
Originariamente Scritto da
Erlembaldo
IL LEGHISMO, UNA RIVOLUZIONE TRADITA
DI GIANLUCA MARCHI
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Veniamo al 9 maggio del 1997, quando i Serenissimi arrivano con il tanko in piazza San Marco a Venezia, si arroccano e salgono sul Campanile sventolando il Leone di San Marco. Fu un gesto eclatante, che mobilito' l’interesse di milioni di persone, non solo in Veneto, gente che per ore rimase come in attesa di un qualcosa d’inedito e di grande che dovesse avvenire. Non successe nulla e le forze dell’ordine entrarono nel Campanile e strapparono la bandiera. Qualche anno dopo in un intervista che feci per Libero a Giorgio Panto, imprenditore, proprietario di televisioni locali e sostenitore del progetto leghista, mi disse: “
Quella mattina noi veneti eravamo praticamente tutti pronti sulla porta di casa, in attesa che qualcuno ci desse il via per andare a sostenere i coraggiosi autori di quel gesto. E invece il via non venne mai”. Il riferimento di Panto era chiaro: il via lo si attendeva dal Capo della Lega Nord, colui che aveva fatto crescere tutto quel sentimento deciso a dire basta a come andavano le cose nello italico. Il Capo invece era in via Bellerio (allora dirigevo la Padania e quindi lo vedevo praticamente tutti i giorni) che strologava sul fatto che i Serenissimi erano una manovra dei servizi segreti per fregare la Lega. Solo qualche giorno dopo comincio' a capire – o fece finta di capire - che dietro quelle persone destinate a rovinarsi la vita non c’erano i servizi segreti, ma c’era il popolo veneto. E cosi' il fatidico via evocato da Panto non venne mai.
Sabato 18 aprile 1998 a Modena. La Lega organizza una manifestazione per chiedere la liberazione dei Serenissimi, rinchiusi nel carcere di quella città senza aver mai fatto del male a nessuno, prigionieri dello stato italiano che mostrava l volgo il suo pugno di ferro. L’affluenza è superiore a ogni attesa, in Emilia arrivano oltre 30 mila persone per il raduno intorno al penitenziario. Le forze dell’ordine sono colte di sorpresa e del tutto impreparate a fronteggiare una folla del genere, una massa di persone anche piuttosto incazzate. Paolo Zenoni è un ragazzo di Verona membro della Guardia Nazionale Padana, il servizio d’ordine della Lega guidata da Flego e Marchini, l’organizzazione poi messa sotto processo e praticamente distrutta dal procuratore Papalia, e qualche tempo scrisse dopo un piccolo libro del tutto illuminante, intitolato “La rivoluzione tradita”. Racconta in quelle belle pagine come la polizia, impaurita diciamo dal “calore della folla”, chiese a Bossi e ai responsabili della Gnp di aiutare a formare un cordone umano intorno al carcere e anche a protezione degli stessi poliziotti. Zenoni, che di quel cordone faceva parte, nel suo libro fa questa considerazione:
davanti avevamo la gente arrabbiata che si sporgeva oltre di noi prendendo a male parole la polizia in assetto di guerra, e se noi avessimo mollato il cordone lasciando tracimare gli incazzati, cosa sarebbe successo? Probabilmente nulla sarebbe più stato come prima… Ma qualcuno sali' con un megafono sulla recinzione del carcere per placare la folla inferocita. Quel qualcuno altri non era che Umberto Bossi.
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