Per coloro che non sanno leggere, ribadisco quanto scrivono gli anarchici di A Rivista:
Se una classe ha fatto propria l'idea dell'“internazionalismo” (seppur virandolo a fosche a tinte ipercapitaliste) è proprio la borghesia finanziaria sostenuta dal punto di vista giuridico dai vari organismi sovranazionali. Per questa classe le culture tradizionali, il radicamento e la capacità dei popoli di sviluppare un modo economico che sia armonico col territorio in cui vivono sono un ostacolo alla circolazione del denaro, delle merci e degli sfruttati che le producono/consumano: l'omologazione culturale e l'appiattimento di bisogni, gusti e interessi sono garanzia di massimo profitto e massimo controllo.
È per questo che pensiamo sia necessario, soprattutto all'interno del movimento libertario, riflettere sul fatto che il sentimento di appartenenza a “un mondo intero” non debba escludere le specificità che ogni oppresso porta con sé e la legittimità di una lotta contro l'omologazione culturale e per la riappropriazione della propria terra; se è vero che ci sentiamo parte di un'unica comunità, questa coincide, non con un virtuale mondo senza confini, ma con la condizione di sfruttamento che ogni comunità e individuo vive nel proprio territorio. Per questo la lotta di un popolo che difende la sua terra dalla speculazione, dalla militarizzazione e dalla distruzione delle prassi autoctone è per noi lotta popolare, proletaria, anticapitalista e antistatalista.
Esattamente quanto diciamo noi qui su CeC, evidentemente chi ci contesta è un provocatore della borghesia finanziarizzata e globalista.




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