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  1. #1
    the dark knight's return
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    Predefinito Federalismo e Autonomie di Emile Chanoux

    FEDERALISMO ED AUTONOMIE
    Émile Chanoux
    I rappresentanti delle vallate del versante Italiano delle Alpi hanno voluto fissare in un documento-dichiarazione, in un documento-manifesto, ciò che essi ritengono un minimum indispensabile, perché quelle regioni possano rinascere a nuova vita.

    Il documento contiene tre parti distinte:

    a) una prima parte di constatazioni. E' ciò che la centralizzazione politico-amministrativa dello stato italiano, culminata col fascismo, ha portato ai piccoli popoli alpini.

    b) una seconda parte di affermazioni. Sono affermazioni di principi generali, nei quali essi hanno voluto inquadrare le loro dichiarazioni di diritti.

    c) una terza parte di dichiarazioni. E' la parte essenziale, costruttiva del documento, e contiene un minimo di richieste.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  2. #2
    the dark knight's return
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    Predefinito Rif: Federalismo e Autonomie di Emile Chanoux

    PRIMA PARTE



    § 1.Il documento ha una portata ideale e, diremo, una ispirazione politica che va oltre ai problemi delle vallate alpine.

    Ciò che i rappresentanti di queste valli hanno affermato vale per tutte le regioni italiane, per i piccoli popoli che formano quel tutto che è il popolo italiano.

    Essi non potevano parlare a nome di tutte le regioni italiane, non avendo ricevuto alcun mandato per ciò fare. Ma, in fondo, i principi affermati riguardano tutte le regioni.

    Forse, i piccoli popoli delle Alpi hanno sofferto più di tutti gli altri della oppressione politico-amministrativa dello Stato monarchico-accentrato italiano sorto dalla fermentazione del Risorgimento.

    Piccoli popoli, abituati da secoli a governarsi da sé, popoli ricchi, come i loro fratelli di Svizzera, di tradizioni proprie, sviluppatesi in lunghi secoli di vita politica autonoma, popoli disciplinati nel loro spirito di libertà, fedeli al dovere sociale fino al sacrificio, si sono visti, in nome dello Stato italiano, alla cui formazione avevano, in parte, collaborato, privati di quelle autonomie politiche, che avevano custodito attraverso i secoli.

    Le loro classi dirigenti, non più alimentate dall'esercizio del potere pubblico, politico ed amministrativo si anemizzarono. I figli dei dirigenti di questi popoli passarono nell'amministrazione dello stato italiano, nell'esercito, nella magistratura. Come tali seguirono la loro carriera, si fecero stimare per le loro qualità di equilibrio e di intelligenza, ma, dopo una generazione, rimasero avulsi dalla vita del loro popolo, persero quasi completamente il contatto spirituale con questo, si standardizzarono nelle uniformi dei funzionari statali, scomparvero nel grigiore uguale dei servitori dello Stato.

    Nelle valli originarie altri funzionari, venuti da altre Regioni d'Italia, e particolarmente dall'Italia Meridionale ed insulare, esercitarono i poteri pubblici. Vennero nelle Valli secondo i casi ciechi dei concorsi nazionali d in seguito agli azzardi dei trasferimenti e delle promozioni. Giunsero nelle Valli presuntuosamente convinti di rappresentare un potere ed un diritto, sicuri di imporre ai popoli amministrati la loro legge. Nel loro animo, almeno nell'animo dei meno equilibrati fra di loro, si era formata la convinzione che andavano a redimere dei popoli inferiori.

    Le Valli non offrivano un soggiorno comodo per le loro esigenze di urbanizzati di fresco: i posti amministrativi vennero quindi assegnati ai meno fortunati od ai meno meritevoli, nella grande gerarchia statale.

    E molte volte gli amministratori se ne andavano, dopo un soggiorno più o meno lungo, dalle Valli, scagliando, ancora da lontano i loro vituperi alle popolazioni che erano stati chiamati, nolenti, a dirigere.

    In alcune Valli, per lunga tradizione di vita autonoma, le popolazioni parlavano una lingua che non era la italiana: i rappresentanti dello Stato Italiano si credevano lesi nella loro dignità e credevano lesa la maestà dello Stato Italiano, che rappresentavano, davanti a simili manifestazioni linguistiche. E non era infrequente udire il ritornello iroso: "Ma, signori, siamo in Italia!".

    Così le Valli, depauperate dei loro elementi più adatti, asportati dall'Amministrazione dello Stato centralizzato Italiano, si vedevano nella materiale impossibilita di esprimere dal proprio seno altri elementi direttivi.

    Non solo, ma i montanari perdevano, in parte, la coscienza della loro capacità e dei loro diritti, acquistavano gradualmente quel complesso psichico di inferiorità che li rendeva inadatti ad autogovernarsi.

    Per fortuna, rimasero nelle Valli dei focolai di coltura e di vita autonoma, separati dalla vita statale e legati, generalmente, alle gerarchie e organizzazioni religiose. Questi focolai di coltura agirono come estremo rifugio dello spirito locale, e nelle loro scuole modeste, ma libere, nelle loro accademie, nei loro collegi privati, formarono una gioventù, la quale messa a contatto con la burocrazia dominatrice, si ribellò all'asservimento.

    Sopraggiunse il fascismo, il quale è stato, come disse il Lussu, il prodotto naturale della civiltà politica italiana, una malattia del popolo italiano, formatasi nel suo organismo e nel suo sangue.

    Tutti i mali dell'accentramento si trovarono spinti alle estreme conseguenze.

    Esso agì, nell'organismo sociale, già debilitato, dei popoli alpini, come un colpo di mazza.

    La oppressione statale diventò capillare, con la soppressione delle ultime parvenze di libertà comunali.

    I podestà furono docili istrumenti del potere centrale ed eseguirono supinamente tutti gli ordini che i prefetti, rimasti gli esecutori strapotenti del volere centrale, trasmettevano loro.

    I segretari dei fasci, i capi frazione, spinsero la oppressione spirituale ed il terrore morale nell'intimo delle famiglie sgretolandone la solidità, ed agirono come un dissolvente nell'unita dei villaggi, primi nuclei di vita sociale dell'alpe.

    La scuola media e, specialmente, quella elementare, diventarono un docile istrumento del partito al potere nell'inculcare nei giovani il culto eretico del Duce e dell'Impero, nel far loro dimenticare ogni nozione di libertà e personalità, nel lasciarli totalmente ignoranti del passato di loro terra e della stessa lingua degli avi.

    Così doveva essere distrutta ogni traccia di vita dei piccoli popoli dell'Alpe, nel grande gregge italiano, servo ai voleri di un uomo ed ai capricci di pochi gerarchi.



    § 2. Nell'asservimento politico, crollava ogni iniziativa economica locale.

    Le foreste comunali venivano falcidiate mediante vendite arbitrarie di lotti enormi di legname, avvenute, molte volte, a trattative o licitazioni private, in modo da lasciare largo adito alla corruzione.

    Le finanze dei Comuni furono sconquassate mediante le esecuzioni di opere pubbliche sproporzionate ai bisogni del luogo se non totalmente inutili, come la sistemazione dei nuovi cimiteri comunali, il cui unico scopo era la cancellazione e la distruzione delle vecchie lapidi mortuarie in lingua locale, la costruzione di edifici scolastici presuntuosamente monumentali, a scapito della comodità, adibiti poi, molte volte, a case del fascio.

    La economia di alcune Valli, basata sull'emigrazione temporanea all'estero, per l'esercizio di speciali professioni, veniva colpita a morte con la chiusura delle frontiere e la limitazione delle professioni, nella subordinazione del loro esercizio a licenze concesse o negate secondo i capricci o gli interessi delle autorità comunali.

    Lo sviluppo turistico dei paesi di alta montagna venne inceppato mediante una pressione fiscale enorme sui piccoli albergatori o sui piccoli affittacamere, a tutto favore dei grossi industriali dell'albergo. Con l'appoggio del potere centrale sorsero le grosse speculazioni di Cervinia e del Sestriere, mentre i piccoli alberghi andavano chiudendosi.

    La economia agricola montana riceveva aiuti, pomposamente strombazzati come sussidi per la bonifica integrale, ma solo i grossi proprietari, i già ricchi, ricevevano lauti sussidi per miglioramenti od abbellimenti ai loro pascoli alpini, mentre i piccoli, poveri proprietari nulla potevano sperare nella congerie delle pratiche occorrenti, per ottenere i promessi sussidi.

    Così l'economia montana andava gradualmente anemizzandosi, nel prepotente istallarsi nelle Valli di alcuni grossi industriali e nella totale asportazione dalle Valli della loro maggiore ricchezza e cioè delle forze idroelettriche.

    Il Fascismo portava alle estreme conseguenze la legislazione delle acque pubbliche, già accennata nella legge del 1919. Lo stato, dichiaratosi proprietario delle acque aventi la possibilità di una utilizzazione pubblica, esigeva da tutti i piccoli utenti, lunghe e costose pratiche, per vedersi riconosciuta la concessione di derivazione delle acque irrigue e motrici. Ciò favoriva esclusivamente le grandi concessioni a scopo idroelettrico. Lo stato rendeva impossibili nuove piccole concessioni per irrigazioni o piccole industrie, nel vincolo generale delle concessioni alle grandi società.

    Così le Valli si sono andate spopolando, malgrado il frastuono delle pretese provvidenze statali per combattere lo spopolamento. Perché nella loro cecità, del resto conseguente alle loro premesse ideali, i dirigenti e gli amministratori dello stato fascista non compresero che i montanari non domandavano allo Stato che una cosa sola: di essere lasciati in pace.



    § 3. Per il decadimento delle classi dirigenti locali, per l'impoverimento delle masse, le ultime tracce di vita intellettuale del luogo vennero distrutte dal fascismo, senza incontrare resistenza alcuna.

    Vennero eseguite aggregazioni di comuni, secondo i capricci dei gerarchi locali, cancellando secoli di vita e di autonomia amministrativa.

    Vennero obliterati nomi storici di comuni e di località goffamente tradotti da incompetenti nella lingua dei dominatori.

    Vennero chiuse le scuole private, i collegi, gli istituti di coltura, di svago e di alpinismo a carattere locale.

    Venne proibito l'uso della lingua locale negli atti pubblici, nelle iscrizioni anche funerarie, ne venne proibito l'insegnamento, anche privato, come di cosa delittuosa.

    Così i popoli alpini dovevano rinnegare il loro passato, la loro storia, la loro stessa vita.

    Gli elementi, fra di loro, più deboli intellettualmente e moralmente, accettarono lo spirito dei dominatori, ma le stesse condizioni dolorose in cui i popoli alpini sono venuti a trovarsi hanno spinto i migliori a reagire, a ritornare alle origini della loro gente, a rivendicare ai loro popoli quelle istituzioni politiche e amministrative senza le quali un popolo non è più un popolo, ma è gregge.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  3. #3
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    SECONDA PARTE


    Così, dalla constatazione dei fatti concreti si ritorna ad una affermazione di principi. Ed i principi sono anch'essi delle constatazioni di fatti di ordine generale.



    § 4. La affermazione della libertà di lingua sembra superflua per chi non si è sufficientemente soffermato ad esaminare i problemi concreti di questo periodo storico, ma è necessaria, nel pervertimento dei concetti morali e giuridici che si è riscontrato nei moderni Stati nazionalistici.

    Il nazionalismo si è presentato, in questo periodo storico, come una nuova fede, una nuova religione: la religione della patria, della nazione, della razza.

    E' una religione con i suoi dogmi, i suoi riti, i suoi sacerdoti, la sua intolleranza.

    La patria, la nazione, sono concepite come una unità astratta, distinta dai cittadini che la compongono, una divinità cui tutto deve essere sacrificato: e lo spirito ed il corpo e i beni dei cittadini.

    Tutto per lo stato, nulla al di fuori dello stato, aveva detto il dittatore italiano.

    Con simili concetti il cittadino non è più un cittadino, ma diventa una unità di un tutto, anzi, una unità che ha vita dal tutto.

    Alla luce di simili principi è inutile, per l'individuo, reclamare dallo stato il riconoscimento di certi suoi diritti: egli ha solo dei doveri, primo fra tutti quello di diventare identico allo stato, alla nazione.

    Così è sorta la intolleranza linguistica e razziale in nome della quale le minoranze di un paese sono sacrificate alle maggioranze, le quali identificano sé stesse con lo stato.

    Così è sorto l'espansionismo nazionalistico, concepito quasi come un proselitismo religioso alla maniera mussulmana, da eseguirsi anche con la violenza e la guerra.

    E la croce uncinata è stata opposta alla Croce di Cristo.

    Ora è evidente che, in simili condizioni spirituali, non vi è più posto per le piccole nazionalità, le quali devono scomparire nel corpo delle grandi nazionalità standardizzate all'interno, ferocemente differenziate all'estero.

    E non vi è più posto per alcun diritto dell'uomo, considerato come unità avente una vita spirituale e morale propria.

    Questa nuova religione, dopo aver condotto l'Europa nel baratro di due guerre in cui il vecchio Continente è il vero grande vinto, comincia a manifestare agli uomini la sua vera essenza: un pervertimento dei sentimenti dell'uomo in uno strano miscuglio di amore e di odio, ed in un pazzesco messianismo di pretese razze superiori.

    Tutto questo sta crollando nel dolore e nel sangue e dovrà necessariamente comporsi in un equilibrio di tolleranza linguistica e razziale reciproca fra i diversi popoli, grandi e piccoli, in modo da permetterne la convivenza pacifica ed un comune sviluppo.



    § 5. Nell'equilibrio della reciproca tolleranza, la personalità dell'uomo, vero soggetto di diritto, sarà rispettata e salvaguardata.

    Ma questo diritto a vedere rispettata la propria personalità, non è solamente dell'uomo individuo, ma anche dell'uomo organizzato nei diversi corpi sociali.

    Questa è la essenza del federalismo.

    Lo stato non è l'unico organismo sociale in cui vive il diritto.

    Ma è uno degli organismi sociali, i quali adempiono per il bene del singolo a certe funzioni proprie.

    Lo stato non è un complesso di individui, di cittadini, ma bensì un complesso di organismi sociali minori i quali, a loro volta, raggruppano gli individui.

    Ed ogni organismo sociale minore non è un organo dello stato, ma un organismo a sé stante, vivente di vita propria, esprimente un proprio diritto, avente diritto al rispetto della propria personalità, come vi ha diritto la persona singola, l'uomo, il cittadino.

    Quando questo concetto di giusto equilibrio fra le funzioni degli organismi sociali minori e dell'organismo sociale che ha nome stato, fosse penetrato nelle coscienze e sanzionato dalle leggi, questo concetto che diremo di larga tolleranza, sarebbero risolti i veleni dei conflitti di frontiere fra i diversi stati ed avrebbero semplice soluzione i problemi delle minoranze etniche.

    Cadrebbero, come un non senso, gli irredentismi, e l'Europa, pur nella molteplicità delle lingue e delle storie dei suoi popoli, riacquisterebbe quella unità spirituale che è sicura premessa per l'unità politica. L'Europa ha nella Svizzera l'esempio vivente, semplice e tangibile, di ciò che essa potrebbe essere, domani, se, caduta quella bardatura di ferro, di odi e di orgogli che li tiene separati, i suoi popoli sapessero comprendere che, in fondo, vi è fra di loro una storia comune ed una vita comune ed un comune avvenire.

    Ma perché possa avvenire una unione fra i diversi popoli europei, è necessario che, nell'interno di ciascuno di essi, quella stessa concezione prevalga e cioè che tutti i minori gruppi etnici che li compongono vivano nel rispetto reciproco dei diritti e della storia di ognuno.

    Un regime federale, sul tipo svizzero, è garanzia di questo reciproco rispetto, nell'interno degli stati e nell'interno del continente europeo.

    Così, i piccoli popoli dell'Alpe, così simili alla Svizzera, sentono questa loro missione più alta: di richiamare i popoli maggiori a queste verità di pace e di tolleranza.



    § 6. Lo stato monarchico può non essere oppressivo, può anche accettare il principio federalistico.

    Nel caso dell'Italia, però, dobbiamo constatare due fatti:

    a) al momento storico del Risorgimento, fu la monarchia sabauda a far confluire a proprio profitto le diverse energie del popolo italiano. Le fece confluire, per farne un mezzo al proprio ingrandimento ed al proprio aumento di potere.

    L'Italia non si fece una, secondo un moto spontaneo di unione, ma mediante una serie di annessioni delle diverse regioni allo stato accentrato piemontese.

    E quando la serie delle annessioni fu compiuta, l'Italia si trovò senza saperlo, quasi senza accorgersene, a formare uno stato accentrato piemontese ingrandito, con le sue leggi, la sua amministrazione, la sua monarchia.

    Quando nel 1878, definitivamente scartate le tesi di Cattaneo e di Ferrari e i progetti di Minghetti e di Jachino, lo stato italiano acquistò il suo assetto definitivo di stato unitario accentrato sul tipo francese, praticamente, si sanzionò uno stato di fatto costituitosi al momento dell'unificazione e cioè la organizzazione statale piemontese, diventata la organizzazione statale italiana.

    b) Fu la monarchia sabauda a portare, colla sua adesione supina al fascismo, l'accentramento statale italiano alle sue estreme conseguenze: la dittatura.

    Le ultime parvenze di libertà furono, senza difficoltà, cancellate dalla vita politica del paese e sullo stato regnò il re assoluto Vittorio Emanuele III, a mezzo del suo maestro di palazzo, Mussolini.

    Per questo, la Monarchia sabauda è strettamente legata all'accentramento e alla dittatura.

    Essa non può fornirci garanzie di libertà. Essa è dittatoriale o non è, perché così la sua storia, il suo passato, diremmo il suo genio, l'hanno fatta.

    Del resto è solo attraverso il disfacimento di tutto lo stato accentrato, avvenuto col crollo del fascismo, prima, della monarchia, dell'alta burocrazia e dell'esercito, poi, che è diventata possibile una radicale ed essenziale sua trasformazione.

    Nel disastro generale, una monarchia sabauda che galleggiasse sui flutti, come un relitto, sarebbe una cosa senza scopo e senza giustificazioni.

    Per questo, noi ci professiamo repubblicani, ben sapendo che una repubblica accentrata non sarebbe migliore di una monarchia, ma sapendo anche, che la monarchia italiana è, per la sua natura, accentratrice.

    Ma, lo ripetiamo, una repubblica può essere peggiore della monarchia, se la sua struttura rimane quella della vecchia monarchia.

    Togliete il Re e mettete un Presidente in sua vece.

    Date una parvenza di libertà, con elezioni politiche, nelle quali il suffragio universale, abilmente manovrato, si risolve in una buffonata, e tutti i mali dell'Italia prefascista riaffiorerebbero, sicuri apportatori di un nuovo fascismo.

    L'Italia prefascista aveva, per comune affermazione, una massa di cittadini-elettori assolutamente impreparata alla vita politica: venti anni di caporalismo fascista non l'hanno certo meglio preparata per affrontare i gravissimi problemi di oggi e di domani.

    Né si può preparare le masse a governarsi, mediante un regime paternalistico di successive concessioni, quali lo sognano alcuni conservatori nostri. Le masse hanno in questo momento le armi, cioè la forza, e certamente, non le cederanno nelle deboli mani di coloro che sognano arcaici ritorni di un passato che fu bello solo per loro.

    L'Italia prefascista era specialmente organizzata per la dittatura. Tutto il potere era dello stato, anzi della burocrazia statale, anzi dei ministeri da cui questa burocrazia riceveva ordini.

    Né è senza motivo che il maggiore o migliore rappresentante di quel periodo storico fu Giolitti, cresciuto e formato nella burocrazia, vero primo dittatore dello stato italiano, sotto parvenze liberali.

    E fu per Mussolini molto facile ricevere dal Re le leve di comando della burocrazia, facendosi insediare nei ministeri e, di là, governare, dittatorialmente, il paese. Poiché la presa di potere del dittatore avvenne, dopo la carnevalata della cosidetta Marcia su Roma, mediante il suo sprofondarsi nelle soffici poltrone di un gabinetto ministeriale.

    Di là, con alcune telefonate, fece del paese ciò che volle fare.

    E la camera dei Deputati se ne andò in vacanza.

    E la libertà di parola e di stampa divenne un ricordo di altri tempi.

    E l'esercito, l'alta finanza, la grande industria, tutte le cosidette grandi potenze dello stato si inchinarono al nuovo padrone, poi lo applaudirono freneticamente perché così egli voleva, poi lo seguirono ciecamente nelle avventure economiche interne dell'autarchia, nelle pazzie delle spedizioni etiopica e spagnola, nelle follie dell'asse e nella seconda guerra mondiale.

    E tutti si inchinarono alle volontà del folle, e le masse che plaudivano istericamente e le classi dirigenti che strisciavano servilmente davanti a lui.

    Tutto questo perché egli teneva il paese nelle sue mani, attraverso la immensa ragnatela della burocrazia italiana, la quale copriva il paese delle sue propaggini e di cui egli teneva le fila.

    Così fu possibile al dittatore folle portare il paese al disastro e così, domani, un altro folle potrà, con altra edizione della Marcia su Roma, ritentare un'altra avventura simile; solo perché basterà sprofondarsi in una comoda poltrona, in un ministero di Roma.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  4. #4
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    PARTE TERZA


    Dopo di aver affermato questi principi i rappresentanti delle popolazioni alpine hanno dichiarato quali erano le loro aspirazioni.



    § 7. In una federazione italiana spetterà alle popolazioni singole la costituzione delle regioni o cantoni federati. Dovrà essere una loro manifestazione di volontà a costituire i nuovi organismi dello stato federale, manifestazione primordiale, basilare, contemporanea alla formazione della costituente nazionale.

    Diremo che il popolo dovrà rispondere a diverse domande, contemporaneamente:

    a) quale assetto vuole dare allo stato italiano;

    b) quale raggruppamento politico amministrativo vuole costituire nell'interno di questo stato.

    La costituzione dei singoli cantoni non dovrà essere una concessione dello stato, ma dovrà avvenire contemporaneamente alla costituzione di questo.

    Solo così si può pensare federalisticamente fin dall'inizio.

    Dalla volontà del popolo sorgeranno, quindi, i nuovi cantoni.

    E da questa volontà potrà anche non sorgere la costituzione dei cantoni per le regioni che non lo volessero e preferissero rimanere aggrappate allo stato centrale.

    Per questo motivo, i rappresentanti delle vallate alpine, parlando solo a proprio nome, hanno dichiarato di volersi costituire in cantoni autonomi.

    Se, poi, altre popolazioni italiane vorranno fare altrettanto, ciò avverrà in conseguenza di una loro manifestazione di volontà, analoga.

    Ed il criterio di costituzione dei cantoni non può, né deve, essere uniforme.

    Non saranno necessariamente costituiti in cantoni le regioni tradizionali italiane.

    Né il cantone può essere una unità amministrativa dello stato centrale a carattere uniforme, come la provincia esistente finora o il dipartimento francese.

    Non quindi il criterio geografico-storico, né un criterio strettamente economico devono presiedere alla costituzione de cantoni, ma bensì deve essere la volontà del popolo.

    Evidentemente, la storia, la geografia, l'economia influiranno sulla volontà del popolo, la orienteranno nella sua manifestazione poiché non si può dimenticare la storia, ignorare la geografia, forzare le leggi economiche.

    Ma insistiamo su questo concetto: i cantoni devono sorgere dalla volontà liberamente manifestata dal popolo.



    § 8. I cantoni non sono l'unico ente pubblico territoriale: all'esterno potranno essere raggruppati per regioni storiche, o formeranno essi stessi una regione.

    Saranno poi uniti nel complesso nazionale dello stato.

    Come "persone" essi avranno diritto, indipendentemente dalla loro entità numerica, a fare sentire la loro voce nelle assemblee federali, nazionali o regionali.

    Anche questa seconda dichiarazione dei rappresentanti delle valli alpine è una conseguenza del concetto di federazione, per cui lo stato non è un complesso di cittadini, ma un complesso di persone giuridiche minori.

    E, evidentemente, ogni "persona", la quale compone quel complesso politico che è lo Stato, deve poter esercitare le funzioni inerenti alla sua personalità.

    Nel vecchio stato centralizzato, unico criterio di elezione era il numero. Come un gregge di uomini identici, i cittadini erano suddivisi in collegi elettorali, costituiti, strettamente, secondo un criterio di numero.

    Come un gregge essi esprimevano una loro cosiddetta volontà, la quale non era altro che la risultante di una propaganda giornalistica e comiziesca.

    Questa volontà si esprimeva, non su problemi di indole locale, ma unicamente nella scelta dei deputati.

    Questi deputati, raggruppati in partiti politici, si presentavano agli elettori con un problema politico generale. E gli elettori sceglievano, fra i candidati, i migliori tribuni, fra i programmi quello che aveva un "colore" più simpatico, quello che, nel paese, o nella officina, era rappresentato dalla persona più grata.

    E, dopo, il popolo si estraniava dalla vita politica ed amministrativa, ricadeva, dopo questo cosidetto atto di sovranità, nella condizione inferiore di un incapace.

    Strana anomalia questa, dello stato centralizzato, in cui si chiedeva al popolo di decidere, mediante la scelta dei suoi rappresentanti, sui grandi problemi generali, i quali sfuggivano alla capacità intellettiva di ogni singolo elettore e si assegnava poi allo stato, in modo pressoché incontrollato, la gestione dei singoli rami della vita amministrativa, sui cui problemi, invece, ogni elettore sarebbe in grado di decidere, con piena o buona coscienza di causa.

    Così si ebbero i paurosi sbandamenti a destra o a sinistra, nelle elezioni del decennio 1912-1922 e poi, la totale mancanza di vita politica nelle masse, col fascismo.

    Avvennero, non perché il popolo fosse impreparato alla vita politica ma perché si chiedeva al popolo più di quello che egli potesse dare.

    I piccoli popoli delle Alpi pretendono di non essere schiacciati dal numero, anche nell'amministrazione generale dello stato e di essere in grado di manifestare la loro volontà, come popoli organizzati, in seno alle assemblee maggiori nazionali.



    § 9. La centralizzazione ha trasportato da una estremità all'altra del paese, come delle unità numeriche, come una merce fungibile, i suoi funzionari.

    Contro questa possibilità, si ergono i rappresentanti delle popolazioni alpine, anche per quelle funzioni che dovrebbero rimanere, in uno stato federale, di carattere statale.

    Non è per spirito reazionario, che una simile richiesta è stata fatta, ma perché i poteri politici ed amministrativi non cadano in mano di incompetenti.

    I problemi di una città sono simili a quelli di un'altra città, perché tutte le città si assomigliano nella loro struttura.

    Ma i problemi di una valle alpina, intimamente connessi con la natura del suolo e con il clima, sono assai dissimili da quelli di un'altra valle.

    Un amministratore improvvisato, pervenuto nelle valli, da regioni dissimili per natura del suolo e per clima, ignoranti la storia e gli uomini delle valli, non può, se non dopo un periodo abbastanza lungo di soggiorno, di contatti e di studi, nelle valli, affrontare, con conoscenza di causa, i problemi che gli sono sottoposti.

    Se i rappresentanti delle Valli alpine hanno insistito su un concetto di quel genere, si è perché hanno sofferto e molto sofferto per la uniforme ed assurda imposizione, da parte dello stato, di funzionari estranei alle valli.

    E' una misura prudenziale di difesa che è utile applicare, almeno all'inizio della vita politica autonoma delle regioni alpine, perché sia salvaguardata la loro fisionomia storica e sociale.

    Basta, infatti, l'afflusso improvviso, per lo istallarsi di una industria in una località a debole densità demografica, di masse operaie venute dalle regioni più disparate, perché ne siano improvvisamente sconvolte la fisionomia sociale e storica.

    Quelle stesse masse, superato il periodo di ambientamento, acquistano lo spirito ed i caratteri delle popolazioni autoctone, per cui la fusione ha luogo senza urti e senza difficoltà.

    Ma questo periodo di ambientamento è necessario perché non avvengano urti inutili fra i diversi gruppi etnici e crisi dannose per la loro vita sociale ed economica.



    § 10. In relazione al problema operaio i rappresentanti delle valli alpine non possono, né debbono, prendere una posizione politica precisa: ognuno rimane libero di auspicare le riforme che ritiene opportune.

    Vi sono, però, nelle valli alpine, alcune situazioni particolari, che danno al problema operaio una fisionomia particolare.

    a) Nelle valli non esistono grandi masse operaie; e neppure grandi industrie di trasformazione, salvo nelle valli biellesi;

    b) Gli operai, nelle Valli, non sono, nella maggioranza, dei cosidetti proletari. Sono contadini, piccoli o piccolissimi proprietari, i quali, dopo le ore di lavoro all'officina, rientrano nella loro casa rurale ed usufruiscono delle ore libere per la coltura della loro terra. Essi assumono, così, una fisionomia di operai-agricoltori, per cui molti dei problemi sociali del mondo moderno si presentano, nelle Valli, come attutiti;

    c) Il livello culturale delle masse operaie delle Valli e più alto di quello delle comuni masse operaie. Vi sono regioni, come il biellese, in cui scuole industriali medie ed inferiori hanno da più di mezzo secolo formato uomini chiaramente coscienti della loro funzione sociale, delle proprie capacità e dei propri diritti e doveri.

    Qualunque sia l'orientamento politico-sociale delle masse italiane nell'immediato avvenire, una cosa è sicura: si è che esse non troveranno certamente gli uomini delle Valli contro di loro.

    Le Valli hanno il vantaggio di formare zone ove operai e contadini sono in parte fusi: possono quindi fornire l'elemento medio, il quale collegherà le due classi base, le due classi essenziali nella vita di un popolo: gli operai e i contadini.

    Bisogna però precisare, al riguardo, alcune condizioni.

    Questa funzione di intermediaria tra le due classi sarà possibile unicamente se le Valli non saranno sommerse in un livellamento totale degli uomini e delle istituzioni, conseguente alla centralizzazione, se potranno conservare la loro funzione politico-sociale, malgrado la inferiorità numerica della loro popolazione rispetto alle città ed alla pianura, se il numero non sarà l'unico fattore determinante negli eventi politici e sociali del dopo guerra.

    Formando dei piccoli organismi socialmente perfetti, le Valli potranno essere il terreno più adatto in cui esperimenti sociali, anche arditi, potranno avere luogo senza portare a dei cataclismi irrimediabili.

    Nelle Valli, senza urti eccessivi e con quella gradualità che è sicura garanzia di successo, potranno essere più facilmente ricercate, come in un esperimento di laboratorio, le soluzioni che tanto affaticano le menti ed i cuori dei sociologi e degli uomini politici.

    Questo è quanto i rappresentanti delle Valli hanno voluto dire, in questo momento così gravido di eventi, sicuri che le popolazioni da loro rappresentate, saranno così all'avanguardia della civiltà, anche nel campo sociale, sicuri che quella individualità che essi reclamano non porterà ad un loro ripiegamento su se stesse, ma ad un maggiore irradiamento delle loro qualità oltre la stessa cerchia delle loro montagne.



    § 11. Così la richiesta delle autonomie culturali non è ispirata ad un concetto di chiusa affermazione di difesa della lingua e delle tradizioni culturali locali.

    Essa è ispirata, come è detto nella dichiarazione, dalla coscienza che le Valli sono veramente le intermediarie fra culture nazionali diverse.

    E' una funzione che, nel furore di cieco nazionalismo che imperversò nei diversi stati, da molto tempo venne dimenticata.

    Anzi, quella funzione, pur così alta, venne considerata come pericolosa per la solidità degli edifici nazionali.

    E nei momenti di nazionalismo più acceso venne considerata come delittuosa e combattuta con tutte le armi.

    Nella loro cecità, i rappresentanti dello stato centralizzato nazionalistico non compresero neppure che questo bilinguismo delle Valli di frontiera avrebbe potuto servire i loro stessi disegni di espansione.

    Nella loro cecità essi non compresero che allo stato interessava moltissimo avere elementi i quali conoscevano, oltre alla lingua nazionale, anche la lingua della nazione vicina.

    Non compresero e vollero tutto distruggere.

    La frontiera politica doveva essere un muro che doveva dividere due mondi, un fossato inviolabile oltre al quale non solo i corpi potessero passare, ma neppure le intelligenze.

    Non compresero e vollero tutto distruggere. Al di qua, tutto doveva essere uguale, al di là, tutto doveva essere diverso.

    Così l'Europa si divise in compartimenti chiusi e 'odio nacque fra i suoi popoli dalla reciproca incomprensione.

    Gli uomini delle Valli vogliono essere artefici, non di separazione, ma di unione, non di odio, ma di amore.

    Nel rivendicare a sé il diritto di parlare, oltre alla lingua della loro nazione, anche la lingua del loro padri, anche la lingua materna, essi sanno di fare opera utile non solo per sé, ma anche per i grandi popoli che, in loro, nelle loro Valli, si congiungono.

    Mentre affermano, però, questa funzione delle Valli alpine bilingui, i loro rappresentanti devono insistere anche sul concetto che il bilinguismo è uno stato di fatto, un risultato di una situazione speciale in cui, ad una lingua, la quale era l'unica lingua di un popolo, si sovrappose un'altra lingua, la quale era la lingua dello stato a cui questo popolo apparteneva.

    La lingua di un individuo, quella che si parla nella intimità della famiglia, quella che si impara nelle braccia materne, quella nella quale dice le cose più dolci e più intime, quella è veramente la "sua" lingua.

    Quell'altra, quella che usa nei rapporti con gli estranei non è la "sua" lingua. Un uomo ha quindi la "sua" lingua. Ne parla un'altra, ne può parlare diverse.

    Così pure un popolo ha una sua lingua, quella in cui è scritta la "sua storia", che esprime il suo carattere, il "suo" genio.

    "Una" è quindi la lingua di un popolo, la sua lingua fondamentale, materna.

    Oltre a questa "sua" lingua, può parlare anche altre lingue le quali sono il mezzo con il quale mantiene i rapporti con gli altri popoli e con altri popoli dello stato cui appartiene.

    Così, un popolo intiero può, oltre alla propria lingua fondamentale, imparare a parlare un'altra o altre lingue. Per questo popolo, questa duplice o molteplice conoscenza di lingue è una maggiore ricchezza spirituale, oltreché materiale. Ed è quindi un bene.

    I popoli delle Alpi, i quali formano i punti di sutura fra i diversi grandi popoli separati dalla grande catena alpina, parlano l'una o l'altra delle tre grandi lingue dell'occidente europeo. Al momento della formazione delle nuove lingue, seguite alle invasioni barbariche, i diversi popoli delle Alpi hanno parlato una di quelle tre grandi lingue: quella rimase la loro lingua fondamentale.

    Lo spostarsi delle frontiere politiche, attraverso i secoli, non ha potuto modificare il carattere delle popolazioni abbarbicate al suolo.

    Esse hanno sempre continuato a parlare la loro lingua, la quale fa parte della loro personalità etnica, anzi, ne è il segno esteriore più visibile.

    Esse hanno diritto di continuare a parlare la loro lingua come hanno diritto di vivere.

    Quelle popolazioni delle Alpi che sono venute a far parte di stati la cui lingua ufficiale è un'altra, conservano questo diritto, intimamente connesso con la loro personalità.

    Se, poi, esse sono in grado di poter imparare e parlare anche la lingua dello stato a cui appartengono, sarà per loro tanto di guadagnato.

    Se, poi, come nella Svizzera, esse sono in grado di poterne imparare e parlare tre, sarà meglio ancora.

    Il bilinguismo è quindi, per le popolazioni delle Alpi, una situazione di fatto, che esse sono liete di poter conservare e potenziare, nella gelosa difesa della loro individualità etnica e storica e nella leale collaborazione e fratellanza con le altre popolazioni dello stato a cui appartengono.

    La tutela della lingua fondamentale del luogo, implica il diritto:

    a) di usarla negli atti pubblici e privati;

    b) di impararla e di insegnarla nelle scuole pubbliche e private;

    c) di conservarla anche nella indicazione delle località e delle famiglie.

    L'uso della lingua si riconosce con una legge, il ripristino o il rispetto dei nomi si accorda con un decreto o una serie di decreti, ma l'insegnamento della lingua richiede delle garanzie: non può insegnare una lingua qualunque insegnante, ma solo quello che la conosce bene. L'insegnamento di una lingua vivente deve essere fatto con criteri che sono assai diversi da quelli di una lingua morta. L'insegnamento deve essere fatto con lo a "spirito" della popolazione che parla questa lingua.

    Queste garanzie non si ottengono in una amministrazione scolastica centralizzata, nella quale le nomine hanno luogo con la indifferenza dei concorsi o dei trasferimenti di autorità.

    La nomina degli insegnanti deve, quindi, dipendere dalle autorità locali.

    Il modo di insegnare, non solo la lingua, ma tutte le materie scolastiche, da parte degli insegnanti, deve essere controllato e diretto dalle autorità locali. Il corpo stesso degli insegnanti non può fare parte della grande gerarchia statale, ma pur colle dovute garanzie, deve acquistare la necessaria autonomia dal potere centrale ed il necessario collegamento con le istituzioni cantonali e regionali.

    Poiché, la cultura non è un qualche cosa di separato dalla vita di un popolo, ma ne è la parte più viva: l'anima.



    § 12. Ma l'uomo vive anche di pane.

    Anzi, nella vita moderna, l'elemento economico è essenziale.

    I dittatori hanno potuto piegare le intelligenze perché tenevano le masse per il ventre.

    Potevano, con la immensa rete delle influenze statali nella vita economica, privare categorie intiere sociali del loro sostentamento.

    Davanti all'alternativa di sacrificare l'anima o il ventre, le masse, le quali dovevano pur vivere, sacrificarono l'anima.

    E diventarono schiave.

    Così anche nel problema regionale e cantonale, il lato economico ha una importanza essenziale.

    Non vi è vera libertà o autonomia politica e morale, senza libertà o autonomia economica.

    Ma le tendenze dell'economia moderna, certamente non volte all'individualismo, rendono più impellente il problema: come conciliare l'ormai ammessa socializzazione dei grandi mezzi di produzione, con la tutela delle libertà politiche ed amministrative?

    Or ecco che una suddivisione dei poteri nel campo economico, come in quello amministrativo, può portare questa tutela della libertà.

    La socializzazione non è necessariamente statizzazione.

    Anzi, lo stato è cattivo amministratore e, nella congerie delle pratiche burocratiche di una immensa azienda che comprenderebbe tutto lo stato, la vita economica, la quale ha le sue esigenze di speditezza e di semplicità, si impantanerebbe.

    Né valgono a provare il contrario gli esperimenti di socializzazione avvenuti altrove, in altre condizioni di tempo e di luogo, e di cui non si sono vedute, del resto, tutte le conseguenze.

    La vita politica e la vita economica sono intimamente connesse. Non si può accettare un principio federalistico in materia politica, come la migliore garanzia delle libertà politiche, senza accettare il principio federalistico in materia economica, come la migliore garanzia della libertà economica, la quale non è che una faccia del problema della libertà in senso lato.

    Non per questo siamo liberali in economia e, cioè, accettiamo il principio della libertà economica dell'individuo e della concorrenza sfrenata fra i diversi produttori. Ma, certamente, non dallo stato deve dipendere la vita economica, bensì dalla collettività, anzi dalle collettività.

    Statali dovrebbero quindi essere le grandi aziende aventi importanza statale. Regionali e cantonali, dovrebbero essere le aziende aventi dimensioni ed importanza regionale e cantonale, comunali quelle aventi vita ed importanza nell'ambito del comune, del villaggio quelle aventi vita nella cerchia limitata di questo primo aggregato sociale.

    Il nostro concetto di libertà economica non sia quindi frainteso e questa parola non offenda le orecchie dei socialisti e dei collettivisti: riteniamo che tutti i rappresentanti delle correnti politiche moderne possano accettare il federalismo anche in economia.



    § 13. Inquadrandole in queste idee, i rappresentanti delle Valli Alpine hanno presentato delle richieste di ordine economico.

    Queste richieste rispecchiano i bisogni delle Valli, la loro particolare situazione economica, diversa assai dalla situazione di altre regioni.

    Sono richieste di ordine finanziario, anzi fiscale, di ordine agrario, di carattere industriale e commerciale, con una naturale connessione con il problema dei servizi e concessioni di carattere pubblico.



    § 14. Problemi di ordine finanziario-fiscale:

    Nelle Valli, in genere, si nota una strana situazione: una agricoltura povera di mezzi, e ricca di uomini; una industria ricca di mezzi e povera di uomini.

    Ci spieghiamo:

    nei monti, la produzione agricola è assai limitata. La magra terra, strappata sui fianchi dei monti, al bosco o alla roccia, non basta per nutrire il popolo che vive su di lei.

    Il grano, primo alimento dell'uomo, vi cresce scarso. Il grano turco non vi attecchisce affatto.

    Non vi è neppure, salvo in certe zone privilegiate, di alti pascoli e prati una grande produzione foraggiera e quindi di bestiame grosso.

    Non vi è produzione vinicola rilevante.

    Ma il montanaro vive della sua terra, perché la coltiva con immenso amore. La coltiva perché la sente sua, fatta da lui, attraverso le generazioni dei suoi antenati, che, questa terra, hanno scassata e ridotta in terrazzi, attraverso la sua opera di coltura e di cura, fatta per i suoi figli, che sulla terra sua, solamente sua, crescono forti e liberi, per trasmettere a loro volta ai loro discendenti, con la vita, la terra degli avi.

    Questa terra, il montanaro non l'abbandona.

    Ma, naturalmente, non ne trae grandi ricchezze.

    Eppure, nelle Valli, l'onere fiscale grava quasi esclusivamente sulle classi agricole.

    Le industrie che sfruttano le ricchezze delle Valli, le maggiori ricchezze e bellezze delle Valli, hanno sede altrove, nelle città.

    Nelle città hanno il personale meglio retribuito e qualitativamente e socialmente più importante.

    Nelle città si godono i grossi utili delle aziende idroelettriche, mentre nulla o molto poco va alle valli donde viene quella ricchezza.

    Nelle città si lavorano i prodotti minerari che dalle Valli vengono estratti e che, nelle Valli, subiscono solo la prima, indispensabile fusione, per essere, poi, subito avviati altrove, non appena ciò è possibile.

    Nelle città si godono i proventi delle grosse speculazioni di carattere turistico, ben poco rimanendone ai comuni, che pur hanno gli oneri delle manutenzioni stradali e degli abbellimenti panoramici. E' infatti risaputo che i comuni di villeggiatura sono fra i più indebitati.

    Ora è giusto che la ricchezza naturale industriale delle Valli vada ad alleviare per i contadini della montagna, il peso degli oneri pubblici e particolarmente degli oneri fiscali. Quindi:

    a) I canoni per le concessioni di acque pubbliche, percepiti dallo stato, vadano invece ai cantoni ed ai comuni alpini, dove queste acque hanno origine e corso e questi canoni siamo innalzati di molto, in modo da corrispondere al "valore" commerciale delle acque concedute;

    b) La concessione di acque pubbliche a scopo industriale sia subordinata ad una utilizzazione, in loco, di una parte delle forze derivate;

    c) Le concessioni minerarie non dipendano unicamente dallo stato, ma anche dai cantoni e comuni, e le imprese che le sfruttano contribuiscano in modo corrispondente alla loro importanza, ai bisogni delle Valli;

    d) I villeggianti o turisti contribuiscano in modo più organico di quanto fanno attualmente, ai pesi dei servizi pubblici dei comuni dove vanno ad abitare, con un maggiore sviluppo e migliore esazione della imposta di soggiorno, la quale dovrebbe potersi applicare da tutti i comuni.

    e) Siano sviluppate, nelle Valli, le industrie di trasformazione, in modo da assorbire in loco la mano d'opera disponibile.

    Le stesse imposte fondiarie sono impartite, nelle terre alpine, con criteri che risentono eccessivamente del fatto di essere state elaborate da tecnici estranei alle Valli.

    Le aliquote di imposta per le Valli devono basarsi su criteri assai diversi che in pianura.

    I vigneti ed i seminativi non irrigui, sono, nelle Valli, economicamente improduttivi. Nel dopoguerra, ristabiliti i normali commerci, i grani ed i vini prodotti nelle regioni più adatte a queste colture, renderanno impossibili le analoghe colture nelle Valli. Ove esse esigono, per l'impossibilità di impiego di macchine, maggiori spese di produzione.

    Le imposte relative a questi due tipi di colture, dovranno quindi essere ridotte al minimo.

    I castagneti, i quali crescono in terreni poveri e scoscesi e nutrono le popolazioni più povere delle valli, siano anch'essi esentati da imposte.

    I prati ed i pascoli di alta montagna, con una migliore organizzazione della loro produzione, potranno subire forse una migliore pressione fiscale.

    Anche i frutteti, nelle zone basse delle Valli, meglio coltivati, potranno pagare imposte, su di una base più alta. Non è quindi una situazione di privilegio, quella richiesta dalle popolazioni alpine, ma una maggiore perequazione tributaria.



    § 15. L'Alpe deve inoltre subire, per poter rinascere, una riforma agraria.

    Però, anche in questa materia, la rinascita delle Valli non dipende da provvidenze venute dall'alto o da lontano, ma da riforme graduali elaborate dal loro seno. L'agricoltura delle Valli soffre, da diversi secoli, di un male che è sempre andato aggravandosi: la polverizzazione fondiaria.

    La terra produttiva è suddivisa, fra diverse famiglie contadine, in particelle minutissime, sparse un po' ovunque sui fianchi della montagna ed ormai inadatte ad una coltura razionale.

    La legislazione liberale aveva permesso, con la facoltà delle divisioni all'infinito, che questo fenomeno si aggravasse, durante l'ultimo secolo, e giungesse alle attuali gravi conseguenze per l'economia montana.

    La legislazione fascista, con la istituzione del concetto di "minima unità colturale", aveva cercato di arginare il male. Ma le disposizioni legislative del codice civile fascista non sono state applicate, perché gli organi dello stato fascista centralizzato, estranei alle Valli, ed indifferenti per i loro bisogni agrari, non avevano saputo comprendere e quindi applicare la legge.

    Anche in questa materia, anzi specialmente in questa mate ria, vale il principio federalistico, per cui ogni regione o cantone, deve poter decidere in merito alle proprie leggi agrarie, senza attendere decisioni di poteri legislativi estranei ed incompetenti.

    Per le grandi differenze nelle situazioni agrarie di ogni regione, non è possibile, dal centro, stabilire una legislazione agraria conveniente per ogni regione: ognuno dovrebbe poter fare da sé ed affrontare soluzioni, anche se ardite e rivoluzionarie.



    § 16. Il raggruppamento fondiario ed il conseguente miglioramento nelle condizioni dell'agricoltura alpina, non possono essere unicamente il risultato di disposizioni legislative, anche se

    frequentano, anche gli elementi delle scienze agrarie, le quali sono alla fin fine le scienze essenziali per i contadini.

    Le scuole medie devono fornire degli insegnanti per le scuole elementari i quali siano competenti nelle materie agrarie e professionali come nelle materie letterarie.

    E non si veda più quell'assurdità, socialmente dannosa, di insegnanti giovanette che giungono dalla città nelle scuole di montagna, con una concezione ed un genere di vita totalmente cittadini, turbando l'equilibrio delle giovani anime dei loro alunni con lo sfoggio di un lusso e di abitudini di vita contrastanti con la sana semplicità dell'Alpe.

    L'Alpe si spopola perché gli uomini della montagna si lasciano sedurre dai miraggi delle città, attraverso gli esempi degli insegnanti e dei villeggianti, e perché nessuno ormai insegna loro a migliorare le proprie condizioni di vita senza rinnegare il passato di loro gente e la terra degli avi.

    L'insegnante della montagna dovrebbe essere un po' una guida per il popolo della montagna e, perciò, deve essere montanaro con i montanari.



    § 17. Ultimo problema dell'Alpe, a cui accenna la dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine, è la costituzione delle libere cooperative di produzione e consumo.

    Già nelle parti più evolute dell'Alpe, i latticini sono lavorati in comune, cioè in cooperative di produzione dette latterie sociali.

    Furono attuate alcune forme di assistenza finanziaria a carattere cooperativo, con le casse rurali.

    Nel passato furono realizzate cooperative di consumo a carattere socialista o democratico-cristiano.

    Queste istituzioni furono distrutte dal fascismo direttamente oppure indirettamente attraverso i crolli finanziari voluti, per motivi politici, dallo stesso fascismo.

    Oggi, bisogna rifare, ripercorrere le vie già percorse, ricostruire le opere già esistenti, e, poi, andare oltre. L'organizzazione cooperativistica anteriore ai fascismo della economia fu appena abbozzata nello stato liberale pre-fascista. Ma là dove poté svilupparsi diede buoni frutti.

    Le popolazioni alpine, per il loro stesso genere di vita solitario sulla montagna, sono tendenzialmente individualistiche.

    Ma, nel passato, là dove necessità impellenti di vita le obbligarono, esse seppero agire collettivamente. Collettivamente, senza l'aiuto di alcun ente pubblico, furono costruiti, nei secoli, i canali irrigui, le strade, i forni, le latterie, le scuole. Sono vere organizzazioni cooperative che vivono e si tramandano di generazione in generazione, senza l'aiuto di nessuno, anzi, molte volte, malgrado le vessazioni delle autorità e gli egoismi dei singoli.

    Altre istituzioni collettive dovranno sorgere per alleviare ai montanari le fatiche e le difficoltà delle colture, delle semine, dei raccolti.

    Altre istituzioni collettive dovranno sorgere per facilitare i montanari gli acquisti dei prodotti di prima necessità, per agevolare e rendere organica la vendita e l'esportazione dei prodotti dell'alpe.

    Perché ciò possa avvenire bisogna superare l'attuale psicologia individualistica e formare spiritualmente le masse.

    Sarà anche qui l'opera degli insegnanti agricoltori e delle scuole agricole. Poiché le istituzioni non vivono se la coscienza relativa non si è formata negli uomini che le devono formare.



    § 18. La maggior ricchezza delle Valli Alpine non è però data dalla agricoltura. Esse stanno diventando, specie con lo sviluppo delle industrie idroelettriche, delle colossali riserve di ricchezze.

    Queste ricchezze non devono essere di altri, ma degli uomini dell'Alpe.

    Le Valli non devono, cioè, ridursi al rango di una colonia di sfruttamento: devono sfruttare esse stesse i loro beni.

    E questo sfruttamento si faccia non in odio agli uomini delle città, ma in modo da portare gli uomini dell'Alpe in condizione di benessere sociale uguale a quello delle città.

    Così, l'artigianato vietato agli uomini delle città legati alla grande industria, può svilupparsi ancora nelle Valli, sfruttando i lunghi mesi di ozio invernale, e deve diventare un elemento di elevazione sociale del montanaro.

    Però per l'industria, come per l'artigianato, oltre alle disposizioni legislative favorevoli, oltre alle istituzioni cooperative o collettive. è necessario che gli uomini siano tecnicamente e moralmente formati.

    L'industria non è, infatti, solo data dalle materie prime, ma anche dalle maestranze, dai tecnici.

    E gli uomini delle Valli dovranno diventare dei tecnici, per utilizzare le loro ricchezze

    Ecco qui il primo compito da affrontare: la scuola professionale e tecnica.

    Nelle Alpi, la terra non basta per nutrire gli uomini: l'industria deve nutrire quelli che l'agricoltura non nutre.

    Per questo, dicevamo che, nelle valli, l'agricoltura è povera di mezzi e ricca di uomini, mentre l'industria è ricca di mezzi e povera di uomini.

    Bisognerà ristabilire l'equilibrio, dare agli uomini sovrabbondanti alla terra i mezzi per vivere nell'industria che sfrutta le ricchezze naturale dell'Alpe.

    Ma perché questo equilibrio sia veramente ristabilito è necessario che l'industria locale impieghi gli uomini non unicamente come dei manovali, ma come dei tecnici, dei dirigenti, affinché effettivamente essa sia nelle loro mani.

    Solo così l'industria adempirebbe completamente alla sua funzione di potenziamento economico delle Valli.



    § 19. Ma non tutte le aziende hanno un carattere locale. Vi sono, nella società moderna, i grandi complessi industriali che hanno carattere nazionale e anche continentale.

    Vi sono anche i servizi generali, di carattere pubblico, dello stato, i quali hanno una portata nazionale e supernazionale.

    Queste industrie e questi servizi generali hanno ramificazioni di carattere locale, le quali hanno una intima connessione con la vita delle Valli.

    I Cantoni interessati devono poter controllare il funziona mento di tali industrie e servizi, i quali, pur avendo un carattere più vasto, incidono profondamente sulla vita locale.

    Anche i grandi organismi industriali possono avere un funzionamento decentrato. Anzi è tendenza della moderna grande industria di suddividere, in diversi organismi minori, i diversi rami della produzione , in modo da dare al funzionamento dei servizi generali maggiore semplicità e scioltezza di movimento.

    Ove, poi, anche la grande industria, collettivizzata, si trasformasse in un pubblico servizio la collettività cantonale avrà diritto di intervenire nella alla amministrazione.

    E' intuitivo che non si può avere una economia accentrata in uno stato decentrato. La vita economica e la vita politica di un paese sono così intimamente legate che non si possono disgiungere: esse sono infatti due facce di quella che è la vita del paese stesso.

    Così anche in economia, bisognerà essere federalisti e tanto più lo si dovrà essere in caso di economia collettivizzata.

    Se no, si ricade nell'assolutismo della dittatura, perché non vi può essere libertà politica se vi è servitù economica, come non vi può essere libertà economica in servitù politica.

    Infatti, la soluzione del grande problema della libertà umana, in un'economia controllata, sta appunto nell'intelligente coordinamento delle industrie e dei servizi fra di loro fra di loro e nel loro armonico inserimento nei complessi nazionali e continentali.

    Poiché in economia, come in politica, il principio della gradualità sta alla base di ogni cosa e non vi è armonia né nell'anarchia né nella rigida e pesante bardatura di una organizzazione pachidermicamente diretta dal centro.



    § 20. Le Valli Alpine sono al confine d'Italia.

    Potranno, forse, non fare più totalmente parte dello stato italiano, dopo i disastri attuali.

    Ciò malgrado devono rimanere Italia. Questo richiamo non deve essere una affermazione di chauvinismo nazionalistico e tanto meno sogno di rivincita.

    Tutti i popoli hanno diritto alla vita.

    I piccoli come i grandi.

    Tutti i popoli hanno diritto di conservare i proprii caratteri, la propria personalità etnica e storica, a qualsiasi complesso politico appartengano.

    Come l'uomo persona ha diritto a vedere salvaguardata la propria personalità così le collettività umane devono poter sussistere serbando intatte le caratteristiche della loro personalità.

    E' una legge di giustizia.

    E' l'unica garanzia per la pace in Europa.

    Ma questa legge deve essere affermata dagli italiani in questo periodo storico particolarmente tragico, all'interno dello stato italiano, perché possa essere affermato anche di fronte agli altri stati, perché possa essere invocato contro eventuali soprusi ed ingiustizie di questi e contro un ritorno dei nazionalismi.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
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