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    Predefinito Re: 21 ottobre 2014: Sant'Ilarione - Sant'Orsola e compagne

    26 ottobre 2014
    FESTA DI CRISTO RE
    (con memoria della XX domenica dopo Pentecoste)

    Due feste della regalità di Cristo

    Trovammo già all'inizio dell'Anno Liturgico una festa della Regalità di Cristo: l'Epifania. Gesù, nato da poco, si manifestava ai Re dell'Oriente e al popolo d'Israele come "il Signore, che tiene nella sua mano il regno, la potenza, l'impero" (Introito della Messa dell'Epifania). Accogliemmo allora "il Salvatore che veniva a regnare su di noi" (ibid.) e con i Magi gli offrimmo i nostri doni, fede e amore. Perché la Chiesa al declinare dell'Anno Liturgico ci fa celebrare un'altra festa della Regalità di Cristo, della sua regalità sociale e universale? Il giorno dell'Epifania noi abbiamo conosciuto la natura della regalità, non meno della dignità del neonato Bambino. Ma, forse, ci siamo lasciati affascinare dalla stella che, brillando nel cielo di Betlemme, ci recava la luce della fede e ci faceva sperare più vivo splendore per l'eternità. Cantammo allora la venuta dei gentili alla fede
    nella persona dei Magi, giunti dal lontano Oriente ai piedi del Re dei Giudei.
    Il laicismo.
    Oggi la Chiesa ci fa riflettere sulle conseguenze della chiamata universale alla fede in Cristo. Le nazioni si sono convertite nel complesso al Signore, che con le conoscenze soprannaturali ha portato loro i benefici di una civiltà sempre ignorata dal mondo antico. Purtroppo, ormai da due secoli, un errore perniciosissimo tutte le rovina e in modo particolare rovina la Francia: il Laicismo. Consiste nella negazione dei diritti di Dio e di nostro Signore Gesù Cristo sulla società umana, sia privata e familiare che sociale e politica. Gli apostoli della nuova eresia hanno ripreso il grido dei Giudei deicidi: Non vogliamo che costui regni sopra di noi. Con l'abilità, la tenacia e l'audacia dei figli delle tenebre si sono sforzati di cacciare Cristo da ogni luogo, hanno dichiarata immorale la vita religiosa, hanno espulso i religiosi, hanno tentato, sebbene invano, di imporre una costituzione scismatica alla Chiesa, hanno separato la Chiesa dallo Stato, negato alla società civile il dovere di aiutare gli uomini a conquistare i beni eterni, scardinato la famiglia con la legge del divorzio, tolto il crocifisso dai tribunali, dagli ospedali, dalle scuole e hanno infine dichiarato intangibili le loro leggi, facendo dello Stato un Dio.
    Scopo della festa.
    Di fronte a "questa peste dei nostri tempi", i Papi hanno alzata la loro voce. Ma continuando la marea a crescere, Pio XI approfittò dell'anno giubilare, per ricordare in modo solenne al mondo, con l'enciclica Quas primas del giorno 11 dicembre 1925, il pieno e totale potere di Cristo, Figlio di Dio, Re immortale dei secoli, su tutti gli uomini e tutti i popoli, in tutti i tempi. Perché l'insegnamento tanto necessario non fosse troppo presto dimenticato il Papa istituì, in onore della universale regalità di Cristo, una festa liturgica, che fu ad un tempo solenne ammonimento e riparazione per l'apostasia delle nazioni e degli individui, che all'insegna del laicismo tende a manifestarsi nella dottrina e nella vita. In tale festa, per disposizione del Sommo Pontefice, si rinnova la consacrazione del genere umano al Sacro Cuore. I fedeli trovano nel Breviario o, in modo più semplice, nel Messale l'insegnamento della Chiesa sulla regalità sociale di Cristo, insieme ad incomparabili formule di preghiera, di lode, di riparazione e di domanda da usarsi nella festa. Ma l'enciclica del Papa espone l'insegnamento in tutta la sua ampiezza e noi la riassumeremo, invitando a leggere il testo integrale, affinché, conosciuti i diritti del Signore, si respinga il veleno del laicismo e si vada con confidenza al Cuore di Gesù, che nella sua regalità è soltanto amore e misericordia.
    La triplice regalità.
    I fedeli potranno vedere nella enciclica come Cristo è Re delle intelligenze, dei cuori e delle volontà; chi sono i sudditi di questo Re; il triplice potere che la regalità comporta e la natura spirituale della regalità stessa. In senso metaforico si è stabilito da molto tempo l'uso di attribuire a Cristo il titolo di Re, per l'eccellenza ed eminenza delle sue singolari perfezioni, per le quali sorpassa tutte le creature. Ci si esprime così, per dire che egli è il Re delle intelligenze umane, non tanto per la penetrazione della sua intelligenza umana e della vastità della sua scienza, ma piuttosto perché è la Verità stessa e gli uomini devono cercare in lui la verità e da lui riceverla con sottomissione. Egli poi è detto Re delle volontà non solo perché alla santità assoluta della divina volontà corrisponde l'integrità e la sottomissione perfetta della sua volontà umana, ma anche perché, attraverso la mozione e l'ispirazione della grazia, sottomette la nostra libera volontà, facendo sì che il nostro ardore si infiammi per le azioni più nobili. Infine Cristo è Re dei cuori, a causa della sua carità, che sorpassa qualsiasi immaginazione, nonché della dolcezza e della bontà, che attirano le anime. Di fatto, nessun uomo fu mai amato, né lo sarà mai, come Cristo Gesù da tutto il genere umano.
    Regalità, conseguenza dell'unione ipostatica.
    "Ma, per addentrarci di più nell'argomento, tutti possono vedere che il nome e il potere di Re spettano a Cristo nel senso proprio del termine. È nella qualità d'uomo che Cristo ha ricevuto dal Padre la potenza, l'onore, la regalità, perché il Verbo di Dio, che è consostanziale al Padre, tutto possiede in comune col Padre e, per conseguenza il potere sovrano e assoluto su tutte le cose ... La Regalità di Cristo poggia sopra l'unione mirabile che vien detta unione ipostatica. Ciò posto, gli angeli e gli uomini devono adorare Cristo in quanto è Dio, ma devono obbedire a lui e manifestargli sottomissione anche in quanto uomo, cioè, per il solo motivo dell'unione ipostatica Cristo ha avuto potere su tutte le creature... ".
    Il triplice potere.
    "La regalità di Cristo comporta un triplice potere: legislativo, giudiziario, esecutivo. Senza questi poteri non si concepisce alcuna regalità. I Vangeli non solo ci assicurano che Cristo ha confermato delle leggi, ma ce lo presentano mentre stabilisce delle leggi ... Gesù dichiara inoltre che il Padre gli ha concesso un potere giudiziario ... e il potere giudiziario implica il diritto di decretare per gli uomini pene e ricompense anche in questa vita. Il potere esecutivo deve poi essere attribuito a Cristo, perché l'obbligo di obbedire ai suoi ordini è per tutti necessario, avendo egli stabilito pene alle quali nessuno che sia colpevole potrà sottrarsi".
    Carattere della Regalità di Cristo.
    "Che la Regalità di Cristo sia spirituale e si riferisca soprattutto alle cose spirituali... il modo stesso di agire di Cristo l'ha confermato... Davanti a Pilato Gesù dichiarò che il suo regno non è di questo mondo e, nel Vangelo, questo regno ci è presentato come un regno nel quale ci si prepara ad entrare con la penitenza e si entra soltanto per la fede e per il battesimo. Il Salvatore inoltre oppone il suo regno soltanto al regno di Satana e alla potenza delle tenebre; chiede ai suoi discepoli non solo di distaccarsi dalle ricchezze e da tutti i beni della terra, di praticare la dolcezza, di aver fame e sete di giustizia, ma anche di essere pronti alle rinunce e di portare la croce. Se Cristo Redentore si è comprata la Chiesa a prezzo del suo sangue e Cristo Sacerdote si offre perpetuamente vittima per i peccati degli uomini, chi non vede che la sua dignità regale deve avere il carattere spirituale di queste due funzioni di Sacerdote e di Redentore?
    Sarebbe tuttavia errore negare che la regalità di Cristo si estenda alle cose civili, perché egli ha ricevuto dal padre un dominio assoluto, tale che si estende a tutte le cose create, le quali tutte sono sottomesse al suo dominio".

    MESSA

    Mentre in cielo gli Angeli e i Santi adorano l'Agnello immolato proclamandolo Re, noi ci raccogliamo nella Chiesa, per rinnovare il mistero della immolazione di questo Agnello e per proclamare anche noi la sua universale regalità nella vita individuale, familiare, sociale e politica, in terra e nell'eternità. L'Epistola è un cantico vero e proprio in cui l'Apostolo san Paolo, rapito, proclama che cosa è Cristo per Dio, per la creazione e per la Chiesa. Il Padre è invisibile, abita in una luce, in una inaccessibile regione; ma ecco appare in mezzo a noi, perché si fa uomo come noi, versa il suo sangue per noi, Colui che è sua immagine, che è nato da Lui, che è Dio come Lui. Dio: La creazione è opera sua, tutto per Lui sussiste, in Lui noi abbiamo vita, il movimento e l'essere, tutto esiste per Lui. Capo della creazione, è capo ancora della Chiesa, che è il suo corpo, la sua Sposa. Tra essi vi è unità di vita e la vita egli l'ha nella pienezza e la pienezza si dispensa senza esaurirsi. Viene da Lui ogni bellezza, viene da Lui ogni santità, come dalla sua sorgente. Il Padre lo volle così, nel suo disegno volto a ricondurre tutte le cose all'unità primitiva e a pacificare, nel sangue del suo Figlio, tutto quanto esiste in cielo e in terra.

    EPISTOLA (Col. 1, 12-20). - Fratelli: Ringraziamo Dio Padre, il quale ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce, e, liberandoci dall'impero delle tenebre, ci ha trasportati nel regno del suo diletto Figliolo, nel quale, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati. Egli è l'immagine dell'invisibile Dio, il primogenito di tutte le creature, perché in lui sono state fatte tutte le cose, in cielo e in terra, visibili e invisibili, i Troni, le Dominazioni, i Principati, le Potestà; tutto è stato creato per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è avanti a tutte le cose e tutto sussiste in lui. Egli è il capo del corpo della Chiesa, lui che è il principio e il primogenito tra i morti, in ogni cosa, affinché sia il primo. Infatti piacque (al Padre) che in lui abitasse ogni pienezza (della divinità) e, facendo la pace mediante il sangue della sua croce, per mezzo di lui ha voluto riconciliare con sé tutte le cose, quelle che sono sulla terra e quelle che sono in cielo, in Gesù Cristo, Nostro Signore.

    VANGELO (Gv. 18, 33-37). - In quel tempo: Pilato domandò a Gesù: Sei tu il Re dei Giudei? Gesù rispose: dici questo da te stesso, oppure altri te l'hanno detto di me? Disse Pilato: Sono forse Giudeo? La tua nazione e i grandi sacerdoti ti han messo nelle mie mani: che hai fatto? Rispose Gesù: Il mio regno non è di questo mondo; se fosse di questo mondo il mio regno, i miei ministri, certo, avrebbero combattuto perché non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma il regno mio non è di quaggiù. Dunque tu sei Re? gli chiese allora Pilato. Gesù rispose: Tu lo dici, io sono Re. Sono nato per questo, e per questo sono venuto al mondo, a rendere testimonianza alla verità. Chi è per la Verità ascolta la mia voce.

    Il dialogo tra Gesù e Pilato ci rivela il carattere spirituale e universale della Regalità del Messia, la sua origine e il suo fine: "Io sono nato e sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità: chi è per la verità ascolta la mia voce". Commentando questo testo, sant'Agostino ci rivela il disinteresse e la bontà del nostro Re: "Che cosa era per il Signore essere re d'Israele? Era forse qualcosa di grande per il Re dei secoli diventare re degli uomini? Cristo non è re d'Israele per esigere tributi, per armare di ferro dei battaglioni e per domare visibilmente i suoi nemici, ma è re d'Israele per governare le anime, per vegliare su di esse nell'eternità, per condurre al regno dei cieli quelli che credono, che sperano, che amano".Facciamo dunque vedere che siamo suoi sudditi dando a lui l'omaggio della nostra fede, della nostra confidenza e del nostro amore. Meglio che nelle altre preghiere del santo sacrificio, nel Prefazio è proposta alla fede e alla pietà dei credenti l'esatta nozione teologica della regalità di Cristo. Come Figlio unico del Padre, al quale è coeterno e consostanziale, il Verbo incarnato comunica alla sua santa umanità, in virtù dell'unione ipostatica, la doppia unzione divina del Sacerdozio e della Regalità. In virtù del sacrificio redentore sull'altare della Croce, come per la nascita eterna, egli sottomette al suo indistruttibile imperio tutte le creature in un regno di Verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore, di pace" (P. de la Brière, Études, t. 186, p. 358).

    PREFAZIO
    È cosa davvero degna e giusta, equa e salutare renderti grazie in ogni tempo e in ogni luogo, o Signore santo, Padre onnipotente, Dio eterno, che ungesti con l'olio della letizia il tuo unico Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, Sacerdote eterno e Re dell'Universo, perché immolando se stesso sull'altare della Croce, ostia immacolata e pacifica, compì il mistero sacro della redenzione dell'uomo e, sottomesse al suo impero tutte le creature, procurò alla tua immensa maestà un regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santificazione e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Per questo...

    PREGHIAMO
    O Dio onnipotente ed eterno che volesti restaurare ogni cosa nel tuo diletto Figliolo, Re dell'universo, fa' che tutte le famiglie del mondo, disgregate a causa del peccato, si sottomettano alla sua soavissima autorità.

    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 1210-1215.
    Ultima modifica di Luca; 27-10-14 alle 12:03

  2. #32
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    Predefinito Re: 26 ottobre 2014: festa di Cristo Re (con la memoria della XX domenica dopo Pentec

    27 ottobre 2014: Vigilia di Ss. Simone e Giuda apostoli

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    Predefinito re: 31 ottobre 2014: Vigilia di Ognissanti (astinenza e digiuno)

    28 OTTOBRE 2014: SANTI SIMONE E GIUDA, APOSTOLI

    Il travaglio della Chiesa.

    Al posto dei vostri padri vi sono nati dei figli (Graduale della festa, Sal 44,17). La Chiesa, rinnegata da Israele, esalta così, nei suoi canti, l'apostolica fecondità, che essa possiede e conserverà fino alla fine del mondo. La sua esistenza sulla terra è così fatta che essa non può restarvi, se non donando continuamente dei figli al Signore e per questo nell'antica messa della vigilia si leggeva il testo evangelico, che dice: Io sono la vigna, mio Padre è il vignaiolo. Egli poterà tutti i tralci, che non danno frutto in me e i tralci, che danno frutto li poterà, perché ne diano di più.

    La Messa della vigilia diceva ancora nell'epistola che il taglio è doloroso e l'Apostolo, in nome degli altri tralci, che come lui fanno onore alla scelta divina, parlava delle fatiche, delle sofferenze di ogni sorta, delle persecuzioni, delle maledizioni, dei rinnegamenti a prezzo dei quali si acquista il diritto di chiamare figli (1Cor 4,9-14) gli uomini generati secondo il Vangelo in Cristo Gesù (ivi 15). San Paolo ritorna spesso su questo pensiero e, nell'Epistola della festa, l'oggetto di questa soprannaturale generazione è la mistica riproduzione del Figlio di Dio che, nei predestinati, ripassa dall'infanzia alla pienezza dell'uomo perfetto (Gal 4,19; Epist. della festa; Ef 4,7-14).

    Gloria dei santi Simone e Giuda.

    La storia che si riferisce ai santi che oggi onoriamo è troppo sobria di particolari. Non sappiamo in quale misura essi abbiano contribuito alla grande opera della generazione dei figli di Dio, che la Leggenda richiama. Senza riposo e fino al sangue, essi "edificarono il corpo di Cristo" (ibid.) e la Chiesa, riconoscente, dice oggi al Signore: "O Dio, che per mezzo dei tuoi beati Apostoli Simone e Giuda ci hai dato di conoscere il tuo nome, concedici di celebrare la loro gloria immortale progredendo nella grazia e di progredire nella grazia celebrandola" (Colletta della festa). San Simone ha per attributo la sega, che ricorda il martirio. San Giuda invece ha la squadra, che rivela in lui l'architetto della casa di Dio, come san Paolo chiamava se stesso (1Cor 3, 10) e la settima delle Epistole Cattoliche della quale è autore gli conferisce un titolo speciale per essere enumerato fra i primi nella grande famiglia dei maestri alla sequela del Signore. Ma nel nostro Apostolo vi è un'altra nobiltà che sorpassa tutte le nobiltà terrene: Giuda, nipote di san Giuseppe per parte di Cleofa o Alfeo, suo padre (Eusebio, Storia Ecclesistica, iv, xxii) legalmente cugino dell'Uomo-Dio, era fra quelli che i compatriotti chiamavano fratelli del figlio del fabbro [1].

    Nel Cenacolo.

    Raccogliamo in san Giovanni un particolare preciso. Nella conversazione che seguì la Cena, Gesù aveva detto: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e io pure lo amerò e mi manifesterò a lui". Giuda, prendendo la parola, chiese: "Perché, Signore, ti manifesterai a noi e non al mondo?" Gesù rispose: "Chi mi ama osserverà la mia parola e il mio Padre lo amerà, e verremo a lui e abiteremo in lui. Chi non mi ama non osserverà la mia parola e la parola che voi avete udita non è mia, ma di colui che mi ha mandato, del Padre mio" (Gv 14,21-24).

    Domiziano e i discendenti di David.

    Sappiamo dalla storia ecclesiastica che Domiziano, verso la fine del suo regno, mentre infieriva la persecuzione da lui scatenata, fece condurre dall'Oriente alla sua presenza due nipoti dell'Apostolo san Giuda. La politica del Cesare si era alquanto adombrata per questi discendenti della stirpe regale di Davide che rappresentavano, per il vincolo del sangue, Cristo, che i discepoli esaltavano come supremo re del mondo. Domiziano costatò personalmente che i due umili Giudei non potevano essere un pericolo per l'Impero e che, se consideravano Cristo depositario di un potere sovrano, si trattava di un potere, che sarebbe stato esercitato visibilmente solo alla fine del mondo. Il linguaggio semplice e coraggioso dei due uomini fece impressione su Domiziano e, secondo quanto riferisce lo storico Egesippo dal quale Eusebio prende i fatti che abbiamo riferiti, diede ordine di sospendere la persecuzione.

    VITA. - Un'antica tradizione informa che i due Apostoli evangelizzarono l'Armenia e la Persia e che subirono il martirio nella città di Suanir, nel 47.

    Simone era soprannominato Zelota, forse per aver un tempo appartenuto al partito nazionalista degli Zeloti, che non voleva ammettere il giogo straniero in Palestina.

    Giuda, parente del Signore per parte della madre, scrisse una breve Epistola, per combattere l'eresia degli gnostici, allora all'inizio.

    Le reliquie dei due Apostoli furono trasportate nel 1605 nella basilica vaticana e poste sotto un altare, che la tradizione vuole situato presso a poco nel luogo dove sarebbe stata piantata la croce di san Pietro, ma in parte sarebbero in S. Saturnino a Tolosa.

    Io vi ho scelti per portare un frutto che resterà (Gv 15,16). La divina parola che l'Uomo-Dio rivolse a voi e ai dodici ve l'ha rivolta la Chiesa. Che cosa resta del frutto delle vostre fatiche in Egitto, in Mesopotamia, in Persia? Possono il Signore e la Chiesa ingannarsi nelle parole e negli apprezzamenti? Certamente no. Oltre quello che possono costatare i sensi, oltre il dominio della storia, la virtù diffusa sui dodici continua ad operare attraverso i tempi ed ha parte in ogni nascita soprannaturale che sviluppa il corpo mistico del Signore, accrescendo la Chiesa. Noi siamo figli dei santi meglio ancora di Tobia (Tb 2,18), non siamo più senza famiglia, ma apparteniamo alla casa di Dio, portati ad essa dagli Apostoli e dai Profeti, uniti da Gesù Cristo, la pietra angolare (Ef 2,19-20). Voi che ci avete assicurato nelle pene e nel pianto così grande vantaggio, siate benedetti e conservate in noi i titoli e i diritti che una filiazione tanto preziosa ci ha dati.

    Il male attorno a noi è immenso: resta alla terra qualche speranza? La fiducia di quelli che ti pregano ci dice, o Giuda, che per te non vi sono cause disperate e mai come oggi tu potrai giustificare il tuo nome di Zelante. Degnati dunque ascoltare e aiutare la Chiesa con tutta la tua apostolica potenza a rianimare la fede, a riaccendere la carità, a salvare il mondo.

    [1] Con Giacomo il Minore, anche lui Apostolo e primo vescovo di Gerusalemme, un Giuseppe poco noto, e Simeone. secondo vescovo di Gerusalemme, tutti figli di Cleofa e della cognata di Maria Santissima ricordata in san Giovanni (19, 25) col nome di Maria di Cleofa (Mt 13,55).

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1219-1222

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    Predefinito re: 31 ottobre 2014: Vigilia di Ognissanti (astinenza e digiuno)

    29 ottobre 2014: Mercoledì della XX settimana dopo la Pentecoste
    30 ottobre 2014: Giovedì della XX settimana dopo la Pentecoste


    Giudei e Gentili.

    Il Vangelo di otto giorni or sono annunciava le nozze del Figlio di Dio e della stirpe umana. Dio, nella creazione del mondo visibile, aveva per fine la realizzazione di tali nozze e tale fine persegue ancora nel governo della società. Nessuna meraviglia dunque che, rivelandoci su questo argomento il pensiero di Dio, la parabola abbia messo in luce il fatto importante della riparazione dei Giudei e della chiamata dei Gentili, che è ad un tempo il più importante nella storia del mondo e il più intimamente legato al compimento del mistero dell'unione divina.

    L'esclusione dei Giudei dovrà un giorno cessare, sebbene la loro ostinazione abbia permesso ai Gentili di vedere rivolto a loro il messaggio dell'amore. Oggi tutte le nazioni (Rm 11, 25-26) hanno udito l'invito del cielo ed è vicino il tempo in cui il ritorno di Israele completerà la Chiesa nei suoi mmbri e darà alla Sposa il segno dell'ultima chiamata, che porrà fine al lungo travaglio dei secoli (ivi 8, 22), facendo apparire lo Sposo (Ap 22,17).

    Si farà finalmente sentire nel cuore dei discendenti di Giacobbe la felice gelosia che l'Apostolo voleva destare negli uomini della sua razza rivolgendosi ai Gentili (Rm 11, 13-14). Quale gioia in cielo quando la loro voce, che ripete e supplica, si unirà davanti a Dio con i canti di allegrezza del Gentilesimo che celebra l'entrata dei suoi popoli innumerevoli nella sala del banchetto divino! Tale concerto sarà davvero il preludio del gran giorno salutato in anticipo da san Paolo quando, nel suo patriottico entusiasmo, disse dei Giudei: Se la loro caduta fu ricchezza per il mondo e la loro diminuzione la ricchezza per i Gentili, che cosa sarà la loro pienezza (ivi 12)?

    La Messa della ventesima domenica ci fa pregustare il momento fortunato in cui la riconoscenza del nuovo popolo non sarà più sola a cantare i benefici di Dio. Tutti i liturgisti antichi ce la presentano composta per metà con parole dei profeti, che offrono a Giacobbe le espressioni di pentimento che gli procurano nuovamente l'amicizia di Dio e per metà con formule ispirate nelle quali i popoli, già sistemati nella sala del festino nuziale, manifestano il loro amore. Sentiamo il cuore dei Gentili nel Graduale e nel Communio e nell'Introito e nell'Offertorio sentiamo quello dei Giudei.

    EPISTOLA (Ef 5,15-21). - Fratelli: Guardate adunque di condurvi cautamente: non da stolti, ma da prudenti, riscattando il tempo, perché i giorni sono cattivi: quindi non siate imprudenti, ma studiate bene quale sia la volontà di Dio. E non vi ubriacate col vino, sorgente di lussuria, ma siate ripieni di Spirito Santo. Conversate tra voi con salmi, inni e canti spirituali, cantando e salmeggiando di tutto cuore al Signore, ringraziando sempre Dio e Padre nel nome del Signore nostro Gesù Cristo per ogni cosa. Sottomettetevi gli uni agli altri nel timore di Cristo.

    L'avvicinarsi del compimento delle nozze del Figlio di Dio coinciderà quaggiù con un violento furore dell'inferno ai danni della Sposa. Il dragone dell'Apocalisse (Ap 12,9) scatenerà tutte le passioni per trascinare la vera madre dei viventi col suo impeto, ma sarà impotente a scuotere il patto di alleanza eterna e, impotente contro la Chiesa, dirigerà gli sforzi della sua rabbia contro gli ultimi figli della novella Eva, destinati ad avere l'onore delle ultime lotte pericolose che il profeta di Patmos ha descritte (ivi 17).

    Integrità della dottrina.

    I cristiani fedeli si ricorderanno allora degli ammonimenti dell'Apostolo e si impegneranno pienamente a custodire la loro intelligenza e la loro volontà in quei giorni cattivi, con quella circospezione che egli raccomanda. La luce infatti allora subirà gli assalti dei figli delle tenebre che diffonderanno le loro dottrine perverse. Forse sarà ancor più sminuita e falsata per le debolezze degli stessi figli della luce anche sul terreno dei principi, per i sotterfugi, le transazioni e l'umana prudenza dei pretesi saggi. Molti lasceranno capire di ignorare che la Sposa dell'Uomo-Dio non può soccombere all'urto di forze create. Le ricorderanno che Cristo si è impegnato a difendere la Chiesa fino alla fine dei secoli (Mt 28,20), tuttavia crederanno di fare cosa buona portando alla buona causa il soccorso di una po*litica di concessioni non sempre abbastanza pesate con i pesi della Chiesa, dimenticando che il Signore, per aiutarla a mantenere le sue promesse, non ha bisogno di stolta sagacia e che la cooperazione che egli si degna accettare dai suoi, per la difesa dei diritti della Chiesa, non può stare nello sminuire o nel dissimulare la verità, che è forza e bellezza della Sposa. Dimenticheranno che san Paolo ha scritto ai Romani che conformarsi a questo mondo, cercare un impossibile adattamento del Vangelo a un mondo scristianizzato non è discernere con sicurezza il bene, il meglio, il perfetto agli occhi del Signore (Rm 12,2)! In quei tempi infelici sarà merito particolarmente grande attendere soltanto, come dice la nostra Epistola, a conoscere quale sia la volontà di Dio.

    Dice san Giovanni: Badate a non perdere il frutto delle vostre opere, assicuratevi la ricompensa piena, che è solo concessa alla perseverante pienezza della dottrina e della fede (2Gv 8-9). Del resto, come sempre anche allora, secondo le parole dello Spirito Santo, la semplicità dei giusti li guiderà con sicurezza (Pr 11,3) e l'umiltà darà loro sapienza (ivi 2).

    Redimere i tempi.

    Sia unica cura dei giusti avvicinarsi al Diletto ogni giorno con una rassomiglianza perfetta a Lui, informando al vero parole ed atti. Così essi serviranno la società come deve essere servita, praticando il consiglio che il Signore ci dà di cercare sempre il regno di Dio e la sua giustizia, confidando per le altre cose in Lui (Mt 6,33).

    Lasciamo agli altri la ricerca di umani e scaltri accostamenti, di incerti compromessi destinati, nel pensiero dei loro autori, a ritardare di qualche settimana o forse di qualche mese il flutto della rivoluzione che sale; essi comprenderanno in modo diverso il consiglio che ci dà l'Apostolo di redimere i tempi.

    Lo Sposo aveva comprati i tempi ad alto prezzo, perché fosse impegnato dai suoi membri mistici nella glorificazione dell'Altissimo. Perduto dalla moltitudine sviata nella rivolta e nell'orgia, le anime fedeli lo riscatteranno ponendo negli atti della loro fede e del loro amore tale intensità che il tributo dato ogni giorno dalla terra alla Santa Trinità non risulti diminuito fino all'ultimo momento. Le anime dei fedeli, contro la bestia dalla bocca insolente e piena di bestemmie (Ap 13,5-6), rinnoveranno il grido di Michele contro Satana suscitatore della bestia (ibid. 2): Chi è come Dio?

    VANGELO (Gv 4,46-54). - In quel tempo: C'era un regio ufficiale il cui figlio era ammalato in Cafarnao. Ed avendo egli sentito dire che Gesù dalla Giudea era venuto in Galilea, andò a trovarlo e lo pregò di recarsi a guarire il suo figlio, che era moribondo. E Gesù gli disse: Se non vedete segni e prodigi, non credete. E l'ufficiale regio: Signore, vieni, prima che muoia il mio figliolo. Gesù gli disse: Va', il tuo figlio vive. Quell'uomo prestò fede alle parole dettegli da Gesù e parti. E avanti che arrivasse a casa gli corsero incontro i servi con la notizia che il suo figliolo viveva. Domandò loro pertanto in che ora avesse cominciato a star meglio. E quelli gli risposero: Ieri alla settima ora lo lasciò la febbre.

    Allora il padre riconobbe essere quella appunto l'ora in cui Gesù gli aveva detto: il tuo figlio vive, e credette lui con tutta la famiglia.

    Nel corso delle Domeniche dopo la Pentecoste il Vangelo è tratto oggi per la prima ed unica volta da san Giovanni e dà il suo nome alla Domenica ventesima, che viene detta Domenica dell'Ufficiale di Cafarnao. La Chiesa scelse questo passo del Vangelo per la relazione misteriosa che lo lega alle condizioni del mondo nei tempi cui gli ultimi giorni del Ciclo liturgico profeticamente si riferiscono.

    Il mondo malato.

    Il mondo volge al termine, comincia a morire. Minato dalla febbre delle passioni in Cafarnao, città del lucro e del godimento, è già senza forze e non può andare da sé al medico, che potrebbe guarirlo. Si rivolge a suo Padre cioè i pastori, che lo hanno generato alla vita della grazia col Battesimo e governano il Popolo cristiano come Ufficiali della santa Chiesa ed essi devono andare dal Signore e chiedere la salute del malato. Il discepolo prediletto ci dice per prima cosa (Gv 4,46) che essi troveranno Gesù a Cana, la città delle nozze e delle manifestazioni della sua gloria col banchetto nuziale (ivi 2,11) e Cana è il cielo dove l'Uomo-Dio risiede da quando abbandonò la terra e lasciò i discepoli senza lo sposo ad esercitarsi per un tempo nel campo della penitenza.

    Il rimedio.

    Rimedio sono soltanto lo zelo dei pastori e la preghiera di quella parte del gregge di Cristo, che non si è lasciata trascinare dalle seduzioni della universale licenza. Come è però necessario che fedeli e pastori facciano propri i sentimenti della Chiesa dimenticando se stessi! Nella più rivoltante ingratitudine, nelle ingiustizie, nelle calunnie, nelle perfidie di ogni genere, la madre dei popoli tutto dimentica, per pensare soltanto alla vera prosperità e alla salvezza delle nazioni, che l'oltraggiano, prega come ha fatto sempre, ma con un fervore che non ha mai avuto, perché la fine ritardi, pro mora finis (Tertulliano, Apol. XXXIX).

    Potenza della preghiera.

    Come dice Tertulliano: "riuniamoci in un solo gregge, in un solo esercito per andare a Dio e investirlo con le nostre preghiere come investe un'armata, perché questa violenza gli piace". Però questo esige una fede totale incrollabile. È la nostra fede che ci dà la vittoria sul mondo (1Gv 5,4) ed è ancora la fede che vince Dio nei casi estremi e disperati. Pensiamo con la Chiesa al pericolo che tanti sventurati corrono. Sono, è vero, senza scusa, perché ancora domenica scorsa furono avvertiti del pianto e dello stridore di denti, che nelle tenebre esteriori attende coloro che disprezzano le sacre nozze (Mt 22,13), ma ci sono fratelli e non possiamo rassegnarci alla loro perdita, e speriamo contro ogni speranza. L'Uomo-Dio, che conosceva in modo sicuro l'inevitabile dannazione dei peccatori ostinati, ha tuttavia versato anche per essi il suo sangue e noi vogliamo unirci a lui in una rassomiglianza totale. Risolviamo di imitarlo anche in questo nella misura che è a noi possibile e preghiamo, senza riposo e senza tregua, per i nemici della Chiesa, per i nostri nemici ora che la loro dannazione non è compiuta. In questo ordine di cose niente è inutile, niente va perduto, qualunque cosa avvenga, il Signore sarà molto glorificato dalla nostra fiducia e dall'ardore della nostra carità.

    Vediamo di non meritare il rimprovero che egli moveva alla fede falsa della generazione di cui faceva parte l'Ufficiale di Cafarnao. Egli non ha bisogno di scendere dal cielo per dare efficacia agli ordini della sua volontà misericordiosa, noi lo sappiamo, e, se si degna moltiplicare attorno a noi miracoli e prodigi, gli saremo riconoscenti per i nostri fratelli più di noi deboli nella fede e prenderemo l'occasione per esaltare la sua gloria, protestando però che l'anima nostra non ha più bisogno di manifestazioni della sua potenza per credere in lui.

    PREGHIAMO

    Largisci placato, Signore, il perdono e la pace ai tuoi servi, affinché, purificati da tutte le colpe, possano servirti con animo tranquillo.

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 514-519

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