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Discussione: Avanti!

  1. #231
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    Predefinito Re: Avanti!

    La Marianna e il polo liberalsocialista e ambientalista



    Ho ascoltato le relazioni e gli interventi alla convention della Marianna, l’associazione fondata da Giovanni Negri, compresa un’interessantissima tavola rotonda delle donne musulmane laiche che hanno contestato la nascita, ormai prossima, del nuovo Partito islamico italiano, un intervento ironico e pungente del generale Mori sulla sua persecuzione giudiziaria, un prezioso intervento di Baldassarri sugli errori dell’Europa in merito alla sopravvalutazione dell’euro e alla mancata revisione del trattato di Maastricht. Negri, con me, ha avuto l’avvertenza di lanciare un messaggio politico ai radicali e ai socialisti. Un messaggio di unità e di consapevolezza della necessità, anzi del dovere, di intraprendere un cammino insieme.


    Sono intervenuto per sottolineare come la Marianna potrebbe diventare il luogo dell’incontro, aperto anche agli ambientalisti, ai laici, ai liberali e ai riformisti, oppure uno dei soggetti dell’incontro e della sintesi politica. Oggi gli scissionisti del Pd si sono dati l’ennesimo nome anonimo, scollegato da storie e da identità: é nato il Movimento dei democratici e dei progressisti, che ricorda vagamente le definizioni di stampo terzinternazionalista. Come quel giornale del Cominform che si chiamava “Per una pace stabile e una democrazia popolare”. Ma in realtà era strettamente collegato al mondo del comunismo reale. Mancano i nomi che rappresentano anime, fedi. memorie. I nomi che non si intendono rinnegare. Dunque è urgente riprendere parole come socialista, radicale, laico, liberale, ambientalista. Oggi é quanto mai necessario.


    “Nomima sunt consequentia rerum”, dicevano i latini, e per questo dobbiamo, se vogliamo camminare insieme, dare contenuti al nostro cammino. Dico subito che se nel mondo radicale si é aperto un conflitto tra chi intende continuare l’opera di Marco Pannella e chi intende dirigersi altrove, il mio consenso va ai primi. Non vedo come il mondo liberalsocialista possa dimenticare l’opera di Marco, che insieme a Loris Fortuna, di cui sono stato allievo, ha regalato all’Italia la magnifica stagione delle battaglie vinte sui diritti civili. Penso che dei socialisti oggi ci sia bisogno, perché é l’equità messa in discussione dal riemergere delle vecchie povertà e dalla necessità di una presenza dello stato sui temi della finanza e dell’economia. Ma soli i socialisti non ce la faranno. Penso che dei radicali oggi ci sia bisogno, perché la libertà oggi é messa in discussione dai poteri forti, siano essi di natura giudiziaria, dell’informazione, finanziaria. Ma da soli oggi i radicali non ce la faranno. Penso che degli ambientalisti oggi ci sia bisogno, perché il mondo vive grandi problemi climatici ed energetici, perché la necessità di acqua potrebbe sfociare in nuovi drammatici conflitti e perché l’Italia é sempre più a contatto con fenomeni distruttivi in seguito ad allagamenti e terremoti. Ma il mondo ambientalista da solo non ce la farà.


    Invece l’unione di socialisti, radicali, ambientalisti, un soggetto nuovo e capace di fornire risposta ai moderni temi dell’equità, della libertà e della tutela ambientale, é quel che serve non a noi, ma all’Italia e al mondo. Un soggetto che preservi le storie di ciascuno, perché é molto meglio allargare il recinto di ognuno per difendere il singolo territorio senza crogiolarsi in patriottismi che finiscono per non giovare alla causa. Perché per essere vincenti occorre guardare al presente con lo sguardo verso il futuro. Come ci ha insegnato Pannella, e come ha sempre inteso fare un compagno di Bologna che sarebbe stato assieme a noi oggi se non fosse improvvisamente scomparso pochi giorni fa, e che ci ha consegnato il testimone delle sue battaglie per la libertà e la parità di tutti: Franco Piro. Con la passione di Franco continuiamo il nostro cammino.


    M. Del Bue


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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #232
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    Predefinito Re: Avanti!

    Perché gli scissionisti hanno bocciato il termine socialista




    Tutti più o meno (io no) si aspettavano che Bersani e D’Alema avrebbero accolto l’invito di Rossi a battezzare il nuovo partito o movimento come quello dei Democratici e Socialisti. Oltretutto la sigla avrebbe fatto Diesse. E invece hanno preferito abbinare alla qualificazione di democratici quella assai più generica di progressisti. Preferendo la sigla Dp, che oltre ad essere il contrario di Pd ricorda quella di un minuscolo partito dell’estrema sinistra, più specificatamente proletario che non progressista. Vogliamo solo intuire il motivo dell’ennesima bocciatura del termine socialista? Si dirà che hanno preferito quello di progressista per agganciare Pisapia e i suoi proseliti ex Sel. Si dirà che l’hanno fatto per ampliare i confini e per comprendere anche coloro che non si rifanno direttamente alla storia del socialismo nelle sue diverse e contrapposte componenti. Balle, credetemi. Me l’ha confidato un amico reggiano. “Non possiamo chiamarci socialisti fin che ci sono i socialisti”. Mica per rispetto, eh. Ma perché vogliono essere altro rispetto a quel che noi siamo stati negli ultimi trenta, quarant’anni. Perché non vogliono assomigliare al Psi di Craxi, diciamolo fuori dai denti. Tutto qui. Tutto semplice. Tutto chiaro, chiarissimo. Anche per noi, però.


    M. Del Bue


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  3. #233
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    Predefinito Re: Avanti!

    DP. Il nome non è un gran nome



    Il nome non è un gran nome: DP. Rievoca la sinistra antagonista anni ’70. Se il nome, come deve essere, è’ la conseguenza di una scelta, gli scissionisti hanno di nuovo imboccato la strada sbagliata. Abbandonano il loro partito, ne fanno un altro ma continuano a evitare il confronto con la storia e con le radici comuni della sinistra europea. Lo stesso errore commesso da Occhetto, da D’Alema, da Veltroni negli anni ’90.

    Comincio a convincermi che chi ha cromosomi comunisti di socialismo proprio non voglia sentir parlare. Certo, si possono scrivere libri evocativi nel titolo, si può perfino presiedere una prestigiosa fondazione europea, ma lì ci si ferma. Con questo inizio, lo spazio di manovra sarà di un miglio quadrato.


    Riccardo Nencini


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  4. #234
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    Predefinito Re: Avanti!

    Contro il Psi


    L’ingresso di ignoti che, nel tardo pomeriggio di sabato, hanno forzato le porte e si sono inseriti nei nostri uffici mettendo a soqquadro le nostre stanze, la dice lunga su due fenomeni. Il primo é certamente relativo allo scarso livello di vigilanza cui é sottoposta la nostra sede. Siamo un piccolo partito, non abbiamo risorse, non disponiamo di arredi di pregio. L’unico nostro patrimonio è la nostra storia, sono le nostre idee, sono i computer dell’Avanti e di Mondoperaio, i nostri elenchi, quelli della Fondazione Socialismo che ospitiamo. Non penso che lo scasso sia stato opera di ladri d’appartamento. Che cosa si voleva rubare? Le risorse derivanti dal tesseramento dei nostri quasi 22mila iscritti non sono certamente depositati nei cassetti del nostro tesoriere. Ci sono le foto dei nostri grandi. Interessavano?
    Il secondo é relativo al danno che il nostro partito può ancora recare ai conservatori, ai populisti, a coloro che vorrebbero noi togliessimo definitivamente il disturbo. Non sono pochi i reazionari d’ogni risma, i giustizialisti d’accatto, gli integralisti e gli estremisti cui diamo fastidio. Troppo evidente ritenere che se il motivo non é il furto, si tratti di un motivo che attiene alla politica. Perché mai alcuni individui, sapendo che nei giorni festivi e pre festivi la nostra sede é deserta (questo per la verità non lo sapevano proprio tutti) si avventurano in un’azione che porta rischi di ordine penale per chi la commette? Una bravata? Con quell’ansia demolitrice di armadi, tavoli, sedie, quadri. Tanta ira solo per scherzo? Andiamo.
    Si é voluto colpire la nostra comunità. Ancora. E proprio a una settimana da un congresso che porterà a compimento il processo di rinnovo degli organi che un irresponsabile ricorso al tribunale ha reso necessario. L’unica ferma risposta é quella di partecipare compatti al congresso nazionale che si svolgerà a Roma sabato e domenica, di dimostrare che la comunità socialista é viva e attiva, che la voglia di fare politica é piû forte di qualsiasi tendenza alla paura e alla rassegnazione. Dimostriamo con un atto di coraggio, di unità e di creatività che questi attentati ottengono l’effetto contrario.


    M. Del Bue


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  5. #235
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    Predefinito Re: Avanti!

    Ma il Pd é suonato?


    Non ho ben capito la risposta, pubblicata sui giornali, di Guerini e allo zio Letta a proposito della proposta di inserire al posto del premio di lista quello alla coalizione. Secondo i resoconti Guerini, a nome di Renzi, avrebbe detto un netto no perché il Pd teme il condizionamento dei piccoli partiti. Condizionamento? Ma Renzi legge i sondaggi di questi ultimi tempi e in particolare quello pubblicato dal Corriere oggi? Il Pd é dato a poco più del 26 per cento e il movimento Cinque stelle, di gran lunga il primo partito, oltre il 32. Di quale condizionamento parli Guerini é davvero mistero da libro giallo.


    Il Pd col premio alla lista perderebbe 150 deputati ottenuti col premio di coalizione, conseguendo poco più della percentuale di Bersani del 2013. Certo, anche inglobando Dp, Pisapia (saranno la stessa cosa?) e Alternativa popolare, con noi, i radicali, i verdi e altro, difficilmente si arriverebbe al 40 per cento, soglia per ottenere il premio. Quel che sconcerta é il dogmatismo renziano. Sono ancora fermi al partito che vince e anche se tutti lo danno perdente continuano a usare gli stessi slogan. Ci vuole un vincitore, ci vuole una lista e non una coalizione. Sembra la favola del re nudo. Tutti vedevano che non aveva vestiti, ma solo uno lo urlò facendo scandalo. A meno che Renzi preferisca perdere in solitudine e non accompagnato. Questione di gusti.


    Se non si capisce, se il Pd non capisce, che la situazione é potenzialmente drammatica per il paese e che un’avanzata dei grillini, come quella pronosticata dai sondaggi, o provoca la più assoluta ingovernabilità o partorisce un governo anti europeista, populista e razzista, con uno sbandamento dell’Italia fuori dalla nazioni democratiche, allora ci aspetta un futuro inquietante. Litighino pure su chi dovrà fare il segretario, ma indichino alcune strategie per arginare il pericolo. La possibilità di portare il paese alla più assoluta e pericolosa ingovernabilità non provocherebbe in Italia un effetto spagnolo. In Spagna la prospettiva di un accordo tra popolari e socialisti era nelle cose. In Italia, mettendo anche insieme Pd e Forza Italia più altri non si raggiungerebbe la maggioranza.


    Siamo a Weimer? Non vorrei drammatizzare ma non ci siamo lontani. Il governo Gentiloni ha qualche chances per arginare il crollo. A partire dalla prossima legge di bilancio. E il Pd ha ancora in mano la chiave della legge elettorale che può essere votata a maggioranza, come del resto é sempre avvenuto in Italia. Il problema é che se Gentiloni pensa di governare abolendo i voucher e il Pd pensa ancora di vincere le elezioni da solo continuiamo ad aprire le porta a Grillo come ad Annibale. Solo che Grillo non si fermerà a Capua a oziare. E nonostante i cupi Raggi di Roma e i voltafaccia di Genova si appresta a puntare su Palazzo Chigi. Speriamo che ancora una volta la Francia, come spesso é avvenuto nella storia, ci tolga le castagne dal fuoco. Un liberalsocialista come Macron potrebbe raffreddare le tendenze lepeniste e grilline del Belpaese. Alons enfants la rattomation est finie….


    M. Del Bue



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  6. #236
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    Predefinito Re: Avanti!

    Scalfari non ha mai votato Psi?


    Eugenio Scalfari ha scritto su Repubblica che nella sua vita ha sempre votato o Pri o Pci. Molto strano. Eugenio Scalfari che dovette a Pietro Nenni una candidatura nelle liste del Psi assieme a Lino Jannuzzi dopo la vicenda Sifar che costò ai due, allora all’Espresso, una condanna a 15 mesi di galera, non ha dunque votato nemmeno per se stesso quando venne eletto deputato nelle liste del Psu nel collegio di Milano-Pavia? Certo il suo voto non era sufficiente, giacché ne servivano alcune decine di migliaia, che gli fornirono gli autonomisti milanesi. Questi ultimi votavano così: 1 (Nenni),16 (Craxi), 28 (Scalfari). La memoria gioca brutti scherzi, a una certa età. Eppure sono sicuro che quei numeri Scalfari non se li sia dimenticati. Può essere che dica la verità e che nel 1968 abbia preferito votare Pri o Pci anziché se stesso. Conoscendo l’alta considerazione che il fondatore di Repubblica ha di sè, propendiamo a credere che abbia solo detto una balla. Aver votato Psi ed essere diventato deputato grazie a Craxi costituisce per lui un’onta da dimenticare. Anche per noi…

    M. Del Bue



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  7. #237
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    Predefinito Re: Avanti!

    Per venti punti il Pd perse la testa?


    Capisco che le primarie vengono prima di tutto. E che si svolgono in due fasi che occuperanno ancora settimane. Forse mesi. Prima tra gli iscritti, poi con gli esterni, per finire, forse, con i marziani. Ma intanto l’Italia avanza coi suoi problemi, con la sua crisi irrisolta, coi suoi doveri e diritti verso la Ue, con una legge elettorale ancora da definire. Affronto quest’ultimo argomento anche alla luce delle dichiarazioni più recenti dei dirigenti democratici. Quella di Guerini mi ha lasciato di stucco. Il vice di Renzi si é detto contrario al premio di coalizione per via del solito discorso sul potere di ricatto dei piccoli partiti. A parte che col tre per cento da superare le liste rappresentate in Parlamento non sarebbero affatto di scarsa dimensione, restiamo allibiti per la riproduzione della vecchia recita su un soggetto oggi completamente cambiato.


    Come se un attore interpretasse l’Amleto quando il teatro ha deciso di mettere in scena il Re Lear. Diteglielo per cortesia che sondaggi alla mano il Pd non è più un partito in grado di arrivare al quaranta per cento da solo e di governare il paese. Anzi, secondo tutti i sondaggi non è neanche più il primo partito. Anche Renzi, in un’intervista, con la quale ha rilanciato, senza crederci, il Mattarellum, pare non favorevole al premio di coalizione proposto da Berlusconi. Quest’ultimo ha due motivi seri per rivendicarlo. Il primo è che i Cinque stelle sono l’unica lista non coalizzabille e dunque la coalizione finisce per rafforzare le liste di centro-destra non costrette a presentarsi unite, come dovrebbero fare col premio di lista. Il secondo è che Forza Italia potrebbe cosi presentare una lista autonoma anche se coalizzata con Lega e Fratelli d’Italia. E si potrebbe poi eventualmente liberare e giocare un ruolo diverso dai due alleati in Parlamento.


    Lo stesso ragionamento dovrebbe fare il Pd. Meglio una coalizione il più larga possibile per tentare di raggiungere l’obiettivo, forse anche troppo ambizioso, del quaranta per cento, meglio comunque perché la coalizione di centro-sinistra potrebbe più agevolmente stare davanti ai Cinque stelle, cosa più complicata nel caso della presentazione della lista Pd da sola. Invece per ora si recita sul copione precedente. Adesso é uscita una nuova proposta che giudico folle. E cioè di attribuire comunque alla lista prima classificata un premio di maggioranza del 10 per cento. Dubito che sia costituzionale, come il ballottaggio, inserire due premi di maggioranza, uno al 40 che consente di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi e uno alla prima lista, nel caso nessuno ottenga il 40, per avere un dieci per cento in più. Con il premio alla lista oggi questa correzione per la governabilità sarebbe poi, come il ballottaggio, che l’Avanti ha contestato dal primo momento come istituto anomalo e anti democratico, un grande favore ai Cinque stelle. E non ci sarà il tempo per la Corte costituzionale di correggere l’errore. Se per un punto Martin perse la cappa il rischio è che per venti punti qualcuno nel Pd abbia perso la testa…

    M. Del Bue



    Per venti punti il Pd perse la testa? | Avanti!
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  8. #238
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    Predefinito Re: Avanti!

    Le cento sinistre rischiano l’irrilevanza politica


    Le sinistre si fanno forza e scommettono su se stesse. L’impresa è trovare uno spazio politico alla sinistra del Pd, il partito egemone del centro-sinistra italiano. Ci hanno provato e ci stanno provando in molti. Sergio Cofferati, Pippo Civati e Stefano Fassina hanno abbandonato il Pd di Matteo Renzi nel 2015. All’inizio del 2017 se ne sono andati Roberto Speranza, Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema.

    Si sono susseguite scissioni e abbandoni basati su due accuse centrali rivolte all’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd: la gestione personalistica dell’”uomo solo al comando” con la creazione del Pdr (Partito di Renzi) e “la deriva di destra”. Il progetto è di costruire una sinistra di governo, ma dalle scelte radicali. Bersani ha parlato di una sinistra larga, dialogante. ulivista e di “combattimento”.

    Nelle prossime elezioni comunali di giugno si avrà la verifica del consenso popolare. In molte città italiane la sfida per i sindaci dirà se esiste o no uno spazio alla sinistra del Pd. Finora le competizioni elettorali degli ultimi due anni nelle amministrative, regionali e comunali sono state deludenti per i tanti partiti e partitini di sinistra.

    L’incubo è l’irrilevanza, la marginalità. I sondaggi elettorali non incoraggiano certo all’ottimismo. L’ultima rilevazione dell’Ixè su cosa farebbero gli italiani se si votasse adesso per le politiche, non sono confortanti. Il Movimento democratici e progressisti (Mdp) fondato da Bersani, Speranza, Rossi e D’Alema raccoglierebbe solo il 4,3% dei voti. Sinistra italiana (ex Sel ed ex Pd come Fassina), guidata da Nicola Fratonianni, prenderebbe appena il 2,6%. Le altre formazioni di sinistra il 2,2%. Poco, molto poco rispetto ai tre grandi antagonisti: il M5S incasserebbe il 28,7%, il Pd 26,6% e oltre il 30% un eventuale centrodestra ricompattato (Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia).

    Sembra profilarsi la profezia di Bersani, quando a metà dello scorso dicembre invitava tutti ad evitare una scissione del Pd perché avrebbe rotto le ossa sia all’anima centrista sia a quella di sinistra del partito: «Ne sono sicuro. Perché la cosa di là, di origine democristiana, finisce come Kadima, cui pensò Rutelli. Quella di qua finisce per essere una sinistra minoritaria».

    La scissione della “Ditta”, come Bersani chiamava con affetto il Pd, invece c’è stata. La disfatta di Renzi al referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale del governo, ha aperto le porte alla rottura del Pd, il partito nato nel 2007 dalla fusione tra i centristi ex Dc e la sinistra post comunista.

    Ora il tentativo è di voltare pagina, di costruire un centro-sinistra di governo competitivo con il Pd. La bussola sono i diritti e l’uguaglianza sociale. I campi d’azione sono soprattutto tre: lavoro, ambiente, immigrazione. E qui arrivano i problemi. I partiti e i partitini di sinistra sono tanti, divisi da ricette diverse. Alcuni sono dialoganti e altri alternativi al Pd (questo ora è impegnato nel congresso e Renzi dovrebbe riconquistare la segreteria).

    Giuliano Pisapia, pur tra gli uomini più dialoganti con il Pd, chiede «una forte discontinuità nel metodo e nel merito» delle scelte politiche passate. Il fondatore di Campo progressista, ad esempio, punta il dito contro la sintonia di Renzi con l’amministratore della Fiat-Chrysler Marchionne e lo scontro con la Fiom di Landini: se il Pd «si definisce di sinistra deve avere come riferimento iniziale il lavoratore, e non il datore di lavoro, altrimenti non è sinistra». Ancora più netto è Speranza: il Mdp “vuole unire”. La critica è sempre a Renzi: «Vogliamo ricostruire un nuovo centrosinistra nel Paese, libero da smanie autoreferenziali».

    Poi ci sono tutti gli altri partiti, partitini e micro partiti: Psi (Riccardo Nencini), Possibile (Pippo Civati), Rifondazione comunista (Paolo Ferrero), Partito comunista (Marco Rizzo). Inoltre ci sono i lavori in corso per il varo di altre formazioni politiche. È il caso di DemA, Democrazia e autonomia, fondata dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris (sta preparandosi per le elezioni regionali in Campania, per ora esclude di partecipare alle politiche).

    I toni, in genere, sono durissimi, di contrapposizione al Pd. Fassina sollecita a prendere con passione un’altra strada rispetto a quella dell’ex sindaco di Firenze: «Lui il cuore ce l’ha messo ma batteva a destra». Il problema è “la sua subalternità” alle politiche della destra, liberiste in economia e plebiscitarie nelle istituzioni.

    Sono pesanti anche le critiche di Civati. Il segretario di Possibile, alleato di una parte dei dissidenti cinquestelle, accusa: «Renzi ha riutilizzato le ricette della destra». Propone di varare «una Costituente delle idee prima del diluvio». Cita in modo poetico l’ex presidente americano Barack Obama: «Bisogna allacciarsi le scarpe e partire».

    Certo è difficile camminare insieme per tante sinistre così differenti e con ai piedi “scarpe” tanto diverse. Il rischio è una disastrosa frammentazione e l’irrilevanza. Per ora non si intravede nemmeno la convergenza su un programma sul quale contrapporsi o, invece, dialogare con Renzi, che ribadisce la bontà della linea di una sinistra moderna, non conservatrice, capace di affrontare l’innovazione e i nuovi problemi della società.

    Poi c’è il macigno del M5S. Il movimento di Beppe Grillo, definito di centro da Bersani, rifiuta ogni vecchia catalogazione, nega di essere di destra o di sinistra. Ma con una politica di opposizione totale e anti sistema ha dato rappresentanza alla protesta di larghe fette di imprenditori, di ceto medio e di lavoratori colpiti dalla crisi economica. Con la proposta del reddito di cittadinanza pesca voti a sinistra, con lo stop all’immigrazione e all’euro raccoglie consensi a destra.

    È complicato per le sinistre trovare spazio tra Renzi e Grillo. È ancora più difficile se restano divise, se non si uniscono, se non trovano un programma comune e un leader condiviso. La prima prova del fuoco ci sarà a giugno, nelle elezioni comunali.


    Rodolfo Ruocco




    Le cento sinistre rischiano l?irrilevanza politica | Avanti!
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  9. #239
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    Predefinito Re: Avanti!

    Andare oltre il Psi


    So già che questo mio fondo provocherà qualche reazione conservatrice. Ma ci sono abituato, visto che fin da ragazzo mi é capitato di essere giudicato e condannato come revisionista. Uso volutamente questo vocabolo che é negativo solo per chi considera la teoria politica, una volta si chiamava cosi, usiamo oggi il termine più moderno di identità, come intoccabile, immodificabile, da custodire e conservare, dunque. Sono stato allevato alla scuola del vecchio Psi che ha avuto il coraggio di fare la sola Bad Godesberg della sinistra italiana già a partire dagli anni settanta. Noi giovani socialisti abbiamo abbracciato la tesi revisionista del socialismo sfidando prima sul versante socialdemocratico, e poi del socialismo liberale a partire dagli anni ottanta, la sinistra conservatrice, allora tardo comunista o vetero socialista.


    Questo indirizzo metodologico personalmente non ho mai abbandonato rifiutandomi sempre di alzare le mani di fronte ai dogmi ideologici, alle parole santificate, ai principi assoluti. Dico anche che il nostro, il mio, andare oltre, è sempre stato coniugato con lo studio, la ricerca, il massimo rispetto per la tradizione. D’altronde, se vuoi andare oltre devi ben sapere da cosa. Altrimenti é un girovagare senza senso. Anche Occhetto, dopo la Bolognina, proclamò la necessità di andare oltre. Ma si trattava di un percorso unicamente rivolto a non venire con noi. Il suo oltrismo era solo preoccupazione di non finire in braccio a Craxi. Poi, non dimentichiamolo, son passati quasi trent’anni e di acqua sotto i ponti ne é transitata parecchia.


    Oggi é inutile trincerarsi dietro una parola dai mille significati, e cioè socialismo, quando sappiamo bene che di essa si sono forgiate nella storia le più disparate esperienze, alcune anche tragicamente fallite. La nostra storia va circoscritta. Noi, io almeno, siamo figli del socialismo riformista e liberale. Cioè del pensiero e dell’azione di Filippo Turati, Camillo Prampolini (lo cito per l’originale capitolo del socialismo cristiano), di Carlo Rosselli, di Giuseppe Saragat, del Pietro Nenni autonomista e di Bettino Craxi. In Europa siamo fratelli di Blair, di Schroeder, oltre che di Brandt e Mitterand, di Gonzales e Soares. Non ci appartiene, non mi appartiene, il socialismo scientifico ortodosso, né quello filo comunista degli anni quaranta e cinquanta, ma nemmeno il neo estremismo pan sindacalese alla Hamon e Corbyn, i nuovi sconfitti. E tanto meno quello che in qualche misura si ricollega alla pur nobile tradizione del Pci.


    Sento forte, da un lato, l’esigenza di salvare questa nostra, mia, storia, oggi incredibilmente dimenticata e oltraggiata, come se Tangentopoli avesse d’un colpo spazzato via non solo il Psi degli anni ottanta, ma tutta la storia del socialismo riformista e liberale, come se avesse travolto nel più assordante silenzio anche Turati, Saragat e Nenni. Come se avesse segnato un filone unico di evoluzione e cioé quello che si ricollega esclusivamente alle storia del comunismo e del cattolicesimo italiano. Ma sono, vorrei dire siamo, dobbiamo essere tutti convinti, che il nostro futuro dipende dalla nostra capacità di innovare, anche profondamente questa storia. Di non farne un feticcio, un indissolubile e ansioso rifugio dei nostri desideri che si scontrano poi con la realtà rendendoci frustrati, delusi, spesso chiassosamente polemici.


    Per questo, anche approfittando della crisi profonda che sta attraversando l’insieme dei partiti socialisti europei e della contemporanea vittoria di Macron in Francia, dobbiamo capire cosa possiamo fare noi, piccolo e residuale partito socialista italiano. Capirlo adesso, senza rinviarlo al domani. Non mi va che a fronte dell’esigenza di forte rinnovamento il Pd paia più nuovo di noi e che il nostro piccolo partito si presenti come un portatore di integralismo. Una sorta di reperto archeologico che appartiene ad un’altra età. Non sono affatto convinto che basti dichiararsi nuovi o innovativi per essere utili oggi. Il nuovismo non é mai stato produttore di effetti positivi. E il Pd, oltre all’ambiguità del suo fondo ex comunista ed ex democristiano che finisce per contribuire a deformare anche la storia italiana, pare senza un solido punto di riferimento ideale. Lo stesso Renzi parla di fiducia, di ottimismo, di convinzione, di rottamazione, oggi solo di rinnovamento, ma questi sono mezzi, non fini. Non rappresentano una scala di valori, ma solo strumenti del fare politica.


    Avrebbe bisogno di ben altro il Pd e personalmente penso che una via, anche per noi, potrebbe essere costituita, anche approfittando della scissione degli ex comunisti che hanno già eletto Enrico Berlinguer a loro vate, dall’appello a costruire il Pd due, un nuovo partito con socialisti, radicali, verdi. Un nuovo partito che segni un punto di rottura col Pd uno, appunto prevalentemente, se non completamente, post comunista e post democristiano, dunque bicefalo e proprio per questo dotato di una sintesi senza identità. Non saprei se questa operazione sia possibile. Ne dubito. Ma la giudico la migliore, la più motivata, la più idonea anche per noi. L’altra via é quella della fondazione di una nuova forza liberalsocialista e ambientalista che guardi alle elezioni del 2018, ma anche a dopo la scadenza elettorale.


    Questo soggetto, chiamiamolo Rosa nel pugno due, dovrebbe nascere con una grande convenzione programmatica e identitaria, con un progetto capace di ispirarsi alla nuova triade “equità, libertà, ecologia” e che punti a superare le reciproche diversità andando oltre le specifiche storie e tradizioni. Questo nuovo soggetto vedrà insieme cosa fare alle elezioni politiche, con chi allearsi, se presentarsi autonomamente oppure no. Se confluire in altre liste o addirittura, come professano i radicali, non presentarsi affatto e magari prestare qualche uomo ad altrui lista. Quello che a me interessa é oggi approdare a una nuova riva. Lo penso non da adesso, ma dopo le elezioni francesi lo rivendico come un obiettivo necessario. E anche immediatamente perseguibile. L’ho detto a Salerno e ripetuto a Roma. E da lì occorre iniziare il percorso che ci porterà alla prossima primavera. Restare fermi al Psi, credetemi, ci indebolisce, finisce perfino per abbruttire noi e per rendere anche meno tutelata la nostra storia.


    M. Del Bue


    Andare oltre il Psi | Avanti!
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Avanti!

    La compagnia del 5 per cento


    Non mi iscriverei alla rattristata compagnia del 5 per cento. Intanto perché se modello tedesco deve essere, e si tratta di un sistema elettorale che può bene adattarsi a una democrazia parlamentare come la nostra, é chiaro che il modello deve essere coerente con se stesso. Una soglia di sbarramento del genere é compatibile con un sistema dove gli eletti nei collegi uninominali devono rientrare nella percentuale ottenuta dalle singole liste nella quota proporzionale. Poi, perché bisogna pensare che non é che cambiasse granché, per noi, con uno sbarramento al tre per cento di lista. Altra cosa sarebbe stato un vincolo del tre, o magari inferiore al tre, per singoli soggetti nell’ambito di una coalizione. In quest’ultimo caso il Psi era orientato a discutere dell’opportunità di presentare una lista con Alternativa popolare o con radicali e laici, come io avrei preferito soprattutto se lo sbarramento per liste coalizzate fosse stato inferiore al tre.


    Oggi è peraltro inutile sbracciarsi, contestare, alzare grida spagnolesche. I quattro hanno deciso il modello tedesco e tedesco sia. A me personalmente non è per niente piaciuto il benservito dato da Renzi ad Alfano dopo quattro anni di collaborazione leale, con un misto di cinismo e di sarcasmo. “Uno che é stato ministro di tutto non riesce a raggiungere il 5 per cento?”, si é chiesto con un eccesso di arroganza il segretario del Pd. Che fa il paio con la dichiarazione di guerra ai piccoli partiti, che a suo giudizio “é giusto che stiano fuori dal Parlamento”. Mi viene in mente il ben diverso linguaggio e atteggiamento della Dc, anche quando con De Gasperi, nel 1948, conseguì la maggioranza dei seggi alla Camera.


    Questo tuttavia é quel che passa il convento. E ai piccoli partiti non resta che sbraitare e poi rassegnarsi (che non é neppure popolare) o rassegnarsi senza sbraitare e cercare una collocazione in una lista che dovrà per ragioni politiche e di opportunità elettorale configurarsi come lista di coalizione di soggetti diversi. Alla sinistra del Pd lo sbarramento elettorale impone una necessaria aggregazione. Non a caso Fratoianni, leader di Sinistra italiana, si è detto subito d’accordo col cinque per cento. Dp, Sinistra italiana, lo stesso Pisapia, che ha dato appuntamento ad una nuova costituente, tenteranno di costruire un’unica casa, o condominio, dove pare vogliano trovare posto anche i verdi, forse lo stesso Tabacci, qualche socialista.


    Si tratta di una scelta generata dalla nuova proposta di legge elettorale, che sarebbe stato più complicato organizzare col tre per cento. Così pure al centro la paura di essere spazzati via sta incentivando una nuova unione, anche se dall’esito elettorale assai più incerto. Alfano, Casini, Verdini, forse Parisi, Tosi, Fitto (quest’ultimo alla fine sceglierà la più sicura alleanza con Salvini-Meloni) tenteranno di unirsi per lanciarsi nella difficile rincorsa al cinque per cento. A meno che Alfano non compia l’operazione politicamente più logica e ritorni in una Forza Italia che si avvia a fare le stesse scelte compiute dal suo Nuovo centrodestra. Il Pd non starà a guardare. E lo dico perché sono convinto non sia suo interesse farsi contare in quanto tale dopo la scissione e il probabile nuovo distacco di esponenti di primo piano che non accettano il proporzionale e quel che ci sta dietro, cioè l’intesa futura con Berlusconi, e si sentono attirati e lusingati dalle sirene di Pisapia. Quest’ultima possibilità che si riferisce ai cambiamenti in atto nel Pd, che si apre grazie alla proposta di legge elettorale, può vederci, assieme ai compagni radicali, ancora protagonisti. Un grande rimescolamento di carte, che solo la superficialità di giornalisti senza esperienza e fiuto politici può rinserrare nelle gabbie di vecchi sondaggi, si annuncia all’orizzonte. Non perdiamoci in battaglie di retroguardia e guardiamo la luna lasciando perdere il dito.


    M. Del Bue


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