sul cuore secondo la psicologia dei Sufi è inserito in appendice al capitolo X. L'Islamizzazione del testo procedette anche a livello visuale. La traduzione Araba include quattordici diagrammi per la visualizzazione meditativa, e nove di essi sono messi in rapporto ai cakra. I paragoni tra i manoscritti indicano un sottile, ma inconfondibile processo di regole grammaticali, mentre i diagrammi girano sempre più attorno alle lettere Arabe o alle raffigurazioni cabalistiche comuni alle opere Arabe d’occultismo.
    L’inserimento di materiali Islamici nelle traduzioni della “Vasca dell'Acqua della Vita” fu accompagnata da un’altra tecnica: ai nomi e ai temi Indiani furono trovati degli equivalenti Islamici. (vedere carta 4)
    Il termine Sanscrito alakh, “l'incondizionato,” fu tradotto in Allah, sia per la sua somiglianza sonora e seducente, sia per l’aspetto quasi identico che assunse nella scrittura Araba. Brahma e Vishnu furono tradotti in Abramo e Mosé, e i tre leggendari Yogi furono associati a dei Profeti dell’Islam. Quest’ultima identificazione è stata fatta per il conseguimento completo del controllo del respiro:
    “Quando avrai raggiunto questa stazione, esamina attentamente e giudiziosamente tre cose: 1) che l'embrione respiri mentre si trova nella placenta, anche se l'utero della madre non respiri; 2) che il pesce respiri nell’acqua senza che l’acqua entri nel pesce; 3) che l’albero attiri l’acqua nelle sue vene e ne permetta la crescita. L’embrione è lo Sceicco Gorakh che è Khidr (la pace sia su di Lui), il pesce è lo Sceicco Minanath [Matsyendranath] che è Giona (la pace sia su di Lui), ed il terzo è lo Sceicco Chaurangi che è Elia (la pace sia su di Lui), questi sono coloro che hanno raggiunto l’acqua della vita. (V.4).”
    Molti termini tecnici sono dati in Sanscrito e in Arabo: homa o “sacrificio" è tradotto “du`a o invocazione”, “japa” o “preghiera contata” diventa `azima o “formula incantatoria”, e il termine chiave Yogi (nel nord India jogi) sta per murtad o “asceta.” Brahman, il termine che indica la casta sacerdotale dei bramini, è tradotto in `alim o “studioso.” Ma com’è stato notato sopra, molte di queste equivalenze sono sfumate nelle recensioni successive del testo Arabo. Lo sforzo di tradurre nomi Indiani in termini Islamici è stato abbandonato nelle recensioni successive o nelle citazioni del testo; infatti, la parola Sanscrita che identifica alakh con Allah assume un’apparenza radicalmente differente. A metà del diciannovesimo secolo, un trattato Sufi dello Sceicco Nord Africano Muhammad al-Sanusi incluse una sezione di pratica Yogica (al-jujiyya) proprio come fece il ramo Ghawthiyya della confraternita Sufi Shattariyya.
    Muhammad al-Sanusi s’ispirò chiaramente agli scritti di Muhammad Ghawth e al testo Arabo della “Vasca del Nettare” ed il passaggio relativo ai termini alakh-Allah appare così rimaneggiato:
    “Se qualcuno desidera testimoniare al mondo ignoto, deve incrociare gli occhi sul naso ed immaginare nel cuore la parola Allah, Allah, senza muovere la lingua. Se si raggiunge il livello della perfezione in questa pratica, nessuna magia ed alcun veleno potrà influenzarlo, la malattia non lo toccherà, i mondi nascosti gli saranno svelati, la sua preghiera sarà esaudita e sarà famoso fra gli uomini per la sua pietà.” In questo passaggio non vi è più alcuna espressione “Indiana” e la pratica è identica al modello tecnico Sufi.
    Formazioni filosofiche
    È evidente che la versione Araba della “Vasca del Nettare” fu composta da un filosofo Iraniano familiarizzato al vocabolario della scuola Illuminativa (Ishraqi). La prova più evidente al riguardo è fornita dalla versione Araba ampliata (Int.9-12) che comprende anche altri testi, tra cui il “Trattato sulla realtà dell’amore” “Risala fi haqiqat al-ishq” ed il testo gnostico “L’Inno della Perla” (Atti di Tommaso) del mistico Persiano Shihab al-Din al-Suhrawardi. Si ritrova anche una definizione caratteristica della psicologia Avicenniana-Illuminativista, ossia “la disciplina degli stati dell’anima razionale consapevole e distintiva” (Int.14), o più semplicemente, “il controllo dell’anima razionale” (IV.1). La collocazione significativa che questa locuzione occupa nella prefazione chiarisce il ruolo essenziale degli insegnamenti Yogici del testo. Si ha per effetto una prolessi che assimila la psicofisiologia dello Yoga sulla base delle categorie psicologiche di Aristotele e di Avicenna, anche se quest’assimilazione non è effettuata nel testo. Più esattamente, nella prefazione del testo è enumerata la lista Greco-Araba riguardante i cinque sensi interni, i cinque sensi esterni, le sette facoltà vegetali e le due facoltà motorie animali, che sarebbero familiari alle opere tarde di Aristotele in lingua Araba. Allo stesso tempo, il resoconto suggerisce una struttura complessiva capace di interpretare le pratiche Yogiche come mezzo per scoprire il vero sé attraverso una disciplina del corpo e della mente. Non esiste nessuna indicazione simile di antropologia filosofica in altri trattati di lingua Sanscrita connessi alla tradizione Yogica.
    Oltre a questi riferimenti evidenti alla filosofia della scuola Illuminativa, la versione Araba nell’insieme si richiama ad un vocabolario filosofico Arabo più diffuso, condiviso e riconosciuto da più scuole. I termini filosofici contenuti nel trattato hanno innanzi tutto un significato cosmologico, ed includono le informazioni sui quattro umori (caldo, freddo, umido, asciutto) (VI.2-3, X.2), sulla moderazione (al-amr al-awsat) (IV.1, VIII.1), sui contrari (diddan) (III.4, V.2, X.2), sull’anima razionale (al-nafs al-natiqa) (I.3, V.2, VI.2, X.4), sull’intelletto universale (`aql al-kull) (I.2, I.3) e sul creatore (al-bari) (I.2, I.3).
    Intellettuali Arabi di formazione scientifica avrebbero riconosciuto nella “Vasca del Nettare” alcuni riferimenti espliciti ai luoghi comuni contenuti nell’enciclopedia del decimo secolo conosciuta come “Le Epistole dei Fratelli della Purezza”. Il tema della corrispondenza tra il corpo umano considerato un microcosmo e il macrocosmo, è stato ben sviluppato dal pensiero Greco del primo periodo. Questa dottrina è descritta dai “Fratelli della Purezza” nella loro enciclopedia, la quale ha forti propensioni al Pitagorismo. Dal primo capitolo della “Vasca del Nettare” (I.2), possiamo raccogliere le seguenti corrispondenze tra il microcosmo ed il macrocosmo: ELENCO NEL LINK


    3. ELEMENTI YOGICI NEL TESTO
    La versione Araba della “Vasca del Nettare” contiene una varietà di pratiche. Alcune non sono tipicamente Indiane o Yogiche, ma si trovano estesamente anche in altre tradizioni. È il caso della raccomandazione del digiuno (IV.3), della dieta vegetariana (V.3) e dell’astinenza sessuale (VI.3, VII.11). Altre pratiche sono chiaramente di Hatha Yoga (vedere carta 7).
    Il testo assegna un’importanza considerevole alla descrizione del controllo del respiro Soli-Lunare attraverso la narice sinistra e destra (I, II) che non si riferisce, tuttavia, al modello cosmologico Indiano.
    Le opere Indiane posteriori come le “Yoga Upanishad”, utilizzano come unità di tempo per il conteggio della durata delle respirazioni il Matra [letteralmente unità di misura. Secondo i testi tradizionali, in particolare la “Gheranda-samhita” si distinguono tre livelli di Pranayama: inferiore (adhama) in cui le tre fasi dell’atto respiratorio - inspirazione, ritenzione ed espirazione - durano rispettivamente 14, 48 e 24 unità di tempo (matra = 4 secondi circa); medio (madhyan) con una durata di 16, 64, 32 matra; superiore (uttama) con una durata di 20, 80, 40 matra].
    Al contrario, la “Vasca del Nettare” conta le respirazioni con le dita nei due passaggi utilizzando un metodo di misurazione spaziale e non temporale. Il primo passaggio elenca cinque respirazioni che associa ai cinque elementi e ne descrive l’orientamento direzionale di quattro di esse:
    “I soffi sono cinque: igneo, acquoso, arioso, terroso e paradisiaco. L’igneo sale verso l’alto, l’arioso si diffonde fuori, l’acquoso discende per l’ampiezza di quattro dita, il terroso discende per l'estensione di otto dita” (II.2).
    Sebbene il numero cinque appartenga alla pratica medica e Yogica Indiana, alcune respirazioni hanno un movimento ascendente, altre discendente. È arduo intravedere in quest’elenco delle somiglianze alle tradizioni Indiane sulla respirazione. L'associazione tra i soffi e gli elementi non si trova nei testi Indiani classici, sembrerebbe che il traduttore abbia aggiunto un tocco di Aristotelismo. Il secondo passaggio espone minuziosamente gli effetti dell'esalazione e dell'inalazione raccomandando l’allungamento del secondo per il prolungamento della vita:
    “Vedrai che esso [il respiro] sale durante l’esalazione per circa dodici dita potentemente, e durante l’inalazione discende per circa quattro dita. Decresce ad ogni respiro potentemente di otto dita. Così guarda come decresce ogni giorno. Quello è il calo della vita di ognuno. È appropriato che inverti quest’andamento gentilmente, compassionevolmente e gradualmente. Ovvero, dovresti inalare potentemente e esalare gentilmente e mitemente nel punto in cui inali le dodici dita ed esali le quattro” (V.3).
    Nella traduzione Persiana di Muhammad Ghawth, questo passaggio è letto: “Dodici dita di respiro entrano, allora otto dita ritornano, quattro dita di vento freddo (sarsar) e quattro di freddo (sard).
    . . . Quando si va a piedi, il respiro di dodici dita entra, e due caldi e due freddi ritornano. Sforzandosi, correndo o durante l’esercizio sessuale, ventiquattro dita escono, e quattro ritornano a posto.”
    Stranamente, le misure spaziali sono andate smarrite dalla spiegazione sul respiro della più antica traduzione Persiana, cioè dalle porzioni del “Kamrubijaksa” conservate nell’enciclopedia dello sciita Haydar Amuli risalente al quattordicesimo secolo. In nessun caso, l’idea base è il controllo della quantità di respiro allo scopo di massimizzare l’inalazione per conseguire l’allungamento della vita. Esistono rari riferimenti alle dita come unità di misura spaziale per il controllo del respiro nelle “Yoga Upanishad”, ma essi non si riferiscono alla tecnica per l’allungamento della vita menzionata nella “Vasca del Nettare”.
    Tecniche fisiologiche citate nel testo includono la purificazione del corpo tramite le posture dello Yoga, le Asana (IV.4-8). Il testo Arabo riconosce il tradizionale numero di 84 posture [vedi nota 3], ma ne descrive solo cinque (la traduzione Persiana di Muhammad Ghawth basandosi sulla prima versione Araba descrive ventun posture). Esistono delle difficoltà ad identificare le Asana dei testi classici di Hatha Yoga, ma dalle descrizioni possiamo riconoscere il Virasana (la postura dell’eroe), il Kukkutasana (la postura del gallo) e l’Uttana Kurmasana (la postura della tartaruga sollevata) tra queste cinque. Il testo Arabo enfatizza la salute fisica e psichica derivante dall’esercizio di queste pose. È indicativo che il termine Yogico “alakh” sia ripetuto in ogni posizione; si rinforza così il sodalizio con i Nath, detti anche Kanphata-Yogi, presso i quali l’uso del vocabolo è caratteristico. Fra le tecniche fisiologiche sembra esserci una variante del “khecari mudra”: essa si sofferma sulla fissazione della punta del naso e sul sorso del “nettare” di saliva (II.5, II.7). Diversamente dall’Hatha Yoga classico, questa tecnica enfatizza l’attraversamento o l’incrocio degli occhi (vividamente illustrata in alcuni manoscritti) come l'elemento principale per la ritenzione dello sperma durante l’amplesso, mentre il deglutimento del nettare funge per la cura delle infiammazioni e del mal di testa. Un’altra tecnica Yogica che ricorre nel testo è una variante del Vajroli Mudra, cioè la suzione uretrale o, più prosaicamente, la tecnica della fontana penica (VI.5). Curiosamente, la discussione sulla ritenzione dello sperma è inserita in un lungo capitolo sulla procreazione e l’embriologia secondo i principi medici di Galeno, il quale proferì il seguente proverbio filosofico: “Omne animal triste post coitum (ogni animale è triste dopo il coito)” (VI.4).
    La visualizzazione è un'altra caratteristica importante della “Vasca del Nettare”, particolarmente nel lungo capitolo VII sull’immaginazione magica (wahm), in cui è ritenuta un termine generico per i poteri magici e mentali. La normale dissertazione Islamica dà a wahm il significato peggiorativo di “illusione” o “pregiudizio,” e wahm ha anche dei significati tecnici vari nella filosofia Aristotelica tra cui “facoltà estimativa” (Lat. aestimatio, Gk. sunesis, phronesis) e “immaginazione compositiva” (Gk. phantasia logistike). Ma wahm nel senso di “immaginazione magica”, sembra essere in corrispondenza con alcuni non espliciti termini Indiani, come ad esempio Dharana o Kalpana. Nel “Seme delle sillabe di Kamarupa” è definita “la conoscenza dei respiri” (16a), e nell'introduzione del traduttore “l’immaginazione magica” è anche collegata al sostantivo “disciplina” (riyadat), una traduzione classica Araba-Persiana di Yoga (vedi sotto). Io sono disponibile ad ascoltare altre interpretazioni di questo termine. In ogni caso, questa pratica visualizza in sequenza le sette posizioni corrispondenti ai cakra tradizionali dello Yoga, dall’ano alla corona della testa. Ogni cakra è mostrato con un colore e un diagramma, ma al posto di essere collegato agli dei Indù e alle lettere dell'alfabeto devanagari, i cakra sono rapportati ai pianeti. Mentre qualche Bija-Mantra contiene dei fonemi riconoscibili dagli Indologi, altri sono recuperabili, indubbiamente a causa delle difficoltà di preservare i canti liturgici nella scrittura Araba (vedere carta 3)
    La demitologizzazione (la non-accettazione del carattere esplicativo del mito, costituisce una condizione della veracità del mito che è l'emergenza del suo senso simbolico) dei cakra e del loro collocamento planetario, ha l'effetto di confrontare la meditazione del cakra ed il movimento diretto e sottinteso della Kundalini verso l'alto all’ascensione dell’anima attraverso le sfere planetarie, un tema di capitale importanza nelle tradizioni Islamiche, Iraniche ed Ebraiche.
    I sette Mantra Sanscriti o canto liturgici vengono associati ai sette cakra o ai centri nervosi vitali, i quali sono tutti audacemente definiti “le traduzioni delle invocazioni Arabe dei nomi di Dio”. La sillaba Sanscrita Hum è tradotta “Oh Signore” (Ya Rabb), e Aum è tradotto “Oh Eterno” (Ya Qadim). Nell’introdurre questi sette grandi Mantra, il traduttore Arabo osserva che “sono come i più grandi nomi [di Dio] apparsi in mezzo a noi.” Muhammad Ghawth si spinse ancora più in là fornendo per ogni Mantra Sanscrito due attributi Arabi: traduce Hum come “Ya Rabb, Ya Hafiz” (Oh Signore, Oh Protettore) e Aum come “Ya Qahir, Ya Qadir” (Oh Soggiogatore, Oh Onnipotente). In uno studio sulle tecniche respiratorie che non appaiono nella versione Araba, Muhammad Ghawth trova i significati equipollenti al Mantra conosciuto come Hamsa, o Hansa, o So Hum, o So Ham (Egli sono Io) che è pronunciato durante le due fasi di esalazione e di inalazione. L’esalazione è concepita come “un'espressione per il Signore spirituale (Rabb Ruhi)”, mentre l’inalazione rappresenta “il Signore dei Signori” (Rabb al-Arbab). Ci sarebbero molti altri esempi di questo genere.
    Semanticamente, questi concetti tradotti sono i funzionali equivalenti tra i termini potenti dello Yoga e i nomi di Dio usati dai Sufi; ciò è evidente soprattutto nel caso dei sette grandi Mantra, per questa ragione gli equivalenti Arabi sono presentati nella forma vocativa utilizzata durante le ripetizioni Sufi dei Nomi di Dio. Il capitolo IX della “Vasca del Nettare” amplifica il tema delle meditazioni sui cakra già trattato al capitolo VII, e fornisce delle istruzioni precise per chiamare in causa le sette divinità femminili o “Esseri spirituali” (in Arabo Ruhaniyyat), che sono evidentemente le Yogini principali (ci sono in totale 64 di queste entità). Queste sette Yogini sono comunemente chiamate le Dee Madri nei circoli Yogici. In questo testo, in ogni caso, vengono assimilate ai sette pianeti, come al capitolo VII.

    CONTINUA NEL LINK

    Bibliografia:
    Carl W. Ernst, The Islamization of Yoga in the Amritakunda Translations, Journal of the Royal Asiatic Society, Series 3, 13:2, (2003), pp 1-23.
    Sirajul Islam (Chief Editor), Banglapedia: National Encyclopedia of Bangladesh, 10 Vols., (2003)

    L
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  9. #9
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    Predefinito Rif: L'AMRITAKUNDA

    Traduzione dall’inglese a cura di Mustafa ShamsYoga, che ci ha messo volontà e diligenza ma che poteva fare di meglio...comunque il testo risulta abbastanza scorrevole.
    Gioia e dolore hanno il confine incerto...

  10. #10
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    Predefinito Rif: L'AMRITAKUNDA

    .

    Avevo fatto un cenno al testo Amrtakunda tre mesi fa qui :

    http://forum.politicainrete.net/filo...ml#post1565688

    Lo riporto in esteso : consiglio la lettura di quel libro di Caterina Greppi.


    " La centralità di questo aspetto "cardiaco" della propria ascesi è presente anche in ambiti Sufi Naqshbandi indiani. Recentemente , in un interessante testo edito da "Leone Verde" di Torino, l'autrice Caterina Greppi ( " L'origine del metodo psico-fisico esicasta" ) pone l'attenzione su di un testo indiano che molto probabilmente ha avuto un ruolo fondamentale in questa diffusione metodologica, ovvero l' Amrtakunda ( XII secolo )."

    R.

    .

 

 
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