incredibile... leggevo prima che sia l'iran che gli usa voglio aiutare l'iraq... l'iran ha gia mandato dei soldati... gli usa... vedremo


incredibile... leggevo prima che sia l'iran che gli usa voglio aiutare l'iraq... l'iran ha gia mandato dei soldati... gli usa... vedremo
Matsudaira Izu no Kami disse al Maestro Mizuno Kenmotsu: "Voi siete un uomo di grande valore, peccato siate così basso".
Kenmotsu gli rispose: "E' vero. A volte in questo mondo non tutto va come si desidera. Ora, se io vi tagliassi la testa e l'attaccassi sotto i miei piedi, sarei più alto. Ma è qualcosa che non si potrebbe fare".


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L'Iran ha mandato due battaglioni -circa 600 uomini-( così ho letto sul sito di la Voce della Russia un paio di giorni fa )su richiesta di Maliki a difendere Bagdad anche se non aveva l'autorizzazione del Parlamento per farlo.
Ma si sa l'Urgenza precede la routine della burocrazie delle carte e degli Atti firmati dopo lunghe trattative.
Gli Usa non stanno capendo quali sono le sue priorità e le conseguenze che ne verranno se le manderà ad effetto,perché hanno da risolvere la grana dell'Ucraina che potrebbe espandersi a macchia d'olio.
GLF






Gli iracheni perdono mille mezzi, gli USA inviano portaerei - Analisi Difesa
Gli iracheni perdono mille mezzi, gli USA inviano portaerei
di Redazione15 giugno 2014, pubblicato in News
L’esercito iracheno in rotta di fronte ai miliziani dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) ha perso un equipaggiamento militare dal valore di 1,3 miliardi di dollari, in gran parte fornito dagli Stati Uniti. Lo riferisce al Washington post Hisham al Hashemi, un analista iracheno a conoscenza delle stime dell’esercito. Nei depositi dell’esercito abbandonati dai soldati in fuga vi sono 72 carri armati, circa 700 veicoli militari Humvee, centianaia di altri veicoli blindati, migliaia di tonnellate di munizioni e due elicotteri. Secondo Hashemi, non è detto che i miliziani dell’Isil si siano appropriati di tutto il materiale: per loro i tank sono d’impaccio e poco utili strategicamente. E’ probabile che se ne siano tenuti pochi. Gli altri potrebbero essere stati distrutti, abbandonati o finiti nelle mani delle forze curde dei peshmerga.
In vista dei possibili raid aerei contro gli jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) gli Stati Uniti stanno rafforzando la presenza nel Golfo Persico. Con l’invio della portaerei nucleare Uss George H. W. Bush, ed il suo gruppo navale formato, tra le altre unità, dall’incrociatore lanciamissili USS Philippine Sea e dal cacciatorpediniere lanciamissili USS Truxtun, sono due le grandi unità della classe Nimitz nel Golfo. Accanto alla Bush gli USA contano già sull’unità gemella, la Uss Harry Truman, di stanza a Manana in Barhein dove ha sede il comando della V Flotta. Le due navi sono lunghe 332 metri e trasportano 6.000 militari e fino a 80 cacia-bombardieri ed oltre una decina di elicotteri. Nel golfo, ma in Qatar c’è anche la grande base aerea della Us Air Force “Al Udeid”, poco fuori Doha, con decine di caccia-bombardieri e aerei di diverso tipo e un totale di 10.000 uomini.
Trova conferme intanto il supporto militare diretto fotnito in queste ore dall’Iran a Baghdad con l’invio del generale dei pasdaran Qasem Soleimani in Iraq per coordinare l’assistenza militare iraniana nel contrastare l’avanzata dei miliziani dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante.Lo conferma ad Aki – Adnkronos International una fonte del ministero degli Esteri di Teheran a condizione di anonimato. Secondo la fonte, il generale si sarebbe recato in Iraq tra giovedì e venerdì scorsi e al momento almeno due compagnie di Pasdaran sarebbero presenti in Iraq al fine di fermare l’avanzata dei ribelli sunniti di Isis. Secondo la fonte degli Esteri, Teheran “non puo’ permettersi di perdere la propria influenza sull’Iraq e pertanto continuera’ a supportare, su tutti i fronti, il fronte sciita iracheno”. Anche alcune fonti citate dal Guardian e dal Wall Street Journal hanno sostenuto che il generale Soleimani avrebbe visitato le autorita’ irachene, garantendo il supporto militare e logistico iraniano. La notizia era pero’ stata smentita dal ministero degli Esteri iraniano, che ha confermato il sostegno politico di Teheran nei confronti del governo di al-Maliki, ma negato di aver inviato le proprie forze militari in Iraq.
Il generale Soleimani è stato nominato nel 1997 comandante delle Brigate al- Quds del corpo dei Pasdaran. E’ uno dei più importanti ufficiali del sistema militare iraniano ed è molto vicino alla Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che risale agli anni della guerra Iran-Iraq (1980-1988). Soleimani, prima di diventare comandante di al-Quds (sezione estera dei Guardiani della Rivoluzione), era stato uno dei principali comandanti dei Pasdaran durante la guerra contro Saddam Hussein. Dopo si e’ dedicato a combattere il traffico di droga al confine orientale del Paese con l’Afghanistan. Soleimani ha iniziato la sua carriera militare come un semplice membro dei paramilitari Basij subito dopo la rivoluzione del 1979. Date le sue qualità nella strategia militare e nell’intelligence, è riuscito a salire i ranghi militari in poco tempo, diventando oggi l’ufficiale più influente in Iran. Soleimani e’ stato e continua a essere molto importante nella politica estera iraniana in Iraq (particolarmente a Bassora) e in Afganistan (particolarmente a Herat) dal momento che le Brigate al-Quds sono il braccio estero dei Pasdaran che, a volte, riescono a determinare anche linee di politica estera della Repubblica islamica. Soleimani è un convinto fedele dell’Islam sciita e crede all’ideologia khomeinista. (
Con fonti Adnkronos/Washington Post e AGI
Foto: Wikimedia, Reuters


BAGHDAD COME SAIGON? - Analisi Difesa
BAGHDAD COME SAIGON?
di Gianandrea Gaiani13 giugno 2014, pubblicato in Editoriale
Il tracollo delle forze irachene di fronte all’offensiva dei qaedisti dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham (ISIS) sembra aver colto di sorpresa tutti quanti. Innanzitutto l’Amministrazione Obama come rivela oggi la stampa americana, ma anche l’intero Occidente e lo stesso governo iracheno guidato da Nouri al-Maliki. Eppure il collasso delle forze militari e di polizia di Baghdad era in qualche modo annunciato fin dal gennaio scorso, quando centinaia di qaedisti entrati nel Paese dalla Siria presero il controllo della provincia di al-Anbar e dei centri di Fallujah, Ramadi e diversi altri. In cinque mesi Baghdad ha mobilitato 42 mila soldati senza riuscire a cacciare i nemici dalla provincia sunnita. La disastrosa prestazione offerta dalle truppe irachene, premonitrice della disfatta di questi ultimi giorni, venne ampiamente illustrata dal Washington Post ripreso in Italia dall’agenzia Adnkronos International che Analisi Difesa pubblicò il 9 maggio.
“Il governo ha fatto un grave errore nel non rinnovare l’accordo che avrebbe permesso ai soldati americani di restare nel paese dopo il 2011. Dieci anni fa la situazione era migliore perché almeno allora c’era un piano”. il governatore di Ramadi, Ahmed Khalaf al-Dulaimi, aveva fotografato così già più di un mese or sono la drammatica situazione militare. I rapporti segnalavano diserzioni di massa tra militari e poliziotti, specie tra i sunniti che non avevano alcuna intenzione di combattere per un governo sciita che li discrimina e contro altri sunniti che godono del supporto di almeno una parte delle tribù del centro nord iracheno. I disertori sunniti vennero rimpiazzati da reclute sciite prive di addestramento e che non hanno esitato a fuggire dopo i primi scontri contro gli esperti veterani dell’ISIS.
Per i coscritti sciiti, arruolatisi per intascare un buon stipendio, la guerra contro i qaedisti nelle regioni sunnite non ha molto senso perché si combatte lontano dalle loro case e per un territorio ostile agli sciiti. Se inseriamo questi elementi in un contesto che vede la leadership militare irachena dominata da clientelismo e corruzione (come l’intera amministrazione pubblica) il quadro è più completo specie se teniamo conto che i consiglieri militari americani che addestrarono le reclute alla contro-insurrezione fino al 2011 denunciarono più volte lo scarso spessore morale di generali impegnati più a “fare la cresta” su forniture e commesse che a guidare e addestrare i propri uomini. Anche i 24 miliardi di dollari in armi per lo più russe, americane e ucraine spesi da Baghdad in questi anni si sono rivelati ben poco efficaci.
I missili antiaerei Pantsir, i carri armati Abrams e T-72, gli elicotteri russi Mi-35 e Mi-28, quelli americani Apache che verranno forniti prossimamente insieme ai cacciabombardieri F-16 e agli aerei antiguerriglia AT-6 potranno forse consentire di sostenere un conflitto convenzionale se e quando le truppe irachene saranno addestrate a impiegarli ma certo non contribuiscono a fermare i qaedisti.
Chiaro quindi perché l’offensiva dell’ISIS ha ridicolizzato un esercito che sulla carta conta 270 mila uomini con quasi 500 tank, elicotteri e blindati. Intere brigate si sono ritirate senza combattere da Mosul, Kirkuk, Tikrit e Samarra abbandonando al nemico armi, munizioni e veicoli made in USA. In assenza di difese i qaedisti marciano verso Baghdad costringendo alla fuga persino i contractors americani che si occupano di gestione e manutenzione degli equipaggiamenti, evacuati dalla base aerea di Balad. Piani pronti a quanto sembra anche per evacuare la gigantesca ambasciata americana a Baghdad come avvenne per quella di Saigon nell’aprile 1975.
Senza i consiglieri americani l’esercito iracheno è da tre anni privo di addestramento, in particolare quello specifico anti-insurrezionale, e minato al suo interno dalla politica discriminatoria perseguita dal governo di Nouri al Maliki che ha distrutto ogni speranza di cementare un‘unità nazionale che pure era presente anche sotto il regime di Saddam Hussein.
Le debolezze dei governativi sono state attentamente valutate dai qaedisti il cui attacco è il frutto di un piano dettagliato passato quasi inosservato in Occidente e certo sottovalutato a Baghdad dove il governo già ad aprile aveva disposto la chiusura del famigerato carcere di Abu Ghraib, trasferendo altrove i 2.400 prigionieri, non per ragioni umanitarie ma a causa della forte presenza degli insorti nella zona, a meno di 40 chilometri da Baghdad.
Secondo i servizi segreti sauditi, ben informati su quanto accade in Iraq, migliaia di baathisti (i fans di Saddam Hussein) e miliziani sunniti iracheni affiancano i qaedisti. “L’ISIS ha una potenza stimata di non più di 1500-3000 combattenti, non può aver fatto tutto da sola” ha detto il principe saudita Turki al-Faisal, ex capo dell’intelligence di Riad, accusando il governo di al-Maliki di inettitudine. “La conclusione alla quale sono arrivato è che a questi numeri vanno aggiunte le milizie dei leader tribali dell’area, ma anche ex baathisti e altri gruppi attivi in questa zona dell’Iraq non da ieri, ma dall’occupazione americana dell’Iraq” nel 2003”.
Il panico nella “Saigon irachena” è tale che ieri erano presenti in Parlamento appena un quarto dei deputati, insufficienti ad approvare la proclamazione dello stato d’emergenza nazionale. Del resto le uniche forze che sembrano oggi in grado di affrontare e fermare i jihadisti non sono certo irachene. In attesa di comprendere se Washington autorizzerà raid aerei in Iraq pare siano già arrivati a Baghdad due battaglioni di pasdaran iraniani, gli stessi reparti della Divisione al-Quds che hanno guidato la vittoriosa controffensiva delle forze siriane contro i ribelli. l generale Qassem Soleimani, comandante della divisione al-Quds, è stato visto a Baghdad dove pare stia organizzando una linea difensiva nell’area di Samarra dove potrebbero confluire anche le milizie scite (Hezbollah iracheni) dell’imam Moqtada al-Sadr reclutate nel sud del Paese o la grande mobilitazione degli sciti dell’appello di oggi de grande Ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità religiosa sciita. Nel nord a fermare i qaedisti hanno provveduto per ora i “peshmerga” curdi, che hanno colto al volo l’opportunità di occupare l’area petrolifera e la città di Kirkuk da tempo rivendicata e disputata con Baghdad e abbandonata l’altro ieri dalle truppe irachene.
Se Baghdad non cadrà come Saigon nel 1975 o come cadrà probabilmente Kabul due o tre anni dopo il ritiro delle forze statunitensi lo si dovrà probabilmente solo a iraniani e curdi. Del resto dove gli statunitensi si sono ritirati prima di aver vinto la guerra i risultati sono stati gli stessi: in pochi anni il nemico ha avuto il sopravvento.
In Vietnam e Cambogia gli statunitensi si ritirarono nel 1972 senza aver sconfitto il nemico così che le forze locali guidate da governi inetti e corrotti sbandarono di fronte all’offensiva di primavera di vietcong, nordvietnamiti e khmer rossi. In Iraq gli Stati Uniti sono entrati nel 2003 mentendo forse sui legami tra Saddam Hussein e al-Qaeda ma non sulle armi di distruzione di massa del raìs che, nonostante la vulgata diffusa, vennero trasferite in Siria con aerei cargo e convogli pochi mesi prima dell’invasione anglo-americana. L’obiettivo di quella guerra era, nell’ottica dell’Amministrazione Bush, portare la democrazia nel Paese mediorientale dominato dal regime più abietto per farla germogliare e diffondere come antidoto al terrorismo in tutto il mondo arabo e islamico. Il ritiro americano del 2011 ha lasciato la guerra incompiuta con la democrazia irachena e le sue forze armate ancora troppo deboli e i qaedisti ancora troppo forti.
Oggi è meglio non farsi illusioni circa la ventilata disponibilità di Washington a intervenire in armi per aiutare Baghdad poiché l’Amministrazione Obama dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Libia all’Ucraina gioca ormai il ruolo di grande destabilizzatore. Molti analisti definiscono fallimentare la politica estera e di difesa di Barack Obama ma in realtà essa rappresenta un successo per una potenza globale che si avvia a diventare il principale produttore ed esportatore di energia.
Il caos in tutte le regioni petrolifere o attraversate da oleodotti e gasdotti sembra infatti rientrare negli interessi attuali degli USA che grazie a shale gas e shale oil non solo trarranno benefici dall’aumento dei prezzi energetici ma indurrà molti Paesi a comprare il loro prodotto, ora più caro del gas russo o del petrolio del Golfo ma che potrebbe presto diventare competitivo grazie a guerre e tensioni determinate dal conflitto allargato tra sciiti e sunniti. In questo contesto va visto il ritiro prematuro dall’Iraq e dall’Afghanistan, il tira e molla di Washington sulla crisi siriana e il nucleare iraniano, la “stupida” guerra di Libia e il supporto diretto americano alla “rivoluzione” in Ucraina.
Iniziative che stanno destabilizzando regioni di primaria necessità per gli approvvigionamenti energetici dei rivali economici di Washington: Cina, Russia, Europa, India e Giappone in testa. Non è un caso che Pechino, che assorbe buona parte del greggio iracheno e ne estrae una gran quantità con le sue società petrolifere, abbia offerto a Baghdad il massimo aiuto possibile.
Inutile quindi attendersi soluzioni americane alla crisi in Iraq che resterà sulle spalle dei Paesi vicini così come talebani e qaedisti afghani, dopo il ritiro statunitense e NATO, rappresenteranno un fardello per russi, cinesi, indiani e repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale. Le dichiarazioni ufficiali a Washington sembrano confermare il distacco degli Stati Uniti dalla crisi. “Alla fine, questo è un problema che devono risolvere il governo e le forze di sicurezza dell’Iraq” ha detto il portavoce del Pentagono, l’ammiraglio John F. Kirby mentre un funzionario anonimo ha riferito al Wall Street Journal che “la volontà della Casa Bianca di intervenire dipenderà da quanto lo Stato islamico sarà considerato una minaccia diretta alla sicurezza americana”. L’Europa intanto continua a dormire.
Foto: AP, Reuters, BBC, almasalah.com


Vabbe che ha l'abitudine di non leggere gli articoletti che posti (ma sai leggere almeno?).
Molti analisti definiscono fallimentare la politica estera e di difesa di Barack Obama ma in realtà essa rappresenta un successo per una potenza globale che si avvia a diventare il principale produttore ed esportatore di energia.
Il caos in tutte le regioni petrolifere o attraversate da oleodotti e gasdotti sembra infatti rientrare negli interessi attuali degli USA che grazie a shale gas e shale oil non solo trarranno benefici dall’aumento dei prezzi energetici ma indurrà molti Paesi a comprare il loro prodotto, ora più caro del gas russo o del petrolio del Golfo ma che potrebbe presto diventare competitivo grazie a guerre e tensioni determinate dal conflitto allargato tra sciiti e sunniti. In questo contesto va visto il ritiro prematuro dall’Iraq e dall’Afghanistan, il tira e molla di Washington sulla crisi siriana e il nucleare iraniano, la “stupida” guerra di Libia e il supporto diretto americano alla “rivoluzione” in Ucraina.




Nemmeno le Waffen SS uccidevano tutti i combattenti prigionieri catturati .
Saremo ad alcune centinaia di esecuzioni documentate.
Ultima modifica di kodiak; 15-06-14 alle 15:42


Lo shale gas e' tutt'altro che finito come dimostrano gli studi dell'IEA, forse tu ne sai piu di loro standotene in pantofole a casa tua.
Ma l'analisi di Gaiani e' giusta, a parte lo shales perche l'obiettivo non e' quello di "venderlo a tutto il mondo".....l'obiettivo e' creare un "caos controllato" per impedire l'emergere di "land competitors".