
Originariamente Scritto da
...II...
Educazione impone che prima si ammetta il proprio errore e dopo , certo lecitamente, si risponda rintuzzando sulla questione. La coscienza o consapevolezza ( quantunque quest'ultimo termine sia spesso usato inerentemente allo stazionamento nell'Anandamaya Kosha ) essendo l'io specifico di ciò che costituisce le prerogative del proprio ente, differisce dall'impeto ed il movimento che si può imprimere alla materia tramite la propria intezionabilità, che è comunque una facoltà mentale. Ci sono tra l'altro intenzioni coscienti ed incoscienti ed ugualmente si inibisce coscientemente od inconsciamente. E' qui tutto il problema della dialogica e quindi delle relazioni tra noi tutti e noi stessi, giacché chi solo fosse, intero sarebbe, e ciò non fà parte della nostra realtà di composti.
Se colleghiamo il concupiscibile all'immaginazione, l'irascibile alla volontà, il razionale al pensiero, comprendiamo tranquillamente il perché consciamente noi si giunga a compiere cose notoriamente proibite, stupide ed inutili, in nome di quel che potremmo chiamare piacere, che è inoltre tornaconto profittevole che implica di per sé giudizio razionale o gratificazione ideale data dai dovuti calcoli commerciali.
No, non siamo meri animali, e quindi smettila di riferirti sempre alle bestie.
"Quindi a scegliere è l'intelletto. La volontà è lo strumento con cui si da seguito alla scelta" Tralasciando il fatto che il tuo intelletto và scritto Ragione, la domanda più immediata è : che fine fà il corpo?
Sei di questa razza qua...te ricordi la cicala e la formica...
Una Cecala, che pijava er fresco
all'ombra der grispigno e de l'ortica,
pe' da' la cojonella a 'na Formica
cantò 'sto ritornello romanesco:
- Fiore de pane,
io me la godo, canto e sto benone,
e invece tu fatichi come un cane.
- Eh! da qui ar bel vedé ce corre poco:
- rispose la Formica -
nun t'hai da crede mica
ch'er sole scotti sempre come er foco!
Amomenti verrà la tramontana:
commare, stacce attenta... -
Quanno venne l'inverno
la Formica se chiuse ne la tana.
ma, ner sentì che la Cecala amica
seguitava a cantà tutta contenta,
uscì fòra e je disse: - ancora canti?
ancora nu' la pianti?
- Io? - fece la Cecala - manco a dillo:
quer che facevo prima faccio adesso;
mó ciò l'amante: me mantiè quer Grillo
che 'sto giugno me stava sempre appresso.
Che dichi? l'onestà? Quanto sei cicia!
M'aricordo mi' nonna che diceva:
Chi lavora cià appena una camicia,
e sai chi ce n'ha due? Chi se la leva.