Abbiamo un condannato - di Marco Travaglio
Si discute molto, a Torino, sulla decisione del Pd di candidare
alle comunali l’ex socialista Giusy La Ganga, che nel '94, per vari
episodi di Tangentopoli, patteggiò 20 mesi di reclusione e restituì 500
milioni di lire prima di lasciare la politica.

Ferma restando l’inopportunità della candidatura, denunciata da Libertà
e Giustizia, va ricordato che La Ganga fu il politico inquisito da Mani
Pulite che si comportò meglio, o meno peggio: rinunciò all’immunità,
non gridò al complotto, andò in Procura, confessò tutto e si fece da
parte.

Per 17 anni restò ai margini, ma siccome è malato di politica seguitò a
farla senza incarichi nel centrosinistra. Ora si ricandida dopo aver
pagato il conto con la giustizia e scontato una lunga quarantena: i
cittadini saranno liberi di votarlo o di non votarlo, almeno alle
comunali possono scegliere.

Ma nel Pd torinese c’è un altro caso di cui si parla molto meno (anzi
quasi per nulla) e invece merita più attenzione: la promozione di
Giancarlo Quagliotti a “coordinatore politico” della campagna
elettorale del candidato sindaco Piero Fassino.

Chi è Quagliotti? Già dirigente “migliorista” del Pci torinese, divenne
nei primi anni ‘80 capogruppo al Comune e nel 1983 fu coinvolto negli
scandali tangentizi del “caso Zampini” e dei “semafori intelligenti”
(dai quali fu prosciolto).
Nel 1993 fu di nuovo indagato per una tangente di 260 milioni di lire
dalla Fiat al Pds (avete capito bene: la Fiat pagava anche gli ex
comunisti). E fu condannato a 6 mesi assieme al suo sodale Primo
Greganti per finanziamento illecito. La mazzetta riguardava l’appalto
per il depuratore del consorzio Po-Sangone. La confessò alla Procura di
Torino un manager della Fiat Italimpresit, Ulrico Bianco: nel 1987 un
vecchio funzionario del Pci era andato a batter cassa per “risarcire”
il partito per gli appalti perduti dalle coop rosse: o sganciava 500
milioni, o il Pci si sarebbe messo di traverso nel Cda del consorzio,
chiesto al Consiglio di Stato di annullare la gara e ostacolato la Fiat
in altri appalti nelle zone più “rosse” del Torinese. La Fiat pagò una
prima rata di 260 milioni e tutto filò liscio.
Il manager che dispose il pagamento, Enso Papi, ammette pure lui
l’episodio: il denaro approdò su due conti cifrati svizzeri, “Idea” e
“Sorgente”, aperti rispettivamente da Quagliotti e Greganti. I due, a
fine 1989, andarono in Svizzera e provvidero all’incasso e al rientro
clandestino del denaro in Italia. A Milano, dove l’inchiesta è passata
per competenza, il 1° marzo 1996 i due tesorieri occulti vengono
condannati a 6 mesi di carcere: violazione della legge sul
finanziamento dei partiti. Nel ricorso in Appello, anziché spiegare
perché mai avesse aperto un conto presso la Soginvest Bank di Lugano
per incassare fondi neri, Quagliotti giura che della tangente non
sapeva nulla. E aggiunge che, provenendo il denaro da una società
estera (Sacisa, Fiat), la legge sul finanziamento dei partiti non vale.
La Corte d’appello spazza via queste facezie e conferma le condanne: è
provato che Greganti “aveva preso contatto con il Quagliotti e insieme
a costui si era recato in Svizzera, dove aveva aperto un conto
corrente, dal quale era successivamente transitata una parte della
somma, che qualche tempo dopo aveva consegnato al primo; la residua
parte della somma gli era stata data dal Quagliotti in due soluzioni,
una di 50 e una di 80 milioni”.

Se si fosse trattato di un normale contributo al partito, “non sarebbe
stata necessaria la tortuosa e complessa procedura per farlo pervenire
in Italia”. Sentenza confermata nel '97 in Cassazione: “I fatti sono
incontestabilmente provati” e cosí la “piena coscienza dei due imputati
di concorrere in un finanziamento illecito”, dunque la loro
colpevolezza per l’“accreditamento terminale di una somma al Pci a
titolo di finanziamento occulto”. Oggi Quagliotti, oltre ai 6 mesi, ha
69 anni e Fassino 62. Comprereste da loro una candidatura usata?




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