Nello stesso giorno in cui un (per così dire) presidente del consiglio riceve a palazzo Chigi un PREGIUDICATO piduista e sodale, da una vita, di conclamati mafiosi (accompagnato da un pluri-inquisito, per altro) per concordare riforme COSTITUZIONALI e sulla giustizia, mi preme ricordare questa ricorrenza:
6 Agosto 1985.
Ninni Cassarà è rimasto solo. Ha talento ed è un uomo incorruttibile: per la mafia questi sono due buoni motivi per ammazzarlo. Vive l’inferno: dopo la morte dei colleghi Montana e Marino sa di avere la vita legata ad un filo. Non torna più a casa nell’intervallo, non segue mai lo stesso percorso, cambia orari e abitudini. La moglie gli fa da aiutante. Controlla dai balconi, osserva le facce della gente. Nella calda estate dell’85, c'è un uomo onesto che per aver deciso di difendere lo "stato" al fianco di Falcone e Borsellino è costretto a un’esistenza da bandito mentre i banditi aspettano il momento propizio per ucciderlo. E quel momento arriva martedì 6 agosto ’85. Cassarà telefona alla moglie: torna a casa per mangiare un boccone, per stare un po’ con lei e con i figli. Ma ad attenderlo sono addirittura in diciotto: le “famiglie” vogliono avere un proprio picciotto fra coloro che utilizzeranno i Kalashnikov contro l’odiato vicequestore. Le raffiche non danno scampo: muoiono in un lago di sangue Cassarà e l’agente Antiochia.




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