
Originariamente Scritto da
sorci verdi
Cara Eccellenza, onorevole ministro Ignazio La Russa,
non fosse altro che per quella magnifica scena del Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi –quando le note de La Leggenda del Piave portano a commozione il compagno Peppone, dritto verso il monumento dei caduti della Grande Guerra, dritto tra le braccia di don Camillo, pacificati una volta e per sempre nel ricordo delle fangose trincee del Carso – direi che Ella ebbe a suo tempo tutte le ragioni nel tentare di restituire la ricorrenza del 4 novembre agli italiani: l’unica vera data in cui la Grande Proletaria può riconoscersi è quella. Troppo frettolosamente cucita addosso (con tutto il rispetto) è quella del 2 giugno. L’Italia è molto più antica della Repubblica e ancora da molto più lontano arriva – da Virgilio, non certo dalla Costituzione – il sentimento di un’identità cui occorre dare adesso il sigillo di una pacificazione. Quando ebbi l’onore di partecipare agli incontri del Comitato per il Centocinquantenario dell’Unità presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, ora dimissionario (a proposito, Eccellenza, che notizie si hanno sul “Comitato”?), confrontandomi con tutti e con le tante storie lontane e libere, ebbi la conferma di quanto fosse remota e al contempo viva l’Italia. Già la parola Roma potrebbe concludere ogni discorso ma troppa fuffa guelfa ancora incombe e troppo esoterica risulta la data del 21 aprile, il Natale di Roma appunto, e l’Italia allora dovrebbe fare ciò che nobilmente e drammaticamente fa la Russia incontrando ogni anno la propria storia alla parata patriottica: unitamente alle bandiere degli Zar, dell’Unione Sovietica e della nuova Confederazione non c’è vessillo che non trovi l’applauso del popolo.
Ecco, cara Eccellenza, noi ci conosciamo bene e non di questo dobbiamo discutere in questa sede, quelli come noi (sia detto per inciso, citando Il Gattopardo) dei Savoia abbiamo fatto savoiardi da inzuppare nel caffellatte, Dio ce ne scampi dal Vittorio Emanuele in circolazione e però una cosa: non è ridicola questa Patria che teme di onorare quella bandiera con lo Stemma di Casa Savoia seguendo la quale, in nome del Re, si fece l’Unità, si fece l’Italia, si combatté il colera, si organizzarono i soccorsi tra le macerie del terremoto di Messina, s’innalzarono le cattedre sulle pedane alte da dove ogni signor maestro fece guerra all’analfabetismo?
Eccellenza carissima, già odo le deprecazioni arrivare: è la stessa bandiera della disfatta. Delle leggi razziali. E del tradimento (per quel che compete la guerra civile, sig. Ministro). Deprechiamo pure per fatti nostri: è anche la stessa bandiera che portò distruzione e strage nel nostro Sud, quando con la menzogna della lotta al terrorismo (ops!, è un lapsus, riprendiamo), quando con la menzogna della lotta al brigantaggio, in pochi mesi, dal Gargano all’Aspromonte, da Bronte a Favignana, si mise a morte non meno di un milione di uomini e donne, con tanto di teste messe sotto formalina a far bella mostra ancora oggi a Torino (lo so, lo so, come se in Alabama oggi ci fossero sale espositive con le teste degli schiavi).
Eccellenza carissima, propongo da subito la mia obiezione all’anatema: la bandiera del cattiverio era un’altra e non di quella stiamo parlando. Ma si pensi a quanto onore mettono i russi nel non rinnegare la Falce e il martello che in quella patria è simbolo di persecuzione e memoria di martirio. Ovvio, le insegne del partito comunista non hanno conosciuto la sconfitta. Ma quanta magnifica dignità ne guadagnerebbe il nostro sentimento d’italiani se non solo col 4 novembre – lasciando garrire al vento accanto a quello dei tempi nuovi, il Tricolore con quello stemma – ma anche dopo domani, Ella, cara Eccellenza, riuscisse a convincere il Capo dello Stato a sostare per un istante sugli attenti proprio davanti a quella bandiera: in un istante la Repubblica guadagnerebbe a sé la storia. E non più quelle cronache da taverna su cui è stato avvelenato il sangue dei vincitori. E quello dei vinti.
Buon lavoro, cara Eccellenza
Pietrangelo Buttafuoco, per Libero