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Discussione: Avanti!

  1. #1
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    Predefinito Avanti!

    Rispondo qui, visto che il 3d è stato chiuso...


    Per quanto mi riguarda non devo giustificarmi proprio di nulla…io rispondo solo di ciò che scrivo e affermo…io ho riportato l’editoriale dell’ “Avanti!” firmato dal suo direttore, Mauro Del Bue, il quale ha deciso di definire così l’accordo Berlusconi-Renzi…e indipendentemente dal fatto che io condivida o meno tale definizione, ho il dovere di riportare il titolo così com’è…e ne ho anche il diritto, visto che, a quanto pare, questa sezione, come si legge, è dedicata a PD, SEL, PSI…e l' "Avanti!" sta al PSI come "l'Unità" sta al PD...quindi, ripeto, postare alcuni editoriali del suddetto quotidiano on-line credo sia nel mio pieno diritto..


    Tra l’altro, non sarebbe mica la prima definizione “forte” (per usare un eufemismo) della storia…negli anni ’50, ad esempio, il governo Scelba-Saragat venne definito “Governo SS”…


    P.S. Da ora in poi pubblicherò qui il materiale proveniente dall' "Avanti!"...
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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  2. #2
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    Predefinito Re: Avanti!

    Il nostro ruolo agli albori della Terza Repubblica


    Intervengo volentieri nel dibattito in corso sul risultato delle elezioni europee e dunque sul presente e sul futuro del PSI. Dico subito che concordo interamente con l’esegesi che Mauro Del Bue ha fatto a proposito di quanto è già accaduto e di quanto potrà accadere ai naufraghi del vecchio PSI. Compagni, sono fra quanti, dopo la distruzione del PSI per mano giustizialista, non hanno abbandonato i resti della “vecchia casa”, quell’embrione di organizzazione che alcuni dei dirigenti del PSI hanno meritoriamente tenuto in vita. Non mi ha mai sfiorato la tentazione di trovare albergo nel PDS-DS-PD, o altrove. Ho anche sperato che, alleandoci con i radicali, avremmo potuto avere un riscontro elettorale. Archiviata la Rosa nel Pugno, questo sogno è definitivamente evaporato. Chi finge di non vedere questa realtà, e invoca la presentazione di nostre liste solitarie alle elezioni, è fuori dalla realtà, prigioniero del passato. La verità è che negli anni alle nostre spalle abbiamo solo sperimentato sulla nostra pelle quanto sa di sale lo pane altrui: fino all’editto di Valter Veltroni, che ha preferito Di Pietro ai socialisti.
    Gli eventi dell’anno alle nostre spalle hanno profondamente modificato la realtà. La scossa è iniziata con le primarie di coalizione organizzate dal PD, in vista delle elezioni del 2013. Vi racconto come le ho vissute io, in questa Emilia bersaniana, dove il gruppo dirigente post-comunista, ferocemente auto-referenziale, crede di poter controllare tutto e tutti. Ho consultato alcuni vecchi compagni e qualche giovane amico del mio paese. Ci siamo detti: perché non andiamo anche noi a votare per Renzi? Ci siamo andati. I capi della piccola oligarchia locale, che controllavano le operazioni di voto, ci hanno guardato come se fossimo dei marziani, o comunque dei guastafeste. Bene: fra lo stupore e il livore del micro-soviet del posto, “abbiamo vinto il seggio”! La voglia di liquidare chi negli ultimi vent’anni ha saputo soltanto far la guerra a Berlusconi, anche perdendola, era diffusa e prepotente. Poi sappiamo come è andata. Bersani ha vinto le primarie, ma perso le elezioni vere. Renzi ha vinto le primarie di partito e ora è al governo; poi ha appena conquistato nelle elezioni europee una percentuale che nessun capo post-comuista aveva mai raggiunto. Nelle sconfitte di Occhetto, D’Alema e Veltroni c’è anche una ragione di giustizia sostanziale: non era giusto che chi aveva avuto torto dalla storia conquistasse il consenso maggioritario degli italiani. Perché mai Matteo Renzi è riuscito a fare del primo partito della sinistra il “partito della Nazione”, come dice Reichlin, mentre hanno fallito i discepoli di Togliatti-Longo-Berlinguer ? Perché ha risuscitato la democrazia cristiana, come sussurra Cirino Pomicino sul Foglio, dove c’è chi lo chiama “fanfanetto”? Siamo fuori dalla realtà. Ho conosciuto molto bene Fanfani. Ha agito in un contesto che è distante anni luce da quello attuale. Dunque, niente corsi e ricorsi di vichiana memoria Quando ricerco le cause del successo di Renzi alle elezioni europee ragiono così. Le guerre e le grandi crisi che deprimono la vita dei cittadini sono il lievito di nuove leadership. È quanto è accaduto da noi. Poi, la notte del 25 maggio, mi è anche venuta alla mente una antica conversazione con Loris Fortuna. “Gli italiani – mi diceva Loris – sono una razza strana. Seguono in politica, anche a proprio danno, vie sbagliate. Ma hanno un sesto senso. Quando constatano che è in pericolo il futuro del Paese, sono saggi, almeno nella loro maggioranza: scelgono la via che può salvare la Nazione”. Vedeva giusto. È stato così il 18 aprile del ’48; è stato così in occasione dei referendum sul divorzio e sull’aborto; è stato così quando si è votato sul decreto di San Valentino di Bettino Craxi. Anche oggi il quarantun per cento degli italiani ha votato per Renzi sospinto dalla consapevolezza che un nuovo risultato “alla Bersani” del PD avrebbe gettato l’Italia nel caos. Figuratevi se sono insensibile al grido di dolore del compagno che dalle colonne dell’Avanti esclama: “il solo pensiero di votare PD mi fa venire l’orticaria”. Per me è stata decisiva l’adesione del PD al PSE. E così, senza diventare un tifoso di Renzi, ho fatto il segno di croce sulla parte inferiore del simbolo, dove era scritto PSE ed ho evitato di turarmi il naso dando la preferenza alla nostra Rita Cinti Lucani! Ho forse sfregiato la mia autonomia e la mia storia? No, tant’è che nella parallela elezione del sindaco del mio comune ho votato, come 5 anni or sono, per la lista civica che ha vinto ancora, liquidando definitivamente l’oligarchia post-comunista del luogo. Ha dunque regione il nostro Mauro, quando ricorda che anche il PSI degli anni migliori fuorusciva dallo schema della sinistra “di classe”, acquisendo frazioni dell’elettorato “centrista”; le nostre sezioni erano interclassiste e Craxi si rivolgeva a “tutti coloro che vivono del proprio lavoro”. Si apre dunque per il PSI una stagione nuova. Noi manteniamo e rafforziamo il nostro tessuto organizzativo: nazionale, regionale e locale. Non diventiamo una sotto-corrente del PD, né una reincarnazione degli “indipendenti di sinistra”. L’Avanti!, ne sono certo, manterrà fermo il nostro dissenso sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale. Il cosiddetto patto federativo non è un protocollo burocratico che regola per sempre i nostri rapporti con il PD. E’ in corso con il PD un rapporto organico di cooperazione politica, all’interno del quale la nostra autonomia esiste non perché viene solennemente proclamata, ma perché si nutrirà della nostra azione politica di ogni giorno. La nostra libertà di giudizio sarà tanto più incisiva se, utilizzando la nostra storica “cassetta degli attrezzi”, sapremo orientare in senso liberal-socialista l’azione del governo. Sarà di decisiva importanza, oltre all’azione della nostra Direzione e dei nostri parlamentari, il ruolo dei nostri “serbatoi di idee”: la Fondazione Socialismo, Mondoperaio, ed anche la battaglia quotidiana di questo antico e libero giornale. Sottolineo ancora l’importanza del raccordo con le altre fondazioni che si richiamano alla storia del socialismo italiano. Vi sono alcuni campi in cui la nostra iniziativa potrà essere particolarmente efficace: penso alla riforma della giustizia, alle riforme istituzionali e a quella elettorale, ma anche alla legislazione sul lavoro e alla riforma della RAI. Sogno personalmente che i socialisti si faranno promotori di un grande piano nazionale per la difesa del suolo. Proprio perché il PSI non è rappresentato al Parlamento Europeo, sarà utile un nostro convegno sull’Europa in fieri e dunque sulla politica estera. Senza dire che ogni giorno l’agenda politica offrirà occasioni per far valere le nostre ragioni. Dopo vent’anni di sterile vivacchiare, il post-comunismo e il catto-comunismo italiani sono in dissolvimento. E questa è una buona notizia. Ho sentito suonare la campana di fine corsa degli eredi del più forte partito comunista del mondo occidentale non solo qui a Tizzano. A due passi da casa mia, a Langhirano, la capitale del prosciutto, dove il comunismo all’italiana è al comando dal 1945, alle elezioni comunali la lista ufficiale del PD, di stampo vetero-emiliano, ha raccolto il 20 per cento dei suffragi, sconfitta da una lista civica, guidata da un renziano non iscritto al PD, che ha conquistato il 72 per cento. Agli albori della Terza Repubblica si aprono nuove possibilità di affermazione delle nostre idee. Intanto, prepariamoci per le elezioni regionali del 2015. Buon lavoro, compagni.
    P.S.- Mi scuso per aver abbondato in richiami alla mia realtà locale. Ma spesso i microcosmi sono utili per capire la realtà più grande.


    Fabio Fabbri

    Il nostro ruolo agli albori della Terza Repubblica | Avanti!
    Ultima modifica di Frescobaldi; 22-06-14 alle 01:05
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  3. #3
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    Predefinito Re: Avanti!

    Ok, buona idea.
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



  4. #4
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    Predefinito Re: Avanti!

    Quel che resta di noi…




    Quando i francesi chiesero a Garibaldi di guidare un esercito per difendere la Repubblica dai prussiani, il generale rispose col famoso “ce qui reste de moi est a votre disposition, disposez”. Bisognerebbe anche noi porci il problema di ciò che resta di noi e decidere, in questo caso il compito è nostro, come investirlo. Se continuiamo a far finta di niente il rischio è che di noi non resti più nulla. Comincio da una valutazione storica. Sento profondamente, come un peso forte sulle nostre spalle, una grande responsabilità. Non voglio apparire retorico, ma c’è una tradizione politica che oggi non viene ereditata da nessun nuovo soggetto.

    Se pensiamo a quella comunista italiana troviamo nel Pd un’adeguato riscontro. Basti il modo col quale è stato ricordato Berlinguer, che comunista è stato fino alla morte, anche se il segretario del Pci ha avuto il merito storico di aver consumato la rottura col Pcus. Berlinguer era un comunista anomalo, ma certo nulla aveva a che fare con la tradizione socialista e nemmeno con quella socialdemocratica europea. E poi appare sempre vivo il pensiero di Gramsci che, con tutti i suoi meriti, comunista e antiriformista era sul serio. Cinquant’anni fa moriva a Yalta Palmiro Togliatti e penso che ad agosto si parlerà molto anche di lui.
    Se pensiamo alla tradizione democristiana non possiamo sottacere il modo con cui è stato ricordato, sia da sinistra sia da destra, Alcide De Gasperi, né far finta di non vedere nelle sezioni del Pd, accanto a quella di Berlinguer, la foto di Moro. Lasciamo perdere la tradizione liberale perché tra Croce ed Einaudi non c’é che da scegliere l’erede più attendibile. Di noi no, tranne Pertini di cui tutti si ricordano come combattente il nazifascismo e come presidente della Repubblica, di noi non c’è ricordo al di fuori del nostro.
    Turati é lontano anni luce, di Nenni e Saragat non si parla, di Craxi pare sia vietato. Nella toponomastica anche di casa mia, ci sono vie intestate a quel filibustiere di Crispi, che perseguitò i partiti democratici e li mise fuori legge, non una intestata a chi guidò il Psi per diciassette anni e l’Italia per quattro. Noi non siamo solo un piccolo frammento politico, un rifugio per chi socialista era anche vent’anni fa, una scommessa per una sinistra che non c’è, anche se adesso forse c’è. Noi siamo una attestazione di un ricordo svanito, una luce su un passato che senza di noi sarebbe buio.
    Però tutto questo non è sufficiente per esistere nella politica. Se fossimo solo questo potrebbe bastare un istituto storico. Anche perchè nella politica di oggi il passato conta zero. Contano gli spazi politici, sempre minori con un Pd che abbraccia un arco che va dagli ex Sel agli ex berlusconiani. Abbiamo diverse visioni del mondo sulla giustizia, sulle riforme istituzionali, sulla laicità. Ma ho l’impressione che anche nel Pd ci sia una dialettica su questi temi. Ecco quel che noi dobbiamo fare quando tratteremo il patto federativo col Pd. Esaltare una storia, illuminare le diversità del presente. A testa alta, senza rinunciare a nulla.
    Ma anche senza essere schiavi di un’illusione divenuta ormai una frustrazione, e cioè rifare il vecchio Psi. Solo un cieco o un extraterrestre può pensare che un’operazione del genere sia possibile, magari con un nuovo gruppo dirigente, con diversi parlamentari o senza parlamentari, come qualcuno addirittura propone. Rifare il Psi con un Pd che non è il Pci e come ipotizzare la rinascita di Ginger Roger senza Fred Astaire. Se in un questi vent’anni si fosse fatto tutto il contrario il risultato sarebbe stato identico.
    É un sistema politico che non rinasce quello superato vent’anni fa. Non è come dopo il ventennio fascista, durante il quale non si votava, quando rinacquero i vecchi partiti. La scissione di Sel, oltretutto, dimostra che anche chi è più a sinistra del Pd sta cedendo spazio, mentre al centro è ormai un deserto. Se dobbiamo anche noi adeguarci alla logica bipolare, sempre più trasformata in bipartitica, dobbiamo trovare il coraggio di combattere sempre per la nostra storia e per le nostre idee del presente. Con vecchio ardore garibaldino. Senza cedere sui principi, che sono la costante del nostro stare insieme.

    M.Del Bue


    Quel che resta di noi? | Avanti!
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  5. #5
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    Predefinito Re: Avanti!

    "una scommessa per una sinistra che non c’è, anche se adesso forse c’è."
    ...e quale sarebbe, questa sinistra, Renzi?

  6. #6
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    Predefinito Re: Avanti!

    Un Renzi ‘santo subito’ non serve al Paese




    Leggendo l’editoriale di Scalfari – Repubblica, domenica scorsa – e quello di Polito –Corriere della Sera di oggi – viene fatto di chiedersi se la luna di miele di Matteo Renzi non stia andando incontro a qualche intoppo da non sottovalutare. Da quanto ho letto e mi capita di ascoltare tra i cittadini, ho l’impressione che le prime difficoltà che esistono non riguardino tanto il presidente del consiglio in quanto tale, ma la resa della squadra di governo. Una squadra che spesso sembra preda dell’ansia di dimostrare di esserci, e compie ripetutamente due errori non di poco conto, quali l’enfatizzazione del ruolo e delle virtù del premier o il ricorso alla improvvisazione che, spesso, porta anche alla demonizzazione di chi non sempre si dimostra ben allineato.
    L’enfatizzazione del ruolo di Renzi non appare oltretutto necessaria, visto che il ruolo di leader vincente è riuscito a conquistarselo sul campo e che, quindi, il presentarlo sempre come capace di compiere con facilità grandi e piccoli miracoli, rischia di essere controproducente. Renzi e la sua squadra devono convincersi che sui problemi può anche succedere di cadere dal cavallo, e che, quindi, non è sempre necessario tentare di convincere, che si voleva scendere. Può capitare a chiunque di tentare di uscire dall’imbarazzo, essendo indotti, magari, a fissare scadenze con tempi troppo stringenti. Negare che ciò sia avvenuto, o possa ancora avvenire significa negare l’esigenza di riconoscere le cose che non vanno, soprattutto se si concorda che esiste una differenza sostanziale tra chi predilige il gioco di squadra e chi, in certi momenti, subisce il fascino dell’armata Brancaleone. Il governo non è nato ieri, e sembra lecito domandarsi che fine hanno fatto i tanti cresciuti alla scuola degli Ichino e presentati troppo sbrigativamente come astri nascenti, che ci avevano promesso miracolose soluzioni per il bilancio previdenziale. Miracoli realizzabili con il semplice ricalcolo per tutti e subito di tutte le pensioni del passato con il sistema contributivo anziché retributivo. Questi “grandi” esperti di pensioni non hanno, né ieri, né oggi, mai affrontato il problema del crollo del valore reale di ogni pensione, e dell’errore compiuto sul piano politico, ma in particolare su quello sociale, con la rinuncia a estendere gli 80 € ai pensionati. Nei giorni scorsi, di ritorno dalla Cina, ha fatto improvvisamente capolino la onorevole Guidi. Non una qualsiasi, ma una componente di questo governo, che ci ha spiegato che l’articolo 18 è, non solo vecchio, ma anche dannoso e, quindi, da cancellare. I ministri Poletti e Padoan, competenti per la materia hanno apertamente preso le distanze da un’uscita tanto improvvida, ma né Renzi, né Del Rio hanno chiarito che il governo non la pensa affatto allo stesso modo. Quando sono in ballo le condizioni di lavoro e di esistenza di milioni di lavoratori e di famiglie, occorre sicuramente maggiore rispetto e cautela, ma serve soprattutto maggiore capacità di distinguere tra le cose che si possono fare e, quindi, anche promettere. Quello che sta succedendo per quanto riguarda la pubblica amministrazione non incoraggia affatto a ritenere che la registrazione della squadra stia compiendo passi in avanti. Si parla dell’alternarsi tra giovani e anziani nel lavoro, e le proposte che emergono se non esaminate in modo serio, e cercando di simulare le situazioni che si verrebbero a creare per la pensione di chi esce e per quella di chi entra. Il rischio di una Fornero 2 destinata a durare decenni è sotto gli occhi di chiunque sia in grado di ragionare sull’argomento. Sul problema delicatissimo e urgente della mobilità di chi nella pubblica amministrazione già lavora si ha l’impressione che si proceda un tanto al metro. Spostarsi da un posto di lavoro a un altro, su un territorio nazionale che dispone di un sistema di trasporti carente e del tutto inadeguato crea grandi disagi e attiva sicuramente grandi resistenze. Va chiarito però che di mobilità c’è assolutamente bisogno. È indispensabile che chi è incaricato di prendere decisioni lo faccia senza secondi fini, cercando di capire che dare una lezione al sindacato può anche riempirti di gioia, ma non risolve nessuno dei problemi che riguardano la vera riforma della pubblica amministrazione. Ai campionati del mondo stiamo assistendo alla innovazione simpatica ed efficace degli arbitri che con la schiuma delimitano l’area oltre la quale non ci si può avvicinare al pallone. Se il governo pensa di usare lo stesso metodo della distanza, oltre la quale si è trasferibili obbligatoriamente, rischia solo delle grandi brutte figure, soprattutto, di creare disastri sociali. Nel nostro Paese si può andare in meno di due ore da Roma a Firenze, o da Roma a Napoli, ma nello stesso tempo non dalla provincia di Siena a Firenze. Con il metro di Madia si rischia di non risolvere nessun problema e di dare ai tanti che, in nome dei problemi magari reali, faranno di tutto perché tutto rimanga come prima. Quando, infine, si dovesse prendere atto che la riforma non ha fatto passi in avanti è ovvio che la colpa sarà sempre e solo del sindacato. I ministri poco competenti, i grandi burocrati capaci di pensare solo a sé stessi, i ministri che costituiscono le proprie fortune sull’inefficienza e l’arroganza della pubblica amministrazione ancora una volta potranno cantare vittoria.

    Silvano Miniati

    Network Sinistra Riformista

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  7. #7
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    Predefinito Re: Avanti!

    Il Tranellum

    A volte mi meraviglio della scarsa propensione dei giornalisti televisivi a comprendere le cose della politica. Come diceva quel famoso proverbio, guardano il dito e non la luna. Che importanza può avere il linguaggio ormai consueto di Grillo, le sue logore offese, gli appuntamenti fissati e poi rinviati dal Pd, gli otto punti sui quali il più misurato Di Maio annuncia consenso? Che importanza hanno? Zero. Il punto di fondo è il seguente. Accetterà Renzi di rompere il patto con Berlusconi introducendo modifiche all’Italicum, inconciliabili col testo concordato? E quale se non questa è la motivazione che ha spinto i grillini, dopo l’insuccesso elettorale europeo, a passare dalla incomunicabilità alla disponibilità al confronto? Che in realtà è un tranello. O Tranellum…
    Prendiamo il doppio turno, sul quale ci sarebbe intesa tra Di Maio e Renzi. Quale doppio turno? I Cinque stelle lo elevano giustamente al 50 più uno per cento. Come nella legge per i sindaci. E qualcuno può ipotizzare che Berlusconi, contrario al doppio turno, ma disponibile a fissarlo al 35 e obtorto collo al 37, possa accettare un’ipotesi del genere? Prendiamo le coalizioni. Nella proposta grillina non devono esistere. Sono i partiti, sarebbe meglio dire le liste, le prime due, che vanno al ballottaggio. E qualcuno può pensare che Berlusconi, la cui remota speranza di successo è proprio affidata alla coalizione con la Lega, possa accettare una simile proposta? Per non parlare delle preferenze, che Forza Italia vede come fumo negli occhi e che Renzi ha accettato di escludere, proprio per rendere possibile l’accordo con Berlusconi…
    Adesso la patata bollente è in mano a Renzi. E questo è tutto merito di Di Maio e di quanti come lui hanno tradotto la rabbia di Grillo in azione politica. O con Berlusconi o con il Democratellum uno o due. Scelga Renzi e lo faccia subito. Capisco che nel suo partito crescerà la fronda di chi ritiene che non si possa non concedere ai grillini quel che si è concesso a Berlusconi. Per Civati anche la tradizione orale. Ma il problema non è la forma. Adesso Renzi dica ai grillini che non può sciogliere il patto con Berlusconi che già troverà la sua prima verifica con l’approvazione della legge sul Senato. Oppure apra una seria trattativa coi Cinque stelle su punti tutt’altro che marginali, doppio turno e preferenze, e lasci Berlusconi al suo destino. Tertium non datur. Nemmeno per i conduttori di Talk show…


    M.Del Bue

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  8. #8
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    Predefinito Re: Avanti!

    Reagire ai veleni dell’Italicum



    L’Italicum contiene dei veleni che vanno neutralizzati. Per prima cosa è bene capire la loro natura. Ce ne vogliono iniettare due: per uno, abbastanza bene individuato, si è già avviata la necessaria azione di contrasto, ma in modo improprio e perciò inadeguato. Del secondo non abbiamo ancora colto la natura e la pericolosità.
    Parliamo del premio di maggioranza e, per altro verso, dell’obbligo di coalizzarsi, con le relative penalità per chi non vi si adegua. Sotto il primo profilo, l’Italicum ha senza dubbio corretto la follia del Porcellum. Prima una coalizione poteva conseguire il premio di maggioranza qualsiasi fosse la percentuale raggiunta: quella guidata, si fa per dire, dal buon Bersani raggiunse il 55% partendo dal 29%. Oggi siamo ad una soglia vicina al 40% – quella raggiunta, anzi ampiamente superata, dallo schieramento vincente in tutte le elezioni dell’ultimo ventennio (meno, appunto, la più recente ) – che, in tutte le consultazioni di tipo uninominale, o proporzionale corretto, garantisce quasi sempre al partito vincente la maggioranza assoluta dei seggi. Da questo punto di vista, dunque, niente di scandaloso (a parte il fatto che il premio, unico caso in Europa è dato non al partito, ma alla coalizione vincente; ci torneremo). Naturalmente, gli oppositori (e noi con loro) sottolineeranno che la riforma del modello elettorale per la Camera coincide con l’abolizione del Senato, trasformato in una innocua e inutile brodaglia neocorporativa e aggiungeranno che ciò darà al partito vincente la facoltà di controllare, a colpi di maggioranza, le grandi istituzioni di garanzia, dalla Presidenza della repubblica alla Corte costituzionale. Giusto, giustissimo, ma sbagliato allora scegliere come linea del Piave il Senato elettivo. Mentre sarebbe assai più rispondente alla gravità della minaccia rifiutarsi di discutere del Senato prima di modificare, sotto questo profilo, l’intero sistema istituzionale costruito, ricordiamocelo sempre, in un contesto di tipo proporzionale. E però l’attacco più grave al normale funzionamento del sistema politico sta nel regime elettorale delle coalizioni. Cominciamo col dire che l’equazione ‘accordo elettorale preventivo / buono’ e ‘accordo politico successivo / cattivo’, è – come gran parte delle massime del renzismo – una bestialità. In regime proporzionale, ma non solo, i governi europei, a partire da quello tedesco, si fondano su intese politico-programmatiche successive al voto, ma lungamente elaborate e perciò durevoli nel tempo. Mentre gli accordi di mutuo ricatto su cui si sono fondate nel nostro Paese le coalizioni elettorali preventive, non hanno, alla prova dei fatti, la minima consistenza. Abbiamo detto ricatto: perché è sul ricatto che si fonda l’accordo Renzi-Berlusconi sulla legge elettorale. “Io ti garantisco, per il futuro, il controllo sul centro-destra e sulle nomine dei deputati e non ti rompo le scatole sulla “roba”; tu mi garantisci, nel presente il consenso automatico dei tuoi ascari, in caso di necessità”. Siamo ai limiti del codice penale. E non perché l’interlocutore è un “delinquente abituale”, ma perché si tratta di un’intesa tra un giovane dall’ego smisurato e un cadavere politico mantenuto in vita solo per costruire, a freddo, un sistema che garantisca al primo, il controllo totale della sua area e al secondo, la titolarità di una opposizione “costruttiva”. Diciamo, una legge elettorale a trattativa privata destinata non solo a cancellare qualsiasi opposizione (Erdogan ha messo lo sbarramento al 10% per mettere fuori giuoco i democratici curdi; a Renzi basta l’8% per non avere più alcun rompiscatole in giro), ma anche a tenere a bada i potenziali coalizzandi; anche qui in un giuoco in cui tutte le carte sono in mano al’ex sindaco di Firenze. Anche per il mantenimento, contro tutti gli impegni assunti in precedenza, delle liste bloccate. E qui, qui ed ora, c’è materia per una grande vertenza politica cui potrebbero associarsi, senza problemi, anche gli esponenti della maggior parte delle formazioni di centro-destra. Via le liste bloccate e via, soprattutto, gli sbarramenti alti e, soprattutto, graduati così da premiare una scelta elettorale rispetto a un’altra. I pifferi del renzismo imperante parleranno di una difesa corporativa, contraria agli interessi del Paese e alle “riforme” mentre si tratta di difendere e di preservare le leggi che regolano la nostra convivenza collettiva; leggi incompatibili con un sistema elettorale costruito per tenere in piedi un sistema bipolare fasullo a uso e consumo esclusivo dei due compari che l’hanno escogitato. Una questione che riguarda anche noi socialisti. E che rappresenta un discrimine per il nostro percorso futuro. O, più esattamente, per la nostra identità. C’è chi sostiene che siamo diventati un partito fantoccio, sul modello di quelli dei Paesi dell’Est al tempo del blocco sovietico. C’è chi smentisce indignato, esibendo pari dignità e patti federativi. Ebbene, cari compagni parlamentari, avete l’occasione di manifestare nel concreto questa dignità, opponendovi a questa legge elettorale. Attendiamo notizie.

    Alberto Benzoni


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    Predefinito Re: Avanti!

    La dinastia MinzMin e quella RenzBer…




    È probabile che i dissidenti siano anche di più di quel che Renzi immagina. Pur tuttavia se Berlusconi riuscirà a tenere a freno la stragrande maggioranza dei suoi la legge sul Senato passerà. Senza i due terzi, tuttavia. Cioè con la necessaria doppia lettura in Camera e Senato e conseguente referendum confermativo, senza obbligo del quorum. È sempre meglio ricordare il percorso, perché l’approssimazione regna oggi sovrana e dopo la probabile approvazione della legge al Senato si parlerà già di riforma in saccoccia.

    Certo a Renzi non manca il senso dell’ironia e della battuta tagliente. Quella sulla dinastia MinzMin è micidiale. Resta il fatto che chi distrusse le dinastie cinesi non fu uno stinco di democratico, ma quel Mao Tse Tung che si bagnò del sangue dei suoi anche con la rivoluzione cosiddetta culturale. Non vale il paragone con Renzi, ma battuta per battuta non ci stupirebbe vedere il Presidente del Consiglio nuotare nell’Arno. Non lo farà anche perché preceduto dal suo principale antagonista tra Scilla e Cariddi.
    Resta il fatto, per me incomprensibile, di non potere accettare la più rilevante proposta dei dissidenti e cioè l’elezione diretta del nuovo Senato. Qual è il problema? É di funzioni e di costi, si dice. Ma una volta chiarito che il Senato non avrà diritto al voto di fiducia, né a quello del bilancio, che la doppia lettura delle leggi è subordinata a poche eccezioni, che i senatori avranno diritto solo a rimborsi spese, perché opporre un veto all’elezione diretta?
    Nessuno può sospettare che Renzi non ami il ricorso al voto popolare, proprio lui che delle primarie e delle elezioni europee è stato il solo grande beneficiato. Però è solo un caso che si propongano un Senato non più elettivo e una Camere eletta con liste bloccate? Davvero può reggere una democrazia del genere, più simile a una oligarchia? Anzi, visto che i partiti non esistono più nella forma tradizionale e il potere è in mano ai capi, i capi finiscono così per sostituire il popolo come fonte di democrazia. La democrazia dei capi.
    Magari non sarà la dinastia MinzMin, ma quella RenzBer, a reggere le sorti del nostro Paese. Cosa cambia? La verità è che Minzolini e Mineo non avranno alcuna chance. Resteranno oppositori e basta. Con quel po’ di spocchia giornalistica e un di piu di puzza sotto il naso. Gli altri due hanno la possibilità di disegnare i futuri assetti democratici dell’Italia. La differenza è quella tra Germania e Brasile. Qual’è la più potente delle due?

    M.Del Bue

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    Predefinito Re: Avanti!

    Il silenzio dei socialisti sulla riforma del Senato e dintorni



    In altri tempi anche il piccolo PSI aveva l’ambizione di essere un partito in cui gli organi politici, segreteria, direzione, consiglio nazionale, godevano del diritto di dibattito e di decisione. Oggi no.
    Come la pensa il partito sul nuovo Senato? Che significato attribuisce il partito e il suo segretario a questa riforma? Come la pensano i nostri deputati? E i senatori? Certo Nencini, per la sua carica di governo, può avere le mani legate, ma Enrico Buemi potrebbe farsi sentire, facendo valere la nostra concezione della democrazia. Renzi sta realizzando il miracolo di utilizzare l’avversione dell’opinione pubblica nei confronti dei partiti e di questo ceto politico, quello che doveva essere rottamato, per attribuire proprio a questi partiti e a questo ceto politico il massimo del potere politico possibile, sottraendolo a qualunque forma di espressione diretta della volontà popolare. L’aumento a 800.0 00 del numero delle firme per la presentazione di un referendum abrogativo ne è la riprova più evidente. Ma anche sul resto non si scherza. E in attesa che un giorno sia salutata con entusiasmo la nascita di governi senza bisogno di elezioni popolari, abbiamo le riforme di oggi. Il tripudio delle elezioni di secondo grado e la vergogna di questo nuovo Senato. Certo esistono al mondo “senati” di garanzia non eletti direttamente dai cittadini, ma non sono l’imbroglio che abbiamo di fronte. Un Senato falsamente federale in uno Stato non federale (altro che l’espressione dei Land del Bundesrat tedesco espressione dei governi regionali) nel quale siederanno consiglieri regionali e sindaci eletti su liste bloccate definite dai partiti. Così recita testualmente la norma. E questo che volevano i cittadini sposando la politica della rottamazione? E lo stesso accade per le cosiddette ‘città metropolitane’ e le nuove province. Assolutamente non abolite, ma trasformate nella forma di elezione dei suoi organismi. Con la riduzione del numero dei partiti e con la trasformazione dei partiti in partiti monocratici tutto sarà deciso da un numero di persone sempre più ristretto e da un ceto politico di soli nominati. L’ipotesi circolata a Milano in questi giorni che per l’elezione del nuovo consiglio metropolitano si potesse presentare una sola lista decisa da tutti i partiti (a tavolino) composta da tanti candidati quanto sarebbero stati gli eletti (un modo fantastico per annullare il valore delle preferenze), è la prova di quanto rispetto alla cosiddetta deriva democratica siamo già oltre. E il PSI liberale e democratico che dice? E tutti gli altri “sinceri democratici”, quelli che hanno fatto la resistenza e poi costruito l’Italia repubblicana che dicono? E i cittadini che volevano contare di più?

    Roberto Biscardini

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