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Discussione: Maggio Mese Mariano…

  1. #41
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    6 maggio 2016...



    http://www.radiospada.org/
    "6 maggio 2016: infra l'OTTAVA dell'Ascensione."





    http://www.sodalitium.biz/catechismo-maggiore-di-san-pio-x-dellascensione-del-signore/




    “Il 6 maggio 1887 muore a Torino Don Giacomo Margotti, direttore de “L’Armonia” e poi de “L’Unità Cattolica”, grande rappresentante del cattolicesimo integrale, araldo e difensore della Chiesa di Gesù Cristo e del Romano Pontefice contro gli attacchi dei settari e dei cattolici liberali. (testo a cura di Giuliano Zoroddu)”




    Guéranger, L'anno liturgico - 6 maggio. San Giovanni davanti la Porta Latina
    "6 MAGGIO 2016: SAN GIOVANNI DAVANTI.
    LA PORTA LATINA
    Giovanni, il discepolo amato che noi abbiamo visto presso la culla del bimbo di Betlemme, riappare oggi per partecipare all'incontro del glorioso trionfatore della morte e dell'inferno.
    La domanda di Salome.
    Nella sua materna ambizione, un giorno Salome aveva presentato i suoi due figli a Gesù, domandando per loro i primi posti nel suo regno. Il Salvatore parlò allora del calice che egli doveva bere, e predisse che un giorno quei due discepoli l'avrebbero bevuto a loro volta. Il primogenito, Giacomo il Maggiore, dette per primo questo segno d'amore al suo divin Maestro; Giovanni, il più giovane, fu chiamato oggi, a suggellare con la sua vita la testimonianza resa alla divinità di Gesù. Ma al martirio di questo Apostolo era necessario un ambiente degno di lui. L'Asia minore, che aveva evangelizzata mediante le sue cure, non era una terra abbastanza illustre per sostenere degnamente la gloria di una simile battaglia. Roma soltanto, Roma, dove Pietro aveva già trasferito la sua cattedra e sparso il suo sangue, dove Paolo aveva chinato la testa veneranda sotto la spada, meritava l'onore di vedere l'augusto vegliardo, il discepolo amato da Gesù, l'ultimo sopravvissuto del collegio Apostolico, avanzarsi tra le sue mura, verso il martirio.
    Il calice.
    Domiziano regnava da tiranno su Roma e sul mondo. Sia che Giovanni avesse liberamente intrapreso il viaggio verso la città sovrana per salutarvi la Chiesa principale, sia che un editto imperiale l'avesse condotto in catene nella capitale dell'impero, sta di fatto che egli compare di fronte ai fasci della giustizia romana nell'anno 95. È accusato di avere propagato in una vasta provincia dell'impero il culto verso un ebreo crocifisso sotto Ponzio Pilato. Deve perire; e la sentenza dice che un supplizio vergognoso e crudele libererà l'Asia da un vecchio superstizioso e ribelle. Se egli seppe sfuggire a Nerone, non eviterà la vendetta dell'Imperatore Domiziano. Viene preparata una caldaia di olio bollente, di fronte alla porta Latina [1]. La condanna reca che il predicatore di Cristo deve esservi immerso. È dunque giunto il momento in cui il figlio di Salome parteciperà al calice del suo Maestro. Il cuore di Giovanni trasalisce di felicità al pensiero che lui, il più amato e tuttavia il solo degli Apostoli che non abbia ancora sofferto la morte per questo divino Maestro, sia finalmente chiamato a dargli la testimonianza del suo amore. Dopo avergli fatto, senza dubbio, subire una crudele flagellazione, i carnefici afferrano il vegliardo, lo immergono barbaramente nella caldaia; ma, o prodigio! l'olio bollente ha perduto d'improvviso il suo calore: le membra sfinite dell'Apostolo non ne risentono alcuna sofferenza, ma, per di più, quando lo si toglie finalmente dalla caldaia impotente, egli ha riacquistato tutto quel vigore che gli anni gli avevano tolto. La crudeltà del pretorio è vinta, e Giovanni, martire di desiderio, viene così conservato alla Chiesa ancora per qualche anno. Un decreto imperiale lo esilia nell'isola di Patmos, ove il cielo gli manifesterà i futuri destini del cristianesimo sino alla fine dei secoli. La Chiesa Romana, conserva tra i suoi ricordi più gloriosi, il soggiorno e il martirio di Giovanni nella città eterna, ed ha costruito una Basilica nel luogo approssimativo ove l'Apostolo rese la sua testimonianza alla fede cristiana. Questa Basilica è situata presso la Porta Latina, ed è sede di un Titolo cardinalizio.
    Lode.
    Con quale gioia ti vediamo riapparire, discepolo del Signore risorto! Già altra volta ti incontrammo presso la culla in cui dormiva tranquillamente il promesso Salvatore. Enumerammo, allora, tutti i tuoi titoli di gloria: Apostolo, Evangelista, Profeta, Vergine, Dottore di carità, e sopra ogni altro attributo onorifico, quello di prediletto Discepolo di Gesù. Oggi ti salutiamo come Martire, poiché, se l'ardore del tuo amore ha vinto quello del tormento che ti era stato preparato, ne avevi ugualmente accettato, con tutta l'energia della tua dedizione, il calice che Gesù ti aveva annunciato nei tuoi verdi anni. In questi giorni del Tempo Pasquale ti vediamo, di continuo, presso quel divin Salvatore, che ti circondò delle sue ultime carezze. Chi potrebbe meravigliarsi di quella predilezione? Non sei stato forse l'unico dei Discepoli ad essere ai piedi della Croce? Non è a te che egli ha affidato la Madre sua, divenuta ormai anche la tua? Non eri presente mentre, pendente dalla Croce, il suo cuore fu squarciato dalla lancia? Quando la mattina di Pasqua, insieme a Pietro sei andato al Sepolcro, non hai forse con la tua fede, reso omaggio per primo tra i discepoli alla risurrezione del Maestro, che non avevi ancora veduto? Gioisci, dunque, presso questo ineffabile Signore delle delizie di cui è così prodigo verso di te, ma pregalo anche per noi, Apostolo beato! dobbiamo amarlo per tutti i benefici che ha riversato su di noi; eppure riconosciamo, confusi, di essere tiepidi nel nostro amore per lui. Tu ci hai fatto conoscere Gesù bambino; ce l'hai rappresentato crocifisso; mostracelo ora risuscitato; fa' che seguiamo i suoi passi durante queste ultime ore del suo soggiorno sulla terra; e quando sarà salito al cielo, fortifica il nostro cuore nella fedeltà, affinché, a tuo esempio, noi pure siamo pronti a bere il calice delle prove che egli ci ha preparato.
    Preghiera.
    Roma è stata spettatrice della tua confessione di fede, o santo Apostolo! Amala sempre, e nell'ora della tribolazione sua, unisciti a Pietro e Paolo per proteggerla. L'oriente ti ha avuto suo durante quasi tutta la tua vita; ma l'Occidente rivendica l'onore di contarti nelle prime file dei suoi martiri. Benedici le nostre Chiese, rianima in noi la fede, riaccendi la carità, e liberaci da quegli anticristi che segnalavi ai fedeli del tuo tempo e che, tra noi, sono causa di tante rovine. Figlio adottivo di Maria, tu contempli adesso quella madre tua in tutta la sua gloria; presentale i nostri voti durante questo mese che le consacriamo, ed ottienici, dalla sua materna bontà, le grazie che osiamo domandarle.
    [1] La localizzazione della caldaia bollente è parzialmente inesatta. poiché la porta Latina fu costruita sotto Aureliano (270-275). Bisognerebbe dire che san Giovanni subì il martirio fuori le Mura, nel luogo ove, più tardi, doveva sorgere la porta Latina. Del resto troviamo per la prima volta questa localizzazione soltanto nel IX secolo, nel martirologio di Adone.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 616-619."









    Carlo Di Pietro - Giornalista e Scrittore
    "Preghiera al Santo del giorno.
    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti.
    Amen.

    Eterno Padre, intendo onorare San Lucio di Cirene Vescovo, e Vi rendo grazie per tutte le grazie che Voi gli avete elargito. Vi prego di accrescere la grazia nella mia anima, per i meriti di questo santo, ed a lui affido la fine della mia vita tramite questa speciale preghiera, così che per virtù della Vostra bontà e promessa San Lucio di Cirene Vescovo possa essere mio avvocato e provvedere tutto ciò che è necessario in quell'ora. Così sia."












    Luca, Sursum Corda!

    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

  2. #42
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    Lightbulb Re: Maggio Mese Mariano…

    Domenica 8 maggio 2016…Domenica dopo l'Ascensione di NSGC, Apparizione di San Michele Arcangelo e Festa della Mamma...Ave Maria!




    https://it-it.facebook.com/AmiciIMBC/

    ‪#‎FestaDellaMamma‬
















    Radio Spada | Radio Spada ? Tagliente ma puntuale
    “8 MAGGIO 2016: DOMENICA INFRA L'OTTAVA DELL'ASCENSIONE.
    GLORIFICAZIONE DELLA SANTA UMANITÀ DI CRISTO.
    Gesù è salito al cielo. La sua divinità non ne era stata mai assente, ma oggi è l'umanità sua che vi viene intronizzata, e coronata di un diadema di splendore; ecco un altro aspetto del mistero dell'Ascensione.
    A questa santa umanità il trionfo non bastava; il riposo le era preparato sul trono stesso del Verbo eterno, al quale è unita in una medesima personalità, ed è là che deve ricevere l'adorazione di ogni creatura. Nel nome di Gesù, Figlio dell'uomo e Figlio di Dio; di Gesù, assiso alla destra del Padre onnipotente, "ogni ginocchio si piegherà in cielo e sulla terra e negli inferni" (Fil 2,10).
    Abitanti della terra, lassù sta quella natura umana che un tempo ci apparve nell'umiltà delle fasce; che percorse la Giudea e la Galilea, senza avere dove riposare la testa; che, da mani sacrileghe, fu stretta in catene, flagellata, coronata di spine, inchiodata sulla croce. Ma mentre gli uomini, che l'avevano disconosciuta, la calpestavano come un verme della terra, essa, con una completa sottomissione, accettava il calice di dolore e si univa alla volontà del Padre; divenuta vittima, acconsentiva a risarcire la gloria divina, dando tutto il suo sangue per il riscatto dei peccatori. Questa natura umana, generata da Adamo per mezzo di Maria Immacolata, è il capolavoro della potenza di Dio. Gesù, "il più bello dei figli degli uomini" (Sal 44,3), è l'oggetto dell'ammirazione degli Angeli; sopra di Lui si è posata la compiacenza della Santissima Trinità; i doni della grazia posti in Lui sorpassano ciò che è stato accordato a tutti gli uomini ed a tutti gli Spiriti celesti uniti insieme; ma Dio l'aveva destinato alla via della prova, e Gesù, che avrebbe potuto riscattare l'uomo con minore sacrificio, si è immerso volontariamente in un mare di umiliazioni e di dolore per pagare sovrabbondantemente il debito dei suoi fratelli. Quale ne sarà la ricompensa? L'Apostolo ce lo dice: "Si è fatto ubbidiente fino alla morte, e sino alla morte di croce. E perciò Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome, che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil 2).
    O voi, dunque, che compatite quaggiù i dolori, per mezzo dei quali ci ha riscattato; voi, che amate seguirlo nelle varie stazioni del suo pellegrinaggio fino al Calvario, oggi alzate la testa e guardate in alto, fino al più alto dei cieli. Eccolo: "per aver sofferto la morte lo rimiriamo coronato di gloria e di onore" (Ebr 2,9). Più si è annientato sotto forma di schiavo, lui che nell'altra sua natura poteva, senza ingiustizia, dirsi uguale a Dio (Fil 2,6-7), più al Padre piace di elevarlo in gloria ed in potenza. La corona di spine che ha portato quaggiù, è rimpiazzata dal diadema di onore (Sal 20,4). La croce che si lasciò mettere sulle spalle, è, d'ora in avanti, il segno del suo principato (Is 9,6). Le piaghe che i chiodi e la lancia hanno impresso sul suo Corpo, risplendono come soli. Gloria sia dunque resa alla giustizia del Padre, verso Gesù suo Figlio! ma rallegriamoci anche di vedere in questo giorno "l'Uomo dei dolori" (ivi 53,3) divenuto il Re di gloria; ripetiamo con trasporto l'osanna che la corte celeste fece risonare al suo arrivo.

    Il giudice universale.
    Non crediamo però che il Figlio dell'uomo, stabilito ormai sul trono della divinità, resti inattivo nel glorioso riposo. È una sovranità, ma una sovranità attiva che il Padre gli ha concesso. Prima di tutto lo ha designato "giudice dei vivi e dei morti" (At 10,42), "e noi dobbiamo tutti comparire davanti al suo tribunale" (Rm 14,10). Appena la nostra anima avrà abbandonato il corpo, si troverà trasportata ai piedi di questo tribunale sul quale oggi si è assiso il Figlio dell'uomo, e sentirà uscire dalla sua bocca la sentenza che avrà meritato. O Salvatore, oggi incoronato, sii a noi misericordioso in quest'ora decisiva per l'eternità. Ma la magistratura esercitata da Gesù non si limiterà all'esercizio silenzioso di questo sovrano potere; gli Angeli oggi ce l'hanno detto: Egli dovrà mostrarsi di nuovo sulla terra, ridiscendere attraverso l'aere, nello stesso modo come vi era salito, e si terranno allora le solenni sedute di tribunale, davanti alle quali tutto il genere umano comparirà. Assiso sulle nubi del cielo, circondato dalle angeliche milizie, il Figlio dell'uomo apparirà alla terra in tutta la sua Maestà. Gli uomini vedranno "colui che hanno trafitto" (Zc 12,10) e le cicatrici delle sue ferite, che ne aumenteranno ancora la sua bellezza, saranno per gli uni oggetto di terrore, per gli altri sorgente di ineffabile consolazione. Pastore, egli separerà le sue pecorelle dai capri, e la sua voce sovrana, che la terra non aveva più inteso da tanti secoli, risuonerà per comandare ai peccatori impenitenti di scendere all'inferno, e per invitare i giusti di venire ad occupare, in corpo ed anima, la dimora delle delizie eterne.

    Il Re delle nazioni.
    Aspettando la conclusione finale dei destini dell'umano genere, Gesù oggi riceve anche dal Padre l'investitura visibile del potere legale su tutte le nazioni della terra. Avendoci riscattati col prezzo del suo sangue, noi gli apparteniamo; che Egli, dunque, d'ora in avanti sia il nostro Signore. E lo è infatti, ed il suo titolo è quello di Re dei re e Signore dei signori (Ap 19,16). I sovrani della terra non regnano legittimamente che per Lui e non per la forza, o in virtù di un preteso fatto sociale, la cui sanzione non sarebbe che di quaggiù. I popoli non appartengono a loro stessi: sono suoi. La sua legge non si discute; deve librarsi al disopra di tutte le leggi umane, quale loro regola, e loro padrona: "A che pro cospirano le genti e le nazioni brontolano vanamente? Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro Dio e contro il suo Messia: 'spezziamo i loro legami e scotiamo da noi le loro catene'" (Sal 2,1-3). Inutili sforzi! poiché, come ci dice l'Apostolo, "è necessario che egli regni finché non abbia posto sotto i suoi piedi tutti i suoi nemici" (1Cor 25,25), finché non apparisca una seconda volta per abbattere la potenza di Satana e l'orgoglio degli uomini.
    Così dunque il Figlio dell'uomo, incoronato nella sua Ascensione, dovrà regnare sul mondo finché egli ritorni. Ma, direte voi, regna dunque in un tempo in cui i principi confessano che l'autorità è venuta loro da un mandato dei popoli; in cui i popoli stessi, sedotti da quel prestigio che chiamano libertà, hanno perduto financo il senso dell'autorità? Sì, egli regna, ma nella giustizia, visto che gli uomini hanno tenuto in disprezzo l'essere guidati per mezzo della bontà. Essi hanno scancellato la sua legge dai loro codici, hanno accordato il diritto di cittadinanza all'errore ed alla bestemmia; allora egli li ha abbandonati al loro senso assurdo e menzognero. Presso di essi, quel potere effimero che la santa unzione non rende più sacro, sfugge ad ogni momento da quelle mani che si sforzano di trattenerlo; e quando i popoli, dopo essere precipitati negli abissi dell'anarchia, cercano di ricostruirlo, sarà per vederlo crollare di nuovo, perché principi e popolo vogliono tenersi fuori del dominio del Figlio dell'uomo. E sarà sempre così, finché principi e popoli, stanchi della loro impotenza, lo richiameranno per regnare su di essi; finché non abbiano ripreso quella divisa dei loro padri: "Cristo vince! Cristo regna! Cristo comanda! Si degni Cristo di preservare il suo popolo da ogni disgrazia!".
    In questo giorno della tua incoronazione, ricevi dunque gli omaggi dei fedeli, o nostro Re, nostro Signore, e nostro Giudice! Noi che, per i peccati, fummo causa delle umiliazioni e delle sofferenze avute durante il corso della tua vita mortale, ci uniamo alle acclamazioni che gli spiriti celesti ti tributarono nel momento in cui il diadema reale fu posto sul tuo Capo divino. Noi non possiamo che intravedere i tuoi splendori; ma lo Spirito Santo che ci hai promesso finirà di rivelarci tutto ciò che possiamo sapere quaggiù sul tuo sovrano potere, di cui vogliamo essere, per sempre, sudditi umili e fedeli.
    La domenica dopo l'Ascensione, a Roma, nel medio Evo, era chiamata Domenica delle rose, perché vigeva l'uso, in quel giorno, di spargere rose sul pavimento delle Basiliche, quale omaggio a Cristo che si era innalzato al cielo nella stagione dei fiori. Si godeva allora in tutte le armonie del creato. La festa dell'Ascensione, già così ridente e piena di giubilo, quando si considera sotto il suo principale aspetto, ossia il trionfo del Redentore, veniva ad abbellire le giornate radiose della primavera. Si dimenticavano per un momento le tristezze della terra, per non rammentarsi che della parola che Gesù disse ai suoi Apostoli, affinché ci venisse ripetuta: "se mi amaste, vi rallegrereste che io vada al Padre" (Gv 14,28).
    Imitiamo questo esempio; offriamo, a nostra volta, la rosa a colui che l'ha creata per abbellirci questo soggiorno, e impariamo a servirci della sua bellezza e del suo profumo per elevarci fino a Lui, che ci dice nella divina cantica: " Io sono un narciso del piano, un giglio delle valli" (Ct 2,1). Volle essere chiamato Nazareno, affinché questo nome misterioso risvegliasse in noi il ricordo che racchiude: il ricordo dei fiori, di cui egli non ha sdegnato di trarre il simbolo per esprimere l'incanto e la soavità che trovano in Lui coloro che l'amano.

    MESSA

    EPISTOLA (1Pt 4,7-11). - Carissimi: Siate prudenti e vegliate nelle preghiere. Soprattutto però abbiate continuamente tra voi stessi la mutua carità, perché la carità copre la moltitudine dei peccati. Praticate l'ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorazioni. Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni dispensatori della multiforme grazia di Dio. Se uno parla, parli come chi espone gli oracoli di Dio; se uno esercita un ministero, lo faccia per la virtù comunicata da Dio, il quale è glorificato in tutto per Gesù Cristo nostro Signore.

    Carità e prudenza.
    Mentre i discepoli sono riuniti nel Cenacolo, ormai di un cuore e un'anima sola; mentre aspettano la venuta dello Spirito Santo, il principe degli Apostoli, che presiede questa santa assemblea, si rivolge a noi, che pure aspettiamo il medesimo favore, e ci raccomanda la carità fraterna. Ci promette che questa virtù coprirà la moltitudine dei nostri peccati: quale magnifica preparazione per ricevere il dono del cielo! Lo Spirito Santo scenderà, affinché gli uomini si riuniscano in una sola famiglia. S'interrompano, dunque, tutte le nostre dispute, preparandoci a quella fraternità universale che dovrà stabilirsi nel mondo con la predicazione del Vangelo. Aspettando la discesa del Consolatore promesso, l'Apostolo ci dice che dobbiamo essere prudenti e sobri per dedicarci alla preghiera. Accogliamo la la lezione: la prudenza consisterà nell'allontanare dai nostri cuori ogni ostacolo che respingerebbe il divino Spirito; e, in quanto alla preghiera, sarà essa che li aiuterà ad aprirsi, affinché egli li riconosca e vi si stabilisca.
    VANGELO (Gv 15,26-27; 16,1-4). - In quel tempo: Gesù disse ai suoi Discepoli: Quando sarà venuto il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e voi pure mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin da principio. V'ho detto questo affinché non vi scandalizziate. Vi cacceranno dalle sinagoghe, anzi è per venire l'ora in cui chi vi uccide crederà di onorare Dio. E così vi tratteranno perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma questo ve l'ho detto, affinché quando avverrà vi rammentiate che ve n'ho parlato.

    Lo Spirito di fortezza.
    Alla vigilia di mandarci il suo Spirito, Gesù ci annunzia gli effetti che questo Consolatore produrrà nelle anime nostre. Nell'ultima Cena, indirizzandosi agli Apostoli, dice che questo Spirito renderà testimonianza per Lui, ossia che li istruirà sulla sua divinità e sulla fedeltà che gli dovranno, fino alla morte. Ecco dunque ciò che produrrà in quelle anime quest'Ospite divino che il Maestro, prossimo a salire al cielo, designava loro col nome di Virtù dall'Alto. Prove gravissime li attendevano, alle quali avrebbero dovuto resistere fino a dare il loro sangue. Chi sosterrà questi uomini così deboli? Lo Spirito che sarà venuto a riposarsi in loro. Per mezzo suo vinceranno, e il Vangelo si propagherà in tutto il mondo. Adesso sta per venire di nuovo, questo Spirito del Padre e del Figlio; e quale sarà lo scopo della sua venuta se non quello di armare anche noi contro le battaglie della vita, e di renderci forti per la lotta? Nell'uscire dal Tempo Pasquale, durante il quale i più venerati misteri c'illuminano e ci proteggono, noi ci ritroveremo di fronte al demonio infuriato, al mondo che ci attendeva, alle passioni che, calmatesi per un momento, vorranno risvegliarsi. Se saremo "rivestiti della Virtù dell'alto" non avremo nulla da temere; aspiriamo, dunque, alla venuta del celeste Consolatore, prepariamoci ad accoglierlo in maniera degna della sua Maestà, e, quando l'avremo ricevuto, conserviamolo gelosamente; Egli, come fece con gli Apostoli, ci assicurerà la vittoria.
    PREGHIAMO
    O Dio onnipotente ed eterno, fa' che abbiamo una volontà sempre a te devota e serviamo alla tua maestà con cuore sincero.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 229-234."










    “8 MAGGIO 2016: APPARIZIONE DI SAN MICHELE ARCANGELO (SUL MONTE GARGANO).
    Gli Angeli nel Vangelo.
    Il Salmista aveva predetto che l'arrivo dell'Emmanuele in questo mondo sarebbe stato salutato dai santi Angeli, che l'avrebbero umilmente adorato nel momento in cui avrebbe manifestato la sua presenza in mezzo agli uomini (Sal 96,8; Ebr 1,6).
    Noi vedemmo compiersi quest'oracolo nella notte di Natale. Il concento angelico attirò i pastori alla grotta, ove li accompagnammo per offrire i nostri omaggi al Dio Bambino. Nel trionfo della risurrezione, l'Emmanuele non poteva mancare di essere circondato da questi spiriti beati che l'avevano seguito con rispetto nelle umiliazioni ed i dolori della sua passione. Appena superata la barriera che lo tiene prigioniero nel sepolcro, un Angelo, il cui volto sfavilla e le cui vesti sono risplendenti come la neve, viene a rovesciare la pietra che chiude l'ingresso della tomba e ad annunciare alle pie donne che, colui che cercano, è risuscitato. Quando esse penetrano nell'antro del sepolcro, due Angeli, vestiti di bianco, si presentano ai loro sguardi e confermano la buona novella. Rendiamo omaggio a questi augusti messaggeri della nostra liberazione, e contempliamoli con rispetto mentre circondano Gesù durante il suo soggiorno sulla terra. Essi adorano questa umanità glorificata, che vedranno presto ascendere al più alto dei cieli e prendere posto alla destra del Padre. Si rallegrano con noi in questa festa di Pasqua, per mezzo della quale, nel nostro Salvatore risorto, ci è resa l'immortalità; come san Gregorio c'insegna [1]: "Questa Pasqua diviene anche la festa degli Angeli; poiché, allo stesso tempo che ci riapre il cielo, annuncia loro che le perdite che hanno subito nelle loro schiere, saranno colmate". È dunque giusto che il Tempo pasquale consacri una solennità al culto degli Spiriti Angelici. Poco prima dell'Annunciazione di Maria, festeggiammo Gabriele; oggi riceve i nostri omaggi l'Arcangelo Michele, il principe della milizia celeste. Egli stesso ne fissò questo giorno, apparendo agli uomini, e lasciando un pegno della sua presenza e della sua protezione.

    Il nome e la missione dell'Arcangelo.
    Anche il solo nome di Michele lo designa alla nostra ammirazione: è un grido di entusiasmo e di fedeltà. "Chi è simile a Dio?" così si chiama l'Arcangelo. Satana, dal fondo dell'inferno, freme ancora a tale nome, che gli ricorda la protesta con la quale questo Spirito accolse il tentativo di rivolta degli Angeli infedeli. Michele ebbe le sue prove nell'armata del Signore, e per questa ragione gli fu affidata la guardia e la difesa del popolo di Dio, fino al giorno in cui l'eredità della sinagoga ripudiata passò alla Chiesa cristiana. Adesso è il custode e il protettore della Sposa del suo Maestro, la nostra madre comune. Il suo braccio veglia su di essa; la sostiene, la risolleva nelle sue prove, ne condivide tutti i trionfi.
    Ma non crediamo che il santo Arcangelo, incaricato dei più vasti e più elevati interessi per la conservazione dell'opera di Cristo, ne sia talmente sovraccaricato da non poter mantenere un orecchio aperto alla preghiera di ognuno dei membri della santa Chiesa. Dio gli ha dato verso di noi un cuore che compatisce e non una delle anime nostre sfugge alla sua azione. Egli possiede la spada per la difesa della Sposa di Cristo; si oppone al dragone sempre pronto a lanciarsi contro la Donna ed il suo frutto (Ap 12,13); ma, nello stesso tempo, si degna di prestarci attenzione quando ognuno di noi, dopo di avere confessati i propri peccati al Dio onnipotente, alla Beata Vergine Maria, li accusa anche davanti a lui, Michele Arcangelo, e gli domanda il favore della sua intercessione presso il Signore.
    Il suo occhio vigila, su tutta la terra, presso il letto dei moribondi; poiché è suo incarico particolare di raccogliere le anime elette quando escono dal loro corpo.
    Con tenera sollecitudine ed incomparabile maestà, egli le presenta alla luce eterna e le introduce nel soggiorno di gloria. È la santa Chiesa stessa che, nei testi della Liturgia, ci istruisce su queste prerogative del grande Arcangelo. Ci insegna che è stato preposto al Paradiso, e che Dio gli ha affidato le anime sante per condurle nella regione della felicità senza fine. Nell'ultimo giorno del mondo, quando Cristo comparirà sulle nubi del cielo per giudicare il genere umano, Michele dovrà compiere un ministero formidabile, eseguendo con gli altri Angeli, la separazione degli eletti e dei reprobi, che avranno ripreso i loro corpi nella Risurrezione generale. Nel medio evo i nostri padri amavano raffigurare l'opera del santo Arcangelo in quel momento terribile, presentandolo ai piedi del trono del giudice supremo, nell'atto di tenere una bilancia sulla quale pesa le anime con le loro opere.

    Il culto dell'Arcangelo.
    Il culto di un così potente ministro di Dio, di un così vigile protettore degli uomini doveva propagarsi nella cristianità, soprattutto dopo la disfatta dei falsi dèi, quando non si ebbe più a temere che gli uomini fossero tentati di rendergli onori divini. Costantino elevò in suo nome un celebre santuario che si chiamò Michaélion e che sorse nei pressi della sua nuova capitale. All'epoca in cui Costantinopoli cadde nel potere dei Turchi, non vi si contavano meno di quindici Chiese consacrate al nome di san Michele, sia entro le mura della città, sia nei sobborghi. Nel resto della cristianità questa devozione si accrebbe grado a grado; e fu per mezzo delle stesse manifestazioni del Beato Arcangelo, che i fedeli vennero invitati a ricorrete a Lui. Queste manifestazioni erano locali; ma Dio, che fa scaturire grandi effetti da cose piccole, se ne servì per svegliare nei Cristiani, a poco a poco, il sentimento della fiducia verso il loro celeste protettore.

    Le Apparizioni.
    I Greci celebrano l'apparizione che ebbe luogo nella Frigia, a Chone, nome che ha rimpiazzato quello di Colossi. Esisteva in questa Città una Chiesa eretta in onore di san Michele, ed essa era frequentata da una pia persona che si chiamava Arcipe, e che i Pagani perseguitavano furiosamente. Nell'intento di disfarsi di lui, allentarono la chiusa di un corso d'acqua che venne ad unirsi al Lico, minacciando di far crollare la Chiesa di san Michele, dove Arcipe stava in preghiera. Ma, improvvisamente, il Beato Arcangelo apparve, tenendo in mano una verga; di fronte alla sua presenza l'inondazione arretrò, e le acque, ingrossate dall'affluente che la malizia dei pagani aveva scatenato, andarono a perdersi nell'abisso in cui il Lico sprofonda e sparisce presso Colossi. La data di questo prodigio non è sicura; si sa solamente che ebbe luogo in un'epoca in cui i pagani erano ancora abbastanza numerosi a Colossi, per dare preoccupazione ai Cristiani. Un'altra apparizione fu destinata ad accrescere la devozione a san Michele tra il popolo italiano, ed ebbe luogo sul monte Gargano, nelle Puglie: è quella che noi festeggiamo oggi. Una terza ebbe luogo in Francia, sulle coste della Normandia, sul monte Tomba. Si celebra il sedici Ottobre. La festa odierna non è quella più solenne delle due che ogni anno la Chiesa consacra a san Michele; quella del ventinove settembre è di grado superiore, ma meno personale per il Beato Arcangelo, poiché vi si onorano nel medesimo tempo tutti i cori della gerarchia angelica.

    L'apparizione sul monte Gargano.
    Questa apparizione si crede abbia avuto luogo sotto il pontificato di Gelasio I, in Puglia, sulla cima del Gargano, ai piedi del quale è situata la città di Siponte.
    Secondo la tradizione, un toro si era impigliato nella boscaglia, all'ingresso di una caverna. Un uomo che lo inseguiva, scoccò una freccia su di esso; ma questa si girò, tornò sopra di lui e lo ferì. Un religioso terrore s'impossessò allora delle persone che erano andate all'inseguimento dell'animale, di modo che nessuno osava più avvicinarlo. Consultato il Vescovo di Siponte, rispose che si doveva interrogare Iddio per mezzo della preghiera e di un digiuno di tre giorni, alla fine del quale l'Arcangelo san Michele lo avvertì che il luogo dove si trovava quell'animale era sotto la sua protezione, e che voleva che esso si consacrasse al culto divino, in suo onore e degli Angeli. Una processione si recò alla caverna. Videro allora che essa era disposta in forma di Chiesa, vi si celebrò il santo Sacrificio, ed il luogo divenne celebre per i miracoli che vi si produssero.

    Lode.
    Come sei bello, Arcangelo san Michele, mentre rendi gloria al Signore, di cui hai umiliato il nemico! Il tuo sguardo si volge verso il trono di Dio, del quale hai sostenuto i diritti e che ti ha dato la vittoria. Il tuo grido: "Chi è simile a Dio?", ha elettrizzato le legioni fedeli, ed è divenuto il nome tuo e la tua corona. Esso ci ricorderà per sempre, nell'eternità, la tua fedeltà ed il tuo trionfo sul drago. Ma nell'attesa noi riposiamo sotto la tua custodia, siamo i tuoi fortunati protetti.
    Protettore della Chiesa.
    Angelo custode della santa Chiesa, è venuto il momento di spiegare tutto il vigore del tuo braccio. Satana, nel suo furore, minaccia la Sposa del Maestro: fa brillare il lampo della tua spada, e piomba addosso a questo implacabile nemico ed alla sua orribile corte. Il regno di Cristo è scosso fino alle sue fondamenta. Ma se la terra deve vivere ancora, se i destini della Chiesa non sono ancora compiuti, non è il momento, o potente Arcangelo, che tu faccia sentire al demonio che non si oltraggia impunemente su questa stessa terra colui che l'ha creata, che l'ha riscattata, e che ha il nome di Re dei re, di Signore dei signori? Il torrente degli errori e del male non cessa di trascinare verso l'abisso questa generazione sedotta: salvala, dissipando gli oscuri complotti di cui essa è vittima.
    ...e della buona morte.
    Tu, o Michele, sei il protettore delle anime nostre al momento del passaggio dal tempo all'eternità. Durante la nostra vita, il tuo occhio ci segue, il tuo orecchio ci ascolta. Noi ti amiamo, Principe immortale, e viviamo felici e fiduciosi all'ombra delle tue ali. Ben presto verrà il giorno in cui, in presenza dei nostri resti inanimati, la santa Chiesa, madre nostra, domanderà per noi, al Signore, che veniamo strappati dalle fauci del leone infernale e che le tue mani potenti ci ricevano e ci presentino alla luce eterna. Aspettando quel momento solenne, veglia sui tuoi protetti, o Arcangelo! Il dragone ci minaccia, vorrebbe divorarci. Insegnaci a ripetere con te: "Chi è simile a Dio?". L'onore suo, il sentimento dei suoi diritti, l'obbligo di restargli fedeli e di servirlo, di confessarlo in ogni tempo e in ogni luogo formano lo scudo della nostra debolezza, l'armatura sotto la quale noi pure vinceremo, come tu vincesti.
    Ma ci occorre qualcosa di questo coraggio che tu attingesti all'amore di cui eri ricolmo. Fa', dunque, che amiamo il tuo e nostro Signore, poiché solamente allora saremo invincibili come te.
    Satana non sa resistere alla creatura che è affascinata dall'amor di Dio e fugge vergognosamente. Il Signore ti aveva creato, o Michele, e tu hai amato in lui il tuo Creatore; noi, non ci ha solamente creati, ma ci ha riscattati nel suo sangue; quale deve essere dunque il nostro amore per lui? Fortificalo nel nostro cuore e poiché combattiamo nella tua milizia, dirigici, infiammaci, sostienici col tuo sguardo, e para i colpi del nemico. Tu sarai presente, lo speriamo, alla nostra ultima ora, vessillifero della salvezza! In cambio della nostra devozione per te, degnati di montar la guardia presso il nostro giaciglio e ricoprirlo del tuo scudo. Non abbandonare l'anima nostra, beato Arcangelo, quando essa si serrerà presso di te; conducila ai piedi del tribunale di Dio, ricoprila con le tue ali, rassicurala nei suoi terrori. Si degni il Signore, tuo padrone, di ordinarti di trasportarla prontamente nella regione delle gioie eterne!
    [1] Mattutino di Pasqua, 2ª lezione dell'omelia.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 621-626."











    “L'8 maggio 685 muore San Benedetto II, Sommo Pontefice.”
    “L'8 maggio 535 muore Papa Giovanni II, Sommo Pontefice.”
    “L'8 maggio 1721 Papa Innocenzo XIII Conti viene esaltato al Sommo Pontificato.”
    “L’8 maggio 589, nel giorno dell’apertura del Concilio Toledano III, Recaredo I, re dei Visigoti, ripudia l’eresia ariana e abbraccia l’ortodossia Cattolica assieme a tutto il suo popolo.”

    “[FIORI D'ARANCIO] Auguri e felicitazioni agli amici Andrea Giacobazzi e Ilaria Pisa della redazione di Radio Spada che oggi si sono uniti nel sacro vincolo del Matrimonio.”



    "Oggi, in via eccezionale, un pezzo per una ricorrenza civile: la festa della mamma!"
    "Da una lettera di San Luigi Gonzaga alla madre Marta Tana di Santena. Parole di verità. | Radio Spada
    Da una lettera di San Luigi Gonzaga alla madre Marta Tana di Santena. Parole di verità. di Isidoro il 8 maggio 2016 di Moreana
    N.B. : la precoce vocazione del candido Alosio (1568-1591) fu inizialmente ostacolata dal padre, che lo aveva destinato, in quanto primogenito, ad ereditare il governo del casato. Fu la madre Marta (1550-1605) a sostenere con coraggio la scelta del figlio che voleva invece divenire membro della Compagnia di Gesù. Alla madre, donna forte, dobbiamo, dunque, uno dei più grandi santi del periodo della Controriforma, esempio di pietà filiare. Ci piace ricordare attraverso le dolci parole del figlio l’eccellenza del ruolo materno nella Creazione divina e la grande dignità che Nostro Signore Gesù Cristo ha ridato alla donna, dopo secoli di schiavitù pagana.

    Io invoco su di te, mia signora, il dono dello Spirito santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovano ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora. La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto». Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che é il coronamento di grandi fatiche e pianto.
    O illustrissima signora, guàrdati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo.
    Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi é rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre."


    Baron Corvo per il mese mariano: ?La ballata della Regina di Maggio? | Radio Spada






    Nell'ott. dell'Ascensione - Santa Messa don Floriano
    https://www.youtube.com/watch?v=clEEAvMgqlw
    https://www.youtube.com/user/florianoabrahamowicz







    Guéranger, L'anno liturgico - Domenica dopo l'Ascensione

    Apparizione di san Michele Arcangelo, 8 maggio
    Guéranger, L'anno liturgico - 8 maggio. Apparizione di san Michele Arcangelo


    SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI

    "Supplica alla Madonna di Pompei
    (da recitarsi l'8 maggio e la prima domenica di ottobre a mezzogiorno)
    I. - O Augusta Regina delle vittorie, o Vergine sovrana del Paradiso, al cui nome potente si rallegrano i cieli e tremano per terrore gli abissi, o Regina gloriosa del Santissimo Rosario, noi tutti, avventurati figli vostri, che la bontà vostra ha prescelti in questo secolo ad innalzarvi un Tempio in Pompei, qui prostrati ai vostri piedi, in questo giorno solennissimo della festa dei novelli vostri trionfi sulla terra degl'idoli e dei demoni, effondiamo con lacrime gli affetti del nostro cuore, e con la confidenza di figli vi esponiamo le nostre miserie.
    Deh! da quel trono di clemenza ove sedete Regina, volgete, o Maria, lo sguardo vostro pietoso verso di noi, su tutte le nostre famiglie, sull'Italia, sull'Europa, su tutta la Chiesa; e vi prenda compassione degli affanni in cui volgiamo e dei travagli che ne amareggiano la vita. Vedete, o Madre, quanti pericoli nell'anima e nel corpo ne circondano: quante calamità e afflizioni ne costringono! O Madre, trattenete il braccio della giustizia del vostro Figliuolo sdegnato e vincete colla clemenza il cuore dei peccatori: sono pur nostri fratelli e figli vostri, che costarono sangue al dolce Gesù, e trafitture di coltello al vostro sensibilissimo Cuore. Oggi mostratevi a tutti, qual siete, Regina di pace e di perdono.
    Salve Regina.
    II. - È vero, è vero che noi per primi, benché vostri figliuoli, coi peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù, e trafiggiamo novellamente il vostro Cuore. Sì, lo confessiamo, siamo meritevoli dei più aspri flagelli. Ma Voi ricordatevi che sulla vetta del Golgota raccoglieste le ultime stille di quel sangue divino e l'ultimo testamento del Redentore moribondo. E quel testamento di un Dio, suggellato col sangue di un Uomo-Dio, vi dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori. Voi, dunque, come nostra Madre, siete la nostra Avvocata, la nostra Speranza. E noi gementi stendiamo a Voi le mani supplichevoli, gridando: Misericordia! Pietà vi prenda, o Madre buona, pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri fratelli estinti, e soprattutto dei nostri nemici, e di tanti che si dicono cristiani, e pur dilacerano il Cuore amabile del vostro Figliuolo. Pietà, deh! pietà oggi imploriamo per le nazioni traviate, per tutta l'Europa, per tutto il mondo, che torni pentito al cuor vostro. Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia.
    Salve Regina.
    III. - Che vi costa, o Maria, l'esaudirci? Che vi costa il salvarci? Non ha Gesù riposto nelle vostre mani tutti i tesori delle sue grazie e delle sue misericordie? Voi sedete coronata Regina alla destra del vostro Figliuolo, circondata di gloria immortale su tutti i cori degli Angeli. Voi distendete il vostro dominio per quanto son distesi i cieli, e a Voi la terra e le creature tutte che in essa abitano sono soggette. Il vostro dominio si estende fino all'inferno, e Voi sola ci strappate dalle mani di Satana, o Maria.Voi siete l'Onnipotente per grazia. Voi dunque potete salvarci. Che se dite di non volerci aiutare, perché figli ingrati ed immeritevoli della vostra protezione, diteci almeno a chi altri mai dobbiamo ricorrere per essere liberati da tanti flagelli.Ah, no! Il vostro Cuore di Madre non patirà di veder noi, vostri figli, perduti. Il Bambino che noi vediamo sulle vostre ginocchia, e la mistica corona che miriamo nella vostra mano, c'ispirano fiducia che noi saremo esauditi. E noi confidiamo pienamente in Voi, ci gettiamo ai vostri piedi, ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri, ed oggi stesso, sì, oggi da Voi aspettiamo le sospirate grazie.
    Salve Regina.
    Chiediamo la benedizione a Maria.
    Un'ultima grazia noi ora vi chiediamo, o Regina, che non potete negarci in questo giorno solennissimo. Concedete a tutti noi l'amore vostro costante, e in modo speciale la vostra materna benedizione. No, non ci leveremo dai vostri piedi, non ci staccheremo dalle vostre ginocchia, finché non ci avrete benedetti.Benedite, o Maria, in questo momento, il Sommo Pontefice. Ai prischi allori della vostra Corona, agli antichi trionfi del vostro Rosario, onde siete chiamata Regina delle vittorie, deh! aggiungete ancor questo, o Madre: concedete il trionfo alla Religione e la pace alla umana società. Benedite il nostro Vescovo, i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l'onore del vostro Santuario.Benedite infine tutti gli Associati al vostro novello Tempio di Pompei, e quanti coltivano e promuovono la divozione al vostro Santo Rosario.O Rosario benedetto di Maria; Catena dolce che ci rannodi a Dio; Vincolo di amore che ci unisci agli Angeli; Torre di salvezza negli assalti d'inferno; Porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell'ora di agonia; a te l'ultimo bacio della vita che si spegne. E l'ultimo accento delle smorte labbra sarà il nome vostro soave, Regina del Rosario della Valle di Pompei, o Madre nostra cara, o unico Rifugio dei peccatori, o sovrana Consolatrice dei mesti. Siate ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo. Così sia.
    Salve Regina.
    (vero testo della Supplica scritta dal beato Bartolo Longo)"










    Luca, Sursum Corda!
    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

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    Lightbulb Re: Maggio Mese Mariano…

    13 maggio 2016: Anniversario della Prima Apparizione della Madonna di Fatima avvenuta 99 anni fa il giorno 13 Maggio 1917…
    13 maggio 1917: Prima Apparizione della Beata Vergine Maria a Fatima…






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    "13 maggio: Beata Vergine Maria di Fatima.
    Beata Maria Vergine di Fatima in Portogallo, la cui contemplazione nella località di Aljustrel come Madre clementissima secondo la grazia, sempre sollecita per le difficoltà degli uomini, richiama folle di fedeli alla preghiera per i peccatori e all’intima conversione dei cuori. [Martirologio Romano]"








    "Preghiera di Fatima.
    Gesù mio, perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell'inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della Vostra misericordia."








    "Inno alla Madonna di Fatima
    In valle d'Iria, nel mese dei fior,
    apparve Maria, Regina dei cuor.
    Ave, ave, ave Maria.
    Ave, ave, ave Maria.
    Io sono la Mamma del dolce Signor
    che porta la fiamma del santo suo amor.
    Dal cielo discesi per render quaggiù
    i cuori più accesi d'amore a Gesù.
    Splendente di luce veniva Maria,
    il volto suo bello un sole apparia.
    In mano un rosario portava Maria,
    che addita ai fedeli del cielo la via.
    O Madre pietosa, la Stella sei tu,
    che al cielo ci guidi, ci porti a Gesù.
    O bella Regina che regni nel ciel,
    il popol s'inchina, t'invoca fedel."








    "I tre pastorelli di Fatima: Lucia dos Santos, Francisco Marto e Giacinta Marto"












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    "13 maggio: San Roberto Bellarmino, Vescovo e Dottore della Chiesa.

    Nato a Montepulciano il 4 ottobre 1542, morto a Roma il 17 settembre 1621, canonizzato da Pio XI il 29 giugno 1930, proclamato Dottore della Chiesa il 15 agosto 1931. Professore di teologia e predicatore a Lovanio (1569-1576), incaricato del corso di controversie a Roma, ove ebbe penitente San Luigi Gonzaga, provinciale dei gesuiti a Napoli, inviato da Sisto V in missione diplomatica in Francia, Bellarmino, malgrado le ripugnanze della sua umiltà, fu elevato agli onori del cardinalato nel 1599. Clemente VIII diede come motivo della sua scelta il fatto che la Chiesa non aveva altri pari a lui per dottrina. A parte i tre anni che passò come arcivescovo a Capua, il cardinale continuò a risiedere nella Città Eterna: vi rese i più segnalati servizi a Clemente VIII, Paolo V e Gregorio XV. Con i suoi libri di polemiche portò terribili colpi all’eresia protestante, mentre col suo catechismo, tradotto in quaranta lingue, spargeva in tutti i paesi del mondo la conoscenza della dottrina cristiana. Anima d’una innocenza angelica, religioso d’una umiltà e d’una ubbidienza impareggiabili, fu nell’episcopato il modello dei pastori per la sua vigilanza e la sua carità verso i poveri. Verso la fine della sua carriera ottenne dal Papa l’autorizzazione di ritirarsi al noviziato di Sant’Andrea, culla della sua vita religiosa, ove si preparò santamente alla morte. Dom Gaspare Lefebvre O.S.B."
    "San Roberto Bellarmino: acume e perizia
    San Roberto Bellarmino, vescovo e dottore della Chiesa, della Compagnia di Gesù, che seppe brillantemente disputare nelle controversie teologiche del suo tempo con perizia e acume. Nominato cardinale, si dedicò con premura al ministero pastorale nella Chiesa di Capua e, infine, a Roma si adoperò molto in difesa della Sede Apostolica e della dottrina della fede. [Martirologio Romano]"
    "Materia e forma del Papato nel pensiero di San Roberto Bellarmino
    Bisogna osservare che nel Pontefice coesistono tre elementi: il Pontificato stesso (precisamente il primato), che è una certa forma: la persona che è il soggetto del Pontificato (o primato) e l'unione dell'uno con l'altro. Di questi elementi, il primo, cioè il Pontificato stesso proviene soltanto da Cristo; la persona invece in quanto tale procede senza dubbio dalle sue cause naturali, ma in quanto eletta e designata al Pontificato procede dagli elettori; spetta a loro designare la persona: ma l'unione stessa procede da Cristo, mediante (o presupponendo) l'atto umano degli elettori... Si dice quindi in verità che gli elettori creano il Pontefice e sono la causa per cui un tale sia Pontefice... tuttavia non sono gli elettori che danno l'autorità né sono causa dell'autorità. Come nella generazione degli uomini l'anima è infusa soltanto da Dio e tuttavia, poiché il padre che genera disponendo la materia è causa dell'unione dell'anima col corpo, si dice che è un uomo che genera un altro uomo ma non si dice che l'uomo crea l'anima dell'uomo.
    De Romano Pontefice"
    "San Roberto Bellarmino: Orazione della Messa.
    O Dio, che per respingere le insidie dell'errore e per difendere i diritti della Sede Apostolica, concedesti mirabile dottrina e forza al tuo beato Pontefice e Dottore Roberto, per i suoi meriti e intercessione fa' che noi cresciamo nell'amore della verità e che gli erranti ritornino nell'unità della tua Chiesa."








    Radio Spada | Radio Spada ? Tagliente ma puntuale
    “13 maggio 1917: Apparizione della Beata Vergine Maria a Fatima.”






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    “13 maggio 2016: San Roberto Bellarmino, vescovo, confessore e dottore della Chiesa.

    Nacque nel 1542 a Montepulciano in Toscana. Entrò nella compagnia di Gesù a Roma. Ordinato sacerdote, tenne celebri dispute in difesa della fede cattolica e insegnò teologia nel Collegio romano. Eletto cardinale e nominato vescovo di Capua, contribuì con la sua attività presso le Congregazioni romane alla soluzione di spinosi problemi. Morì a Roma nel 1621.
    Dal trattato "Elevazione della mente a Dio" di San Roberto Bellarmino, vescovo.
    Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi ti invoca " (Sal 85, 5); chi non ti servirà con tutto il cuore, dopo aver cominciato a gustare anche per poco la dolcezza della tua paterna signoria? Che cosa comandi, Signore, ai tuoi servi? " Prendete, dici, il mio giogo sopra di voi " (Mt 11,29). E quale è il tuo giogo? " Il mio giogo", dici, " è dolce e il mio carico leggere " . Chi non porterà molto volentieri un giogo che non stringe, ma accarezza, e un peso che non opprime, ma solleva? Perciò giustamente hai aggiunto: " E troverete ristoro per le vostre anime". E qual è questo tuo giogo che non affatica, ma riposa? Sicuramente il primo e più grande comandamento: " Amerai il Signore Dio tuo con il cuore" Che cosa vi è di più facile, di più soave e dolce, che amare la bontà, la bellezza e l'amore? E tutto questo sei tu, Signore mio Dio. Sì, è veramente grande la ricompensa per l'osservanza dei tuoi comandamenti. Quel primo e più grande comandamento è vantaggioso per l'uomo che obbedisce più che per Dio che comanda. Ma ogni altro comandamento di Dio perfeziona colui che obbedisce, lo eleva, lo istruisce, lo illumina, infine lo rende buono e beato. Perciò se hai saggezza, comprendi che sei creato per la gloria di Dio e per la tua eterna salvezza. Questo è il tuo fine, questo il centro della tua anima, questo il tesoro del tuo cuore. Se raggiungerai questo fine sarai beato, se ti allontanerai da esso sarai infelice. Perciò stima vero bene per te ciò che ti conduce al tuo fine, vero male ciò che te lo fa mancare. Avvenimenti prosperi o avversi, ricchezze e povertà, salute e malattia, onori e oltraggi, vita e morte, il sapiente non deve né cercarli né fuggirli per se stessi. Ma sono buoni e desiderabili solo se contribuiscono alla gloria di Dio e alla tua felicità eterna. Sono cattivi e da fuggire se la ostacolano.
    [ Testo tratto dal sito a cura dei Monaci Benedettini Silvestrini del Monastero San Vincenzo M. ]
    Il corpo si venera dal 1923 nella terza cappella di destra di S. Ignazio di Loyola a Campo Marzio. Le ossa ricomposte, legate con fili d’argento, ricoperte da abiti cardinalizi, il volto e le mani ricoperti d’argento,sono visibili sotto l’altare a lui dedicato. Alla morte fu deposto nella cripta della casa professa e, dopo un anno, nel sepolcro nel quale era stato il corpo di S. Ignazio. Nato a Montepulciano il 4 ottobre 1542 morì a Roma il 17 settembre 1621. L’eroicità delle sue virtù furono decretate nel 1920, dopo tre anni si ebbe la sua beatificazione; fu canonizzato il 29 giugno del 1930 e dichiarato Dottore della Chiesa Universale il 17 settembre 1931.
    M.R.: 13 maggio - San Roberto Bellarmino, della Compagnia di Gesù, Cardinale e già Vescovo di Capua, Confessore e Dottore della Chiesa, il cui giorno natalizio si celebra il diciassette Settembre.
    [ Tratto dall'opera «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma» di Giovanni Sicari ]"

    “Il 13 maggio 535 Sant'Agapito I viene esaltato al Sommo Pontificato.”



    [NON POSSUMUS] 13 maggio: Pietro Ferrari parla a Giulianova (TE) | Radio Spada


    Carlo Di Pietro - Giornalista e Scrittore
    “Preghiera al Santo del giorno.
    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti.
    Amen.

    Eterno Padre, intendo onorare San Roberto Bellarmino, e Vi rendo grazie per tutte le grazie che Voi gli avete elargito. Vi prego di accrescere la grazia nella mia anima, per i meriti di questo Santo, ed a lui affido la fine della mia vita tramite questa speciale preghiera, così che per virtù della Vostra bontà e promessa, San Roberto Bellarmino possa essere mio avvocato e provvedere tutto ciò che è necessario in quell'ora. Così sia.”

    http://www.sodalitium.biz/san-roberto-bellarmino/








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    FATIMA IN RETE: Il Terzo Segreto

    Indice delle Pubblicazioni
    “Per il Trionfo del Cuore Immacolato di Maria.
    Possibile che il tanto famoso, tanto atteso, tanto temuto e tanto avversato Segreto consistesse in una bolla di sapone?! Che segreto era un attentato che tutti conoscevano già da ben 21 anni?! Che segreto era quella profezia della morte del Pontefice... che non muore?!
    Con il senso della logica semplice della gente comune, il Segreto dovrebbe comunque riguardare la tremenda crisi che soffoca e strangola la Chiesa... Invece niente di tutto questo...
    La Vergine è stata imbavagliata dal Vaticano, che non l’ha voluto far parlare, non rivelando il suo vero messaggio; in vece Sua han parlato coloro che, mentendo sfacciatamente, han voluto predisporre e già attuare in vita la santificazione di Giovanni Paolo II.
    Laurent Morlier, in quest’opera, presenta prove inoppugnabili e spinge il lettore a riflettere con rigor di logica e di documenti.
    Laurent Morlier, Il Terzo Segreto di Fatima pubblicato dal Vaticano è un falso. Eccone le prove...Salpan 2005, 13 Maggio, 88° anniversario delle Apparizioni.”

    Quarto Segreto di Fatima o dilemma lacerante di Suor Lucia?
    Quarto Segreto di Fatima o dilemma lacerante di Suor Lucia? « www.agerecontra.it
    arai il 13 maggio 2016
    L’articolo è su quanto aveva rivelato, o ha poi confermato lo stato d’animo tribolato della Veggente di Fatima. Oggi sappiamo di più attraverso le pagine del suo diario, di recente pubblicate dal Carmelo di Coimbra: – “ho sentito lo spirito inondato da un mistero di luce che è Dio e in Lui ho visto e udito: la punta della lancia come fiamma che si stacca, tocca l’asse della terra ed essa trema: montagne, città, paesi e villaggi con i loro abitanti sono sepolti. Il mare, i fiumi e le nubi escono dai limiti, traboccano, inondano e trascinano con sé in un turbine, case e persone in un numero che non si può contare, è la purificazione del mondo dal peccato nel quale sta immerso. L’odio, l’ambizione, provocano la guerra distruttrice. Dopo ho sentito nel palpitare accelerato del cuore e nel mio spirito una voce leggera che diceva: ‘nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità il Cielo!’
    Si tratta di visioni profetiche su una catastrofe finale, non per mano d’uomo. Quella per colpa umana è dell’«apostolato ecumenista» del Vaticano 2, contrario a Una Fede e Una Chiesa, cioè la catastrofe spirituale già più chiara nel 1960, data che si vuole cancellare perché accusa tutta la stirpe conciliare, a partire da G23. Lucia è riuscita a superare la presa di coscienza di simili catastrofe? Ecco l’origine della storia di due suor Lucia per cercare di rispondere!”
    VIVIAMO I TEMPI DEL TERZO CASTIGO DELLA «VISIONE» DI FATIMA? « www.agerecontra.it
    [A. DANIELE] La Sede Vacante è la chiave del Segreto di Fatima | Radio Spada
    Nella profezia di Fatima il mistero dell?altra Roma

    “LA SEDE VACANTE NEL SEGRETO DI FATIMA: MISTERO CULMINANTE DELLA STORIA di Arai Daniele”
    La Sede Vacante nel Segreto di Fatima: mistero culminante della storia |
    LA SEDE VACANTE NEL SEGRETO DI FATIMA: MISTERO CULMINANTE DELLA STORIA | atuttadestra
    Il Segreto di Fatima la Tiara e il Papato - www.cooperatoresveritatis.net


    “Arai Daniele sul 13 luglio 1917 e sui segreti delle Profezie di Fatima…”
    FATIMA: Arai Daniele sul 13 LUGLIO 1917 e i segreti delle Profezie…
    https://forum.termometropolitico.it/...-profezie.html


    13 Maggio: Madonna di Fatima e San Roberto Bellarmino
    13 Maggio: Madonna di Fatima e San Roberto Bellarmino
    “Il 13 Maggio è l'anniversario della prima apparizione della Madonna di Fatima a Giacinta e Francesco Marto ed a Lucia Dos Santos, avvenuta il 13/05/1917 a Fatima, Portogallo. Il 13 Maggio è ancora la ricorrenza di San Roberto Bellarmino, quel Dottore della Chiesa Cattolica essente fra i tradizionalisti più rinomato per la sua docenza donde un eretico manifesto cesserebbe di essere Papa.
    San Roberto Bellarmino, Cardinale e dottore della Chiesa Cattolica, De Romano Pontefice, Libro 2, Capitolo 30: "Un Papa manifestamente eretico cesserebbe automaticamente, per sé, di essere Papa e capo, proprio come egli cesserebbe automaticamente di essere un Cristiano ed un membro della Chiesa. Laonde, egli potrebbe essere giudicato e punito dalla Chiesa. Questo è l'insegnamento di tutti gli antichi padri, i quali insegnarono che gli eretici manifesti perdono immediatamente tutta la giurisdizione."
    Ancorché San Roberto Bellarmino non sia stato canonizzato fino al 1930, da Papa Pio XI, il Cielo, ovviamente, conosceva che la di lui ricorrenza avrebbe dipoi occupato la giornata marcante l'anniversario della prima apparizione della Madonna di Fatima. Perché scelse il Cielo la ricorrenza di San Roberto Bellarmino onde marcare l'inizio delle apparizioni Fatima, Portogallo? Quasi tutti i pretesi tradizionalisti aventi commentato i probabili contenuti del Terzo segreto di Fatima concordano circa l'ipotesi donde esso tratti dell'apostasia dalla Fede Universale della Chiesa Cattolica, un'apostasia fra coloro sostenenti di ricoprire alte cariche presso la gerarchia Cattolica. Non è interessante che per il primo giorno dei messaggi di Fatima, Portogallo, dei messaggi i quali, secondo quasi tutti i commentatori "tradizionali", sono legati ad un avvertimento circa l'apostasia dalla Fede Cattolica fra coloro sostenenti di ricoprire alte cariche presso la gerarchia Cattolica, il Cielo abbia scelto la ricorrenza di quel santo essente fra i tradizionalisti più rinomato per la sua docenza donde l'occupante della più alta posizione di tutte, il Papa, perderebbe il suo ufficio qualora divenisse un eretico manifesto? Ciò dovrebbe forse offrire ai non-sedevacantisti un'occasione di riflessione, di riflessione onde considerare ciò che il Cielo voglia loro comunicare per mezzo di tale solo fatto, ossia, l'uopo di ascoltare la docenza di San Roberto Bellarmino con rispetto a tale tematica, giacché vera, giacché radicata nel dogma Cattolico definito.
    Vista la giornata del 13 Maggio è ancora calzante riprodurre il conto di Guglielmo Tommaso Walsh della prima apparizione della Madonna di Fatima.
    Guglielmo Tommaso Walsh, Madonna di Fatima [Our Lady of Fatima], pagine 51-52: "Poiché esattamente dinnanzi a loro, sopra un piccolo sempreverde chiamato la quercia, alto 3 piedi circa, con nitide foglie munite di spine, come il cactus, essi videro una sfera di luce. Al centro di essa, poi, si levava una Dama.
    Come descritta da Lucia, ella era 'una Dama tutta di bianco, più brillante del sole dispensante la luce, più chiara ed intensa di un calice di cristallo ricolmo di acqua cristallina penetrata dai raggi del più raggiante sole.' Il suo volto era indescrivibilmente bello, 'né triste, né felice, ma serio', forse leggermente riprovante, però benigno; le sue mani giunte in preghiera presso il suo petto, rivolte verso il Cielo, con le rose del Rosario ciondolanti tra le dita della mano destra. Anche le sue vesta sembravano essere fatte solamente della medesima bianca luce: una semplice tunica fino ai suoi piedi e sopra di essa, partendo dal capo, un mantello della stessa misura, il suo bordo fatto di una luce ancora più balda, la quale sembrava luccicare come oro. Né i capelli né le orecchie erano visibili. I tratti somatici? Era quasi impossibile guardare stazionariamente il suo volto: esso accecava, nuocendo gli occhi, causando il battito delle palpebre o lo spostamento dello sguardo.
    Al di dentro della radianza lei circondante i fanciulli, affascinati, si erigevano ad una distanza di un metro e mezzo circa.
    'Non vogliate temere.', disse ella con un basso tono musicale, giammai da scordare. 'Io non vi nuocerò.'
    Essi non percepivano più paura, anzi, solamente una grande gioia e pace. Era stato il 'fulmine' ad averli realmente spaventati in precedenza. Lucia era sufficientemente cosciente onde rivolgere una domanda:
    [Lucia]: 'Donde giunge la vostra eccellenza?'.
    'Io giungo dal Cielo.'
    [Lucia]: 'Che cosa desidera ella dunque da me?'
    'Io giungo a chiedere voi di recarvi qui per 6 mesi in successione, il tredicesimo dì a questa stessa ora. Dopodiché, io vi dirò chi sono e che cosa desidero. Io ritornerò poi qui una settima volta.'
    [Lucia]: 'Andrò poi anche io in Cielo?'
    'Sì: tu vi andrai.'
    [Lucia]: 'Anche Giacinta?'
    'Anche.'
    [Lucia]: 'Ancora Francesco?'
    'Ancora; tuttavia, egli dovrà recitare molti Rosari.'
    Il Cielo: Lucia rimembrò improvvisamente 2 fanciulle da poco decedute. Esse erano state delle amiche della sua famiglia, le quali usavano recarsi a casa sua per imparare a ricamare da sua sorella Maria.
    [Lucia]: 'È Maria de Neves ora in Cielo?', ella chiese.
    'Sì: ella vi è.'
    [Lucia]: 'Amelia, invece?'
    'Ella resterà in Purgatorio sino alla fine del mondo.'
    'Desiderate voi offrirvi a Dio onde sopportare tutte le sofferenze che Egli voglia inviarvi, come atto di riparazione per i peccati dai quali Egli è offeso ed onde domandare la conversione dei peccatori?'
    [Lucia]: 'Sì: noi lo vogliamo.'
    'Allora voi avrete molto da soffrire. Ciò malgrado, la grazia di Dio sarà il vostro conforto.'
    Appena pronunciò le parole 'la grazia di Dio' la Dama aprì le sue amabili mani e dai suoi palmi uscirono 2 corsi di luce così intensi non solamente da inviluppare i bambini con la loro radianza bensì da penetrare i loro petti e raggiungere le parti più intime dei loro cuori e delle loro anime, 'facendoci vedere noi stessi in Dio', secondo le parole di Lucia, 'più chiaramente in quella luce che nel migliore degli specchi.' Un impulso irresistibile li costrinse ad inginocchiarsi, recitando ferventemente: 'O Santissima Trinità, io Ti adoro. Mio Dio, mio Dio, io Ti amo nel Santissimo Sacramento.'.
    La Dama attese che essi ciò terminassero. Dopodiché, ella disse: 'Vogliate recitare il Rosario ogni giorno, onde ottenere la pace per il mondo e la fine della guerra.'.
    Immediatamente a seguito ella incominciò ad ascendere serenamente dalla quercia di modo da scivolare via verso Oriente, 'fino a quando scomparve nell'immensità della distanza.'" Originariamente pubblicato in lingua Inglese nel Maggio 2006.”
    Il Terzo Segreto di Fatima (2 ore e 40 minuti)
    Il messaggio di Fatima, Portogallo: un segno Celeste marcante l'inizio degli ultimi tempi ed una predizione dell'apostasia dalla Chiesa Cattolica
    Fatima: un segno Celeste marcante l'inizio degli ultimi tempi
    Il messaggio di Fatima, Portogallo: un segno Celeste marcante l'inizio degli ultimi tempi ed una predizione dell'apostasia dalla Chiesa Cattolica (Cap. 3 del libro La verità su ciò che è realmente accaduto alla Chiesa Cattolica dopo il Vaticano II) Redatto da Fra. Michele Dimond, O.S.B. Fra. Pietro Dimond, O.S.B.
    Il terzo segreto di Fatima"






    La Prima Apparizione della Madonna di Fatima
    “La Prima Apparizione della Madonna di Fatima | Le Apparizioni di Fatima
    13 Maggio 1917 - La prima delle sei apparizioni della Madonna.

    Il 13 maggio 1917, domenica precedente l’Ascensione, dopo aver assistito alla Santa Messa, Lucia, Francesco e Giacinta portano il gregge a pascolare in un luogo detto “Cova da Iria”
    Consumata la merenda e recitato il S.Rosario cominciano a giocare quando, all’improvviso, vedono un lampo; pensando che sia in arrivo un temporale cominciano ad avviarsi col gregge verso casa. Poco dopo vedono un altro lampo e, dopo pochi passi, vedono sopra un piccolo leccio, una Signora tutta vestita di bianco, più brillante del sole. (…)”

    Lourdes, Lisieux, Fatima e Roma.
    “Lourdes, Lisieux, Fatima... e Roma
    Curiosità e coincidenze!
    Tutto il popolo cristiano conosce il segno della scapolare; nel secolo scorso, la santa Vergine ne ha dato conferma nelle due più grandi manifestazioni mariane: a Lourdes, la cui ultima apparizione avvenne il 16 luglio 1858, festa della Madonna del Carmelo; e a Fatima, il 13 ottobre 1917, ultima apparizione, offrendo lo Scapolare del Carmelo”

    “Beata Vergine Maria di Fatima Ricorrenza: 13 maggio.
    Era il 13 maggio 1917 quando Lucia, Francesco e Giacinta, tre ragazzi di 10, 9 e 7 anni di un paesino di nome Fatima in Portogallo, videro su un leccio «una signora tutta vestita di bianco, più splendente del sole».
    Il suo volto era molto bello, dalle mani giunte in atto di preghiera pendeva il rosario. La bianca Signora chiese ai ragazzi di tornare in quel luogo ogni tredici del mese da maggio a ottobre. Nel corso delle apparizioni la Vergine, tramite i ragazzi, invitò pressantemente gli uomini alla preghiera, alla conversione e alla penitenza. (…)”
    “CONSACRAZIONE AL CUORE IMMACOLATO della B.V. MARIA di FATIMA.
    Vergine Santa, Madre di Gesù e Madre nostra, che sei apparsa a Fatima ai tre pastorelli per recare al mondo un messaggio di pace e di salvezza, io mi impegno ad accogliere questo tuo messaggio.
    Mi consacro oggi al tuo Cuore Immacolato, per appartenere così più perfettamente a Gesù. Aiutami a vivere fedelmente la mia consacrazione con una vita tutta spesa nell'amore di Dio e dei fratelli, sull'esempio della tua vita.
    In particolare Ti offro le preghiere, le azioni, i sacrifici della giornata, in riparazione dei peccati miei e degli altri, con l
    impegno di compiere il mio dovere quotidiano secondo la volontà del Signore.
    Ti prometto di recitare ogni giorno il Santo Rosario, contemplando i misteri della vita di Gesù, intrecciati ai misteri della tua vita.
    Voglio vivere sempre da vero figlio tuo e cooperare perchè tutti Ti conoscano e amino come Madre di Gesù, vero Dio e unico nostro Salvatore. Così sia. Ave Maria Cuore Immacolato di Maria, prega per noi.”



    Imbc Amici Simpatizzanti








    Luca, Sursum Corda!

    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

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    Lightbulb Re: Maggio Mese Mariano…

    Domenica 15 maggio 2016: Domenica di Pentecoste…







    Il santo giorno della Pentecoste
    Guéranger, L'anno liturgico - Il santo giorno della Pentecoste
    “15 maggio 2016: Domenica di Pentecoste.
    La grande giornata che compie l'opera divina sull'umanità, riluce finalmente sul mondo. "I giorni della Pentecoste, ci dice san Luca, sono compiuti" (At 2,1). Dopo la Pasqua noi abbiamo visto trascorrere sette settimane; ed ecco il giorno che ne segue e porta il numero misterioso di cinquanta. Oggi è la domenica consacrata dai ricordi della creazione della luce e della Risurrezione di Cristo; ora le dovrà essere imposto il suo ultimo carattere e riceverne "la pienezza di Dio".
    La Pentecoste ebraica.
    Già durante il regno delle figure il Signore marcò la gloria futura del cinquantesimo giorno. Israele aveva compiuto, sotto gli auspici dell'Agnello Pasquale, il suo passaggio attraverso le acque del mar Rosso. Sette settimane erano trascorse nel deserto che doveva condurre nella terra promessa, ed il giorno che le seguì, fu quello in cui si suggellò l'alleanza tra Dio e il suo popolo. La Pentecoste (il cinquantesimo giorno) fu segnata dalla promulgazione dei dieci comandamenti della Legge divina, e questo grande ricordo restò in Israele, insieme alla commemorazione annuale di tale avvenimento. Ma, come la Pasqua, la Pentecoste era profetica: vi doveva essere una seconda Pentecoste, per tutti i popoli, come vi fu una seconda Pasqua per il riscatto del genere umano. Al Figlio di Dio, vincitore della morte, la Pasqua con tutti i suoi trionfi; allo Spirito Santo la Pentecoste, che lo vede entrare come legislatore nel mondo, posto ormai sotto la sua legge.
    La Pentecoste cristiana.
    Ma quale differenza tra le due Pentecoste! La prima, sulle rocce selvagge dell'Arabia, in mezzo a fulmini e tuoni, ordinando una legge impressa su tavole di pietra; la seconda, a Gerusalemme, sulla quale la maledizione non è ancora piombata, perché, fino ad allora, ella possiede le primizie del nuovo popolo sul quale dovrà esercitarsi l'impero dello Spirito d'amore. In questa seconda Pentecoste, il Cielo non si oscura, non si ode il fragore del fulmine; i cuori degli uomini non sono agghiacciati dallo spavento, come intorno al Sinai. Ma battono sotto l'impressione del pentimento e della riconoscenza. Un fuoco divino si è impadronito di essi, un fuoco che divamperà su tutta la terra. Gesù aveva detto: "Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e che desidero se non che divampi?" (Lc 12,49). L'ora è venuta, e Colui che, in Dio, è l'Amore, la fiamma eterna ed increata, discende dal Cielo per adempiere gli intenti misericordiosi dell'Emmanuele. In questo momento, in cui il raccoglimento domina il Cenacolo, Gerusalemme è piena di pellegrini, accorsi da tutte le regioni della gentilità, e qualche cosa di segreto si muove in fondo al cuore degli uomini. Sono Ebrei venuti per la festa di Pasqua e della Pentecoste, da tutti i luoghi dove Israele è andato a costruire le sue Sinagoghe. L'Asia, l'Africa, Roma stessa, hanno fornito il loro contingente. Confusi con Ebrei di razza pura, si scorgono anche dei pagani che un movimento di pietà ha portato ad abbracciare le legge di Mosè e le sue pratiche: li chiamano i Proseliti. Questa popolazione mobile, che dovrà disperdersi fra pochi giorni, e che si è riunita a Gerusalemme per il solo desiderio di compiere la legge, rappresenta, per la diversità delle lingue, la confusione di Babele; ma coloro che la compongono sono meno influenzati dall'orgoglio e dai pregiudizi di quanto lo siano gli abitanti della Giudea. Arrivati solamente ieri, essi non hanno conosciuto e ripudiato il Messia, come questi ultimi, né bestemmiato le sue opere che rendevano testimonianza di Lui. Se hanno gridato davanti a Pilato, insieme agli altri Ebrei, per domandare che il Giusto fosse crocifisso, è stato perché essi furono trascinati dall'ascendente dei sacerdoti e dei magistrati di quella Gerusalemme, verso la quale la loro pietà e la loro docilità alla legge li aveva condotti.
    Il soffio dello Spirito Santo.
    Ma è giunta l'ora; l'ora di Terza, l'ora predestinata da tutta l'eternità, ed ecco che si manifesta e si compie quel disegno che le Tre Divine Persone avevano concepito e deciso prima di tutti i tempi. Nello stesso modo che il Padre, sulla mezzanotte, mandò in questo mondo il proprio figlio, eternamente generato, per prendere carne nel seno di Maria, così il Padre e il Figlio, in questa ora di Terza, inviano sulla terra lo Spirito Santo, che procede da tutt'e due, per compiervi, sino alla fine del tempo, la missione di formare la Chiesa, Sposa e impero di Cristo, di assisterla, di mantenerla; di salvare e di santificare le anime.
    Improvvisamente un vento violentissimo che viene dal Cielo, si fa sentire; sibila al di fuori e riempie il Cenacolo col suo soffio potente. All'esterno richiama intorno all'edificio che porta alla montagna di Sion una folla di abitanti di Gerusalemme e di stranieri; dentro, tutto scuote, solleva i centoventi discepoli del Salvatore e mostra che niente gli resiste. Gesù aveva detto di Lui: "Il vento spira dove vuole, e tu ne senti la voce" (Gv 3,8); potenza invisibile, che scava fino negli abissi nel profondo del mare, e lancia le onde fino alle nubi. D'ora in avanti, questo vento percorrerà la terra in tutti i sensi, e nulla potrà arrestarlo nel suo dominio.
    Le lingue di fuoco.
    Intanto la santa assemblea, che era assisa nell'estasi dell'attesa, ha conservato il medesimo atteggiamento. Passiva sotto la forza del divino Inviato, si abbandona a Lui, ma quel soffio non è stato che una preparazione per l'interno del Cenacolo, mentre è un richiamo per il di fuori. Improvvisamente una pioggia silenziosa si spande dentro all'edificio; pioggia di fuoco dice la Santa Chiesa, "che illumina senza bruciare, che splende senza consumare" [1]; delle falde accese, che avevano la forma di lingue, vengono a posarsi sulla testa di ciascuno dei centoventi Discepoli. È lo Spirito Divino che prende possesso dell'assemblea, in ciascuno dei suoi membri. La Chiesa non è più solamente in Maria; è pure nei centoventi Discepoli. Tutti appartengono adesso allo Spirito, che è disceso sopra di essi; il suo regno è cominciato, è dichiarato, e nuove conquiste si preparano.
    Ma ammiriamo il simbolo sotto il quale si opera una tale rivoluzione. Colui che un giorno si mostrò nel Giordano, sotto la graziosa forma di colomba, appare oggi sotto quella del fuoco. Nella divina essenza, egli è amore; ora, l'amore non si trova completamente nella dolcezza e nella tenerezza; esso è ardente come il fuoco. Adesso, dunque, che il mondo è stato affidato allo Spirito Santo, bisogna che bruci; l'incendio non si arresterà più. E perché quella forma di lingue? perché la parola sarà il mezzo col quale si propagherà il divino incendio. I centoventi Discepoli non avranno che da parlare del Figlio di Dio fatto uomo e di tutti Redentore; dello Spirito Santo, che rinnova le anime; del Padre Celeste, che le ama e le adotta: la loro parola verrà accolta da un gran numero di persone. Tutti quelli che l'avranno accettata, saranno uniti in una medesima fede, e l'insieme che essi formeranno verrà chiamato Chiesa Cattolica, Universale, estesa in tutti i tempi ed in tutti i luoghi. Il Signore Gesù aveva detto: "Andate, insegnate a tutte le nazioni". Lo Spirito viene dal Cielo sulla terra, e la lingua farà risuonare questa parola, e l'amor di Dio e degli uomini che la ispirerà. Tale lingua e tale amore si sono arrestati su questi uomini e, coll'aiuto dello Spirito, essi lo trasmetteranno ad altri sino alla fine dei secoli.
    Il dono delle lingue.
    Un ostacolo, nondimeno, sembra elevarsi contro simile missione. Dopo Babele, i linguaggi dell'umanità si sono divisi, e la parola non circola più nello stesso modo tra un popolo e l'altro. Come dunque potrà essa essere lo strumento di conquista per tante nazioni, e riunire in una sola famiglia tante razze che si ignorano? Non temete: vi provvederà il potentissimo Spirito. Nella sacra ebbrezza che egli ispira ai centoventi Discepoli, ha loro conferito il dono di comprendere e di farsi capire essi stessi in tutte le lingue. Nell'istante medesimo, in un sublime trasporto, si provano a parlare tutti gli idiomi della terra, e la loro lingua, come l'orecchio, si presta, non solamente senza sforzo, ma con delizioso piacere, a questa pienezza della parola che ristabilirà la comunione degli uomini tra loro. Lo Spirito d'amore ha fatto cessare "in un momento" la separazione derivata da Babele, e l'iniziale fraternità riappare nell'unità del linguaggio. Come sei bella, o Chiesa Santa di Dio, resa sensibile da questo prodigio dello Spirito Divino, che agisce ormai senza limite! Tu ci riporti al magnifico spettacolo che ci offriva la terra, quando l'umano genere non parlava che una sola lingua. E questa meraviglia non si effettuerà solamente nel giorno della Pentecoste, né durerà soltanto quanto la vita di coloro nei quali essa si manifesta in questo momento. Dopo la predicazione degli Apostoli, la primitiva forma di questo prodigio si cancellerà a poco a poco, perché non sarà più necessaria; ma sino alla fine dei secoli, o Chiesa Santa, tu continuerai a parlare tutte le lingue; poiché non sarai confinata in un solo paese, ma abiterai in tutte le contrade del mondo. Ovunque, si sentirà predicare la medesima fede nella lingua di ogni popolo, e così, il miracolo della Pentecoste rinnovato e trasformato, ti accompagnerà sempre e resterà uno dei tuoi principali caratteri. È ciò che fa dire a sant'Agostino quelle ammirevoli parole mentre parlava ai fedeli: "La Chiesa diffusa tra le nazioni, parla tutte le lingue; che cos'è la Chiesa, se non il corpo del Cristo? In questo corpo, voi siete un membro. Essendo dunque membro d'un corpo che parla tutte le lingue, avete diritto di considerarvi come partecipe del medesimo dono" [2].
    Durante i secoli di fede, la Santa Chiesa, unica sorgente di ogni vero progresso dell'umanità, aveva fatto ancora di più: era riuscita a riunire in una stessa forma di linguaggio i popoli che aveva conquistato. La lingua latina fu molto a lungo il vincolo del mondo civilizzato. Nonostante le distanze, le relazioni di popolo a popolo, le comunicazioni della scienza, gli affari stessi dei privati le erano affidati; l'uomo che parlava quella lingua in nessun luogo era forestiero, né in tutto l'occidente, né al di là di esso. L'eresia del XVI secolo emancipò le nazioni da questo beneficio come da tanti altri, e l'Europa, a lungo scissa, cerca, senza trovarlo, questo centro comune che solo la Chiesa e la sua lingua potevano offrirle. Ma ritorniamo al Cenacolo, le cui porte non si sono ancora aperte, e seguitiamo a contemplarvi le meraviglie del divino Spirito.
    Maria nel cenacolo.
    Per prima cosa i nostri occhi cercano rispettosamente Maria; Maria, più che mai "Piena di Grazia". Poteva sembrare che, dopo i doni immensi che le vennero prodigati nella sua Concezione Immacolata, dopo i tesori di santità che riversò in Lei la presenza del Verbo incarnato durante i nove mesi che ella lo ebbe nel suo seno, dopo gli aiuti speciali ricevuti per agire e soffrire in unione col suo Figliolo nell'opera della Redenzione, dopo i favori di cui Gesù la ricolmò in mezzo agli splendori della Risurrezione, il Cielo avesse esaurito la quantità di doni che aveva da dispensare sopra una semplice creatura, per quanto alta potesse essere nell'eterno disegno. Ma non è così. Una nuova missione s'inizia per Maria: in quest'ora la Santa Chiesa viene da Lei generata; da Maria nasce al mondo la Sposa del suo Figlio e nuovi doveri l'aspettano. Gesù è ormai asceso al Cielo ed ha lasciato Maria sulla terra, affinché prodigasse le sue cure materne a questo tenero frutto. Quanto è commovente, ma quanto anche gloriosa, questa infanzia della nostra amatissima Chiesa, accolta nelle braccia di Maria, nutrita da lei, sostenuta dal suo appoggio fin dai primi passi della sua carriera nel mondo! Occorre, dunque, un aumento della grazia a questa nuova Eva, alla vera "Madre dei viventi", per rispondere ad una tale missione: e per questo ella è il principale oggetto dei favori dello Spirito Santo.
    Un giorno Egli la fecondò per divenire la madre del Figlio di Dio; in questo momento forma in lei la Madre dei Cristiani. "Un fiume con i suoi canali allieta la città di Dio" (Sal 45), come dice Davide; lo Spirito d'amore compie in questo momento l'oracolo del Redentore morente sulla Croce. Egli aveva detto, indicando l'uomo: "Donna, ecco il tuo Figlio"; e adesso l'ora è arrivata, e Maria ha ricevuto con meravigliosa pienezza questa grazia materna, che fin da oggi comincerà ad esercitare e che l'accompagnerà sino al suo trono di Regina, quando la Chiesa, essendo alfine rafforzata sufficientemente, potrà essere lasciata dalla sua celeste nutrice, che, dalla terra salirà al Cielo per cingere il diadema che l'aspetta.
    Contempliamo la nuova bellezza che appare sui tratti di Colei in cui il Signore viene a dichiarare una seconda maternità: tale bellezza, oggi, è il capolavoro dello Spirito Santo. Maria brucia di un fuoco celeste; un amore nuovo si è acceso nel suo cuore; ella si dà tutta a quest'altra missione, per la quale è stata lasciata quaggiù. La grazia apostolica è discesa in Lei. La lingua di fuoco, che ha ricevuto, non parlerà per la pubblica predicazione; ma parlerà agli Apostoli, li dirigerà, li consolerà nella loro opera. Ella si esprimerà con altrettanta dolcezza che forza, all'orecchio dei fedeli che sentiranno l'attrattiva verso Colei nella quale il Signore ha suscitato ogni meraviglia. Quale latte generoso darà ai primi figli della Chiesa il vigore che li farà trionfare dagli assalti dell'inferno; e Stefano, formato da Lei, aprirà il nobile stuolo dei martiri.
    Gli Apostoli.
    Osserviamo adesso il Collegio Apostolico. Questi uomini che quaranta giorni di avvicinamento al Maestro risorto avevano risollevato, e che noi troviamo già così differenti da com'erano prima, cosa sono divenuti ora, dopo che li ha invasi lo Spirito Santo? Non sentite che si sono trasformati, che un ardore divino li trasporta e che tra poco si lanceranno alla conquista del mondo? Tutto ciò che il Maestro aveva annunciato si è adempiuto in essi; ed è veramente la Virtù dell'alto, che è discesa per armarli nella lotta. Dove sono andati quelli che tremavano di fronte ai nemici di Gesù, quelli che dubitavano della sua Risurrezione? La verità, che il Maestro ha loro insegnato, brilla ora agli occhi dell'intelligenza; tutto vedono, e tutto comprendono. Lo Spirito Santo ha loro infuso, in grado sublime, il dono della fede e il loro cuore brucia dal desiderio di diffonderla al più presto in tutto il mondo. Ben lungi, adesso, dall'aver timore, essi non aspirano che ad affrontare tutti i pericoli della predicazione, secondo quanto Gesù ha comandato di annunciare a tutte le nazioni il suo nome e la sua gloria.
    I Discepoli.
    In un piano inferiore ci appaiono i Discepoli, meno favoriti in questa visita che i dodici principi del Collegio Apostolico, ma penetrati dal medesimo fuoco; essi pure andranno alla conquista del mondo e fonderanno numerose Cristianità. Il gruppo delle pie donne non è stato meno sensibile che il resto dell'Assemblea, nella discesa di quel Dio che si è mostrato sotto l'emblema del fuoco. L'amore che le ritenne ai piedi della croce di Gesù e che le condusse, per prime, al Sepolcro nel mattino di Pasqua, si è acceso di nuovo ardore. La lingua di fuoco si è fermata sopra ciascuna ed esse pure saranno eloquenti nel parlare del Maestro agli Ebrei ed ai Gentili.
    Gli Ebrei.
    Intanto la folla degli Ebrei che aveva sentito il frastuono annunciante la venuta dello Spirito Santo, si è ammassata, numerosa, intorno al Cenacolo. Questo stesso Spirito, che ha agito nell'interno dell'edificio con tanta magnificenza, li spinge ad assediare quella casa che contiene tra le sue mura la Chiesa di Cristo, la cui nascita è avvenuta or ora. Risuona il clamore delle voci, e, ben presto, lo zelo apostolico non sopporta più di restare in quello stretto recinto. In un momento l'assemblea, seguendo l'ispirazione, si precipita alle porte del Cenacolo, e si mette in contatto con quella moltitudine avida di conoscere il nuovo prodigio operato, poco fa, dal Dio di Israele.
    Ma, o meraviglia! la folla composta da persone di tutte le nazioni, che si aspettavano di sentir parlare dei Galilei, è presa improvvisamente dallo stupore. Quei Galilei non hanno fatto altro che annunciare l'avvenuto con parole confuse ed inarticolate, eppure ciascuno li ode parlare nella sua propria lingua. Il simbolo dell'unità appare in tutto il suo splendore. La Chiesa Cristiana è mostrata a tutti i popoli rappresentati da questa moltitudine. Essa sarà una; poiché le barriere che Dio, nella sua Giustizia, mise un tempo per isolare la nazioni, sono crollate poc'anzi. Ecco i messaggeri della fede di Cristo; sono pronti, partiranno, e la loro parola farà il giro della terra. Tuttavia, tra la folla, qualche uomo, insensibile al prodigio, si scandalizza dell'ebbrezza divina nella quale vede gli Apostoli: "Questi uomini, dicono, sono pieni di vino". È il linguaggio del razionalismo che vuole spiegare tutto con il linguaggio umano. E, nondimeno, questi Galilei, che ritengono ubriachi, prostreranno ai loro piedi il mondo intero, e comunicheranno l'ebbrezza di quello Spirito che è in loro, a tutte le razze del genere umano. I Santi Apostoli sentono che il momento è venuto; bisogna che la seconda Pentecoste sia proclamata in questo giorno, anniversario della prima. Ma in tale proclamazione della legge di misericordia e d'amore, che viene a rimpiazzare quella della giustizia e del timore, quale sarà il Mosè? L'Emmanuele, prima di salire al Cielo, l'aveva designato: Pietro, il fondamento della Chiesa. È ora che tutto questo popolo lo veda e lo ascolti; il gregge si sta per formare, ed il Pastore bisogna che si mostri. Ascoltiamo lo Spirito Santo che parlerà per mezzo del suo organo principale, in presenza della moltitudine rapita e silenziosa; ogni parola dell'apostolo, che non parla che in una sola lingua, è capita da ciascuno dei suoi ascoltatori, a qualunque paese della terra appartenga, e qualunque idioma esso usi. E basterebbe questo solo discorso a dimostrare la verità e la divinità della nuova legge.
    Il discorso di san Pietro.
    "Uomini di Giudea, e voi tutti che vi trovate in Gerusalemme, vi sia noto questo, e gli orecchi s'aprano alle mie parole. Costoro non sono già ubriachi, come voi vi pensate; siamo appena alla terza ora del giorno! Questo che avviene è quel che fu predetto dal Profeta Gioele: 'E avverrà, dice il Signore, ch'io negli ultimi giorni spanderò del mio Spirito sopra ogni carne, e i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, e i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi avranno dei sogni. Sì, in quei giorni sui miei servi e sulle mie serve spanderò dello Spirito mio e profeteranno. E farò prodigi su in Cielo, e segni giù in terra, sangue e fuoco, e vapor di fumo. Il sole si cangerà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno grande e glorioso del Signore. E avverrà che chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvo'. Uomini d'Israele, ponete mente a queste parole: Gesù Nazareno, Uomo approvato da Dio con opere potenti e prodigi e segni, che Dio ha fatto per mezzo di Lui tra voi, come voi stessi ben sapete: quest'uomo che, conformemente al determinato consiglio e alla presenza di Dio, vi fu dato nelle mani, Voi l'avete confitto per mani d'iniqui; ma Dio l'ha risuscitato, avendo rotto gli angosciosi legami del sepolcro, perché non era possibile che egli ne fosse ritenuto. Ond'è che Davide dice di Lui: 'Sempre ho avuto il Signore davanti agli occhi; ecco, egli sta alla mia destra, affinché io stia fermo. Perciò il mio cuor si rallegra, e la mia lingua giubila; e anche il mio corpo riposerà sperando, poiché tu non lascerai l'anima mia in inferno, e non permetterai che il tuo Santo vegga la corruzione! Tu mi hai fatto conoscere le vie della vita; tu mi ricolmerai di gioia con la tua presenza! Uomini fratelli si può ben dirvi liberamente che il patriarca David morì e fu sepolto, tanto che la sua tomba è anche al dì d'oggi presso di noi. Ma egli essendo profeta e sapendo che Dio gli aveva promesso con giuramento che farebbe sedere uno della sua progenie sul suo trono, con tal previsione annunzio la risurrezione di Cristo, dicendo che egli non sarebbe stato lasciato nella morte e che il suo corpo non avrebbe veduto la corruzione. Questo Gesù lo ha risuscitato Iddio, e noi tutti ne siamo testimoni. Esaltato Egli dunque alla destra e ricevuta dal Padre la promessa dello Spirito Santo, ha diffuso quel che voi vedete e udite. Certo David non salì al Cielo; anzi egli dice: 'Ha detto il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, sino a che io non ponga i tuoi nemici sgabello ai tuoi piedi'. Sappia dunque certissimamente tutta la Casa d'Israele, che Dio ha fatto Signore e Cristo questo Gesù che Voi avete crocifisso" (At 2,14-36).
    Così fu compiuta la promulgazione della nuova legge, per bocca del nuovo Mosè. Come avrebbero potuto gli ascoltatori non accogliere il dono inestimabile di questa seconda Pentecoste, che veniva a dissipare le ombre dell'antica ed a mettere in luce le divine realtà? Dio si rivelava, e, come sempre, lo faceva con dei miracoli. Pietro ricorda i prodigi di Gesù, di cui la Sinagoga non ha voluto tener conto, che rendevano testimonianza per Lui. Egli annuncia la discesa dello Spirito Santo, e quale prova vi unisce l'inaudito prodigio del dono delle lingue conferito ai presenti del Cenacolo e costatato da tutti gli ascoltatori.
    Le prime conversioni.
    Proseguendo la sua opera, lo Spirito Santo, che aleggiava su quella folla, feconda con la sua azione benedetta nei cuori predestinati. La fede nasce e si sviluppa improvvisamente nei Discepolo del Sinai, accorsi da ogni parte del mondo per una Pasqua e una Pentecoste ormai sterili. Pieni di timore e di dolore per aver domandato la morte del Giusto, di cui confessano la Risurrezione e l'Ascensione al Cielo, questi Ebrei di tutte le nazioni gridano a Pietro ed ai suoi compagni: "Fratelli, che dobbiamo fare?". Disposizione ammirevole per ricevere la fede! Il desiderio di credere e il fermo proposito di conformare le azioni alla fede. Pietro riprende il suo discorso: "Pentitevi, e che ciascuno di Voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, e avrete parte anche voi al dono dello Spirito Santo. La promessa è stata fatta per voi, per i vostri figli e per quelli che sono lontano ossia i gentili: in una parola per tutti quelli che chiama il Signore nostro Dio".
    Ad ogni parola del nuovo Mosè, viene cancellata la Pentecoste giudaica, e quella Cristiana risplende di una luce sempre più meravigliosa. Il regno dello Spirito è inaugurato in Gerusalemme, di fronte a quel tempio condannato a crollar su se stesso. Pietro continua a parlare..., ma il libro degli Atti non ha raccolto che queste parole che risuonano come un ultimo richiamo di salvezza: "Salvatevi, figli di Israele, salvatevi da questa generazione perversa".
    E infatti bisognava spezzare i vincoli con i propri cari, meritare, col sacrificio, i favori della nuova Pentecoste, passare dalla Sinagoga alla Chiesa. Molte lotte cominciarono nel cuore di quegli uomini; ma il trionfo dello Spirito Santo, in quel primo giorno, fu completo. Tremila persone si dichiararono discepoli di Gesù e furono, quel dì medesimo, segnate col suggello dell'adozione. O Chiesa del Dio vivente, come sono belli i tuoi progressi sotto il soffio del divino Spirito! In principio tu eri risieduta in Maria, l'Immacolata, piena di grazia e madre di Dio; il tuo secondo passo ti ha dato i centoventi Discepoli del Cenacolo; ed ecco che il terzo ti porta tremila eletti, i nostri antenati, che ben presto lasceranno Gerusalemme e porteranno nei paesi, da dove partirono, le primizie del nuovo popolo. Domani, al tempio, Pietro parlerà, e alla sua voce cinquemila persone si dichiareranno, a loro volta, discepoli di Gesù di Nazaret. Salve, dunque, o Chiesa, nobile ed ultima creazione dello Spirito Santo, società immortale, che militi qui in terra, mentre trionfi nei Cieli.
    O Pentecoste, giorno sacro della nostra Nascita, tu inizi gloriosamente la serie dei secoli che deve percorrere in questo mondo la Sposa dell'Emmanuele. Tu ci doni lo Spirito di Dio che viene a scrivere, non più sulla pietra, ma nei nostri cuori, la legge che governerà i Discepoli di Gesù. O Pentecoste, promulgata in Gerusalemme, ma che devi estendere i tuoi benefici anche a coloro "che sono lontani", ossia ai popoli della gentilità, tu vieni a compiere le speranze che ci fece intravedere il mistero dell'Epifania. I Magi venivano dall'Oriente, noi li seguimmo presso la culla del bambino Gesù, mentre sapevamo che sarebbe venuto il nostro turno. La tua grazia, o Spirito Santo, li aveva segretamente attirati a Betlemme; ma adesso, in questa Pentecoste che dichiara il tuo impero con tanta energia, ci chiami tutti; la stella è trasformata in lingue di fuoco, e la faccia della terra si rinnovella. Possano i nostri cuori conservare i doni che tu ci hai portato, quei doni che ci destinarono il Padre ed il Figlio, che ti inviarono a noi!
    Il mistero della Pentecoste.
    Non dobbiamo meravigliarci che la Chiesa abbia assegnato, nella Liturgia, un posto così privilegiato alla Pentecoste, quanto quello conferito alla stessa Pasqua, essendo l'importanza di questo mistero sì considerevole nell'economia del Cristianesimo. La Pasqua è il riscatto dell'uomo per mezzo della vittoria di Cristo: nella Pentecoste lo Spirito Santo prende possesso dell'uomo redento! L'Ascensione è il mistero intermedio. Da una parte essa dà il completamento alla Pasqua, stabilendo l'Uomo-Dio vincitore della morte e capo dei fedeli, alla destra del Padre; dall'altra, determina la venuta dello Spirito Santo sulla terra.
    Questa discesa non poteva aver luogo prima della glorificazione di Gesù, come ci dice san Giovanni (7, 39), e i Padri ce ne danno numerose ragioni che ci aiutano a comprendere. Bisognava che il Figlio di Dio, che col Padre è il principio della processione dello Spirito Santo nell'essenza divina, inviasse anche personalmente questo Spirito sulla terra. La missione esteriore di una delle divine persone non è che una successione ed una manifestazione della produzione misteriosa ed eterna che ha luogo in seno alla divinità. Così il Padre non è inviato né dal Figlio né dallo Spirito Santo, perché non è da essi prodotto. Il Figlio è stato mandato agli uomini dal Padre, essendo stato generato da Lui eternamente. Lo Spirito è inviato dal Padre e dal Figlio perché procede dall'uno e dall'altro. Ma perché la missione dello Spirito Santo si compisse in modo di dare maggior gloria al Figlio, era giusto che non avesse luogo soltanto dopo l'intronizzazione del Verbo incarnato alla destra del Padre, ed era, per la natura umana, sommamente glorioso che al momento di questa missione essa fosse indissolubilmente unita alla natura divina nella persona del Figlio di Dio, onde con ragione si potesse dire che l'Uomo-Dio ha inviato lo Spirito Santo sulla terra.
    Questa augusta missione non doveva essere data allo Spirito che quando gli uomini avessero perduto la visione dell'umanità di Gesù. Come abbiamo detto, bisognava, d'ora in avanti, che gli occhi e i cuori dei fedeli, s'innalzassero verso il divino assente con un amore più puro e più spirituale. Ora, a chi apparteneva di portare agli uomini questo nuovo amore, se non al potentissimo Spirito che è il vincolo tra il Padre e il Figlio in un amore eterno? Questo Spirito che infiamma ed unisce, viene chiamato nella Sacra Scrittura il "Dono di Dio"; ed è oggi che il Padre e il Figlio ce lo inviano. Ricordiamoci le parole dell'Emmanuele alla donna di Samaria presso l'orlo del pozzo di Sichar: "Se tu conoscessi il dono di Dio" (Gv 4,10). Ma non era sceso ancora! non si manifestava ancora agli uomini che con parziali benefici. A partire da oggi, è un'effusione di fuoco che copre la terra: lo Spirito Santo anima tutto, agisce in ogni luogo. Noi conosciamo il dono di Dio; non abbiamo più che accettarlo, che offrirgli l'ingresso nei nostri cuori, come i tremila fedeli ascoltatori che furono presenti alla parola di Pietro. Ma osservate in quale momento dell'anno lo Spirito Santo viene a prendere possesso del suo dominio. Abbiamo visto il Sole della giustizia elevarsi timidamente in mezzo alle ombre del solstizio d'inverno, e salire con una corsa lenta fino al suo Zenit. In un sublime contrasto, lo Spirito del Padre e del Figlio ha voluto altre armonie. Egli è fuoco, fuoco che consuma! (Dt 4,24). Ed appare sul mondo nel momento in cui il sole brilla in tutto il suo splendore, in cui questo astro contempla la terra coperta di fiori e di frutti nascenti che carezza con i suoi raggi. Accogliamo nello stesso modo il calore vivificante del divino Spirito, e chiediamogli che non diminuisca più in noi. In questo momento dell'Anno Liturgico, per mezzo del Verbo Incarnato, siamo in pieno possesso della verità! Vegliamo a mantenere fedelmente in noi quell'amore che lo Spirito Santo è venuto, a sua volta, a portarci.
    La Liturgia della Pentecoste.
    Fondata su un passato di quattromila anni, durante l'epoca delle figure, la Pentecoste cristiana, la vera quinquagenaria, è nel numero delle feste istituite dagli stessi Apostoli. Abbiamo visto che anticamente essa divise con la Pasqua l'onore di condurre i catecumeni al sacro fonte, riconducendoli poi neofiti e rigenerati. La sua Ottava, come quella di Pasqua, non sorpassa il sabato, per una ragione identica all'altra. Il battesimo si conferiva nella notte tra il sabato e la Domenica, e per i neofiti la solennità della Pentecoste s'iniziava al momento stesso del loro battesimo. Come era avvenuto a Pasqua, essi rivestivano allora la veste bianca, deponendola il sabato seguente che era contato come l'ottavo giorno.
    Il medio evo dette alla festa di Pentecoste il grazioso nome di Pasqua delle rose: noi abbiamo già visto quello della Domenica delle rose imposto nei medesimi secoli di fede alla domenica dopo l'Ascensione. Il colore vermiglio della rosa ed il suo profumo rammentavano ai nostri padri le lingue ardenti che discesero nel Cenacolo su ciascuno dei centoventi discepoli, come fossero stati i petali sfogliati della rosa divina, che spandessero l'amore e la pienezza della grazia sulla Chiesa nascente. La Liturgia è entrata nella stessa idea, scegliendo, per il Santo Sacrificio, il colore rosso durante tutta l'Ottava. Durando di Mende, nel suo Razionale, così prezioso per gli usi liturgici nel medio evo, c'insegna che nel tredicesimo secolo nelle nostre Chiese, alla Messa della Pentecoste, si liberavano alcune colombe che volteggiavano al di sopra dei fedeli, a ricordo della prima manifestazione dello Spirito Santo sul Giordano; e che, dalla volta, si buttavano giù dei battuffoli di stoppa infiammata, e dei fiori, a ricordo della seconda nel Cenacolo.
    A Roma la Stazione si tiene nella Basilica di S. Pietro. Era giusto che si rendesse omaggio in questo giorno al principe degli Apostoli, la cui eloquenza, ispirata dallo Spirito Santo, conquistò alla Chiesa quei tremila Cristiani di cui noi siamo i discendenti.
    [1] Responsorio del giovedì della Pentecoste.
    [2] XXII Trattato su san Giovanni.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 261-273.”




    [MATTIA ROSSI] La Pentecoste | Radio Spada
    “Sant’Ambrogio, nella sua Expositio Evangelii secundum Lucam, ricorda che «i cinquanta giorni sono da celebrare come la Pasqua ed essi sono tutti come un’unica domenica». E anche l’antifonario romano-antico definisce il giorno di Pentecoste come «Pascha Pentecosten».
    Nei primi secoli cristiani, dunque, la Pentecoste non veniva considerata come una festività o solennità a sé stante, ma semplicemente come l’ultimo giorno del lungo tempo di Pasqua. Si delinea verso la fine del VI secolo l’idea di istituire una festa distinta dalla Pasqua, ancorché ne continua a rappresentare la “chiusura”, per celebrare la Pentecoste e, dieci giorni prima, l’Ascensione.
    Sulla Pasqua, dunque, e sulla sua conformazione, si struttura la domenica di Pentecoste. E così come per la Pasqua, alla festa di Pentecoste (così come per l’Ascensione), si antepone una vigilia, del tutto simile in struttura e repertorio a quella di Pasqua, nel sabato e, dal VII secolo, un’Ottava il cui repertorio gregoriano venne complessamente assemblato in più stadi.
    Venendo al repertorio del giorno, notiamo subito l’intento dell’introito Spiritus Domini: essendo, come abbiamo visto, la Pentecoste, diretta emanazione liturgica della Pasqua, esso ha il preciso scopo di chiudere il tempo pasquale – come abbiamo visto, del resto, essere sempre stata la funzione primitiva della Pentecoste.
    Scrivevamo in una delle scorse puntate dedicate alle domeniche dopo Pasqua di come quel repertorio fosse interamente costellato da una dimensione universalistica incarnata da espressioni quali «Iubilate Domino omnis terra», «Laudate Dominum omnes gentes», «Iubilate Deo universa terra…», «Nuntiate usque ad extremum terrae…», «Benedicite gentes Dominum Deum nostrum» e simili.
    Ebbene, queste costanti sottolineature dell’universalità della redenzione pasquale trovano sintesi e compimento proprio nel giorno di Pentecoste: «Spiritus Domini replevit orbem terrarum, alleluia, et hoc quod continet omnia, scientiam habet vocis, alleluia, alleluia, alleluia» (Lo Spirito del Signore riempie l’universo, alleluia, e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce, alleluia, alleluia, alleluia), canta l’introito. E lo fa con una musica che sembra vuol tradurre questa “universalità” partendo dal punto più grave del brano, la prima nota su «Spiritus» (che ricava l’incipit melodico dall’omonima antifona del repertorio dell’Ufficio), per arrivare all’estremo acuto su «orbem» formando un ideale abbraccio in musica dei due antipodi melodici del brano, figura degli antipodi dell’orbe.
    Retoricamente e teologicamente interessante, è anche l’antifona di comunione Factus est repente: «Improvvisamente, nel luogo dove si trovavano, venne dal cielo un rumore come di vento impetuoso, alleluia. E furono pieni di Spirito Santo, celebrando le meraviglie di Dio, alleluia, alleluia».
    Questa composizione è strutturata attraverso una connotazione fortemente trinitaria e simbolica: il brano che narra la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli si apre con la stessa formula d’intonazione dell’introito natalizio Puer natus, il brano dell’Incarnazione di Cristo. Il parallelo teologico tra la discesa umana del Figlio e quella divina dello Spirito è “segnato” da un medesimo intervallo melodico che ricorre, identica, il giorno di Natale e il giorno di Pentecoste. Mattia Rossi 14 maggio 2016.”








    "Preghiera al Santo del giorno.
    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti.
    Amen.
    Eterno Padre, intendo onorare San Giovanni Battista de la Salle, e Vi rendo grazie per tutte le grazie che Voi gli avete elargito. Vi prego di accrescere la grazia nella mia anima, per i meriti di questo Santo, ed a lui affido la fine della mia vita tramite questa speciale preghiera, così che per virtù della Vostra bontà e promessa, San Giovanni Battista de la Salle possa essere mio avvocato e provvedere tutto ciò che è necessario in quell'ora. Così sia."
    - Carlo Di Pietro - Giornalista e Scrittore


    "15 maggio: San Giovanni Battista de la Salle, Confessore.
    Memoria di san Giovanni Battista de la Salle, sacerdote, che a Rouen in Normandia in Francia si adoperò molto per la formazione umana e cristiana dei bambini, in particolare quelli poveri, e istituì la Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, per la quale sostenne molte tribolazioni, divenendo benemerito davanti al popolo di Dio. Martirologio Romano."

    “Il 15 maggio 884 muore Papa Marino I, Sommo Pontefice.”



    Maggio, mese mariano: omaggio alla Santa Vergine | Radio Spada







    Luca, Sursum Corda!



    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

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    Lightbulb Re: Maggio Mese Mariano…

    Domenica 15 maggio 2016: Domenica di Pentecoste…



    Pentecoste - Santa Messa don Floriano
    https://www.youtube.com/watch?v=h-Ts4ruHPsg
    Pentecoste (Omelia) don Floriano
    https://www.youtube.com/watch?v=w1pYfEesI6A


    Imbc Amici Simpatizzanti
    https://it-it.facebook.com/AmiciIMBC/
    "Veni Sancte Spiritus", sequenza gregoriana di Pentecoste

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    Inno "Veni creator Spiritus" di Giovanni Pierluigi da Palestrina
    https://m.youtube.com/watch?v=2wZud4MT3uw








    Imbc Amici Simpatizzanti

    http://www.unavoce-ve.it/pg-pentecoste-doni.htm
    "I doni dello Spirito Santo.
    Durante tutta questa settimana dovremo esporre le diverse operazioni dello Spirito Santo nella Chiesa e nelle anime dei fedeli; ma è necessario, fin da oggi, anticipare l'insegnamento che abbiamo a presentare. Ci sono dati sette giorni per conoscere e studiare il Dono supremo che il Padre e il Figlio hanno voluto inviarci, e lo Spirito, che procede dai due, si manifesta in sette modi nelle anime. È dunque giusto che ogni giorno di questa settimana sia consacrato ad onorare ed a raccogliere questo settenario di benefici, per mezzo dei quali dovrà operarsi la nostra salvezza e la nostra santificazione.
    I sette doni dello Spirito Santo sono sette fonti di energia che egli degna deporre nelle nostre anime, quando vi penetra con la grazia santificante. Le grazie attuali mettono in movimento, simultaneamente o separatamente, quelle potenze divinamente infuse in noi, ed il bene soprannaturale e meritorio per la vita eterna si produce col consenso della nostra volontà.
    Il Profeta Isaia, guidato dall'ispirazione divina, ci aveva fatto conoscere questi sette doni, nel brano in cui, descrivendo l'operazione dello Spirito Santo sull'anima del Figlio di Dio fatto uomo, che ci rappresenta come il fiore uscito dal ramo Verginale nato dal tronco di Jesse, ci dice: "Si poserà sopra di lui lo Spirito del Signore, Spirito di saviezza e discernimento, Spirito di consiglio e fortezza, Spirito di conoscenza e di pietà, e nel timore del Signore è la sua ispirazione" (Is 9,2-3). Niente di più misterioso che queste parole; ma si sente che ciò che esse esprimono non è una semplice enumerazione dei caratteri del divino Spirito, ma la descrizione degli effetti che opera nell'anima umana. Così l'ha compresa la tradizione cristiana, ed enunciata negli scritti degli antichi padri, e formulata con la teologia.
    L'umanità sacra del Figlio di Dio incarnato è il tipo soprannaturale della nostra, e ciò che lo Spirito Santo ha operato in lei deve proporzionalmente aver luogo in noi. Egli ha deposto nel Figlio di Maria quelle sette forze che descrive il profeta; i medesimi doni sono stati preparati all'uomo rigenerato. Notiamo la successione che si manifesta nella loro serie. Isaia nomina prima lo Spirito di sapienza e finisce con quello del timor di Dio. La Sapienza è effettivamente, come vedremo, la più elevata delle prerogative alla quale possa giungere l'anima umana, mentre il Timor di Dio, secondo la profonda espressione del Salmista, non è che il principio e l'abbozzo di questa divina qualità. Si capisce facilmente che l'anima di Gesù chiamata a contrarre l'unione personale con il Verbo, sia stata trattata con una dignità particolare, in modo che il dono della Sapienza debba essere stato infuso in essa in una maniera primordiale, mentre il dono del Timor di Dio, qualità necessaria ad una natura creata, sia stata posta in lei soltanto come complemento. Per noi, al contrario, fragili e incostanti come siamo, il Timor di Dio è la base di tutto l'edificio ed è per mezzo suo che ci eleviamo di grado in grado fino a quella Sapienza che ci unisce a Dio. È dunque nell'ordine inverso di quello segnalato da Isaia nei riguardi del Figlio di Dio incarnato, che l'uomo s'innalza alla perfezione, per mezzo dei doni dello Spirito Santo, che gli sono stati conferiti nel Battesimo e che gli vengono resi nel sacramento della riconciliazione, se ha avuto la sventura di perdere la grazia santificante per il peccato mortale.
    Ammiriamo con profondo rispetto l'augusto settenario, di cui troviamo l'impronta in tutta l'opera della nostra salvezza e della nostra santificazione. Sette sono le virtù che rendono l'anima gradita a Dio; per mezzo dei suoi sette Doni, lo Spirito Santo la conduce al suo fine; i sette Sacramenti le comunicano i frutti dell'Incarnazione e della Redenzione di Gesù Cristo; e, finalmente, dopo trascorse sette settimane dalla Pasqua, lo Spirito è mandato sulla terra per stabilirvi e consolidarvi il regno di Dio. Dopo tutto questo, noi non ci meraviglieremo che Satana abbia cercato di fare una parodia sacrilega dell'opera divina, opponendole l'orribile settenario dei sette peccati capitali, per mezzo dei quali egli si sforza di perdere l'uomo che Dio vuole salvare.
    I DONI DEL TIMORE
    L'orgoglio per noi è l'ostacolo al bene. È l'orgoglio che ci porta a resistere a Dio, a mettere il nostro fine in noi stessi; in una parola, a perderci. Solo l'umiltà può salvarci da un sì grande pericolo. Chi ce la darà? Lo Spirito Santo, infondendo in noi il dono del Timor di Dio.
    Questo sentimento riposa sull'idea che la fede ci da della maestà di Dio, in presenza del quale non siamo che un nulla; della sua Santità infinita, davanti alla quale non siamo che indegnità e sozzura; del giudizio sovranamente equo che dovrà esercitare su noi all'uscire da questa vita; e del pericolo di una caduta, sempre possibile, se non corrispondiamo alla grazia che non ci manca mai, ma alla quale possiamo resistere.
    La salvezza dell'uomo si opera, dunque, "con timore e tremore", come c'insegna l'Apostolo (Fil 2,12); ma questo timore, che è un dono dello Spirito Santo, non è un sentimento rudimentale che si limita a gettarci nello spavento al pensiero dei castighi eterni. Esso ci mantiene nella compunzione del cuore, anche quando i nostri peccati fossero da molto tempo perdonati; c'impedisce di dimenticare che siamo peccatori, che dobbiamo tutto alla misericordia divina, e che non siamo ancora salvi che in speranza (Rm 8,24).
    Questo timor di Dio non è dunque un timore servile, ma diviene, al contrario, la fonte dei sentimenti più delicati: può allearsi con l'amore, non essendo più che un sentimento filiale che teme il peccato a causa dell'oltraggio che reca a Dio. Ispirato dal rispetto della maestà divina, dal sentimento della sua santità infinita, colloca la creatura nel vero suo posto, e san Paolo c'insegna che, purificandosi così, ci aiuta, "compiendo l'opera della nostra santificazione" (2Cor 9,27). È per questo che il grande Apostolo, che era stato rapito fino al terzo Cielo, ci confessa che è rigoroso verso se stesso "al fine di non essere condannato" (1Cor 9,27).
    Lo spirito di indipendenza e di falsa libertà che regna oggi, contribuisce a rendere più raro il timor di Dio, ed è questa una delle piaghe del nostro tempo. La familiarità con Dio tiene troppo spesso il posto di questa disposizione fondamentale della vita cristiana, ed è allora che ogni progresso si arresta, l'illusione si introduce nell'anima, ed i sacramenti, che nel momento del ritorno a Dio avevano operato con tanta forza, divengono press'a poco sterili. E ciò accade perché il dono del timore è stato soffocato sotto la vana compiacenza dell'anima in se stessa. L'umiltà si è spenta; un orgoglio, segreto e universale, è venuto a paralizzare i movimenti di quell'anima, che arriva, senza accorgersene, a non conoscere più Iddio, per il fatto stesso che non trema più davanti a Lui.
    Conservaci, dunque, o divino Spirito, il dono del timor di Dio, che hai diffuso in noi nel nostro Battesimo. Questo timore salutare ci assicurerà la perseveranza nel bene, arrestando il progresso dello spirito d'orgoglio. Che esso sia, dunque, come un dardo che attraversi la nostra anima da parte a parte, restandovi fissato sempre a nostra salvaguardia. Che esso abbassi la nostra alterigia, che ci strappi alla mollezza, rivelandoci, senza tregua, lo splendore e la santità di Colui che ci ha creati e che ci deve giudicare.
    Sappiamo, o divino Spirito, che questo beato timore non soffoca l'amore; ma, ben lungi da ciò, toglie, invece, gli ostacoli che impedirebbero il suo sviluppo. Le potenze celesti vedono ed amano ardentemente il Sommo Bene, e se ne sono inebriate per l'eternità; e, nondimeno, tremano di fronte a quella temibile maestà: "tremunt Potestates". E noi, ricoperti dalle cicatrici del peccato, pieni d'imperfezione, esposti a mille insidie, obbligati a lottare contro tanti nemici, non sentiremo, forse, che dobbiamo stimolare con un forte timore filiale, nello stesso tempo, la nostra volontà che si addormenta così facilmente e il nostro spirito assediato da tante tenebre? Veglia sulla tua opera, o divino Spirito! Preserva in noi il dono prezioso che ti sei degnato di farci; insegnaci a conciliare la pace e la gioia del cuore con il timor di Dio, secondo questo avvertimento del Salmista: "Servite a Dio con timore rendetegli omaggio con tremore" (Sal 2,11).
    PREGHIAMO
    O Dio, che oggi hai ammaestrato i cuori dei fedeli con la luce dello Spirito Santo, donaci di gustare nello stesso Spirito la verità e di godere sempre della sua consolazione.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 280-284."









    "Sant'Agostino: Discorso sulla Pentecoste

    1. Ritengo che voi, carissimi, ben sappiate che oggi la Chiesa celebra la discesa dello Spirito Santo. Il Signore infatti aveva promesso ai suoi apostoli che avrebbe mandato loro lo Spirito, e in conformità con la sua attendibilissima parola, egli adempì la promessa. E se la resurrezione del Signore rafforzò nei seguaci la fede nella divinità di colui che si fece uomo per la nostra salvezza, ancor più questo fece la sua ascensione al cielo, e raggiunse la pienezza e la perfezione con il dono dello Spirito Santo, che egli mandò [dal cielo] e riempì i discepoli. Diventati otri nuovi, essi poterono contenere il vino nuovo; e per questo motivo, siccome parlavano in [diverse] lingue, si disse che erano ubriachi e pieni di vino nuovo. Le parole degli ascoltatori furono testimonianza dell'affermazione del Signore, riferita dalla Scrittura, che aveva detto: Nessuno mette il vino nuovo in otri vecchi. Ora per questi otri nuovi egli stava preparando il vino nuovo. Essi furono otri vecchi finche nei riguardi di Cristo ebbero opinioni carnali. Nell'ambito di " otre vecchio " rientrava quell'espressione che l'apostolo Pietro in preda al timore per la morte di Cristo ebbe a pronunciare pensando che egli sarebbe finito come tutti gli altri uomini. A lui però il Signore replicò: Va' lontano da me, satana! Tu mi sei di scandalo. Questa riluttanza di Pietro faceva parte della sua condizione di otre vecchio; ma ecco che il Signore risuscitò e si mostrò ai discepoli. Essi toccarono ciò che nel pianto avevano visto pendere dalla croce: erano davanti ai loro occhi vive quelle membra che piangendo avevano viste morte e sepolte. Furono fortificati nella fede e credettero in lui. Poi ecco che egli ascende in cielo e comanda loro di riunirsi in un unico luogo e lì aspettare fino a quando non avesse inviato loro quel che aveva promesso. Si radunarono dunque in un luogo e pregando attesero il compimento della promessa. In tal modo deposero l'antico e si rivestirono del nuovo. Divenuti capaci [del dono divino], essi il giorno della Pentecoste ricevettero lo Spirito Santo. Ecco il motivo per cui noi celebriamo il grande mistero odierno e facciamo festa in questo giorno celeberrimo. Vogliate pertanto considerare, santi fratelli, il grande accordo esistente fra le Scritture del vecchio e del nuovo Testamento. Nel primo la grazia veniva promessa, nel secondo è data; nel primo era simboleggiata, nel secondo raggiunge la completa pienezza. Vien da pensare a un artefice che intende costruire delle figure con un metallo, ad esempio con il bronzo o l'argento. Prima della fusione compone la forma in cera, e questa prima composizione provvisoria diventa un passaggio per la necessaria forma definitiva: l'artista cioè compone quelle prime forme per poi riempirle. Allo stesso modo il Signore disegnò tutto in forme figurative e le diede al popolo nel vecchio Testamento, ma poi svuotò quelle forme e nel darle al nuovo popolo, le riempì con una perfettissima infusione. Vogliate dunque, santi fratelli, considerare con un'attenzione un po' più impegnata quali sono state le antiche forme rappresentative e quale la loro realizzazione nel giorno della Pentecoste. Vale la pena considerarle con attenzione. Si apprende con frutto più abbondante quella parola che si ascolta con attenzione particolare. Siate anche voi, è evidente, degli otri nuovi per poter contenere il vino nuovo a voi servito dal nostro ministero.
    2. Spesso ci si chiede: "Se noi celebriamo la Pentecoste per la discesa dello Spirito Santo, per qual motivo la celebrano i giudei?". Infatti anche i giudei celebrano la Pentecoste. Lo avete ascoltato voi che questa mattina eravate presenti alla lettura del libro di Tobia, che vi è stata proclamata nella memoria del beato Teogene. Ivi è detto che nel giorno di Pentecoste [Tobia] si preparò un pranzo invitando alcuni suoi compatrioti che, essendo timorati del Signore, erano degni di partecipare alla sua mensa. Dice: Nel giorno di Pentecoste, che è il più santo della settimana . Infatti sette per sette fa quarantanove: al quale numero si aggiunge l'uno per significare l'unità e così poter tornare al principio. L'unità infatti dà coesione a tutta la moltitudine; e mentre la moltitudine se non è cementata dall'unità è un agglomerato di gente rissosa e litigiosa, se invece è concorde forma un'anima sola. Lo afferma la Scrittura, la quale, parlando di coloro che avevano ricevuto lo Spirito Santo, dice che avevano un'anima sola e un cuore solo protesi verso Dio. Così essi diventano il cinquanta, cioè il mistero della Pentecoste. Ma allora perché celebrano la Pentecoste i giudei se non perché nella loro celebrazione era contenuta una qualche figura? Statemi attenti! Voi sapete che presso i giudei si uccideva un agnello e così si celebrava la pasqua, come figura della Passione del Signore, che sarebbe avvenuta in seguito. Non c'è cristiano che ignori quanto vi sto dicendo. Sapete anche che fu loro comandato di trovarsi un agnello fra le capre e tra le pecore . Ma come si può trovare un agnello tra le capre e tra le pecore? Quel comando però, in se impossibile, stava ad annunziare una possibilità che si sarebbe realizzata nel nostro Signore Gesù Cristo, il quale secondo la carne nacque dalla stirpe di Davide, e trae origine da peccatori e da giusti. Nella genealogia del Signore, secondo le generazioni riportate dagli evangelisti, trovi molti peccatori e molti giusti. Chiamò infatti anche costoro, cioè i peccatori, essendo venuto servendosi anche di peccatori; e da giusti e da peccatori raduna oggi la sua Chiesa, riservandosi di mandare i giusti nel Regno dei cieli, separando [da loro] i peccatori che si ostinano nel peccato e nella malvagità. Ad ogni modo egli, venuto per caricarsi dei nostri peccati, non ha esitato a trarre origine da peccatori. Ma in questo, cioè riguardo alla sua genealogia, ci son molte cose misteriose, che, se Dio ce ne concederà il tempo, spiegheremo alla santità vostra; adesso dobbiamo tornare all'argomento che ci proponevamo di trattare.
    3. Riguardo al giorno della Pentecoste, stavamo esponendo il motivo per cui lo celebrano anche i giudei. Essi uccidono l'agnello, l'agnello pasquale. E, come loro, così anche noi celebriamo la pasqua nella quale fu ucciso l'Agnello immacolato e senza colpa: quell'Agnello al quale Giovanni rese testimonianza dicendo: Ecco, l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. In memoria della sua passione noi celebriamo la pasqua. Ai giudei fu datala legge [che si basa] sul timore, ai cristiani viene dato lo Spirito Santo, fonte di grazia. Spinti dal timore essi non furono in grado di adempiere la legge, anzi proprio a causa della legge divennero trasgressori. La legge è contenuta nei cinque libri, come cinque erano i portici che circondavano la piscina di Salomone: i quali potevano, sì, accogliere i malati ma non ne potevano guarire neppure uno. I cinque portici accoglievano gli infermi, che però rimanevano distesi lì dov'erano. Allo stesso modo nessuno veniva risanato mediante quei libri. Perché nessuno? Per la superbia. Convinti di poter adempiere il precetto con le loro sole forze, non riuscirono ad adempirlo, e così la legge divenne loro avversaria: per essa divennero trasgressori, e tali rimasero finche non proruppero nel grido del quale anche questa mattina abbiamo parlato alla vostra santità: Uomo miserabile che altro non sono! Chi mi libererà da questo corpo mortale? La grazia di Dio per l'opera di Gesù Cristo nostro Signore. Dunque, la legge smaschera i trasgressori, la grazia li libera dalla colpa; la legge minaccia, la grazia attira; la legge tende a punire, la grazia assicura il perdono. Nondimeno le cose prescritte nella legge sono identiche a quelle prescritte nella grazia; e per questo si dice che la legge fu scritta con il dito di Dio. Così infatti troviamo scritto.
    4. Cerchiamo nel Vangelo cosa sia il dito di Dio, e lo troveremo. Che significa " dito di Dio "? Nella verità delle cose infatti Dio non ha questo membro corporale come lo abbiamo noi. Ma per caso egli avrà la vista da una parte e non dall'altra?, o di lui si potrà forse delimitare la forma delle membra, mentre egli è tutto in ogni luogo ed è presente dinanzi a tutti? Cos'è dunque il dito di Dio? Lo Spirito Santo. Statemi attenti! Come lo dimostriamo? Dal Vangelo. C'è infatti un passo in cui quello che un evangelista dice in figura un altro lo dice in forma esplicita. È quel passo del Vangelo dove i giudei affermano che il Signore cacciava i demoni in nome di Beelzebub. Rispondendo il Signore disse: Se io scaccio i demoni nel dito di Dio, è certamente giunto a voi il Regno di Dio. Un altro evangelista riferisce lo stesso avvenimento dicendo: Se io [faccio questo]nello Spirito Santo, vuol dire che è giunto a voi il Regno di Dio. Siccome dunque un evangelista parla di " dito di Dio ", ecco che l'altro chiarisce l'espressione mostrandoci che " dito di Dio " è lo Spirito Santo, per cui in Dio non dobbiamo cercare dita carnali ma comprendere il motivo per cui con il nome " dito " si designa lo Spirito Santo. È perché ad opera dello Spirito Santo gli apostoli ricevettero la diversità dei doni, ed è nelle dita che la mano appare in forma diversificata, tant'è vero che con le dita si fa il conto e la spartizione. Ma allora perché i giudei celebrano la Pentecoste? Mistero grande e veramente stupendo, fratelli! Imprimetevi nella mente che nel giorno della Pentecoste i giudei ricevettero la legge, scritta con il dito di Dio, e nello stesso giorno di Pentecoste discese lo Spirito Santo.
    5. Occorre determinare la natura della legge [del Signore]. I giudei la ricevettero in tavole di pietra, e con ciò si raffigurava la durezza del loro cuore, ma essa era scritta con il dito di Dio, e pertanto tutte le prescrizioni contenute nella legge obbligano anche i cristiani. Ora però, come dice l'Apostolo, non sono scritte in tavole di pietra ma nelle tavole del cuore che sono di carne. Ecco dunque la differenza: la legge finche rimase scritta nei cuori induriti dei giudei, non fu osservata; la stessa legge, data ai cristiani, trova cuori dotati di fede e così diventa facile e dura in eterno. Essi erano pietra; invece i cuori dei cristiani erano terreno fertile, quindi furono in grado di produrre frutti. Ci rifacciamo al Vangelo, quando al Signore fu presentata quella donna che era stata sorpresa nell'adulterio. Stando alla legge, i giudei la volevano lapidare , il Signore invece voleva solo che non continuasse a peccare, pronto a perdonarle il peccato commesso. E a coloro che volevano colpirla con le pietre, mentre erano loro stessi di pietra, disse: Chi tra voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei. Detto questo chinò il capo e con il dito cominciò a scrivere in terra; ma quei tali, esaminando la propria coscienza, se ne andarono uno dopo l'altro, dal più anziano al più giovane, e rimase lì soltanto la donna. Il Signore alzò il capo e le disse: Cos'è questo, donna? Nessuno ti ha condannata? Rispose: Nessuno, Signore. E il Signore: Nemmeno io ti condanno. Va' e non peccare più. Cosa significava questa larghezza nel perdonare? La grazia. E quella durezza che cosa significava? La legge data su pietre. Per questo il Signore scriveva con il dito, ma scriveva in una terra da cui poteva raccogliere frutti! Se al contrario si semina qualcosa sulla pietra, la pianta non viene fuori perché non può mettere le radici . Distingui dunque dito di Dio e dito di Dio: il dito di Dio con cui fu scritta la legge e il dito di Dio che è lo Spirito Santo.
    6. Nel giorno di Pentecoste fu data la legge, nel giorno di Pentecoste venne lo Spirito Santo. Ma vi avevamo promesso di dimostrarvi come i giudei ricevettero la legge cinquanta giorni dopo la Pasqua, che anche noi celebriamo. Tieni presente al riguardo che ad essi fu ordinato di uccidere l'agnello per la celebrazione della Pasqua il quattordici del primo mese. Mettendo nel computo lo stesso giorno quattordici in cui comincia la Pasqua, di quel mese restano diciassette giorni. Si arrivò quindi al deserto, al luogo dove fu data la legge; e la Scrittura si esprime così: Nel terzo mese da quando il popolo era stato condotto fuori dall'Egitto il Signore parlò a Mosè dicendo che quanti avrebbero ricevuto la legge si purificassero in vista del terzo giorno, nel quale sarebbe stata data la legge. Dunque all'inizio del terzo mese si ingiunge di purificarsi per il terzo giorno; e comincia la Pasqua... Statemi attenti, perché non succeda che i numeri vi portino, per così dire, fuori pista e addensino nubi sul vostro intelletto. Per quanto ci è possibile, con l'aiuto del Signore vogliamo chiarirvi la cosa. Se mi sosterrete con la vostra attenzione, scorgerete fraternamente quel che intendo dirvi; se questa attenzione mancherà, quanto io vi dirò vi rimarrà oscuro anche se ve lo esponessi nella forma più elementare. Or dunque, ecco che per [celebrare] la Pasqua si fissa il quattordici del mese e si prescrive la purificazione per ricevere la legge, data sul monte e scritta con il dito di Dio, quel dito di Dio che è lo Spirito Santo. Ricordatevi di questo. Ve lo abbiamo dimostrato in base al Vangelo. Per la purificazione si fissa il terzo giorno del terzo mese. Al primo mese dunque togli dodici [giorni] per cominciare con il quattordicesimo: ne restano diciassette. Se a questi aggiungi l'intero secondo mese arrivi a quarantasette, e se prosegui contando dal giorno stesso della purificazione per arrivare al terzo giorno, ecco che si ha cinquanta. È quanto mai chiaro, lampante : i giudici ricevettero la legge nel giorno di Pentecoste.
    7. Essendo induriti, [la legge] fu per loro un gravame; essendo induriti, fu per loro un peso. Viene però il Signore arrecando la grazia, e grida: Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mite ed umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime. Poiché il mio giogo è soave e il mio carico leggero. Come mai il suo giogo è soave? La legge minaccia, egli attira; la legge dice: " Se non fai questo o quello, io ti punirò "; Cristo dice: " Qualsiasi peccato abbia tu fatto, io te lo perdono; d'ora in avanti guàrdati dal peccare ". Pertanto il suo giogo è soave, il suo peso leggero. Occorre però che noi diventiamo otri nuovi e, rivolti con l'animo verso di lui, ne attendiamo la grazia. Saremo copiosamente riempiti di Spirito Santo e attraverso lo Spirito santo verrà in noi la carità. In tal modo saremo riscaldati dal vino nuovo e ci inebrieremo al suo calice scintillante e colmo di ebbrezza, al punto che dimenticheremo le cose terrene che prima ci tenevano schiavi. In questo modo se ne dimenticavano i martiri quando si avviavano al supplizio. Dimenticavano i figli e le mogli, dimenticavano i genitori anche quando si cospargevano la testa di polvere e perfino le madri che dinanzi a loro scoprivano il seno e rinfacciando il latte che avevano succhiato, tentavano di distoglierli dal cibo [della vita]. Tutto essi dimenticavano, e non badavano nemmeno ai loro cari. Perché ti stupisci se il martire non si ferma a considerare i propri familiari? È un ubriaco. Ma ubriaco di che? Di carità. E la carità da dove gli è venuta? Dal dito di Dio, dallo Spirito Santo, da colui che discese il giorno di Pentecoste.
    8. Come dimostriamo che si adempie la legge mediante la carità, dono dello Spirito Santo? Lo dice l'Apostolo: Pieno adempimento della legge è la carità; e in un altro passo: L'amore del prossimo non opera il male. Infatti i precetti " Non commettere adulterio ", " non rubare ", " non uccidere ", " non desiderare "e tutti gli altri si compendiano in questa parola: " Amerai il prossimo tuo come te stesso". Ecco perché la carità adempie la legge. E come dimostriamo che la carità proviene dallo Spirito Santo? Ascolta l'Apostolo che dice: Noi ci gloriamo della tribolazione. Sottoposti a tribolazione i giudei venivano costretti ad adempiere la legge, ma non vi riuscivano; i cristiani dalle tribolazioni non venivano allontanati dalla legge ma piuttosto sospinti a correre verso la legge. Badate a ciò che dico, fratelli. Ai giudei era irrogata la pena che chiunque avesse offerto sacrifici agli idoli doveva essere lapidato o crocifisso, ed essi si astenevano dal farlo perché erano pressati dal timore, non trattenuti dall'amore. Non temevano [la trasgressione] perché erano sopraffatti dal desiderio illecito ed andavano dietro agli idoli tutte le volte che incombeva su di loro la crocifissione o si minacciava loro la morte o la lapidazione. Tutte queste pene non riuscivano a trattenerli [dal male]. Più tardi, ecco venire l'amore insieme con il timore: sopraggiunse la carità. Il Vangelo fu predicato ai pagani, e per indurli a sacrificare agli idoli si prese a minacciare loro il fuoco, le croci, le belve. Tutte queste pene venivano loro minacciate e gli imperatori le infliggevano, ma i cristiani sopportavano tutto, e il loro cuore non si piegò ad adorare gli idoli. Dalle pene i giudei non ottennero d'essere distolti dagli idoli; dalle stesse pene i cristiani non si lasciarono indurre a venerare gli idoli. Questo perché era in essi la carità, dono dello Spirito Santo. Dice l'Apostolo: Anzi, noi ci gloriamo delle tribolazioni sapendo che la tribolazione produce la pazienza, la pazienza la virtù provata - e noi vogliamo ora dimostrare che la carità con cui si adempie la legge proviene dallo Spirito Santo -. Orbene, eccolo qua: la tribolazione [produce] la pazienza, la pazienza la virtù provata, la virtù provata la speranza; la speranza non resta delusa poiché la carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori ad opera dello Spirito Santo, che ci è stato dato.
    9. Noi dunque celebriamo oggi l'annuale festa della discesa dello Spirito Santo; ma lo Spirito Santo dobbiamo averlo nel cuore tutti i giorni. Non dobbiamo pensare che la solennità odierna debba durare soltanto per oggi e non in tutti gli altri giorni. Non celebriamola per un giorno solo ma in ogni tempo, se vogliamo essere non riprovati ma approvati dal Signore nel giorno della sua venuta. Avendoci in antecedenza dato il pegno, ci voglia condurre al possesso eterno [dei beni]. Cristo infatti ha sposato la sua Chiesa e ha mandato a lei lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è come l'anello nuziale; e chi le ha dato l'anello le darà anche l'immortalità e il riposo. Lui amiamo, in lui speriamo, in lui crediamo.Nel pomeriggio venite un po' prima per poter cantare inni a Dio. Gli estranei si ubriacano con il vino della vite di questa terra per soddisfare la lussuria; noi inebriamoci dei cantici divini. Lodiamo il Signore con i canti della salvezza e, una buona volta, dimentichiamo la terra, per meritare di essere elevati dalla terra al cielo. Ce lo conceda il nostro Signore Gesù Cristo, che vive e regna con Dio Padre. Discorso 272/B"









    "Il Catechismo Maggiore di San Pio X.
    CAPO XI.
    Della festa della Pentecoste.
    91 D. Qual mistero si onora dalla Chiesa nella solennità di Pentecoste?
    R. Nella solennità di Pentecoste sionora il mistero della venuta dello Spirito Santo.
    92 D. Perché la festa della venuta dello Spirito Santo si chiama Pentecoste?
    R. La festa della venuta dello Spirito Santo si chiama Pentecoste, vale a dire cinquantesimo giorno, perché la venuta dello Spirito Santo accadde cinquanta giorni dopo la risurrezione di Gesù Cristo.
    93 D. La Pentecoste non era anche una festa dell'antica legge?
    R. La Pentecoste era anche una festa solennissima appresso gli ebrei, ed era figura di quella che si celebra dai cristiani.
    94 D. La Pentecoste degli ebrei per qual fine fu istituita?
    R. La Pentecoste degli ebrei fu istituita in memoria della legge data loro da Dio sul monte Sinai fra tuoni e lampi, scritta su due tavole di pietra, cinquanta giorni dopo la prima Pasqua, cioè dopo la loro liberazione dalla schiavitù di Faraone.
    95 D. In qual maniera si è adempiuto nella Pentecoste de' cristiani ciò che era figurato in quella degli ebrei?
    R. Ciò che era figurato nella Pentecoste degli ebrei si é adempiuto in quella dei cristiani, per questo che lo Spirito Santo discese sopra gli Apostoli e gli altri discepoli di Gesù Cristo, radunati con Maria Vergine in un medesimo luogo, e impresse nei loro cuori la nuova legge per mezzo del suo divino amore.
    96 D. Che cosa avvenne nella discesa dello Spirito Santo?
    R. Nella discesa dello Spirito Santo venne ad un tratto un suono dal cielo, come di vento gagliardo, ed apparvero delle lingue spartite, come di fuoco, e si posarono sopra ciascuno dei congregati.
    97 D. Quali effetti produsse negli Apostoli la discesa dello Spirito Santo?
    R. Lo Spirito Santo, discendendo sopra gli Apostoli, li riempì di sapienza, di forza, di carità e dell'abbondanza di tutti i suoi doni.
    98 D. Che cosa si ebbe ad ammirare negli Apostoli, dopo che furono ripieni di Spirito Santo?
    R. Gli Apostoli, dopo che furono ripieni di Spirito Santo, d'ignoranti divennero intelligenti de' più profondi misteri e delle sacre Scritture; di timidi divennero coraggiosi per predicare la Fede di Gesù Cristo; parlarono diversi linguaggi, e operarono grandi miracoli.
    99 D. Qual fu il primo frutto della predicazione degli Apostoli dopo la discesa dello Spirito Santo?
    R. Il primo frutto della predicazione degli Apostoli dopo la discesa dello Spirito Santo fu la conversione di tremila persone nella predica fatta da S. Pietro nel medesimo giorno della Pentecoste, che fu poi seguita da moltissime altre.
    100 D. Lo Spirito Santo è stato mandato ai soli Apostoli?
    R. Lo Spirito Santo non è stato mandato ai soli Apostoli, ma anche alla Chiesa ed a tutti i fedeli.
    101 D. Che cosa opera la Spirito Santo nella Chiesa?
    R. Lo Spirito Santo vivifica la Chiesa, e con perpetua assistenza la regge; e di qui viene la forza invincibile che ha nelle persecuzioni; là vittoria sui nemici; la purità della dottrina e lo spirito di santità che vi dimora in mezzo alla corruzione del secolo.
    102 D. Quando è che i fedeli ricevono lo Spirito Santo?
    R. I fedeli ricevono lo Spirito Santo in tutti i sacramenti, e specialmente nella Cresima e nell'Ordine Sacro.
    103 D. Che cosa dobbiamo noi fare nella festa della Pentecoste?
    R. Nella festa della Pentecoste dobbiamo fare quattro cose:

    1. adorare lo Spirito Santo;
    2. pregarlo a venire in noi e comunicarci i suoi doni;
    3. accostarci degnamente ai santi Sacramenti;
    4. ringraziare il divin Salvatore di aver mandato lo Spirito Santo, secondo le sue promesse, e di avere così compito tutti i misteri e la grande opera dello stabilimento della Chiesa."




    Imbc Amici Simpatizzanti
    "Giaculatorie allo Spirito Santo
    Spiritus Sancte, Deus, miserere nobis.
    Spiritus Sancti gratia illuminet sensus, et corda nostra. Amen.
    Spirito Santo, eterno Amore
    vieni in noi coi tuoi ardori,
    vieni e infiamma i nostri cuori
    col tuo santo divino amor."










    Luca, Sursum Corda!

    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

  6. #46
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    Lightbulb Re: Maggio Mese Mariano…

    Domenica 22 maggio 2016: Santissima Trinità…





    Radio Spada | Radio Spada ? Tagliente ma puntuale
    “22 maggio 2016: FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (prima domenica dopo la Pentecoste).”




    “Il 22 Maggio del 1447 moriva santa Rita da Cascia, vedova.”
    “Il 22 maggio 1667 muore Papa Alessandro VII Chigi, Sommo Pontefice.”






    Festa della Santissima Trinità
    Guéranger, L'anno liturgico - Festa della Santissima Trinità
    "PROPRIO DEL TEMPO
    FESTA DELLA
    SANTISSIMA TRINITÀ
    Ragioni della festa e della sua tarda istituzione.
    Abbiamo visto gli Apostoli nel giorno della Pentecoste ricevere lo Spirito Santo e, fedeli all'ordine del Maestro (Mt 28,19) partire subito per andare ad ammaestrare tutte le genti, e battezzare gli uomini nel nome della Santissima Trinità. Era dunque giusto che la solennità che ha per scopo di onorare il Dio unico in tre persone seguisse immediatamente quella della Pentecoste alla quale è unita da un misterioso legame. Tuttavia, solo dopo lunghi secoli essa è venuta a prender posto nell'Anno liturgico, che si va completando nel corso del tempo.
    Tutti gli omaggi che la Liturgia rende a Dio hanno per oggetto la divina Trinità. I tempi sono per essa così come l'eternità; essa è l'ultimo termine di tutta la nostra religione. Ogni giorno ed ogni ora le appartengono. Le feste istituite per commemorare i misteri della nostra salvezza finiscono sempre ad essa. Quelle della Santissima Vergine e dei Santi sono altrettanti mezzi che ci guidano alla glorificazione del Signore unico nell'essenza e triplice nelle persone; quanto all'Ufficio divino della Domenica in particolare, esso offre ogni settimana l'espressione formulata in modo particolare, dell'adorazione e dell'omaggio verso questo mistero, fondamento di tutti gli altri e sorgente di ogni grazia.
    Si comprende così perché la Chiesa abbia tardato tanto ad istituire una festa speciale in onore della Santissima Trinità. Mancava del tutto la ragione ordinaria che motiva l'istituzione delle feste. Una festa è la fissazione di un fatto che è avvenuto nel tempo e di cui è giusto perpetuare il ricordo e la risonanza: ora, da tutta l'eternità, prima di qualsiasi creazione, Dio vive e regna, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Questa istituzione non poteva dunque consistere se non nel fissare sul Calendario un giorno particolare in cui i cristiani si sarebbero uniti in un modo per così dire più diretto nella solenne glorificazione del mistero dell'Unità e della Trinità in una stessa natura divina.
    Storia della festa.
    Il pensiero si presentò dapprima ad alcune di quelle anime pie e raccolte che ricevono dall'alto il presentimento delle cose che lo Spirito Santo compirà più tardi nella Chiesa. Fin dal secolo VIII, il dotto monaco Alcuino, ripieno dello spirito della Liturgia, credette giunto il momento di redigere una Messa votiva in onore del mistero della Santissima Trinità. Sembra pure che vi sia stato spinto da un desiderio dell'apostolo della Germania, san Bonifacio. La Messa costituiva semplicemente un aiuto alla pietà privata, e nulla lasciava prevedere che ne sarebbe derivata un giorno l'istituzione di una festa. Tuttavia la devozione a questa Messa si estese a poco a poco, e la vediamo accettata in Germania dal Concilio di Seligenstadt, nel 1022.
    Ma a quell'epoca in una chiesa del Belgio era già in uso una festa propriamente detta della Santissima Trinità. Stefano, vescovo di Liegi, aveva istituito solennemente la festa della Santissima Trinità nella sua Chiesa nel 920, e fatto comporre un Ufficio completo in onore del mistero. A quei tempi non esisteva ancora la disposizione del diritto comune che riserva alla Santa Sede l'istituzione delle nuove feste, e Richiero, successore di Stefano nella sede di Liegi, tenne in piedi l'opera del suo predecessore.
    Essa si estese a poco a poco, e pare che l'Ordine monastico le sia stato subito favorevole; vediamo infatti fin dai primi anni del secolo XI, Bernone, abate di Reichenau, occuparsi della sua propagazione. A Cluny, la festa si stabilì abbastanza presto nel corso dello stesso secolo, come si può vedere dall'Ordinario di quel monastero redatto nel 1091, in cui essa si trova menzionata come istituita già da un certo tempo.
    Sotto il pontificato di Alessandro II (1061-1073), la Chiesa Romana, che ha spesso sanzionato, adottandoli, gli usi delle chiese particolari, dovette esprimere un giudizio su questa nuova festa. Il Pontefice, in una delle sue decretali, pur costatando che la festa è già diffusa in molti luoghi, dichiara che la Chiesa Romana non l'ha accettata per il fatto che ogni giorno l'adorabile Trinità è senza posa invocata con la ripetizione delle parole: Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto, e in tante altre formule di lode.
    Tuttavia la festa continuava a diffondersi, come attesta il Micrologio; e nella prima parte del secolo XII, l'abate Ruperto affermava già la convenienza di quella istituzione, esprimendosi al riguardo come faremmo oggi noi: "Subito dopo aver celebrato la solennità della venuta dello Spirito Santo, cantiamo la gloria della Santissima Trinità nell'Ufficio della Domenica che segue, e questa disposizione è molto appropriata poiché subito dopo la discesa di quel divino Spirito cominciarono la predicazione e la fede e, nel battesimo, la fede, la confessione del nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Dei divini Uffici, l. xii, c. i).
    In Inghilterra l'istituzione della festa della Santissima Trinità ebbe come autore principale il martire san Tommaso di Cantorbery. Fu nel 1162 che egli la istituì nella sua Chiesa, in ricordo della sua consacrazione episcopale che aveva avuto luogo la prima Domenica dopo la Pentecoste. Per la Francia troviamo nel 1260 un concilio di Arles presieduto dall'arcivescovo Florentin, che nel suo sesto canone inaugura solennemente la festa aggiungendovi il privilegio d'una Ottava. Fin dal 1230 l'ordine dei Cistercensi, diffuso nell'intera Europa, l'aveva istituita per tutte le sue case; e Durando di Mende, nel suo Razionale, lascia concludere che il maggior numero delle Chiese latine, durante il secolo XIII usava già la celebrazione di questa festa. Fra tali Chiese ve ne erano alcune che la ponevano non alla prima bensì all'ultima Domenica dopo la Pentecoste e altre che la celebravano due volte: una prima all'inizio della serie delle Domeniche che seguono la solennità di Pentecoste, e una seconda volta alla Domenica che precede immediatamente l'Avvento. Questo uso era mantenuto in modo particolare dalle Chiese di Narbona, di Le-Mans e di Auxerre.
    Si poteva sin d'allora prevedere che la Santa Sede avrebbe finito per sanzionare una istituzione che la cristianità desiderava di vedere stabilita dappertutto. Giovanni XXII, che occupò la cattedra di san Pietro fino al 1334, completò l'opera con un decreto nel quale la Chiesa Romana accettava la festa della Santissima Trinità e la estendeva a tutte le Chiese.
    Se si cerca ora il motivo che ha portato la Chiesa, guidata in tutto dallo Spirito Santo, ad assegnare così un giorno speciale nell'anno per rendere un solenne omaggio alla divina Trinità, quando tutte le nostre adorazioni, tutti i nostri ringraziamenti, tutti i nostri voti salgono in ogni tempo verso di essa, lo si troverà nella modificazione che si andava introducendo allora nel calendario liturgico. Fin verso il 1000, le feste dei santi universalmente onorati erano molto rare. Da quell'epoca appaiono in maggior numero, ed era da prevedere che si sarebbero moltiplicate sempre di più. Sarebbe giunto il tempo - e sarebbe durato per secoli - in cui l'Ufficio della Domenica che è consacrata in modo speciale alla Santissima Trinità, avrebbe ceduto spesso il posto a quello dei Santi riportati dal corso dell'anno. Si rendeva dunque necessario, per legittimare in qualche modo questo culto dei servi nel giorno consacrato alla suprema Maestà, che almeno una volta nell'anno la Domenica offrisse l'espressione piena e diretta di quella religione profonda che l'intero culto della santa Chiesa professa verso il sommo Signore, che si è degnato di rivelarsi agli uomini nella sua unità ineffabile e nella sua eterna Trinità.
    L'essenza della fede.
    L'essenza della fede cristiana consiste nella conoscenza e nell'adorazione di Dio unico in tre persone. Da questo mistero scaturiscono tutti gli altri, e se la nostra fede se ne nutre quaggiù come del suo supremo alimento, aspettando che la sua visione eterna ci rapisca in una beatitudine senza fine, è perché è piaciuto al sommo Signore di dichiararsi quale egli è al nostro umile intelletto, pur restando nella sua "luce inaccessibile" (1Tm 6,16). La ragione umana può arrivare a conoscere l'esistenza di Dio come creatore di tutti gli esseri, può farsi un'idea delle sue perfezioni contemplando le sue opere, ma la nozione dell'intima essenza di Dio non poteva giungere a noi se non attraverso la rivelazione che egli si è degnato di farcene.
    Ora, volendo il Signore manifestarci misericordiosamente la sua essenza onde unirci più strettamente a sé e prepararci in qualche modo alla visione che deve offrirci di se stesso faccia a faccia nell'eternità, ci ha guidati successivamente di luce in luce, fin quando fossimo abbastanza illuminati per adorare l'Unità nella Trinità e la Trinità nell'Unità. Nel corso dei secoli che precedono l'Incarnazione del Verbo eterno, Dio sembra preoccupato soprattutto di inculcare agli uomini l'idea della sua unità, poiché il politeismo diventa sempre più il male del genere umano, e la nozione stessa della causa spirituale e unica di tutte le cose si sarebbe spenta sulla terra se la Somma Bontà non avesse operato costantemente per conservarla.
    Il Figlio rivela il Padre.
    Bisognava che giungesse la pienezza dei tempi; allora Dio avrebbe mandato in questo mondo il suo Figlio unigenito generato da lui fin dall'eternità. Egli ha realizzato questo disegno della sua munificenza, "e il Verbo fatto carne ha abitato in mezzo a noi" (Gv 1,14). Vedendo la sua gloria, che è quella del Figlio unigenito del Padre (ibidem), abbiamo conosciuto che in Dio vi è Padre e Figlio. La missione del Figlio sulla terra, nel rivelarci se stesso, ci insegnava che Dio è eternamente Padre, poiché tutto ciò che è in Dio è eterno. Senza questa rivelazione che è per noi un anticipo della luce che attendiamo dopo questa vita, la nostra conoscenza di Dio sarebbe rimasta molto imperfetta. Bisognava che vi fosse infine relazione fra la luce della fede e quella della visione che ci è riservata, e non bastava più all'uomo sapere che Dio è uno.
    Ora noi conosciamo il Padre, dal quale, come ci dice l'Apostolo, deriva ogni paternità anche sulla terra (Ef 3,15). Per noi il Padre non è più soltanto il potere creatore che produce gli esseri al di fuori di sé; il nostro occhio, guidato dalla fede, penetra fin nel seno della divina essenza, ed ivi contempliamo il Padre che genera un Figlio simile a sé. Ma, per insegnarcelo, il Figlio è disceso fino a noi. Egli lo dice espressamente: "Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale piace al Figlio rivelarlo" (Mt 11,27). Gloria dunque al Figlio che si è degnato di manifestarci il Padre, e gloria al Padre che il Figlio ci ha rivelato!
    Così la scienza intima di Dio ci è venuta dal Figlio che il Padre nel suo amore ci ha donato (Gv 3,16); e onde elevare i nostri pensieri fino alla sua natura divina, questo Figlio di Dio che si è rivestito della nostra natura umana nella sua Incarnazione, ci ha insegnato che il Padre e lui sono uno (ivi 17,22), che sono una stessa essenza nella distinzione delle persone. L'uno genera, l'altro è generato; l'uno si afferma potenza, l'altro sapienza e intelletto.
    La potenza non può essere senza l'intelletto, né l'intelletto senza la potenza, nell'essere sommamente perfetto; ma l'uno e l'altro richiedono un terzo termine.
    Il Padre e il Figlio mandano lo Spirito Santo.
    Il Figlio, che è stato mandato dal Padre, è salito al cielo con la natura umana che ha unita a sé per l'eternità, ed ecco che il Padre e il Figlio mandano agli uomini lo Spirito che procede dall'uno e dall'altro. Con questo nuovo dono, l'uomo giunge a conoscere che il Signore Iddio è in tre persone. Lo Spirito, legame eterno dei primi due, è la volontà, l'amore, nella divina essenza. In Dio dunque è la pienezza dell'essere, senza principio, senza successione e senza progressi, poiché nulla gli manca. In questi tre termini eterni della sua sostanza increata egli è l'atto puro e infinito.
    La Liturgia, lode della Trinità.
    La sacra Liturgia, che ha per oggetto la glorificazione di Dio e la commemorazione delle sue opere, segue ogni anno le fasi di queste manifestazioni nelle quali il sommo Signore si è dichiarato interamente a dei semplici mortali. Sotto i colori scuri dell'Avvento, abbiamo attraversato il periodo di attesa durante il quale il radioso triangolo lasciava appena penetrare alcuni raggi attraverso le nubi. Il mondo implorava il liberatore, un Messia; e lo stesso Figlio di Dio doveva essere questo liberatore, questo Messia. Perché comprendessimo a fondo gli oracoli che ce lo annunciavano, era necessario che egli venisse. Ci è nato un pargolo (Is 9,6) e abbiamo avuto la chiave delle profezie. Adorando il Figlio, abbiamo adorato anche il Padre che ce lo mandava nella carne e al quale è consostanziale. Quel Verbo di vita che abbiamo visto, che abbiamo sentito, che le nostre mani hanno toccato (1Gv 1,1) nell'umanità, che si era degnato di assumere, ci ha convinti che è veramente una persona, che è distinta dal Padre, poiché l'uno manda e l'altro è mandato. Nella seconda persona divina abbiamo trovato il mediatore che ha riunito la creazione al suo autore, il redentore dei nostri peccati, la luce delle nostre anime, lo Sposo che esse sospirano.
    Terminata la serie dei misteri che le sono propri, abbiamo celebrato la venuta dello Spirito santificatore, annunciato come Colui che doveva venire a perfezionare l'opera del Figlio di Dio. L'abbiamo adorato e riconosciuto distinto dal Padre e dal Figlio, che ce lo mandavano con la missione di restare con noi (Gv 14,16). Si è manifestato nelle operazioni divine che gli sono proprie, poiché sono l'oggetto della sua venuta. Esso è l'anima della santa Chiesa, e la conserva nella verità che il Figlio le ha insegnata. È il principio della santificazione delle anime nostre, in cui vuoi porre la sua dimora. In una parola, il mistero della Santissima Trinità è diventato per noi non solo un dogma imposto al nostro pensiero dalla rivelazione, ma una verità praticamente conosciuta da noi per la ineffabile munificenza delle tre divine persone, adottati come siamo dal Padre, fratelli e coeredi del Figlio, mossi e abitati dallo Spirito Santo.
    MESSA
    Per quanto il sacrificio della Messa sia sempre celebrato in onore della Santissima Trinità, oggi la Chiesa, nei suoi canti, nelle sue preghiere e nelle sue letture, glorifica in modo più preciso il grande mistero che costituisce il fondamento della fede cristiana. Si fa tuttavia la commemorazione della prima Domenica dopo la Pentecoste, per non interrompere l'ordine della Liturgia. La Chiesa usa in questa solennità il colore bianco in segno di letizia e per esprimere la semplicità della purezza dell'essenza divina.
    EPISTOLA (Rm 11,33-36). - O profondità delle ricchezze della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono incomprensibili i suoi giudizi ed imperscrutabili le sue vie! Chi ha conosciuto il pensiero del Signore? E chi gli è stato consigliere? Chi gli ha dato per il primo, per averne da ricevere il contraccambio? Da lui e per lui e in lui son tutte le cose. A lui gloria nei secoli. Così sia.
    I disegni di Dio.
    Non possiamo fermare il nostro pensiero sui consigli divini senza provare una specie di vertigine. L'eterno e l'infinito confondono la nostra debole ragione, e questa ragione nello stesso tempo li riconosce e li confessa. Ora, se i disegni di Dio sulle creature già sorpassano il nostro intelletto, come potrà esserci nota l'intima natura di quell'essere supremo? Tuttavia noi distinguiamo e glorifichiamo in questa essenza increata il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il Padre ha rivelato se stesso mandandoci il suo Figlio, oggetto della eterna compiacenza; il Figlio ci ha manifestato la sua personalità assumendo la nostra carne che il Padre e lo Spirito Santo non hanno assunta insieme con lui; lo Spirito Santo, mandato dal Padre e dal Figlio, è venuto a compiere in noi la missione da essi ricevuta. Il nostro occhio si immerge in queste sacre profondità e il nostro cuore si intenerisce pensando che, se conosciamo Dio, è appunto con i suoi benefici che egli ha formato in noi la nozione di ciò che è. Custodiamo con amore questa fede, e attendiamo con fiducia il momento in cui essa cesserà per far posto alla visione eterna di quello che avremo creduto quaggiù.
    VANGELO (Mt 28,18-20). - In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: Mi è stato dato ogni potere, in cielo e in terra. Andate dunque ad ammaestrare tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.
    La fede nella Trinità.
    Il mistero della Santissima Trinità manifestato dalla missione del Figlio di Dio in questo mondo e dalla promessa del prossimo invio dello Spirito Santo, è dichiarato agli uomini nelle solenni parole che Gesù pronuncia prima di salire al cielo. Egli dice: "Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo" (Mc 16,17); ma aggiunge che il battesimo sarà dato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. D'ora in poi è necessario che l'uomo non solo confessi l'unità di Dio abiurando il politeismo, ma che adori la Trinità delle persone nell'unità dell'essenza. Il grande segreto del cielo è una verità divulgata ora per tutta la terra.
    Ringraziamento.
    Ma se confessiamo umilmente Dio conosciuto quale è in se stesso, dobbiamo anche rendere l'omaggio d'una eterna riconoscenza alla gloriosa Trinità. Essa non si è solo degnata di imprimere le sue divine sembianze sulla nostra anima, facendola a sua immagine; ma, nell'ordine soprannaturale, si è impossessata del nostro essere e l'ha elevato ad una incommensurabile grandezza. Il Padre ci ha adottati nel suo Figlio incarnato; il Verbo illumina il nostro intelletto con la sua luce; lo Spirito Santo ci ha eletti per sua abitazione: e appunto questo esprime la forma del santo battesimo. Con quelle parole pronunciate su di noi insieme con l'infusione dell'acqua, tutta la Trinità ha preso possesso della sua creatura. Noi ricordiamo tale miracolo ogni qualvolta invochiamo le tre divine persone facendoci il segno della croce. Quando le nostre spoglie mortali saranno portate nella casa di Dio per ricevervi le ultime benedizioni e gli addii della Chiesa terrena, il sacerdote supplicherà il Signore di non entrare in giudizio con il suo servo; e per attirare su quel cristiano già entrato nella sua eternità gli sguardi della misericordia divina, egli mostrerà al supremo Giudice che quel membro del genere umano "fu segnato durante la vita con il sigillo della S. Trinità". Veneriamo in noi quell'augusta impronta che sarà eterna. La riprovazione stessa non la cancellerà. Sia dunque essa la nostra speranza, il nostro nobile titolo, e viviamo a gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
    Lode alla Santissima Trinità.
    Unità indivisibile, Trinità distinta in una sola natura, sommo Dio, che ti sei rivelato agli uomini, degnati di sopportare che noi osiamo esprimere alla tua presenza le nostre adorazioni, ed effondere il ringraziamento che trabocca dai nostri cuori, quando ci sentiamo inondati dai tuoi ineffabili lumi. Unità divina, Trinità divina, noi non ti abbiamo ancora contemplata, ma sappiamo che tu sei poiché ti sei degnata di manifestarti. Questa terra che noi abitiamo sente ogni giorno affermare chiaramente l'augusto mistero la cui visione costituisce il principio della beatitudine degli esseri glorificati nel tuo seno. La stirpe umana ha dovuto aspettare per lunghi secoli prima che la divina formula le fosse pienamente rivelata; ma la generazione alla quale apparteniamo ne è in possesso, e confessa con slancio l'Unità e la Trinità nella tua essenza infinita. Una volta la parola dello Scrittore sacro, simile al lampo che solca le nubi e lascia dietro di sé l'oscurità più profonda, attraversava l'orizzonte del pensiero. Egli diceva: "Ignoro la vera Sapienza, non possiedo la scienza di ciò che è santo. Chi mai è salito al cielo e ne è ridisceso? Chi è colui che tiene nelle mani la tempesta? Chi trattiene le acque come in un involucro? Chi ha fissato i confini della terra? Sai tu quale è il suo nome? Conosci il nome del figlio suo?" (Pr 30,2-4).
    Signore Iddio, grazie alla tua infinita misericordia noi conosciamo oggi il tuo nome: tu ti chiami il Padre, e colui che eternamente generi si chiama il Verbo, la Sapienza. Sappiamo anche che dal Padre e dal Figlio procede lo Spirito d'amore. Il Figlio, rivestito della nostra carne, ha abitato questa terra ed è vissuto in mezzo agli uomini; quindi è disceso lo Spirito, che rimane con noi fino alla consumazione dei destini della famiglia umana quaggiù. Ecco perché osiamo confessare l'Unità e la Trinità; poiché avendo inteso la testimonianza divina abbiamo creduto; e "poiché abbiamo creduto, parliamo con tutta sicurezza" (Sal 115,10; 2Cor 4,13). I tuoi Serafini, o Dio, sono stati intesi dal Profeta cantare: "Santo, Santo, Santo è il Signore degli eserciti" (Is 4,3). Noi non siamo che uomini mortali, ma più fortunati di Isaia, senza essere profeti come lui, possiamo pronunciare le parole angeliche e dire: "Santo è il Padre, Santo è il Figlio, Santo è lo Spirito". Essi si sostenevano in volo con due delle ali che possedevano; con altre due si velavano rispettosamente il volto e le ultime due coprivano loro i piedi. Anche noi, fortificati dallo Spirito divino che ci è stato dato, cerchiamo di sollevare sulle ali del desiderio il peso della nostra mortalità; copriamo con il pentimento la responsabilità delle nostre colpe, e velando sotto la nube della fede il debole occhio del nostro intelletto, riceviamo nell'intimo la luce che ci è infusa. Docili alle parole rivelate, ci conformiamo a ciò che esse ci insegnano; essi ci apportano la nozione, non solo distinta ma luminosa, del mistero che costituisce la sorgente e il centro di tutti gli altri. Gli Angeli e i Santi ti contemplano in cielo, con quella ineffabile timidezza che il profeta ci ha descritta mostrandoci il loro sguardo velato sotto le loro ali. Noi non vediamo ancora, non potremmo vedere, ma sappiamo, e questa scienza illumina i nostri passi e ci stabilisce nella verità. Ci guardiamo dallo "scrutare la maestà", per paura "di essere schiacciati sotto la gloria" (Pr 25,27); ma ripensando umilmente a ciò che il cielo si è degnato di rivelarci dei suoi segreti, osiamo dire:
    Lode all'unico Dio.
    Gloria a te, ESSENZA unica, atto puro, essere necessario, infinito senza divisione, indipendente, completo da tutta l'eternità, tranquillo e sommamente beato. In te noi riconosciamo insieme con l'inviolabile Unità, fondamento di tutte le grandezze, tre persone che sussistono distintamente ma nella loro produzione e nella loro distinzione hanno in comune la stessa natura, in modo che la sussistenza personale che costituisce ciascuna di esse e le distingue l'una dall'altra non apporta fra loro alcuna disuguaglianza. O beatitudine infinita in questa società delle tre persone che contemplano in se stesse le ineffabili perfezioni dell'essenza che le riunisce, e la proprietà di ciascuna delle tre che anima divinamente quella natura che nulla potrebbe limitare o turbare! O miracolo di quella essenza infinita allorché si degna di agire fuori di se stessa, creando altri esseri nella sua potenza e nella sua bontà, operando le tre persone d'accordo, in modo che quella che interviene in una maniera che le è propria, lo fa in virtù di una volontà comune! Un amore speciale sia dunque mostrato alla divina persona che, nell'azione comune alle tre, si degna di rivelarsi in modo speciale alle creature; e nello stesso tempo siano rese grazie alle altre due che si uniscono in una medesima volontà, quella che si manifesta in nostro favore!
    Lode al Padre.
    Gloria a te, o PADRE, Antico dei giorni (Dn 7,9), innascibile, senza principio ma che comunichi essenzialmente e necessariamente al Figlio e allo Spirito Santo la divinità che risiede in te! Tu sei Dio e sei Padre. Chi ti conosce come Dio e ti ignora come Padre, non ti conosce quale tu sei. Produci, generi, ma è nel tuo seno che sei generatore, poiché nulla di quanto è fuori di te è Dio. Tu sei l'essere, la potenza; ma non sei stato mai senza un Figlio. Tu dici a te stesso tutto quello che sei, ti traduci, e il frutto della fecondità del tuo pensiero, uguale a te, è una seconda persona che esce da te: è il tuo Figliuolo, il tuo Verbo, la tua parola increata. Una volta hai parlato, e la tua parola è eterna come te, come il tuo pensiero di cui è l'espressione infinita. Così lo splendore che brilla ai nostri occhi non è mai stato senza il suo splendore. Questo splendore è da lui, è con lui; emana da lui senza diminuirlo, così come non si isola da lui. Perdona, o Padre, al nostro debole intelletto di cogliere un paragone dagli esseri che tu hai creati. E se consideriamo noi stessi che siamo stati creati da te a tua immagine, non sentiamo forse che il nostro stesso pensiero, per essere distinto nella nostra mente, ha bisogno del termine che lo fissa e lo determina?
    O Padre, noi ti abbiamo conosciuto mediante quel Figlio che tu eternamente generi, e che si è degnato di rivelarsi a noi. Egli ci ha insegnato che tu sei Padre e che egli è Figlio, e nello stesso tempo tu sei con lui una stessa cosa (Gv 10,30). Se un Apostolo esclama: "Signore, mostraci il Padre", egli risponde: "Chi vede me, vede il Padre mio" (Gv 14,8-9). O Unità della natura divina, in cui il Figlio, distinto dal Padre, non è tuttavia da meno del Padre! O compiacenza del Padre nel Figlio, mediante il quale egli ha coscien*za di se stesso; compiacenza d'amore intimo che egli dichiara alle nostre orecchie mortali sulle rive del Giordano e sulla vetta del Tabor (Mt 3,17; 2Pt 1,17).
    O Padre, noi ti adoriamo, ma ti amiamo pure: poiché un Padre deve essere amato dai suoi figli, e noi siamo appunto tuoi figli. Un Apostolo non ci insegna forse che ogni paternità procede da te, non solo in cielo, ma anche in terra (Ef 3,15)? Nessuno è padre, nessuno ha l'autorità paterna nella famiglia, nello Stato, nella Chiesa, se non da te, in te e ad imitazione di te. Di più, tu hai voluto che "fossimo non soltanto chiamati tuoi figli, ma che tale qualità fosse reale in noi" (Gv 3,1); non per generazione come è del tuo unico Verbo, ma per una adozione che ci rende suoi "coeredi" (Rm 8,17). Il tuo divin Figlio dice parlando di te: "Io onoro il Padre mio" (Gv 8,49); anche noi ti onoriamo, o sommo Padre, Padre d'immensa maestà, e dal profondo del nostro nulla, nell'attesa dell'eternità, ti glorifichiamo insieme con i santi Angeli e i Beati della nostra stirpe. Che il tuo occhio paterno ci protegga, che si degni di compiacersi anche in quei figli che tu hai previsti, che hai eletti, che hai chiamati alla fede e che osano insieme con l'Apostolo chiamarti "il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione" (2Cor 1,3).
    Lode al Figlio.
    Gloria a te, o FIGLIO, o Verbo, o Sapienza del Padre! Emanato dalla sua essenza divina, il Padre ti ha dato nascita "prima dell'aurora" (Sal 109,3); egli ti ha detto: "Oggi ti ho generato" (Sal 2,7), e quel giorno che non ha né vigilia né domani è l'eternità. Tu sei Figlio e Figlio unigenito, e questo nome esprime una stessa natura con colui che ti produce; esclude la creazione, e ti mostra consustanziale al Padre, dal quale esci con una perfetta somiglianza. Tu esci dal Padre senza uscire dall'essenza divina, essendo coeterno al tuo principio, poiché in Dio nulla vi è di nuovo e nulla di temporale. In te, la filiazione non è una dipendenza, poiché il Padre non può essere senza il Figlio come il Figlio senza il Padre. Se è nobile per il Padre produrre il Figlio, non è meno nobile per il Figlio esaurire e terminare in sé stesso con la sua filiazione la potenza generatrice del Padre.
    O Figlio di Dio, tu sei il Verbo del Padre. Parola increata, tu gli sei intimo come il suo pensiero, che è il suo stesso essere. In te quell'essere si traduce interamente nella sua infinità, in te si conosce. Tu sei il frutto immateriale prodotto dall'intelletto divino del Padre, l'espressione di tutto ciò che egli è sia che ti custodisca misteriosamente "nel suo seno" (Gv 1,18), sia che ti produca al di fuori. Quali termini potremo usare per definirti nella tua magnificenza, o Figlio di Dio?! Lo Spirito Santo si degna di venirci in aiuto nei libri che ha ispirato ed osiamo perciò dire col linguaggio che ci suggerisce: "Tu sei lo splendore della gloria del Padre, la forma della sua sostanza (Ebr 1,3). Tu sei lo splendore dell'eterna luce, lo specchio senza imperfezione della maestà di Dio, la rifrazione della sua eterna bontà" (Sap 7,26). Con la santa Chiesa riunita a Nicea, osiamo dirti ancora: "Tu sei Dio da Dio, lume da lume, Dio vero da Dio vero". Con i Padri e i Dottori aggiungiamo: "Tu sei la lampada eternamente accesa alla lampada eterna. La tua luce non diminuisce affatto quella che si comunica a te, e in te essa non ha nulla di inferiore a quella che l'ha prodotta".
    Ma quando questa ineffabile fecondità che dà un Figlio eterno al Padre, al Padre e al Figlio un terzo termine, ha voluto manifestarsi al di fuori della divina essenza, e non potendo produrre più nulla che le fosse uguale si è degnata di chiamare dal nulla la natura intellettuale e ragionevole, come quella che più si avvicinava al suo principio, e la natura materiale come la meno lontana dal nulla, la produzione intima della tua persona nel seno del Padre, o Figlio unigenito di Dio, si è rivelata al mondo nell'atto creatore. Il Padre ha fatto tutte le cose, ma "le ha fatte nella sua Sapienza" cioè è in te che "le ha fatte" (Sal 103,24). Questa missione di operare che hai ricevuta dal Padre, deriva dalla generazione eterna con la quale egli ti produce da se stesso. Tu sei stato lanciato dal tuo misterioso riposo, e le creature visibili e invisibili sono uscite dal nulla dietro il tuo comando. Agendo in un intimo accordo con il Padre, hai diffuso sui mondi, creandoli, qualcosa di quella bellezza e di quell'armonia di cui sei il riflesso nell'essenza divina. Ma la tua missione non era esaurita dalla creazione. L'angelo e l'uomo, esseri intelligenti e liberi, erano chiamati a vedere e a possedere Dio in eterno. Per essi, l'ordine naturale non era sufficiente; bisognava che venisse aperta una via soprannaturale per condurli al loro fine. Questa via, eri tu stesso, o Figlio unigenito di Dio. Assumendo in te la natura umana, tu ti univi all'opera tua, risollevavi fino a Dio l'angelo e l'uomo, e nella tua natura finita apparivi come il tipo supremo della creazione che il Padre aveva compiuta per mezzo tuo. O mistero ineffabile! Tu sei il Verbo increato, e insieme "il primogenito di ogni creatura" (Col 1,15) che doveva essere manifestato a suo tempo, ma che avevi preceduto nell'intenzione divina tutti gli esseri che sono stati creati perché fossero i suoi sudditi.
    La stirpe umana, chiamata a possederti nel suo seno come il divino intermediario, la ruppe con Dio: il peccato la precipitò nella morte. Chi poteva ormai risollevarla e restituirla al suo sublime destino? Ancora soltanto tu, o Figlio unigenito del Padre! Non avremmo mai osato sperarlo; ma "il Padre ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16), non più soltanto come mediatore, ma come redentore di noi tutti. O nostro fratello maggiore, tu gli chiedevi "che ti restituisse la tua eredità" (Sal 16,5), e questa eredità hai dovuto riscattarla. Il Padre allora ti affidò la missione di Salvatore per la nostra razza perduta. Il tuo sangue sulla croce fu il prezzo del nostro riscatto, e siamo rinati a Dio e ai nostri onori d'un tempo; per questo ci facciamo vanto, noi tuoi redenti, o Figlio di Dio, di chiamarti NOSTRO SIGNORE.
    Liberati dalla morte, purificati dal peccato, ti sei degnato di restituirci tutte le nostre grandezze. Tu infatti sei ormai il CAPO, e noi siamo le tue membra. Tu sei il RE, e noi siamo i tuoi fortunati sudditi. Tu sei il PASTORE, e noi siamo le pecore del tuo unico ovile. Tu sei lo SPOSO, e la Chiesa madre nostra è la tua sposa. Tu sei il PANE vivo disceso dal cielo, e noi siamo i tuoi invitati. O Figlio di Dio, o Emmanuele, o figlio dell'uomo, benedetto il Padre che ti ha mandato; ma benedetto con lui anche tu, che hai adempiuto la sua missione, e che ti sei degnato di dirci che "le tue delizie sono nello stare con i figli degli uomini" (Pr 8,31)!
    Lode allo Spirito Santo.
    Gloria, a te, o SPIRITO SANTO, che emani per sempre dal Padre e dal Figlio nell'unità della divina sostanza! L'atto eterno con il quale il Padre conosce se stesso produce il Figlio che è l'immagine infinita del Padre, e il Padre è preso d'amore per quello splendore uscito da lui da prima dei secoli. Il Figlio, contemplando il principio da cui emana eternamente, concepisce per tale principio un amore uguale a quello di cui è l'oggetto. Chi potrebbe mai descrivere questo ardore, questa mutua aspirazione che è l'attrazione e il moto d'una persona verso l'altra, nell'immobilità eterna dell'essenza?! Tu sei quell'amore, o Spirito divino, che esci dal Padre e dal Figlio come da uno stesso principio, distinto dall'uno e dall'altro, ma che forma il legame che li unisce nelle ineffabili delizie della divinità: Amore vivo, personale, che procede dal Padre attraverso il Figlio, termine estremo che completa la natura divina e definisce eternamente la Trinità. Nel seno impenetrabile del gran Dio, la personalità ti deriva insieme dal Padre di cui sei l'espressione con un nuovo modo di produzione (Gv 15,26) e dal Figlio che, ricevendo dal Padre, ti dà da se stesso (Gv 16,14-15), poiché l'amore infinito che li unisce eternamente è dei due e non di uno solo. Mai il Padre fu senza il Figlio, mai il Figlio fu senza il Padre; ma neppure mai il Padre e il Figlio sono stati senza di te, o Spirito Santo! Eternamente essi si sono amati, e tu sei l'amore infinito che regna in essi, e al quale essi comunicano la loro divinità. La tua processione dall'uno e dall'altro esaurisce la virtù produttiva dell'essenza increata, e così le divine persone realizzano il numero tre; al di fuori di esse, non vi è che il creato.
    Era necessario che nella divina essenza vi fosse non solo la potenza e l'intelletto, ma anche il volere dal quale procede l'azione. Il volere e l'amore sono una sola e medesima cosa, e tu sei, o divino Spirito, quel volere e quell'amore. Quando la gloriosa Trinità opera al di fuori di se stessa, l'atto concepito dal Padre, espresso dal Figlio, si compie per tuo mezzo. Pure per tuo mezzo l'amore che il Padre e il Figlio hanno l'uno per l'altro, e che si personifica in te, si estende agli esseri che saranno creati. Mediante il suo Verbo il Padre li conosce; mediante te, o Spirito amore, li ama, sicché tutta la creazione procede dalla bontà divina.
    Emanando dal Padre e dal Figlio, senza perdere l'uguaglianza che hai eternamente con essi, sei mandato dall'uno e dall'altro verso la creatura. Il Figlio, mandato dal Padre, riveste per l'eternità la natura umana, e la sua persona, con le operazioni che le sono proprie, ci appare distinta da quella del Padre. Così pure, o Spirito Santo, noi ti riconosciamo distinto dal Padre e dal Figlio, quando discendi per compiere su di noi la missione che ti è stata assegnata dall'uno e dall'altro. Tu ispiri i profeti (2Pt 1,21), intervieni in Maria nella divina Incarnazione (Lc 1,35), ti posi sul fiore di Iesse (Is 9,2), conduci Gesù al deserto (Lc 4,1), lo glorifichi con i miracoli (Mt 12,28). La sua Sposa, la santa Chiesa, ti riceve anch'essa e tu l'ammaestri in ogni verità (Gv 16, 13), e rimani in lei, come suo amico, fino all'ultimo giorno del mondo (Mt 28,20). Le anime nostre sono segnate del tuo sigillo (Ef 1,13; 4,30), tu le animi della vita soprannaturale (Gal 5,25); abiti finanche nei nostri corpi, che diventano il tuo tempio (1Cor 6,19); e infine sei per noi il dono di Dio (Inno della Pentecoste), la fonte che zampilla sino alla vita eterna (Gv 4, 14; 7,39). Ti siano dunque rese distinte grazie, o Spirito divino, per le distinte operazioni che compi in nostro favore!
    Ringraziamento alla Santissima Trinità.
    Ed ora, dopo aver adorato l'una dopo l'altra le divine persone, passando in rassegna i loro benefici sul mondo, osiamo ancora elevare il nostro occhio mortale verso quella triplice Maestà che risplende nell'unità della tua essenza, o sommo Signore, e confessiamo ancora una volta, insieme con sant'Agostino, quello che abbiamo saputo da te su te stesso. "Tre è il loro numero: uno che ama colui che è da lui, uno che ama colui che è, e infine lo stesso amore"[1]. Ma dobbiamo ancora compiere un dovere di riconoscenza, celebrando l'ineffabile modo con cui ti sei degnato di imprimere in noi l'immagine di te stesso. Avendo risolto fin dall'eternità di farci compartecipi tuoi, (1Gv 1,3), ci hai preparati secondo un'immagine tolta dal tuo essere divino (Gen 1,27). Tre facoltà nella nostra unica anima rendono testimonianza della nostra origine che è da te; ma questo fragile specchio del tuo essere, che è la gloria della nostra natura, non era che un preludio ai disegni del tuo amore. Dopo averci dato l'essere naturale, avevi risolto nel tuo consiglio, o divina Trinità, di comunicarci anche l'essere soprannaturale. Nella pienezza dei tempi, il Padre ci manda il suo Figlio, e questo Verbo increato reca la luce al nostro intelletto; il Padre e il Figlio ci mandano lo Spirito, e lo Spirito reca l'amore alla nostra volontà; e il Padre che non può essere mandato viene da se stesso, e si dà all'anima nostra di cui trasforma la potenza. È nel santo Battesimo, nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, che si compie nel cristiano questa produzione delle tre divine persone, in corrispondenza ineffabile con le facoltà elargite all'anima nostra, come l'abbozzo del capolavoro che solo l'azione soprannaturale di Dio può portare a termine.
    O unione mediante la quale Dio è nell'uomo e l'uomo è in Dio! Unione mediante la quale giungiamo all'adozione del Padre, alla fraternità con il Figlio, all'eredità eterna. Ma questa abitazione di Dio nella creatura è stato l'amore eterno a formarla gratuitamente, e si mantiene fino a quando l'amore di reciprocità non viene a mancare nell'uomo. Il peccato mortale avrebbe la forza di distruggerla; la presenza delle divine persone che avevano fissato la loro dimora nell'anima (Gv 14,23) e che vorrebbero restare unite ad essa, cesserebbe nell'istante stesso in cui si spegnesse la grazia santificante. Dio allora non sarebbe più nell'anima se non per la sua immensità, e l'anima non lo possederebbe più. Allora Satana ristabilirebbe in essa il regno della sua odiosa trinità: "la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita" (1Gv 2,16). Guai a chiunque osasse sfidare Dio con una rottura così sanguinosa, e sostituire in questo modo il male al sommo bene! È la gelosia del Signore disprezzato, espulso, che ha spalancato gli abissi dell'inferno e acceso le fiamme eterne.
    Ma questa rottura è dunque senza più possibile riconciliazione? Sì, se si tratta dell'uomo peccatore, incapace di riallacciare con la Santissima Trinità le relazioni che una gratuita previdenza aveva preparate e che una incomprensibile bontà aveva portate a termine. Ma la misericordia di Dio, che è, come ci insegna la Chiesa nella sacra Liturgia (Colletta della X domenica dopo la Pentecoste), l'attributo più alto della sua potenza, può operare un tale prodigio, e lo opera ogni qualvolta un peccatore si converte. A questa operazione della augusta Trinità che si degna così di discendere nuovamente nel cuore del peccatore pentito, un gaudio immenso, ci dice il Vangelo, si impossessa degli Angeli e dei Santi fin nelle altezze dei cieli (Lc 15,10), poiché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno reso manifesto il loro amore e cercato la loro gloria rendendo giusto colui che era stato peccatore, e venendo ad abitare in quella pecorella or ora smarrita, in quel prodigo che il giorno prima faceva il guardiano dei porci, in quel ladrone che poco fa, sulla croce, insultava ancora insieme con il suo compagno l'innocente crocifisso.
    Adorazione e amore a voi, dunque, o Padre, Figlio e Spirito Santo, Trinità perfetta che ti sei degnata di rivelarti ai mortali, Unità eterna e incommensurabile che hai liberato i padri nostri dal giogo dei falsi dèi. Gloria a te, come era nel principio, prima di tutti gli esseri creati; come è adesso, in quest'ora in cui attendiamo la vera vita che consiste nel contemplarti faccia a faccia; come sarà nei secoli dei secoli, quando l'eternità beata ci avrà riuniti nel tuo seno infinito. Amen.
    PREGHIAMO
    O Dio onnipotente ed eterno, che per mezzo della vera fede hai concesso di conoscere la gloria dell'eterna tua Trinità e di adorare la grandezza della tua Unità, fa' che questa fede fermissima ci faccia forti in tutte le avversità della vita.

    [1] Non amplius quam tria sunt: unus diligens eum qui de illo est, et unus diligens eum de quo est, et ipsa dilectio (De Trin. l. vi c. vii).

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 352-368."








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    Lightbulb Re: Maggio Mese Mariano…

    Domenica 22 maggio 2016: Santa Rita da Cascia e Festa della Santissima Trinità…
    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti...






    Festa della SS. Trinità ? Sodalitium

    "Festa della SS. Trinità 22 maggio 2016
    Catechismo Maggiore di San Pio X – Della festa della santissima Trinità
    104 D. Quando si celebra dalla Chiesa la festa della santissima Trinità?

    R. La santissima Trinità si onora dalla Chiesa in ogni giorno dell’anno e principalmente nelle domeniche; ma se ne fa una festa particolare nella prima domenica dopo la Pentecoste.
    105 D. Perché nella prima domenica dopo la Pentecoste si celebra dalla Chiesa questa festa particolare della santissima Trinità?
    R. Nella prima domenica dopo la Pentecoste si celebra dalla Chiesa la festa della santissima Trinità, affinché comprendiamo che il fine dei misteri di Gesù Cristo e della discesa dello Spirito Santo, è stato di condurci a conoscere la Trinità santissima, e ad onorarla in ispirito e verità.
    106 D. Che cosa vuol dire santissima Trinità?
    R. Santissima Trinità vuol dire: Dio uno in tre persone realmente distinte: Padre, Figliuolo e Spirito Santo.
    107 D. Dio è purissimo spirito: perché dunque si rappresenta la santissima Trinità in forma visibile?
    R. Dio è purissimo spirito; ma le tre Persone divine si rappresentano con certe imagini per far conoscere alcune proprietà od azioni che loro si attribuiscono, od il modo in cui qualche volta sono apparse.
    108 D. Perché Dio Padre si rappresenta in forma di vecchio?
    R. Dio Padre si rappresenta in forma di vecchio per significare così l’eternità divina, e perché Egli è la prima Persona della santissima Trinità e il principio delle altre due Persone.
    109 D. Perché il Figliuolo si rappresenta in forma di uomo?
    R. Il Figliuolo di Dio si rappresenta in forma di uomo, perché Egli é anche vero uomo, avendo assunta l’umana natura per la nostra salute.
    110 D. Perché lo Spirito Santo si rappresenta in forma di colomba?
    R. Lo Spirito Santo si rappresenta in forma di colomba, perché in questa forma discese sopra Gesù Cristo quando fu battezzato da S. Giovanni.
    111 D. Che dobbiamo noi fare nella festa della santissima Trinità?
    R. Nella festa della santissima Trinità dobbiamo fare cinque cose:
    adorare il mistero di Dio Uno e Trino;
    ringraziare la santissima Trinità di tutti i benefici temporali e spirituali che riceviamo;
    consacrare tutti noi stessi a Dio, e assoggettarci intieramente alla sua divina provvidenza;
    pensare che nei Battesimo siamo entrati nella Chiesa, e divenuti membri di Gesù Cristo per l’invocazione e per la virtù del nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo;
    risolvere di far sempre con divozione il segno della Croce, che esprime questo mistero, e di recitare con fede viva e con intenzione di glorificare la santissima Trinitàquelle parole che la Chiesa ripete così sovente: Sia gloria al Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo.
    Simbolo di Sant’Atanasio
    Chiunque voglia salvarsi, deve anzitutto possedere la fede cattolica: colui che non la conserva integra ed inviolata perirà senza dubbio in eterno.
    La fede cattolica è questa: che veneriamo un unico Dio nella Trinità e la Trinità nell’unità.
    Senza confondere le persone, e senza separare la sostanza.
    Una è infatti la persona del Padre, altra quella del Figlio, ed altra quella dello Spirito Santo.
    Ma Padre, Figlio e Spirito Santo sono una sola divinità, con uguale gloria e coeterna maestà.
    Quale è il Padre, tale è il Figlio, tale lo Spirito Santo.

    Increato il Padre, increato il Figlio, increato lo Spirito Santo.
    Immenso il Padre, immenso il Figlio, immenso lo Spirito Santo.
    Eterno il Padre, eterno il Figlio, eterno lo Spirito Santo
    E tuttavia non vi sono tre eterni, ma un solo eterno.
    Come pure non vi sono tre increati, né tre immensi, ma un solo increato e un solo immenso.
    Similmente è onnipotente il Padre, onnipotente il Figlio, onnipotente lo Spirito Santo.
    E tuttavia non vi sono tre onnipotenti, ma un solo onnipotente.
    Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio.
    E tuttavia non vi sono tre dei, ma un solo Dio.
    Signore è il Padre, Signore è il Figlio, Signore è lo Spirito Santo.
    E tuttavia non vi sono tre Signori, ma un solo Signore.
    Poiché come la verità cristiana ci obbliga a confessare che ciascuna persona è singolarmente Dio e Signore: così la religione cattolica ci proibisce di parlare di tre Dei o Signori.
    Il Padre non è stato fatto da alcuno: né creato, né generato.
    Il Figlio è dal solo Padre: non fatto, né creato, ma generato.
    Lo Spirito Santo è dal Padre e dal Figlio: non fatto, né creato, né generato, ma da essi procedente.
    Vi è dunque un solo Padre, non tre Padri: un solo Figlio, non tre Figli: un solo Spirito Santo, non tre Spiriti Santi.
    E in questa Trinità non v’è nulla che sia prima o dopo, nulla di maggiore o minore: ma tutte e tre le persone sono l’una all’altra coeterne e coeguali.
    Cosicché in tutto, come già detto prima, va venerata l’unità nella Trinità e la Trinità nell’unità.
    Chi dunque vuole salvarsi, pensi in tal modo della Trinità.
    Ma per l’eterna salvezza è necessario, credere fedelmente anche all’Incarnazione del Signore nostro Gesù Cristo.
    La retta fede vuole, infatti, che crediamo e confessiamo, che il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è Dio e uomo.
    È Dio, perché generato dalla sostanza del Padre fin dall’eternità: è uomo, perché nato nel tempo dalla sostanza della madre.
    Perfetto Dio, perfetto uomo: sussistente dall’anima razionale e dalla carne umana.
    Uguale al Padre secondo la divinità: inferiore al Padre secondo l’umanità.
    E tuttavia, benché sia Dio e uomo, non è duplice ma è un solo Cristo.
    Uno solo, non per conversione della divinità in carne, ma per assunzione dell’umanità in Dio.
    Totalmente uno, non per confusione di sostanze, ma per l’unità della persona.
    Come infatti anima razionale e carne sono un solo uomo, così Dio e uomo sono un solo Cristo.
    Che patì per la nostra salvezza: discese agli inferi: il terzo giorno è risuscitato dai morti.
    É salito al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente: e di nuovo verrà a giudicare i vivi e i morti.
    Alla sua venuta tutti gli uomini dovranno risorgere con i loro corpi: e dovranno rendere conto delle proprie azioni.
    Coloro che avranno fatto il bene andranno alla vita eterna: coloro, invece, che avranno fatto il male, nel fuoco eterno.
    Questa è la fede cattolica, e non potrà essere salvo se non colui che l’abbraccerà fedelmente. Così sia."





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    "I due misteri principali della Fede:
    1. Unità e Trini
    tà di Dio
    2. Incarnazione, Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo."










    Radio Spada | Radio Spada ? Tagliente ma puntuale
    “22 maggio 2016: FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (prima domenica dopo la Pentecoste).”




    “Il 22 Maggio del 1447 moriva santa Rita da Cascia, vedova.”
    “Il 22 maggio 1667 muore Papa Alessandro VII Chigi, Sommo Pontefice.”




    Festa della Santissima Trinità
    Guéranger, L'anno liturgico - Festa della Santissima Trinità



    “domenica 22 maggio 2016 Festa della Santissima Trinità. Simbolo Atanasiano
    Chiesa e post concilio: Festa della Santissima Trinità. Simbolo Atanasiano
    “Oggi, nell'Ottava di Pentecoste, alla quale è unita da un misterioso legame, celebriamo la solennità che ha lo scopo di onorare il Dio unico in tre persone. Essa è venuta a prender posto nell'Anno liturgico, che si va completando nel corso del tempo.
    Il simbolo atanasiano (Quicumque vult) è un simbolo della fede che prende questo nome perché attribuito dalla tradizione cristiana a sant'Atanasio (295-373), arcivescovo di Alessandria d'Egitto. È significativo soprattutto per la dottrina trinitaria, che esso esprime in maniera forte per combattere l'arianesimo.
    Nella liturgia della Chiesa occidentale, prima della sostituzione del breviario, era recitato nell'ufficio domenicale di prima. Nel Rito Ambrosiano invece, viene usato come inno dell'Ufficio delle Letture, al posto del Te Deum, la Domenica della Santissima Trinità; mentre la Chiesa orientale non l'ha mai usato.
    È stato tramandato in greco e in latino. La maggioranza dei critici ritiene che sia stato scritto originariamente in latino e non in greco; e non nel IV secolo, ma almeno un secolo più tardi. La teologia che ne traspare è molto vicina a quella di sant'Ambrogio da Milano.”









    Santissima Trinità - Santa Messa - Santa Rita
    di don Floriano
    https://www.youtube.com/watch?v=FBYXPOpPTJI


    “Trinità, massoneria e altre religioni - Don Leonardo Maria Pompei
    https://www.youtube.com/watch?v=jVjl75V_Clg
    La Santissima Trinità è il dogma fondamentale del Cristianesimo che ci svela chi Dio è e come è la sua vita. Solo nella santa fede cattolica c'è la perfetta conoscenza della verità su Dio. Il disegno diabolico di fondere tutte le religioni in un'unica religione della Massoneria e il rapporto delle altre religioni con il Cristianesimo. Sabato 14 Giugno 2014, Solennità della Santissima Trinità, Santa Messa prefestiva.”
    “La SS ma Trinità, mistero ineffabile e adorabile - Don Leonardo Maria Pompei
    https://www.youtube.com/watch?v=ExWixUQfKV8
    Il simbolo "Quicumque" di sant'Atanasio, vescovo e dottore della Chiesa: contemplazione del mistero della santissima Trinità. La gioia come segno certo della presenza della Trinità in noi. Omelia Domenica 15 Giugno 2014, solennità della Santissima Trinità, santa Messa delle 10:00.”
    Cristianesimo e altre religioni. Dio trino all'opera nella storia - Don Leonardo Maria Pompei
    Santa Trinità, unico, onnisciente, eterno, immenso, onnipotente Iddio! - Don Leonardo Maria Pompei
    https://www.youtube.com/watch?v=u7psKXQFMTI
    “1. Il mistero di Dio uno e trino. I quattro attributi divini: eternità, immensità, onniscienza e onnipotenza. L'amore essenza della divinità. Sabato 25 Maggio 2013, ore 18:00, solennità della SS.ma Trinità, Santa Messa prefestiva. 2. La fede, la speranza e la carità, segni della presenza della Santissima Trinità nell'anima in grazia. Domenica 26 Maggio 2013, solennità della santissima Trinità, Santa Messa delle 8:00.”









    Oggi è Santa Rita, la Santa degli impossibili: prega per noi!



    Radio Spada
    "Il 22 Maggio del 1447 moriva santa Rita da Cascia, vedova.
    Rita nacque presumibilmente nell'anno 1381 a Roccaporena, un villaggio situato nel comune di Cascia in provincia di Perugia, da Antonio Lotti e Amata Ferri. I suoi genitori erano molto credenti e la situazione economica non era agiata ma decorosa e tranquilla.
    La storia di S. Rita fu ricolma di eventi straordinari e uno di questi si mostrò nella sua infanzia.
    La piccina, forse lasciata per qualche momento incustodita nella culla in campagna mentre i genitori lavoravano la terra, fu circondata da uno sciame di api. Questi insetti ricoprirono la piccola ma stranamente non la punsero. Un contadino, che nel contempo si era ferito alla mano con la falce e stava correndo a farsi medicare, si trovò a passare davanti al cestello dove era riposta Rita. Viste le api che ronzavano attorno alla bimba, prese a scacciarle ma, con grande stupore, a mano a mano che scuoteva le braccia per scacciarle, la ferita si rimarginava completamente.
    La tradizione ci tramanda che Rita aveva una precoce vocazione religiosa e che un Angelo scendeva dal cielo a visitarLa quando si ritirava a pregare in un piccolo sottotetto.
    S. RITA ACCETTA DI ESSERE SPOSA
    Rita avrebbe desiderato farsi monaca tuttavia ancor giovanetta (circa a 13 anni) i genitori, oramai anziani, la promisero in sposa a Paolo Ferdinando Mancini, un uomo conosciuto per il suo carattere rissoso e brutale. S. Rita, abituata al dovere non oppose resistenza e andò in sposa al giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, presumibilmente verso i 17-18 anni, cioè intorno al 1397-1398.
    Dal matrimonio fra Rita e Paolo nacquero due figli gemelli maschi; Giangiacomo Antonio e Paolo Maria che ebbero tutto l'amore, la tenerezza e le cure dalla mamma. Rita riuscì con il suo tenero amore e tanta pazienza a trasformare il carattere del marito e a renderlo più docile.
    La vita coniugale di S. Rita, dopo 18 anni, fu tragicamente spezzata con l'assassinio del marito, avvenuto in piena notte, presso la Torre di Collegiacone a qualche chilometro da Roccaporena mentre tornava a Cascia.
    IL PERDONO
    Rita fu molto afflitta per l'atrocità dell'avvenimento, cercò dunque rifugio e conforto nell'orazione con assidue e infuocate preghiere nel chiedere a Dio il perdono degli assassini di suo marito.
    Contemporaneamente S. Rita intraprese un'azione per giungere alla pacificazione, a partire dai suoi figlioli, che sentivano come un dovere la vendetta per la morte del padre.
    Rita si rese conto che le volontà dei figli non si piegavano al perdono, allora la Santa pregò il Signore offrendo la vita dei suoi figli, pur di non vederli macchiati di sangue. "Essi moriranno a meno di un anno dalla morte del padre"..
    Quando S. Rita rimase sola, aveva poco più di 30 anni e senti rifiorire e maturare nel suo cuore il desiderio di seguire quella vocazione che da giovinetta aveva desiderato realizzare.
    S. RITA DIVENTA MONACA
    Rita chiese di entrare come monaca nel Monastero di S. Maria Maddalena, ma per ben tre volte non fu ammessa, in quanto vedova di un uomo assassinato.
    La leggenda narra che S. Rita riuscì a superare tutti gli sbarramenti e le porte chiuse grazie all'intercessione di: S. Giovanni Battista, S. Agostino e S. Nicola da Tolentino che l'aiutarono a spiccare il volo dallo " Scoglio" fino al Convento di Cascia in un modo a Lei incomprensibile. Le monache convinte dal prodigio e dal suo sorriso, la accolsero fra di loro e qui Rita vi rimase per 40 anni immersa nella preghiera.
    IL MIRACOLO SINGOLARE DELLA SPINA
    Era il Venerdì Santo del 1432, S. Rita tornò in Convento profondamente turbata, dopo aver sentito un predicatore rievocare con ardore le sofferenze della morte di Gesù e rimase a pregare davanti al crocefisso in contemplazione. In uno slancio di amore S. Rita chiese a Gesù di condividere almeno in parte la Sue sofferenze. Avvenne allora il prodigio: S. Rita fu trafitta da una delle spine della corona di Gesù, che la colpi alla fronte. Fu uno spasimo senza fine. S. Rita portò in fronte la piaga per 15 anni come sigillo di amore.
    VITA DI SOFFERENZA
    Per Rita gli ultimi 15 anni furono di sofferenza senza tregua, la sua perseveranza nella preghiera la portava a trascorrere anche 15 giorni di seguito nella sua cella "senza parlare con nessuno se non con Dio", inoltre portava anche il cilicio che le procurava sofferenza, per di più sottoponeva il suo corpo a molte mortificazioni: dormiva per terra fino alla fine quando si ammalo e rimase inferma negli ultimi anni della sua vita.
    IL PRODIGIO DELLA ROSA
    A circa 5 mesi dal trapasso di Rita, un giorno di inverno con la temperatura rigida e un manto nevoso copriva ogni cosa, una parente le fece visita e nel congedarsi chiese alla Santa se desiderava qualche cosa, Rita rispose che avrebbe desiderato una rosa dal suo orto. Tornata a Roccaporena la parente si reco nell'orticello e grande fu la meraviglia quando vide una bellissima rosa sbocciata, la colse e la portò a Rita.
    Cosi S. Rita divenne la Santa della "Spina" e la Santa della "Rosa".
    S. Rita prima di chiudere gli occhi per sempre, ebbe la visione di Gesù e della Vergine Maria che la invitavano in Paradiso. Una sua consorella vide la sua anima salire al cielo accompagnata dagli Angeli e contemporaneamente le campane della chiesa si misero a suonare da sole, mentre un profumo soavissimo si spanse per tutto il Monastero e dalla sua camera si vide risplendere una luce luminosa come se vi fosse entrato il Sole. Era il 22 Maggio del 1447.
    S. Rita da Cascia è stata beatificata ben 180 anni dopo il suo decesso e proclamata Santa a 453 anni dalla sua morte. Fonte: Vita di Santa Rita da Cascia"









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    "22 maggio: Santa Rita da Cascia, Vedova e Religiosa.
    Santa Rita nacque a Roccaporena (Cascia) verso il 1380. Secondo la tradizione era figlia unica e fin dall’adolescenza desiderò consacrarsi a Dio ma, per le insistenze dei genitori, fu data in sposa ad un giovane di buona volontà ma di carattere violento. Dopo l’assassinio del marito e la morte dei due figli, ebbe molto a soffrire per l’odio dei parenti che, con fortezza cristiana, riuscì a riappacificare. Vedova e sola, in pace con tutti, fu accolta nel monastero agostiniano di santa Maria Maddalena in Cascia. Visse per quarant’anni anni nell’umiltà e nella carità, nella preghiera e nella penitenza. Negli ultimi quindici anni della sua vita, portò sulla fronte il segno della sua profonda unione con Gesù crocifisso. Morì il 22 maggio 1457. Invocata come taumaturga di grazie, il suo corpo si venera nel santuario di Cascia, meta di continui pellegrinaggi. Beatificata da Urbano VIII nel 1627, venne canonizzata il 24 maggio 1900 da Leone XIII. E’ invocata come santa del perdono e paciera di Cristo."









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    "Santa Rita da Cascia: "Sublime esempio di pazienza e di compunzione".
    Santa Rita, religiosa, che, sposata con un uomo violento, sopportò con pazienza i suoi maltrattamenti, riconciliandolo infine con Dio; in seguito, rimasta priva del marito e dei figli, entrò nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia in Umbria, offrendo a tutti un sublime esempio di pazienza e di compunzione.
    [Martirologio Romano]"







    Carlo Di Pietro - Giornalista e Scrittore
    “Preghiera al Santo del giorno.
    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti.
    Amen.
    Eterno Padre, intendo onorare Santa Rita, e Vi rendo grazie per tutte le grazie che Voi le avete elargito. Vi prego di accrescere la grazia nella mia anima, per i meriti di questa Santa, ed a lei affido la fine della mia vita tramite questa speciale preghiera, così che per virtù della Vostra bontà e promessa, Santa Rita possa essere mia avvocata e provvedere tutto ciò che è necessario in quell'ora. Così sia.”







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    Lightbulb Re: Maggio Mese Mariano…

    CORPUS DOMINI: giovedì 26 maggio 2016...




    Radio Spada | Radio Spada ? Tagliente ma puntuale
    “26 maggio 2016: FESTA DEL CORPUS DOMINI.”




    “Il 26 maggio 1595 moriva San Filippo Neri, confessore (la cui memoria liturgica tace quest'anno per la concomitanza della Festa del Corpus Domini).”




    Della festa del Corpus Domini
    Della festa del Corpus Domini ? Sodalitium
    "Catechismo Maggiore di San Pio X – Della festa del Corpus Domini
    112 D. Nel giovedì dopo la festa della santissima Trinità qual festa si celebra?
    R. Nel giovedì dopo la festa della santissima Trinità si celebra la solennità del Santissimo Sacramento, ossia del Corpus Domini.
    113 D. L’ istituzione del Santissimo Sacramento non si celebra nel giovedì santo?
    R. La Chiesa celebra nel giovedì santo l’istituzione del Santissimo Sacramento; ma perché allora é occupata principalmente in funzioni di lutto per la passione di Gesù Cristo, ha stimato bene di istituire un’altra festa particolare per onorare questo mistero con piena allegrezza.
    114 D. In qual maniera potremo noi onorare il mistero che si celebra nella festa del Corpus Domini?
    R. Per onorare il mistero che si celebra nella festa del Corpus Domini dobbiamo accostarci con particolar divozione e fervore alla santissima comunione e ringraziare con tutto l’affetto del cuore il Signore, che ha voluto donarsi a ciascheduno di noi in questo sacramento; assistere in questa solennità, e in tutta l’ottava, se si può, agli uffici divini, e particolarmente al santo sacrifizio della Messa, e far frequenti visite a Gesù velato sotto le specie sacramentali.
    115 D. Perché nella festa del Corpus Domini si porta solennemente la santissima Eucaristia in processione?
    R. Nella festa del Corpus Domini si porta solennemente la santissima Eucaristia in processione per onorare l’Umanità santissima di nostro Signore nascosta sotto le specie sacramentali;
    per ravvivare la fede e accrescere la divozione de’ fedeli verso questo mistero;
    per celebrare la vittoria che Egli ha dato alla sua Chiesa sopra i nemici del Sacramento;
    per riparare in qualche modo le ingiurie che gli vengono fatte dai nemici della nostra religione.
    116 D. Come bisogna assister alla processione del Corpus Domini?
    R. Alla processione del Corpus Domini bisogna assistere con grande raccoglimento e modestia, non guardando qua e là, né parlando ad alcuno senza necessità;
    con intenzione di onorare per mezzo delle nostre adorazioni il trionfo di Gesù Cristo;
    con domandargli umilmente perdono delle comunioni indegne, e di tutte le altre profanazioni, che si fanno di questo divin sacramento;
    con sentimenti di fede, di confidenza, di amore e di riconoscenza verso Gesù Cristo presente nell’ ostia consacrata."






    Festa del Corpus Domini 2016 a Verrua Savoia ? Sodalitium





    Pellegrinaggio Osimo ? Loreto ? Sodalitium
    “Sabato 28 maggio e domenica 29 maggio 2016. XIII edizione del pellegrinaggio Osimo – Loreto.”

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    - la pagina di Don Ugo Carandino https://www.facebook.com/donugo.casasanpiox
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    - la pagina di Davide Albertario https://www.facebook.com/davide.albertario.5
    e ovviamente consultare i seguenti siti:
    - Istituto Mater Boni Consilii http://www.sodalitium.biz/
    - Casa San Pio X http://www.casasanpiox.it/
    - Oratorio Sant'Ambrogio https://oratoriosantambrogiomilano.wordpress.com/
    - Blog Giuseppe Federici http://federiciblog.altervista.org/
    Mater Boni Consilii, ora pro nobis!”





    Festa del Corpus Domini
    Guéranger, L'anno liturgico - Festa del Corpus Domini
    "FESTA DEL CORPUS DOMINI
    Il Ss. Sacramento al centro della Liturgia.
    Il lume dello Spirito Santo che è venuto ad accrescere nella Chiesa l'intelligenza sempre più viva del mistero dell'augusta Trinità la porta a contemplare in seguito quell'altra meraviglia che racchiude per se stessa tutte le operazioni del Verbo incarnato, e ci conduce fin da questa vita all'unione divina. Il mistero della Santissima Eucaristia sta per apparire in tutto il suo splendore, ed è necessario disporre gli occhi della nostra anima a ricevere in modo salutare l'irradiazione che ci attende. Come non siano stati mai senza la nozione del mistero della Santissima Trinità e i nostri omaggi si sono sempre rivolti ad essa, così pure la Santissima Eucaristia non ha mai cessato di accompagnarci lungo tutto il corso di questo Anno liturgico sia come mezzo per rendere i nostri omaggi alla suprema Maestà, sia come alimento della vita soprannaturale. Possiamo dire che questi due ineffabili misteri ci sono noti, che li amiamo; ma le grazie della Pentecoste ci hanno aperto un nuovo ingresso in quello che hanno di più intimo, e se il primo ci è apparso ieri circonfuso dai raggi d'una luce più viva, il secondo risplenderà presto per noi d'una chiarezza che l'occhio della nostra anima non aveva ancora percepita.
    Essendo la Santissima Trinità, come abbiamo mostrato, l'oggetto essenziale di tutta la religione, il centro a cui convergono tutti i nostri omaggi anche quando sembra che non ne abbiamo una intenzione immediata, si può anche dire che la divina Eucaristia è il mezzo più potente di rendere a Dio il culto che gli è dovuto, ed è per essa che la terra si unisce al cielo. È dunque facile comprendere la ragione del ritardo che la santa Chiesa ha avuto nell'istituire le due solennità che succedono immediatamente a quella della Pentecoste. Tutti i misteri che abbiamo celebrati finora erano contenuti nell'augusto Sacramento che è il memoriale e come il compendio delle meraviglie che il Signore ha operate per noi (Sal 110,4). La realtà della presenza di Cristo sotto le specie sacramentali faceva sì che nell'Ostia noi riconoscessimo nel tempo di Natale il Bambino che ci era nato, nel tempo della Passione la vittima che ci riscattava, nel tempo Pasquale il trionfatore della morte. Non potevamo celebrare tutti quei misteri senza chiamare in nostro aiuto l'immortale Sacrificio, ed esso non poteva essere offerto senza rinnovarli e riprodurli.
    Le feste stesse della Santissima Vergine e dei Santi ci mantenevano nella contemplazione del divin Sacramento. Maria, che abbiamo onorata nelle sue solennità dell'Immacolata Concezione, della Purificazione, dell'Annunciazione, non ha forse alimentato con la propria sostanza quel corpo e quel sangue che offriamo sull'altare? La forza invincibile degli Apostoli e dei Martiri che abbiamo celebrati, non l'hanno forse essi attinta nel sacro alimento che dà l'ardore e la costanza? I Confessori e i Vergini non ci sono apparsi come il fiorire del campo della Chiesa che si copre di spighe e di grappoli d'uva grazie alla fecondità che gli dona Colui che è insieme il frumento e la vite (Zac 9,17)?
    Raccogliendo tutti i mezzi a nostra disposizione per onorare quei beati abitatori della corte celeste, siamo ricorsi alla salmodia, agli inni, ai cantici, alle formule più solenni e più tenere; ma, in fatto di omaggi alla loro gloria, nulla eguaglia l'offerta del Sacrificio. Con questo noi entriamo in comunicazione diretta con essi, secondo l'energica espressione della Chiesa nel Canone della Messa (communicantes). Essi adorano in eterno la Santissima Trinità per Gesù Cristo e in Gesù Cristo; con il Sacrificio noi ci univamo ad essi nello stesso centro, mescolavamo i nostri omaggi ai loro, e ne risultava per loro un aumento di onore e di beatitudine. La divina Eucaristia, Sacrificio e Sacramento, ci è dunque stata sempre presente; e se, in questi giorni, dobbiamo raccoglierci per meglio comprenderne la grandezza e la potenza infinite, se dobbiamo sforzarci di gustarne con maggior pienezza l'ineffabile soavità, non è una scoperta che ci appare d'improvviso: si tratta dell'elemento che l'amore di Cristo ci ha preparato e di cui già facciamo uso per entrare in rapporto diretto con Dio e rendergli i nostri omaggi più solenni e insieme più intimi.Prima festa del Sacramento.
    Tuttavia lo Spirito che dirige la Chiesa doveva ispirarle un giorno il pensiero di istituire una solennità [1]particolare in onore del mistero augusto in cui sono racchiusi tutti gli altri. L'elemento sacro che dà a tutte le feste dell'anno la loro ragione d'essere e le illumina del loro splendore, la Santissima Eucaristia, richiedeva per se stessa una festa in rapporto con la magnificenza del suo oggetto.
    Ma questa esaltazione dell'Ostia, queste marce trionfali così giustamente care alla pietà cristiana dei nostri i giorni, erano impossibili nella Chiesa al tempo dei martiri. Esse non furono usate dopo la vittoria, quasi che non rientrassero nella consuetudine e nello spirito delle forme liturgiche primitive, che continuarono per lungo tempo ad essere in uso. Erano d'altronde meno necessarie e quasi superflue per la viva fede di quel tempo: la solennità del Sacrificio stesso, la partecipazione comune ai Misteri sacri, la lode ininterrotta dei canti liturgici che risuonavano intorno all'altare rendevano a Dio omaggio e gloria, mantenevano l'esatta nozione del dogma, e conservavano nel popolo cristiano una sovrabbondanza di vita spirituale che non si riscontra più nell'età seguente. Il memoriale divino recava i suoi frutti; le intenzioni del Signore nell'istituire il mistero erano compiute, e il ricordo di quella istituzione, celebrato fin d'allora come ai nostri giorni nella Messa del Giovedì santo, rimaneva impresso profondamente nel cuore dei fedeli.L'indebolimento della fede.
    Fu così fino al secolo XIII. Ma allora, e in seguito al raffreddamento che la Chiesa deve costatare all'inizio di quel secolo (Orazione della festa delle Stimmate di san Francesco) si indebolì la fede, e con essa la profonda pietà delle antiche genti cristiane. In questa decadenza progressiva che miracoli di santità individuale non riuscivano ad arrestare, c'era da temere che l'adorabile Sacramento che è il mistero della fede per essenza, avesse a soffrire più di ogni altro per l'indifferenza e la freddezza delle nuove generazioni. Già qua e là, ispirata dall'inferno, era risonata più d'una negazione sacrilega, spaventando i popoli, ancora troppo fedeli in generale per essere sedotti, ma stimolando la vigilanza dei pastori e facendo già numerose vittime.Le eresie sacramentarie.
    Scoto Eriugena aveva tirato fuori la formula dell'eresia sacramentaria: l'Eucaristia non era per lui "che un segno, figura dell'unione spirituale con Gesù, percepita mediante il solo intelletto" [2]. Il suo oscuro pedantismo ebbe scarsa risonanza, e non prevalse contro la tradizione cattolica esposta nei profondi scritti di Pascasio Radberto, Abate di Gorbia. Riportati a galla nel secolo XI da Berengario, i sofismi di Scoto turbarono allora più seriamente e più a lungo la Chiesa di Francia, senza tuttavia sopravvivere all'astuta vanità del loro secondo padre. L'inferno avanzava poco in questi attacchi ancora troppo diretti; raggiunse meglio il suo scopo per vie traverse. L'impero bizantino nutriva i resti della setta manichea che, considerando la carne come l'opera del principio perverso, rovesciava l'Eucaristia dalla base. Mentre, avido di fama, Berengario dogmatizzava ad alta voce senza alcun vantaggio per l'errore, la Tracia e la Bulgaria inviavano sotto sotto i loro apostoli verso l'Occidente. La Lombardia, le Marche e la Toscana furono infestate; oltrepassando i monti, l'impura fiamma si sprigionò insieme in parecchi punti del regno cristianissimo: Orléans, Tolosa, Arras videro il veleno penetrare nelle proprie mura. Si credette di aver soffocato il male in radice con energiche repressioni; ma il contagio si estendeva nell'ombra. Prendendo il mezzogiorno della Francia come base delle sue operazioni, l'eresia si organizzò subdolamente per tutta la durata del secolo XII, e furono tali i suoi progressi latenti che, scoprendosi infine all'inizio del secolo XIII, pretese di sostenere con le armi alla mano i suoi perversi dogmi. Furono necessari spargimenti di sangue per vincerla e sottrarle le sue roccheforti; e ancora per lungo tempo dopo la sconfitta dell'insurrezione armata, l'Inquisizione dovette sorvegliare attivamente le province percosse dal flagello degli Albigesi.La visione della beata Giuliana.
    Simone di Montfort era stato il vindice della fede. Ma nel tempo stesso in cui il braccio vittorioso dell'eroe cristiano sbaragliava l'eresia, Dio preparava al suo Figliolo indegnamente oltraggiato dai settari nel Sacramento del suo amore un trionfo più pacifico e una riparazione più completa. Nel 1208, un'umile religiosa ospedaliera, la Beata Giuliana di Mont-Cornillon presso Liegi, aveva una visione misteriosa, in cui le appariva la luna nella sua pienezza, che mostrava sul proprio disco una incrinatura. Due anni dopo, le fu rivelato che la luna significava la Chiesa del suo tempo, e l'incrinatura che vi rilevava, l'assenza d'una solennità nel Ciclo liturgico, poiché Dio voleva che una nuova festa fosse celebrata ogni anno per onorare solennemente e in modo distinto l'istituzione della Santissima Eucaristia: il ricordo storico della Cena del Signore il Giovedì santo non rispondeva ai nuovi bisogni dei popoli turbati dall'eresia; non bastava più alla Chiesa, distratta del resto allora dalle importanti funzioni di quel giorno, e presto assorbita dalla tristezza del Venerdì santo.
    Nel tempo stesso che Giuliana riceveva tale comunicazione, le fu ingiunto di porre ella stessa mano all'opera e di far conoscere al mondo i voleri divini. Passarono vent'anni prima che l'umile e timida vergine potesse trovare il coraggio d'una simile iniziativa. Si confidò infine con un canonico di S. Martino di Liegi, Giovanni di Losanna, che stimava in modo singolare per la sua grande santità, e lo pregò di discutere sull'oggetto della sua missione con i dottori. Tutti furono d'accordo nel riconoscere che non solo nulla si opponeva all'istituzione della festa progettata, ma che ne derivava al contrario un aumento della gloria divina e un gran bene nelle anime. Riconfortata da questa decisione, la Beata fece comporre e approvare per la futura festa un Ufficio proprio che cominciava con le parole: Animarum cibus, e di cui rimangono ancor oggi dei frammenti.La festa del Corpus Domini.
    La Chiesa di Liegi, a cui la Chiesa universale era già debitrice della festa della Santissima Trinità, era predestinata al nuovo onore di dar origine alla festa del Santissimo Sacramento. Fu un giorno radioso, quando, nel 1246, dopo così lungo tempo e innumerevoli ostacoli, Roberto di Torote, vescovo di Liegi, ordinò con un decreto sinodale che ogni anno, il Giovedì dopo la Santissima Trinità, tutte le Chiese della sua diocesi avrebbero dovuto osservare d'ora in poi, astenendosi dalle opere servili e praticando un digiuno di preparazione, una festa solenne in onore dell'ineffabile Sacramento del Corpo del Signore.
    La festa del Corpus Domini fu dunque celebrata per la prima volta in quella insigne Chiesa, nel 1247. Il successore di Roberto, Enrico di Gueldre, uomo d'armi e gran signore, aveva altre preoccupazioni che quelle del suo predecessore. Ugo di San Caro, cardinale di Santa Sabina, legato in Germania, venuto a Liegi per porre riparo ai disordini che vi accadevano sotto il nuovo governo, sentì parlare del decreto di Roberto e della nuova solennità. Già priore e provinciale dei Frati Predicatori, era stato fra quelli che, consultati da Giovanni di Losanna, ne avevano favorito il progetto. Volle avere l'onore di celebrare egli stesso la festa, e di cantarvi la Messa in pompa magna. Inoltre, con mandato del 29 dicembre 1253 indirizzato agli Arcivescovi, Vescovi, Abati e fedeli del territorio della sua legislazione, confermò il decreto del vescovo di Liegi e lo estese a tutte le terre di sua giurisdizione, concedendo una indulgenza di cento giorni a tutti coloro che, contriti e confessati, avessero visitato devotamente le chiese in cui si celebrava l'Ufficio della festa, il giorno stesso oppure durante l'Ottava. L'anno seguente, il cardinale di Saint-Georges-au-Voile-d'Or, che gli succedette nella legazione, confermò e rinnovò le ordinanze del cardinale di Santa Sabina. Ma quei reiterati decreti non poterono vincere la freddezza generale; e furono tali le manovre dell'inferno il quale si vedeva raggiunto nei suoi profondi abissi, che dopo la partenza dei legati si videro degli ecclesiastici di gran nome e costituiti in dignità opporre alle ordinanze le loro decisioni particolari. Quando morì la Beata Giuliana, nel 1258, la Chiesa di S. Martino era sempre l'unica in cui si celebrasse la festa che ella aveva avuto la missione di stabilire nel mondo intero. Ma lasciava, perché continuasse la sua opera, una pia reclusa chiamata Eva, che era stata la confidente dei suoi desideri.L'estensione della festa alla Chiesa Universale.
    Il 29 agosto 1261 saliva al trono pontificio Giacomo Pantaleone assumendo il nome di Urbano IV. Aveva conosciuto la Beata Giuliana quando era ancora arcidiacono di Liegi, e ne aveva approvato i progetti. Eva credette di vedere in quell'esaltazione il segno della Provvidenza. Dietro le insistenze della monaca, Enrico di Gueldre scrisse al nuovo Papa per congratularsi con lui e per pregarlo di confermare con la sua sovrana approvazione la festa istituita da Roberto di Torote. Nello stesso tempo diversi prodigi, e in special modo quello del corporale di Bolsena insanguinato da un'ostia miracolosa quasi sotto gli occhi della corte pontificia che risiedeva allora ad Orvieto, parvero spingere Urbano da parte del cielo e rafforzare il grande zelo che egli aveva un tempo manifestato in onore del divin Sacramento. San Tommaso d'Aquino fu incaricato di comporre secondo il rito romano l'Ufficio che doveva sostituire nella Chiesa quello della Beata Giuliana, adattato da essa al rito dell'antica liturgia francese. La bolla Transiturus fece quindi conoscere al mondo le intenzioni del Pontefice: ricordando le rivelazioni di cui aveva avuto un giorno notizia, Urbano IV stabiliva nella Chiesa universale, per la confusione dell'eresia e l'esaltazione della fede ortodossa, una speciale solennità in onore dell'augusto memoriale lasciato da Cristo alla sua Chiesa. Il giorno fissato per tale festa era la Feria quinta ossia il Giovedì dopo l'ottava della Pentecoste.
    Sembrava che la causa fosse finalmente giunta al termine. Ma i torbidi che agitavano allora l'Italia e l'Impero fecero dimenticare la bolla di Urbano IV prima ancora che fosse messa in esecuzione. Quarant'anni e più passarono prima che essa fosse di nuovo promulgata e confermata da Clemente V nel concilio di Vienna. Giovanni XXII le diede la forza di legge definitiva inserendola nel Corpo del Diritto nelle Clementine, ed ebbe così il vanto di dare l'ultima mano, verso il 1318, a quella grande opera il cui compimento aveva richiesto più d'un secolo.Il desiderio del cuore umano.
    Nondimeno, contro questa festa e il suo divino oggetto, alcuni hanno ripetuto le parole: Come possono avvenire queste cose? (Gv 3,9; 6,53). La ragione sembrava giustificare le loro affermazioni contro ciò che essi chiamavano le pretese insensate del cuore dell'uomo.
    Ogni essere ha sete di felicità, e tuttavia non aspira se non al bene di cui è capace, poiché la condizione della felicità è appunto nella piena soddisfazione del desiderio che lo domina.
    Come tutto ciò che vive intorno a lui, l'uomo ha sete di felicità; e tuttavia, trovandosi solo su questa terra, sente in sé aspirazioni che sorpassano infinitamente i limiti della sua fragile natura. Dio che si rivela a lui, mediante le sue opere, in un modo corrispondente alla sua natura creata; Dio causa prima e fine universale, perfezione senza limiti, bellezza infinita, somma bontà, oggetto certamente degno di fissare per sempre colmandogli il suo intelletto e il suo cuore: Dio così conosciuto, così gustato non basta più all'uomo. Questo essere da nulla vuole l'infinito nella sua sostanza, anela a conoscere il volto del Signore e la sua vita intima. La terra non è ai suoi occhi che un deserto senza uscita, senz'acque per estinguere la sua sete (Sal 62,2): "Come il cervo anela all'acqua delle fonti - esclama - così l'anima mia anela a te, o Dio! L'anima mia ha sete del Dio forte, del Dio vivo. Oh, quando verrò, quando pascolerò dinanzi al volto di Dio?" (Sal 41,2-3).
    Strano entusiasmo, senza dubbio, per la fredda ragione; pretese, si direbbe, veramente insensate! Questa visione di Dio, questa vita divina, questo banchetto del quale Dio stesso sarebbe il cibo, potrebbe mai l'uomo far sì che queste sublimità non rimangano infinitamente al disopra delle potenze della sua natura, come di ogni natura creata? Un abisso lo separa dall'oggetto che lo affascina, abisso che non è altro se non la spaventosa sproporzione dal nulla all'essere. L'atto creatore nella sua onnipotenza non potrebbe da sé solo colmare tale abisso; e perché la sproporzione cessasse di essere un ostacolo alla bramata unione, bisognerebbe che Dio stesso colmasse la distanza e si degnasse di comunicare a questo rampollo del nulla le sue stesse forze. Ma che è dunque l'uomo, perché l'Essere supremo, la cui magnificenza sorpassa i cieli, si abbassi fino a lui? (Sal 143,5).La risposta dell'amore infinito.
    Dio è amore; e il miracolo non sta nel fatto che noi abbiamo a-mato Dio, ma che egli stesso ci abbia amati (1Gv 4,10). Ora l'amore richiede l'unione, e l'unione richiede degli esseri simili. O ricchezza della divina natura in cui si effondono, ugualmente infiniti, Potenza, Sapienza e Amore, che costituiscono l'augusta Trinità! Gloria a te, Spirito Santo, il cui regno appena iniziato illumina di simili raggi i nostri occhi mortali! In questa settimana che ci vede dare inizio insieme a te all'inventario dei doni preziosi lasciati nelle nostre mani dallo Sposo che saliva al cielo (cfr. Sal 67,19; Ef 4,8), in questo primo Giovedì che ci ricorda la Cena del Signore, tu riveli ai nostri cuori la pienezza e insieme il fine e la mirabile armonia delle opere che compie il Dio uno nella sua essenza e trino nelle sue persone; sotto il velo delle sacre specie, tu offri ai nostri occhi il memoriale vivo delle meraviglie compiute dall'accordo dell'Onnipotenza, della Sapienza e dell'Amore (Sal 110,4)! Solo l'Eucaristia poteva infatti mettere in piena luce lo sviluppo nel tempo, il progressivo avanzare delle divine risoluzioni ispirate dall'amore infinito che le guida sino alla fine (Gv 13,1).Lode all'eterna Sapienza.
    O Sapienza, che sei uscita dalla bocca dell'Altissimo, che corri da un'estremità all'altra e disponi ogni cosa con forza e dolcezza (la prima delle Antifone maggiori dell'Avvento), noi imploravamo nel tempo dell'Avvento la tua venuta in Betlemme, la casa del pane; tu eri la prima aspirazione dei nostri cuori. Il giorno della tua gloriosa Epifania manifestò il mistero delle nozze, e rivelò lo Sposo; la Sposa fu preparata nelle acque del Giordano; cantammo i Magi che accorrevano portando doni al banchetto rappresentativo, e gli invitati che bevevano un vino miracoloso. Ma l'acqua mutata in vino presagiva più sublimi meraviglie. La vite, la vera vite di cui noi siamo i tralci (Gv 15,5), ha dato i suoi magnifici fiori, i suoi frutti di grazia e di onore (Eccli 24,23). Il frumento abbonda nelle valli, e queste cantano un inno di lode (Sal 64,14).
    O Sapienza, nobile sovrana, le cui attrattive divine conquistano fin dall'infanzia i cuori bramosi della vera bellezza (Sap 8,2), è dunque giunto il giorno del vero banchetto nuziale! Come una madre colma d'onore, tu accorri per nutrirci del pane di vita, e inebriarci della bevanda salutare (Eccli 15,2-3). Il tuo frutto è migliore dell'oro e della pietra preziosa, e la tua sostanza migliore dell'argento più puro (Prov 8,19). Quelli che ti mangiano avranno ancora fame, quelli che ti bevono non estingueranno la loro sete (Eccli 24,29), poiché la tua compagnia non ha amarezze, la tua società non dà disgusto; con te sono la letizia e il gaudio (Sap 8,16), le ricchezze, la gloria e la virtù (Prov 8,18).
    In questi giorni in cui tu elevi il tuo trono nell'assemblea dei santi, penetrando con agio i misteri del divino banchetto, noi vogliamo render note le tue meraviglie e con il tuo consenso cantare le tue lodi davanti agli eserciti dell'Altissimo (Eccli 1,4). Degnati di aprire la tua bocca e di riempirci del tuo Spirito, o divina Sapienza, affinché la nostra lode sia degna del suo oggetto, e abbondi, secondo la tua promessa, nella bocca dei tuoi adoratori (Gv 12,24-25).
    MESSA
    EPISTOLA (1Cor 11,23-29). - Fratelli: Io ho ricevuto dal Signore quello che ho insegnato a voi, che il Signore Gesù, nella notte in cui era tradito, prese del pane e, dopo aver rese le grazie, lo spezzò e disse: Prendete e mangiate: questo è il mio corpo, che sarà dato a morte per voi: fate questo in memoria di me. Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: Questo calice è il nuovo testamento nel mio sangue: fate questo, tutte le volte che ne berrete, in memoria di me. Or dunque, tutte le volte che mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte del Signore, finché egli non venga. Pertanto chiunque mangerà questo pane o berrà il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Provi dunque ciascuno se stesso, e così mangi di quel pane e beva di quel calice; perché chi ne mangia e ne beve indegnamente, mangia e beve la sua condanna, non distinguendo il corpo del Signore.

    "Annunciare la morte del Signore".
    La Santissima Eucaristia, come Sacrificio e come Sacramento, è il centro della religione cristiana, sicché il Signore ha voluto che il fatto della sua istituzione fosse basato, negli scritti ispirati, su una quadruplice testimonianza. San Paolo, che abbiamo ora sentito, unisce la sua voce a quelle di san Matteo, di san Marco e di san Luca. Egli basa il suo racconto, in tutto conforme a quello degli Evangelisti, sulle parole stesse del Signore, che si degnò di apparirgli e di ammaestrarlo personalmente dopo la sua conversione.
    L'Apostolo insiste sul potere che il Salvatore diede ai suoi discepoli di rinnovare l'atto che egli aveva compiuto, e ci insegna in particolare che ogni qualvolta il Sacerdote consacra il corpo e il sangue di Gesù Cristo, annuncia la morte del Signore, esprimendo con tali parole l'unità del Sacrificio sulla croce e sull'altare. Con l'immolazione del Redentore sulla croce la carne di questo Agnello di Dio è diventata "veramente un cibo", e il suo sangue "veramente una bevanda", come ci dirà presto il Vangelo. Non lo dimentichi dunque il cristiano, anche in questo giorno di trionfo. Lo si costata subito: la Chiesa nella Colletta non aveva altro scopo che di inculcare profondamente nell'anima dei suoi figli l'estrema e così commovente raccomandazione del Signore: "Ogni qualvolta berrete di questo calice del nuovo testamento, fatelo in memoria di me". La scelta di questo passo del grande Apostolo come Epistola fa sempre più comprendere al cristiano che la carne divina che nutre l'anima sua è stata preparata sul Calvario e che, se l'Agnello è oggi vivo e, immortale, è diventato nostro cibo attraverso una morte dolorosa. Il peccatore riconciliato riceverà con compunzione quel corpo santo, di cui si rimprovera amaramente di aver versato tutto il sangue con i suoi innumerevoli peccati; il giusto vi parteciperà nell'umiltà, ricordando che anche lui ha avuto la sua parte fin troppo grande ai dolori dell'innocente Agnello e che se oggi sente in sé la vita della grazia, non lo deve che al sangue della Vittima la cui carne gli sarà data in cibo.La purezza richiesta.
    Ma temiamo soprattutto il tremendo sacrilegio condannato dall'Apostolo e che non esiterebbe ad infliggere, con uno spaventoso rovesciamento, una nuova morte all'Autore della vita, nel banchetto stesso del quale il suo sangue fu il prezzo! "Giudichi dunque l'uomo sé stesso - dice san Paolo - e solo allora mangi di quel pane e beva di quel calice". Questa prova, è la confessione sacramentale per chiunque abbia coscienza d'un peccato grave non ancora confessato: qualunque pentimento egli possa averne, e fosse anche già riconciliato con Dio mediante un atto di contrizione perfetta, il precetto dell'Apostolo, interpretato dall'usanza della Chiesa e dalle sue definizioni conciliari (Concilio di Trento, Sess. XIII, c. VII, can. 11), gli vieta l'accesso alla sacra mensa, finché non abbia sottoposto la sua colpa al potere delle Chiavi.
    Nella Sequenza, celebre opera del Dottor Angelico, la Chiesa, la vera Sion, manifesta il suo entusiasmo ed effonde il suo amore per il Pane vivo e vivificante, in termini d'una precisione scolastica che sembrerebbe sfidare qualunque poesia nella sua forma. Il mistero eucaristico vi si svolge con la pienezza concisa e la maestà semplice e grandiosa di cui san Tommaso possedette il meraviglioso segreto. Questa esposizione sostanziale dell'oggetto della festa, sostenuta da un canto in armonia con il pensiero, giustifica pienamente l'entusiasmo prodotto nell'anima dal susseguirsi di quelle magnifiche strofe.
    SEQUENZA
    Loda, o Sion, il Salvatore, loda il duce ed il pastore con inni e canti.
    Quanto puoi tanto ardisci, perché egli è superiore ad ogni lode e tu non basti a lodarlo.
    Come tema di lode speciale, è il pane vivo e datore di vita che vien proposto oggi.
    Quel pane che nella mensa della sacra cena, alla turba dei dodici fratelli, fu dato realmente.
    La lode sia piena e sonora, sia gioconda e piena di decoro la gioia dello spirito.
    Perché si celebra il giorno solenne, che di questa mensa ricorda la prima istituzione.
    In questa mensa del nuovo Re, la novella Pasqua della nuova legge pone fine alla Pasqua antica.
    Il nuovo fa cessar l'antico, la verità fa dileguare le ombre, la luce toglie la notte.
    Cristo ciò che fece nella cena, comandò che si facesse in suo ricordo.
    Ammaestrati dai sacri insegnamenti, noi consacriamo il pane e il vino, ostia di salute.
    È un domma per i cristiani, che il pane si converte in carne, e il vino in sangue.
    Ciò che non comprendi, ciò che non vedi, l'animosa fede l'assicura, trascendendo ogni ordine naturale.
    Sotto diverse specie, che son parvenze e non sostanze, si nascondono cose sublimi.
    La carne è cibo, il sangue è bevanda, ma Cristo rimane intero, sotto l'una e l'altra specie.
    Da chi lo riceve non è fatto a pezzi, non è rotto, non è diviso: è ricevuto intero.
    Lo riceve uno, lo ricevon mille, tanto questi che quelli, e, ricevuto, non si consuma.
    Lo ricevono i buoni, lo ricevono i cattivi, ma con sorte diversa: di vita o di morte.
    È morte per i cattivi, è vita per i buoni: guarda come la stessa comunione abbia effetti diversi.
    Se il sacramento viene spezzato, non vacillare, ma ricordati che è tanto, in un frammento quanto in tutta l'ostia.
    La divisione non è della sostanza, ma solo della specie: senza diminuzione dello stato o della grandezza di ciò che sotto le specie è nascosto.
    Ecco il pane degli Angeli divenuto cibo dei pellegrini: è il vero pane dei figli, da non gettarsi ai cani.
    Fu simboleggiato con figure nell’immolazione di Isacco, nel sacrificio dell'agnello pasquale, nella manna data ai padri.
    Buon pastore, pane vero, o Gesù, abbi pietà di noi, nutriscici, difendici, facci vedere i beni nella terra dei viventi.
    Tu, che sai tutto e tutto puoi, e ci nutrisci qui, mortali, rendici, lassù, tuoi commensali e coeredi e compagni dei santi cittadini. Amen. Alleluia.

    VANGELO (Gv 6,56-59). - In quel tempo, disse Gesù ai Giudei: La mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre vivente mi inviò ed io vivo per il Padre, così chi mangia me, vivrà anch'egli per me. Questo è il pane disceso dal cielo; e non sarà come la manna che i vostri padri mangiarono e morirono. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno.


    L'Eucaristia, alimento di vita per l’anima…
    Il discepolo prediletto non poteva rimanere silenzioso sul Mistero d'amore. Tuttavia, quando scrisse il suo Vangelo l'istituzione di questo Sacramento era già abbastanza narrata dai tre Evangelisti che l'avevano preceduto e dall'Apostolo delle Genti. Senza tornare dunque su quella divina storia, egli completò il loro racconto con quello della solenne promessa che aveva fatta il Signore un anno prima della Cena sulle rive del lago di Tiberiade.
    All'innumerevole moltitudine che attira al suo seguito il recente miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù si presenta come il vero pane di vita disceso dal cielo e che preserva dalla morte, a differenza della manna data da Mosè ai loro padri. La vita è il primo dei beni, come la morte l'estremo dei mali. La vita risiede in Dio come nella sua sorgente (Sal 35,10); egli solo può comunicarla a chi vuole, e restituirla a chi l'ha perduta.
    Il Verbo di Dio è venuto in mezzo agli uomini perché avessero la vita e l'avessero in abbondanza (Gv 10,10). E siccome è proprio del cibo accrescere e mantenere la vita, si è fatto cibo, cibo vivo, vivificante, disceso dal cielo. Partecipando essa stessa della vita eterna che attinge direttamente al seno del Padre, la carne del Verbo comunica questa vita a chi la mangia. Ciò che è per sua natura corruttibile - dice san Cirillo Alessandrino - non può essere vivificato diversamente che con l'unione corporea al corpo di colui è vita per natura; ora, come due pezzi di cera fusi insieme dal fuoco non ne formano più che uno solo, così fa di noi e di Cristo la partecipazione del suo corpo e del suo sangue prezioso. Questa vita dunque che risiede nella carne del Verbo, divenuta nostra in noi stessi, non sarà, come non lo fu in lui, vinta dalla morte; scuoterà nel giorno stabilito le catene dell'antica avversaria, e riporterà la vittoria sulla corruzione dei nostri corpi immortali (san Cirillo Alessandrino, Su san Giovanni, l. x, c. 2).… e per il corpo.
    Così era necessario che non soltanto l'anima fosse rinnovata dal contatto del Verbo, ma che questo stesso corpo terreno e grossolano partecipasse in qualche modo alla virtù vivificante dello Spirito, secondo l'espressione del Signore (Gv 6,64). "Coloro che hanno sorbito il veleno per l'inganno dei loro nemici - dice egregiamente san Gregorio Nisseno - uccidono in sé il virus con un rimedio opposto; ma come è accaduto per la bevanda mortale, bisogna che la pozione salutare sia introdotta fin nelle loro viscere, affinché di qui si diffonda in tutto l'organismo la sua virtù curativa. Noi dunque che abbiamo gustato il frutto deleterio, abbiamo bisogno pure d'un rimedio di salvezza che nuovamente raccolga e armonizzi in noi gli elementi disgregati e confusi della nostra natura e che, penetrando nell'intimo della nostra sostanza, neutralizzi e scacci il veleno con una forza contraria. E quale sarà questo rimedio? Non altro che quel corpo che si è mostrato più potente della morte, ed ha posto per noi il principio della vita. Come un po' di lievito - dice l'Apostolo - assimila tutta la pasta, così questo corpo, entrando nel nostro, lo trasforma interamente in sé. Ma nulla può penetrare così la nostra sostanza corporea se non mediante il mangiare e il bere; è questo il modo, conforme alla sua natura, secondo il quale giunge fino al nostro corpo la virtù vivificante" (san Gregorio Nisseno, Catechesi, xxxvii).

    PROCESSIONE
    Chi è costei che avanza profumando il deserto del mondo d'una nube d'incenso, di mirra e di ogni sorta di profumi? La chiesa attornia la lettiga dorata in cui appare lo Sposo nella sua gloria. Accanto a lui sono raccolti i forti d'Israele, sacerdoti e leviti del Signore, potenti presso Dio. Figlie di Sion, uscitegli incontro; contemplate il vero Salomone sotto lo splendore del diadema di cui l'ha incoronato la madre nel giorno delle sue nozze e del gaudio del suo cuore (Ct 3,5-11). Questo diadema è la carne che il Verbo ha ricevuta dalla Vergine purissima, quando ha preso in isposa l'umanità (san Gregorio, Sul Cantico dei Cantici). Per quel corpo perfettissimo, per quella carne sacrosanta continua tutti i giorni, sul santo altare, l'ineffabile mistero delle nozze dell'uomo e della Sapienza eterna. Non è dunque giusto che una volta all'anno la santa Chiesa dia libero corso ai suoi trasporti verso lo Sposo nascosto sotto i veli del Sacramento? Per questo il Sacerdote ha oggi consacrato due Ostie, e dopo averne consumato una, ha posto l'altra nell'ostensorio che, recato rispettosamente in mano, attraverserà ora sotto il baldacchino, al canto degli inni, le file della moltitudine prostrata.Storia.
    Questa solenne dimostrazione verso l'Ostia santa, come già abbiamo detto, è più recente della stessa festa del Corpus Domini. Urbano IV non ne parla nella sua Bolla d'istituzione del 1264. Invece, Martino V ed Eugenio IV, nelle loro costituzioni più sopra citate (26 maggio 1429 e 26 maggio 1433), ci danno la prova che essa era già in uso fin da quel tempo, poiché concedono particolari indulgenze a coloro che la seguono. Il milanese Donato Bossio riferisce nella sua Cronaca che "il giovedì 29 maggio del 1404 si portò per la prima volta solennemente il Corpo di Cristo per le strade di Pavia, come è entrato in uso in seguito". Alcuni autori ne hanno concluso che la Processione del Santissimo Sacramento non risaliva oltre tale data, e doveva la sua prima origine alla Chiesa di Pavia. Ma una simile conclusione sorpassa il testo su cui si basa, e che può benissimo non esprimere altro che un fatto di cronaca locale.
    Troviamo infatti la Processione menzionata su un titolo manoscritto della Chiesa di Chartres nel 1330, in un atto del Capitolo di Tournai nel 1325, nel concilio di Parigi del 1323 e in quello di Sens del 1320. Speciali indulgenze sono concesse da questi due concili all'astinenza e al digiuno della Vigilia del Corpus Domini, ed essi aggiungono: "Quanto alla solenne Processione che si fa il Giovedì della festa portando il divin Sacramento, siccome pare che essa sia stata introdotta ai giorni nostri per una specie di divina ispirazione, non stabiliamo nulla per il momento, lasciando ogni cosa alla devozione del clero e del popolo" (Labbe,Conc. t. XI, pp. 1680, 1711). L'iniziativa popolare sembra avere avuto dunque una grande parte in questa istituzione; e come Dio aveva scelto, nel secolo precedente, un papa francese per istituire la festa, dalla Francia ancora si diffuse a poco a poco in tutto l'Occidente questo glorioso complemento della solennità del Mistero della fede[3].
    Sembra probabile tuttavia che in principio l'Ostia santa non fosse, almeno dappertutto, portata in mostra come oggi nelle processioni, ma solo velata e racchiusa in una cassa o in una teca preziosa. C'era l'usanza di portarla in questa maniera fin dal secolo XI in alcune Chiese nella Processione delle Palme e in quella del mattino della Risurrezione. Abbiamo parlato altrove di queste solenni manifestazioni che del resto non avevano tanto per oggetto di onorare direttamente il divin Sacramento, quanto di rendere più al vivo il mistero del giorno. Comunque sia, l'uso degli estensori o esposizioni, come le chiama il concilio di Colonia del 1452, seguì quasi subito l'istituzione della nuova Processione.Dottrina del Concilio di Trento.
    Tuttavia, l'eresia protestante tacciò subito di novità, di superstizione e di odiosa idolatria questi naturali sviluppi del culto cattolico ispirati dalla fede e dall'amore. Il concilio di Trento colpì di anatema le recriminazioni dei settari (Sess. XIII, c. VI) e, in un capitolo speciale, giustificò la Chiesa in termini che non possiamo fare a meno di riprodurre: "Il santo Concilio dichiara piissima e santissima l'usanza che si è introdotta nella Chiesa, di consacrare ogni anno una festa speciale a celebrare in tutti i modi l'augusto Sacramento, come pure di portarlo in processione per le vie e le pubbliche piazze con pompa ed onore. È giustissimo infatti che siano stabiliti alcuni giorni in cui i cristiani, con una dimostrazione solenne e specialissima, testimoniano la loro gratitudine e il loro devoto ricordo verso il comune Signore e Redentore, per il beneficio ineffabile e divino che ripropone ai nostri occhi la vittoria e il trionfo della sua morte. Così bisognava ancora che la verità vittoriosa trionfasse sulla menzogna e sull'eresia, in modo che i suoi avversari, in mezzo a tanto splendore e a tanto gaudio di tutta la Chiesa, o perdano il coraggio o, confusi, giungano alfine alla resipiscenza (Sessione XIII, c. V).Le bellezze della festa del Corpus Domini.
    Ma noi cattolici, fedeli adoratori del Sacramento d'amore, "con quale gaudio", esclama l'eloquente Padre Faber, "non dobbiamo contemplare quella splendente e immensa nube di gloria che la Chiesa in questa occasione fa salire verso Dio! Sì, sembrerebbe che il mondo sia ancora nel suo stato di fervore e d'innocenza primitiva! Guardate quelle gloriose processioni che, con i loro stendardi scintillanti al sole, si snodano attraverso le strade ornate di fiori dei villaggi cristiani, sotto le volte venerabili delle antiche basiliche e lungo i cortili dei seminari, asili della pietà. In quel concorso di folle, il colore del volto e la diversità delle lingue non sono che rinnovate prove dell'unità di quella fede che tutti sono lieti di professare con la voce del magnifico rituale di Roma. Su quanti altari di forma diversa, tutti ornati dei fiori più soavi e risplendenti di luce, tra nuvole d'incenso, al suono dei sacri cantici e davanti a una moltitudine prostrata e raccolta, il Santissimo Sacramento viene sollevato per ricevere le adorazioni dei fedeli, e abbassato per benedirli! E quanti atti ineffabili di fede e d'amore, di trionfo e di riparazione non ci rappresenta ognuna di queste cose! Il mondo intero e l'aria della primavera sono ripieni di canti di letizia. I giardini sono spogli dei loro più bei fiori, che mani devote gettano sul cammino del Dio che passa velato nel Sacramento. Le campane fanno risuonare lontano i loro giocondi concerti. Il Papa sul suo trono e la giovinetta nel suo villaggio, le religiose di clausura e gli eremiti solitari, i vescovi, i dignitari e i predicatori, gli imperatori, i re e i principi, tutti sono oggi ripieni del pensiero del Santissimo Sacramento. Le città sono illuminate, le abitazioni degli uomini sono animate dai trasporti della gioia. È tale la letizia universale che gli uomini vi si abbandonano senza sapere perché, e rinasce su tutti i cuori dove regna la tristezza, sui poveri, su tutti quelli che rimpiangono la libertà, la famiglia o la patria. Tutti questi milioni di anime che appartengono alla regale famiglia e al linguaggio spirituale di san Pietro sono oggi più o meno prese dal Santissimo Sacramento, sì che tutta la Chiesa militante trasalisce d'una gioia e d'una emozione simile al fremito dei flutti del mare agitato. Il peccato sembra dimenticato; le lacrime stesse sembrano piuttosto strappate dall'eccesso della felicità che dalla penitenza. È un'ebbrezza simile a quella che trasporta l'anima che fa il suo ingresso in cielo; o meglio si direbbe che la terra stessa passa nel cielo, come potrebbe accadere appunto per la gioia di cui l'inonda il Santissimo Sacramento" (Il Santissimo Sacramento, I, p. 4).
    Durante la Processione si cantano gli Inni dell'Ufficio del giorno, il Lauda Sion, il Te Deum e, secondo la lunghezza del percorso, il Benedictus, il Magnificat o altri canti liturgici che abbiano qualche riferimento all'oggetto della festa, come gli Inni della Ascensione indicati nel Rituale. Ritornando alla Chiesa, la funzione termina, come al solito, con il canto del Tantum ergo, del Versetto e dell'Orazione del Santissimo Sacramento. Ma, dopo la Benedizione solenne, il Diacono espone l'Ostia santa sul trono dove i fedeli le faranno una guardia d'onore.
    PREGHIAMO
    O Dio, che in questo mirabile Sacramento ci hai lasciato il ricordo della tua passione, concedici di venerare i sacri misteri del tuo Corpo e del tuo Sangue con tanta fede da sentire sempre in noi gli effetti della tua redenzione.


    [1] A questo punto termina il testo di Dom Guéranger.
    [2] Dionigi, Gerarchia celeste.
    [3] Tal In seguito al concilio del 1311, in cui la festa fu definitivamente promulgata, Vienna prese come emblema un albero sormontato da un calice e da un'ostia circondate dalle parole: Vienna civitas sancta.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 370-387."






    Luca, Sursum Corda!
    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

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    Lightbulb Re: Maggio Mese Mariano…

    Domenica 29 maggio 2016: Ottava del Corpus Domini…





    Della festa del Corpus Domini
    Della festa del Corpus Domini ? Sodalitium





    Festa del Corpus Domini 2016 a Verrua Savoia ? Sodalitium

    Pellegrinaggio Osimo ? Loreto ? Sodalitium
    “Sabato 28 maggio e domenica 29 maggio 2016. XIII edizione del pellegrinaggio Osimo – Loreto.”






    Nell'ottava Corpus Domini - Santa Messa di don Floriano
    https://www.youtube.com/watch?v=CKpCd1k0Fdo
    Santa Messa nell'ottava del Corpus Domini di don Floriano




    Radio Spada | Radio Spada ? Tagliente ma puntuale
    “29 maggio 2016: Domenica infra l'Ottava del Corpus Domini. L'EUCARISTIA SACRIFICIO PERFETTO.”






    “29 maggio 2016: Santa Maria Maddalena de'Pazzi, vergine.
    Appartiene alla casata de’ Pazzi, potenti (e violenti) per generazioni in Firenze, e ancora autorevoli alla sua epoca. Battezzata con il nome di Caterina, a 16 anni entra nel monastero carmelitano di Santa Maria degli Angeli in Firenze e come novizia prende il nome di Maria Maddalena.
    Nel maggio 1584 soffre di una misteriosa malattia che le impedisce di stare coricata. Al momento di pronunciare i voti, devono portarla davanti all’altare nel suo letto, dove "dì e notte sta sempre a sedere". Ed ecco poi quelle estasi, che si succederanno per molti anni. Le descrivono cinque volumi di manoscritti, opera di consorelle che registravano gesti e parole sue in quelle ore. (Parole sorprendenti: nelle estasi, lei usava un linguaggio colto, “specialistico”, di gran lunga superiore al livello della sua istruzione). Questi resoconti, che lei legge e corregge, e che acuti teologi perlustrano in punto di dottrina, contengono – espresso in mille modi e visioni e voci – l’invito appassionato a ricambiare l’amore di Cristo per l’uomo, testimoniato dalla Passione.
    Più tardi le voci dall’alto le chiedono di promuovere la “rinnovazione della Chiesa” (iniziata dal Concilio di Trento con i suoi decreti), esortando e ammonendo le sue gerarchie. Maria Maddalena esita, teme di ingannarsi. Preferirebbe offrire la vita per l’evangelizzazione, segue con gioia l’opera dei missionari in Giappone... Voci autorevoli la rassicurano, e allora lei scrive a papa Sisto V, ai cardinali della Curia; e tre lettere manda ad Alessandro de’ Medici, arcivescovo di Firenze, che poi incontra in monastero. "Questa figliola ha veramente parlato in persona dello Spirito Santo", dirà lui. Maria Maddalena gli annuncia pure che presto lo faranno Papa, ma che non durerà molto (e così gli ha predetto anche Filippo Neri). Infatti, Alessandro viene eletto il 10 maggio 1605 con il nome di Leone XI, e soltanto 26 giorni dopo è già morto.
    Per suor Maria Maddalena finisce il tempo delle estasi e incomincia quello delle malattie. Del “nudo soffrire”, come lei dice, che durerà fino alla sua morte, già accompagnata da voci di miracoli, che porteranno nel 1611 l’apertura del processo canonico per la sua beatificazione, a pochi anni dalla morte avvenuta nel 1607. Papa Clemente IX, il 22 aprile del 1669, la canonizzerà. Le spoglie di santa Maria Maddalena de’ Pazzi ora riposano nell’omonimo monastero, a Firenze. Autore: Domenico Agasso.”
    “Il 29 maggio 757 Papa Paolo I viene esaltato al Sommo Pontificato.”
    “Il 29 maggio 1724 Benedetto XIII Orsini viene esaltato al Sommo Pontificato.”


    "Carlo Di Pietro - Giornalista e Scrittore
    Preghiera al Santo del giorno.
    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti.
    Amen.

    Eterno Padre, intendo onorare Santa Maria Maddalena de' Pazzi, e Vi rendo grazie per tutte le grazie che Voi le avete elargito. Vi prego di accrescere la grazia nella mia anima, per i meriti di questa Santa, ed a lei affido la fine della mia vita tramite questa speciale preghiera, così che per virtù della Vostra bontà e promessa, Santa Maria Maddalena de' Pazzi, possa essere mia avvocata e provvedere tutto ciò che è necessario in quell'ora. Così sia."






    Magistero del Venerabile Papa Pio XII – solennità del Corpus Domini
    By Redazione On 29 maggio 2016
    Magistero del Venerabile Papa Pio XII ? solennità del Corpus Domini | Riscossa Cristiana
    Ai partecipanti al Congresso Nazionale Italiano dei Sacerdoti Adoratori (28 aprile 1939) | PIO XII
    Quale spettacolo è quest’adunanza di sacerdoti, il cui proposito, degno degli angeli, è di adorare in singolar modo quel Dio che promise agli Apostoli di essere con loro tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli! Noi vediamo, Venerabili Fratelli e diletti Figli, adempita in voi questa promessa, in voi che continuate e perpetuate il ministero apostolico di istruire le genti, di battezzarle e di insegnar loro tutto quello che Cristo agli Apostoli aveva comandato. Non ha egli pure annunziato che dove fossero anche due o tre persone congregate nel nome suo, quivi sarebbe egli in mezzo a loro? Il Salvatore divino è con noi, non già come ombra fugace della fama e del nome che resta sulle tombe e sui monumenti dei grandi uomini che passano, ma quale Dio presente nella sua divinità e umanità, Dio nascosto nell’ombra dei pani mutati: ombra che Ci par di ravvisare in quelle tenebre del lago di Tiberiade, in quella notte che Cristo camminava sopra i marosi, e ai discepoli a fatica remiganti parve fantasma. No, non è un fantasma il Dio dei tabernacoli che adoriamo. E quel medesimo che allora disse ai pavidi discepoli: Abbiate fiducia; sono io, non temete. E quel medesimo che dice: Eccomi con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei tempi.
    E quel medesimo che cammina sulle onde dei secoli, signore dei venti e delle procelle umane. Egli cammina sull’onde tempestose al fianco e innanzi alla sua Chiesa; risponde ai suoi ministri che lo chiamano con la voce sacra, a loro da lui largita; e ai suoi altari invita e aduna da venti secoli le nazioni e le genti, il popolo e i regnanti, i martiri e le vergini, i pontefici e i sacerdoti, prostrati nell’adorarlo presente, nell’amarlo nascosto, nell’invocarlo compagno nella gioia e nel dolore, nella vita e nella morte.
    Ma noi vediamo un sacerdote che nell’ombra della fede più vivamente ha sentito il conforto di Lui ai discepoli. Voi lo conoscete: è Pietro Giuliano Eymard che risponde a Cristo: Signore, se sei tu, comandami di venire a te sulle acque. Vieni, gli dice il Salvatore. E Pietro Giuliano camminò sulle acque burrascose per andare a Gesù e prostrarsi a lui in perpetua adorazione ed esclamare: Eccomi con voi, o Signore, in tutti i giorni fino al termine della mia vita. Non fu forse questa la vocazione e la missione del fondatore della Congregazione del SS.mo Sacramento? Non calcò egli, per avvicinarsi e prostrarsi a Gesù, le acque della tribolazione? Egli aveva ben compreso la promessa di Cristo, onde si chiude e sigilla come suo testamento il Vangelo del pubblicano Matteo; e ne aveva fatto per sé e per gli altri il vessillo dell’opera sua e della sua azione: « Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem saeculi ».
    In questo mondo, in questo moderno straniamento della società, della famiglia e del costume da Dio, Pietro Giuliano sentiva pure che Cristo non aveva cessato di essere presente nel rifugio del suo altare, benché spesso ignorato, abbandonato, non degnato dell’altissimo omaggio a lui dovuto. Sentiva ch’Egli era ogni giorno con noi, perpetuo compagno del suo ministro e del suo popolo in ogni angolo e per ogni via della città, in ogni regione civile o barbara della terra, dove fosse un sacerdote e un’ara. Sentiva che Egli, come ieri, sta oggi, fino alla consumazione dei secoli con noi, con la sua Chiesa invincibile e indefettibile, sacerdote e pontefice delle anime in eterno, re immortale dei secoli e delle vicende umane antiche, presenti e future. Profondamente ciò sentiva e si chinava innanzi a lui in quell’adorazione ch’è desiderio immenso di vederlo adorato, venerato, esaltato, in modo speciale dalle anime a Lui consacrate e particolarmente dai sacerdoti, che devono essere luce del mondo, sale della terra, maestri e ministri del popolo, mediatori fra gli uomini e Dio, fra il cielo e la terra.
    In questo grande convegno di sacerdoti adoratori italiani, adunati a ritemprarsi nello spirito sacerdotale, —convegno già altamente, sapientemente ed ampiamente illustrato dalla parola eloquente e santa di. Eminentissimi Cardinali e di illustri oratori sacri —, la immagine del Beato Eymard, alfiere, araldo e campione, quant’altri mai, di Cristo presente nei sacri tabernacoli, è, al pari del Battista, lucerna lucente e ardente che illuminerà e rinfiammerà i vostri cuori, e trasfonderà in essi quegli accesi balzi che desta nell’animo la lagrimevole visione della guerra, dell’insidia e dell’indifferenza, con cui l’uomo risponde all’amore e ai benefizi di un Dio umanato che fa sua delizia lo stare sempre con noi.
    I.
    Il Dio dell’altare sta in mezzo a noi, invisibile, ma testimone fedele, primogenito tra i morti, principe dei re della terra, il quale ci ha amati e ci ha lavati dei nostri peccati col proprio sangue e ci ha fatti regno e sacerdoti a Dio suo Padre; il primo e l’ultimo, il vivente che fu morto ed è vivente pei secoli dei secoli (1). Ma è insieme in mezzo a noi, il Dio dell’arcano. Cadiamo ai suoi piedi, adoriamolo nel roveto ardente del suo amore per noi, se non ci è dato contemplarlo, come lo vide il rapito Evangelista. È il mistero della fede, centro dell’incruento divino sacrificio, geloso segreto della Sposa di Cristo, cui nei primi secoli della sua immutabile giovinezza amò celare sotto il velo dell’arcano anche i teneri suoi figli: arcano fatto mistero di un mistero, nascosto da secoli eterni in Dio e che nasconde un Dio. Davanti a questo mistero si chinarono nella polvere gli Apostoli e i martiri; nelle basiliche i pontefici; nei deserti e nei cenobi i monaci e gli anacoreti; nei chiostri le vergini; nei campi della lotta le schiere; nelle cattedre i dottori; nelle vie i popoli. Cristo era in mezzo a loro; ma chi lo vide? chi lo ravvisò? Beati quelli che non lo videro e credettero: « Beati qui non viderunt et crediderunt ».
    La fede passa ogni velo, penetra ogni arcano; e quanto più viva si avanza, tanto più luce acquista, si rinfiamma ed esalta in se stessa, e fa del mistero medesimo il faro e il fuoco della sua vita e dell’opera sua. Non fu questa la fede di Pietro Giuliano nel Dio presente sotto il velo della Eucaristia? Non fu il faro, alla cui luce mirò le onde e le tempeste dell’età moderna? Non fu il fuoco che gli scaldò il petto e l’ardire a fare del vessillo eucaristico il vessillo della sua religiosa coorte? a raccogliere intorno al sacro altare le schiere dei sacerdoti adoratori? Non fu egli colui, che nello squarciarsi più e più il velo dell’arcano attraverso i secoli nella comunione pasquale, nella solennità del Corpo del Signore, nella fiammeggiante esposizione del Dio nascosto, nell’adorazione riparatrice, intravvide la novella aurora della Congregazione e delle Confraternite del SS.mo Sacramento? Così nell’acre più aperto si scioglieva l’arcano antico del sacrosanto ciborio; ed era apparso l’ardente apostolo della divina Eucaristia, suscitato dal cielo.
    Nato in un borgo del circondario di Grenoble, quando il mondo taceva al cospetto dell’altero Cesare francese che dalla Senna aveva coi suoi eserciti corso le terre di Europa e travolti regni e regnanti, Pietro Giuliano era cresciuto per la pietà della madre nella visione del sacro tabernacolo, e lì, appoggiato all’altare, fu trovato un giorno, fanciullo quinquenne, a pregare il Dio velato, bramoso di stargli vicino e di ascoltarlo. Che mai disse allora a quel bambino innocente Gesù che ama e abbraccia i piccoli, i quali vengono a Lui? Certo gli stampò nell’animo una di quelle parole indelebili che improntano il carattere e la missione dei santi nel mondo, e sigillano la loro aureola nel cielo della Chiesa.
    E quella parola che si tramuterà nel pensiero del sacerdote Pietro Giuliano marista e che egli segnerà nella supplica al gran Pontefice Pio IX: «Ecco, scriverà, questo pensiero: alla vista dell’amore di Gesù Cristo nel suo adorabile Sacramento, dell’isolamento in cui lo lascia la scarsa pietà dei fedeli, dell’indifferenza di tanti cristiani, dell’empietà sempre crescente degli uomini del secolo; alla vista dei bisogni così grandi della Chiesa, di tanti idolatri ed eretici lontani dalla fede di Gesù Cristo, un pensiero soave e forte mi diceva: Perché il più grande dei misteri non avrebbe anch’esso il suo corpo religioso come gli altri misteri? perché non vi sarebbero degli uomini che avessero una missione perpetua di preghiera ai piedi di Gesù Cristo nel suo divino Sacramento? perché il Re dei re non avrebbe anch’Egli la sua guardia d’onore, vigilante dì e notte dinanzi al suo divino tabernacolo, nell’esercizio perpetuo dell’adorazione, del ringraziamento, dell’ammenda onorevole? » — « E l’opera di Dio, risponderà il Vicario di Cristo, io la desidero ». E indi a poco la loderà e poi l’approverà.
    II.
    Ma Cristo non solo è presente in mezzo al mondo, bensì anche si accosta all’uomo e sta con lui, coi suoi apostoli, coi suoi fedeli, con tutte le genti, conquista del suo sangue. Duplice è la sua presenza. Ha una presenza divina, con la quale sostiene l’universo da lui creato, segue i passi degli uomini per le vie del bene e del male ed è loro testimone e giudice inclinatore al bene e punitore del male. Ha un’altra presenza umana e insieme divina, per la quale innalza i suoi padiglioni nelle catacombe, fra le dense case dei popoli, per le campagne, per le selve, nelle valli, sui monti, per i deserti, per le nevi, in mezzo ai ghiacci perpetui, dovunque un sacerdote con la onnipotente parola di Lui levi in alto un pane e un calice, adorando ciò che ha fatto in memoria di Lui. Là Egli sta col suo ministro, con lui cammina, si fa nostro cibo, viatico dei moribondi e degli infelici, fratello, sposo, padre, medico, conforto e vita delle anime, pane degli angeli, arra di gaudio immortale. Ecce ego vobiscum sum. Oh come vorremmo che non Noi colla nostra povera voce, ma vi parlasse Pietro Giuliano Eymard, che a fondo penetrava e scandagliava questo mistero di fede e d’amore: la sua parola sarebbe una fiamma, un incendio da far ardere e avvampare i vostri cuori di adoratori del Dio che sta con noi ed è tanto dimenticato e offeso dagli uomini.
    Non Ci chiedete, venerandi sacerdoti, se la missione da Dio affidata a Pietro Giuliano Eymard gli costò sangue, e se a lui, ramingo ai tabernacoli di La Seyne-sur-Mer, di Lione e di Parigi, Dio chiese, come ad Abramo, il totale sacrificio di ciò che amava — ed era pur dono divino —, per poi restituirglielo con rinnovata promessa di eletta progenie. Iddio lo mise alla prova, a quel modo che l’oro si purifica nel fuoco, che la pazienza è arma di vittoria; a quel modo che la croce, sigillo dei martiri, si erge e sovrasta ai nostri altari, vessillo di Cristo con noi e coi suoi santi. Il tabernacolo era però il suo rifugio: dal tabernacolo aveva udito la voce di Cristo che gli diceva che sarebbe stato ogni dì con lui compagno nei cammino della tribolazione fra la domanda e il rifiuto per l’Opera Eucaristica, fra l’opposizione dei confratelli e la lode del Pontefice Pio IX, fra l’ambascia di un dilemma e la croce del sacrificio; aveva ascoltato la parola di quel Dio umanato che proclamava ai suoi discepoli: « Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consunìmationem saeculi ».
    III.
    Dell’adempimento di questa mirabile e benigna promessa di Cristo lungo il corso fuggevole dei tempi, nessuno, meglio del sacerdote, è fedele testimonio e parte, come quegli che, quale ministro delle fonti della grazia, ebbe da Cristo la sovrana missione di fare in sua memoria all’ara incruenta ciò ch’Egli aveva fatto nella vigilia della sua Passione: Pro Christo ergo, vi diremo, o diletti sacerdoti, con S. Paolo, legatione fungimur. Siamo legati e ambasciatori di Cristo, non solo con la parola, ma ancora con l’opera. Questa missione della parola e dell’opera oh quanto intimamente la sentì nell’animo il Beato Eymard! Sacerdote, ben sapeva che Cristo è con la sua Chiesa e con noi, tutti i giorni, per la sua autorità e per la sua grazia; ma, vedendolo anche velato presente sui nostri altari, e spesso quasi obliato e ignorato come Re e Pastore delle anime nostre, voleva che con la parola e con l’opera fosse dalla società cristiana riconosciuto, adorato, ringraziato, propiziato, pregato tutti i giorni fino al termine dei secoli.
    Noi non seguiremo il fondatore dell’Adorazione perpetua nell’Opera delle Comunioni tardive nella capitale francese, nella erezione delle case di Marsiglia, di Angers, di Bruxelles e di altre città; non vi diremo come sorgessero l’Aggregazione del SS.mo Sacramento, la Congregazione delle Ancelle dell’Eucaristia, come si onorasse la Madonna del SS.mo Sacramento; come intorno al Servo di Dio andasse crescendo la religiosa famiglia da lui guidata, vincendo travagli, povertà, contraddizioni e dissensi interni ed esterni. Di pene e dolori non può mai vivere scevro il cuore dei seguaci di Cristo crocifisso; né il sentiero della santità è seminato dei dolci pomi e dei fiori dell’Eden. Credete voi che l’intimo suo martirio non rimanesse a tutti segreto né traboccasse mai in lamento fuori delle labbra? Solo l’ardore amoroso per il Dio d’amore egli effondeva nei suoi sermoni, nei suoi discorsi, nei suoi colloqui, nella sua direzione degli spiriti; e un’eco ancora ne mormorano le pagine che raccolgono la parola di lui.
    Ma, al pari dell’Apostolo Paolo, egli si glorierà nelle sue tribolazioni, perché la virtù di Cristo abiti in lui. E la virtù di Cristo, che al dolore pareggia il conforto che non sa dare il mondo, come la sentì divina ai piedi degli altari, il P. Eymard la trovò potente e provvida ai piedi del Vicario di Cristo in Roma. E tre volte lo vide Roma pellegrino per le sue vie, nelle sue basiliche, alle tombe e agli arcosolii dei martiri e un giorno lo udì in Sant’Andrea della Valle glorificare il Dio Bambino, Roma, con la voce del gran Pontefice Pio IX, gli fu propizia; ne lodava l’Istituto Eucaristico e poi ne approvava le Costituzioni, fondamento di sicuro e canonico avvenire.
    A questo punto il nostro pensiero si arresta davanti all’opera del paziente e forte Adoratore e Apostolo della Eucaristia, mentre contempliamo il passato e l’avvenire saldarsi col presente e sopra l’onda dei secoli ascoltiamo la parola di Paolo, il quale ci ammonisce che ogni qual volta mangeremo questo pane e beveremo questo calice, annunzieremo la morte del Signore, fino a tanto che egli venga (2). Finché sui campi del nostro globo spunterà una spiga di grano e penderà un grappolo d’uva, e un sacerdote salirà pensoso del sacrificio l’altare, l’Ospite divino sarà con noi; e il credente curverà nella fede la mente e il ginocchio innanzi a un’Ostia consacrata, come all’ultima cena gli apostoli nel pane e nel vino consacrato che il Salvatore dava loro dicendo: Questo è il mio corpo; Questo è il mio sangue; adorarono Cristo, il Maestro divino con quella pura e alta fede che crede ai portenti della sua parola, e di cui si sostanzia l’interna adorazione, fede senza la quale è vano segno il piegare di un ginocchio. Da quell’ora del Cenacolo cominciarono i secoli del Dio dell’Eucaristia; il giro del sole ne illuminò i passi con le sue aurore e i suoi tramonti; le scavate viscere della terra lo accolsero salmodiando; negli eremi, nei cenobii, nelle basiliche, sotto gli aerei pinnacoli s’inchinarono a lui pastori e popoli, principi ed eserciti. Nelle sue conquiste si avanzava coi suoi araldi e sacerdoti oltre í mari e gli oceani, e dall’Oriente all’Occidente, da un polo all’altro il Redentore ormai pianta ogni dì i suoi tabernacoli, perseverando contro l’ingratitudine degli uomini in trovare le sue delizie a stare con essi, solo bramoso di effondere a loro salvezza i tesori delle sue grazie e della sua magnificenza.
    A tanta degnazione e generosità divina, se la pietà dei secoli corrispose con le festive annuali commemorazioni dei più mirabili fatti della vita mortale del Salvatore e con l’istituzione di Ordini e Congregazioni religiose che ne prendessero il nome, era per divino consiglio riservato ai tempi moderni e alla Adorazione Perpetua inaugurata dal fiammante zelo del Beato Eymard il mandato di glorificare con culto solenne e continuo, in tale ardore quale non si era visto nei secoli passati, l’umanato Verbo Divino, veramente, realmente, sostanzialmente presente nel Sacramento del suo amore. Dal sacro nascondimento del tabernacolo egli intendeva esaltarlo fra gli splendori dell’altare, non solo per alcune ore e giornate, ma: « omnibus diebus usque ad consummationem saeculi », come Re di ogni secolo, perché Cristo Signor Nostro mai non cessa di essere quel Dio da terra esaltato sulla croce per trarre a sé l’universo. E non lo esalta forse il sacerdote sopra il suo capo ogni giorno nell’incruento sacrificio alla vista dei fedeli, perché lo adorino, lo lodino, lo supplichino di perdono di grazia? Non è la santa Messa il mistico olocausto, in cui il Redentore, Sacerdote e Vittima eterna, si fa presente sul Calvario dell’altare, col suo corpo e col suo sangue sparso, sotto tali segni di morte? Se l’altare è un Golgota, diceva A nostro Beato, esaltiamovi esposto, non tra le tenebre del sole oscurato, ma fra il fulgore trionfale della risurrezione, quasi uscisse risorto dall’ombra del tabernacolo, il divino Vincitore della morte e dell’inferno. Chiniamoci davanti a Lui, adoriamolo, ricorriamo al mite e umile suo Cuore. Da quel nuovo Golgota luminoso, con maggiori lampi di bontà e misericordia trarrà a sé tutte le nazioni e tutte le genti, perché Egli è venuto affinché gli uomini possedessero la vita e più abbondante la possedessero.
    Tale era la missione di Pietro Giuliano Eymard nella Chiesa dí Cristo: sempre di prostrarglisi in adorazione col pensiero, col cuore, con l’opera; sempre di farsi apostolo della presenza di Lui in mezzo a noi e di adunargli intorno al trono eucaristico una coorte di religiosa fedeltà e omaggio. Vi aveva consacrati più che mai gli ultimi due lustri del viver suo fra disinganni e contrasti, fra dolori fatiche; e a cinquantasette anni il campione del Santissimo Sacramento si appressava al premio della corona immortale.
    Infaticabile nel promuovere la gloria e il culto della Eucaristia, nell’invitare e raccogliere intorno alla sacra mensa ogni età e condizione di fedeli, nel profondere gli ardori del suo zelo nella predicazione al popolo e nei ritiri religiosi, tornava dagli ultimi suoi viaggi nelle province di Francia e del Belgio con forze fiaccate in Parigi, con l’animo travagliato da interni timori e lotte esterne, ma sotto il cui peso la sua virtù, non che curvarsi o accasciarsi, si risollevava più forte, più che imitabile, ammirabile per eroismo. Ma Parigi non gli restituiva la salute: sola speranza a ridonargli vigore era l’aria montana del paese nativo. Cedette allora alle affettuose insistenze dei suoi religiosi; mosse per Lione; a Grenoble saliva per l’ultima volta l’altare. Che disse mai in quel celeste convito al suo Gesù? che gli chiese? che gli offrì? A sera giungeva a La Mure, nella casa paterna, sfinito, raggiunto poscia da due confratelli. Eccolo là dov’era nato, dove presso il tabernacolo aveva avuto il primo colloquio col Dio nascosto, dove aveva bevuto l’aura della vivace sua giovinezza; ma quell’aura non era più per ristorarlo, bensì per rasciugargli sul viso il sudore del bacio di morte. Il suo umile giaciglio diveniva seggio di pazienza inalterabile e di affetto, di consiglio e di sorriso, di benedizione e di preghiera, di calma e di dolcezza. Presso all’ora suprema il Divino Amante e Amico venne ancora a confortare il suo diletto adoratore e apostolo; entro la nube eucaristica gli si posò nel petto, cibo di una vita che non viene meno e si eterna nel gaudio del celeste amore.
    Ammiriamo, veneriamo, o onorandi e devoti sacerdoti e ministri . di Dio, questo eroico antesignano degli adoratori di Cristo vivente con noi sui sacri altari. Egli ci mostrò quanto possa in un sacerdote la viva e verace fede e devozione verso il Sacramento più augusto di tutti i nostri religiosi vincoli con Dio; ci mostrò come è dato formare i veri adoratori che adorino il Padre in spirito e verità e siano apostoli della dilatazione del suo regno nel mondo delle anime.
    Questa è la voce del Beato Eymard; questo il suo sopravvivente apostolato, quasi dicesse col Salmista: «Congregate ilei sanctos eius qui ordinant testamentum eius super sacrificia » (3). Radunategli intorno tutti i suoi santi, che eseguiscono la sua alleanza per mezzo di sacrifici. Chi sono mai questi santi? Non siamo noi, o sacerdoti, noi consacrati, non ad offrire a Dio svenati agnelli e tori, ma a rinnovare l’incruento sacrificio della Vittima divina, unica ed eterna? Non è il calice del suo sangue l’alleanza del nuovo ed eterno testamento? E questo Congresso sacerdotale non è forse il convegno dei santi che eseguiscono e sanciscono col sacrificio, ineffabile al pari del mistero della fede, l’alleanza di Cristo col nuovo suo popolo eletto? In questa solenne assemblea di sacerdoti adoratori Noi vediamo gli eredi dello spirito di Pietro Giuliano Eymard, anelanti a santificare se stessi per trasfondere la santità nelle anime altrui. Dal cielo egli ci contempla e ci segue per quella via, dove chi è giusto più si giustifica e chi è santo più si santifica. Quest’albero dell’adorazione, che oggi stende i suoi rami e le sue fronde a tante regioni del mondo, non fu forse da lui piantato in germe? I suoi figli lo innaffiarono; Dio gli diede l’incremento. E quale incremento! Mirate, numerate le multiformi opere eucaristiche, le case dell’Istituto del SS.mo Sacramento diffuse per il mondo, sparse per l’Europa e per le Americhe, rammentate i trionfi dei Congressi eucaristici universali, nazionali e diocesani: in essi è la culla dell’Associazione dei sacerdoti adoratori. Perché è pur vero che anche per la vittoria del regno di Cristo nel mondo il congregarsi nel nome di Lui, com’è un invito al Re del cielo, così vince la divina volontà, la quale vuol esser vinta con quella violenza ch’è sorriso di divino favore. Quanto sono belli i tuoi padiglioni, o Chiesa di Cristo! Quanto amabili i tuoi tabernacoli, o Gesù! Sono come valli boscose, come giardini bagnati da ruscelli, come cedri in riva alle acque! (4). Sono il rifugio sicuro del sacerdote, il ricovero delle anime estatiche nell’amore e nel dolore, la rocca donde escono i campioni della verità e della virtù a combattere le battaglie di Dio in questa valle di lacrime e di miserie contro i figli delle tenebre, contro gli erranti e gli empi, contro gli ignari e i nemici di Cristo e della sua Chiesa. Oh lasciate che Noi scorriamo questi campi di sacre lotte e vittorie, che raccogliamo da ogni regione di qua e di là dagli oceani i gloriosi labari e allori dei Congressi eucaristici, delle devote assemblee e adunate sacerdotali, delle schiere degli adoratori e delle adoratrici, delle legioni dei fanciulli così cari al Dio d’amore, e insieme con le corone e i serti della vostra pietà e del vostro zelo, o diletti sacerdoti adoratori, tutti li deponiamo dinanzi alla fulgida immagine del Beato Eymard, in riconoscimento e ringraziamento di quell’ardore e ardimento di missione eucaristica, onde, fattosi apostolo di quel Cristo che sempre è con noi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli, ci lasciava altissimo esempio e sprone come dal sacro tabernacolo possiamo attingere assiduo e forte vigore di preghiera, d’azione e di sacrificio, che ci renda, a pro del popolo e dell’anime traviate o noncuranti del Redentore, divina luce del mondo e sale della terra, e come servi buoni e fedeli alfine ci innalzi avanti a Dio nel gaudio della visione eterna del dischiuso mistero della fede che passa ogni velo.
    Con questo augurio e con questo auspicio impartiamo con effusione di cuore a tutti e ognuno di voi, Venerabili Fratelli e diletti Figli, come pegno delle più abbondanti grazie celesti per le vostre opere di zelo a gloria del Re eucaristico, l’Apostolica Benedizione.
    (1) Apoc., I, S, 17-18.
    (2) I Cor., XI, 26.
    (3) Ps., XLIX, 6.
    (4) Num., XXIV, 5
    fonte: Sito della Santa Sede"








    Domenica seconda dopo la Pentecoste
    Guéranger, L'anno liturgico - Domenica Seconda dopo la Pentecoste
    "DOMENICA SECONDA DOPO LA PENTECOSTE.
    L'EUCARISTIA SACRIFICIO PERFETTO

    La nozione del sacrificio.
    L'Eucaristia ha per fine principale l'applicazione incessante quaggiù del Sacrificio del Calvario. Bisogna dunque che consideriamo questo Sacrificio dell'Uomo-Dio in se stesso, onde meglio ammirare la mirabile continuazione che se ne fa nella Chiesa. A questo riguardo è opportuno precisare innanzitutto la nozione generale di Sacrificio.
    Dio ha diritto all'omaggio della sua creatura. Se i re e i potenti della terra erano in diritto di esigere dai loro vassalli il solenne riconoscimento della loro sovranità, a maggior ragione il dominio supremo del primo Essere, causa prima e fine ultimo di tutte le cose, lo impone agli esseri chiamati dal nulla dalla sua onnipotente bontà. E come, mediante iltributo che lo accompagnava, l'omaggio dei servi e dei vassalli implicava, insieme con la confessione della loro sudditanza, la dichiarazione effettivadei beni e dei diritti che essi riconoscevano di avere dal loro signore, così l'atto con il quale la creatura si umilia dinanzi al suo Creatore dovrà manifestare a sufficienza, per se stesso, che essa lo riconosce come Signore di tutte le cose e autore della vita.
    Ma può accadere che la creatura abbia, di sua iniziativa, conferito contro se stessa alla giustizia di Dio dei diritti ben più terribili che quelli della sua onnipotenza e della sua bontà. La misericordia infinita può allora, in verità, sospendere o commutare l'esecuzione delle vendette del sommo Signore; ma l'atto di omaggio dell'essere creato divenuto peccatore non sarà completo se non a patto di esprimere d'ora in poi, con la sua dipendenza di creatura, la confessione della propria colpa e la giustizia del castigo incorso con la trasgressione dei divini precetti; la supplice oblazione dello schiavo ribelle dovrà mostrare, per la sua stessa natura, che Dio non è più soltanto per lui l'autore della vita, ma l'arbitro della morte.
    Questa è la vera nozione del Sacrificio, così chiamato per il fatto che esso separa dalla moltitudine esseri della medesima natura, e rende sacra l'offerta con la quale si esprime: oblazione interiore e puramente spirituale negli spiriti distinti dalla materia; oblazione spirituale e sensibile insieme per l'uomo che, composto di anima e di corpo, deve l'omaggio a Dio per l'una e per l'altro. Il Sacrificio non può essere offerto che a Dio; e la religione che ha per oggetto il culto dovuto al Signore, trova appunto in esso la sua suprema espressione.
    L'unità in Dio della Creazione.
    È mediante il Sacrificio che Dio raggiunge il fine che si è proposto nella creazione: la sua stessa gloria (Pr 16,4). Ma perché dal mondo si elevasse verso il suo Autore un omaggio che rappresentasse la misura dei suoi doni, occorreva un capo che riassumesse il mondo intero nella sua persona e, disponendo di esso come di un bene proprio, l'offrisse pienamente al Signore insieme con se stesso. Dio fa ancora di più: dandogli per Capo il suo stesso Figliolo rivestito della nostra natura, fa sì che, rivestendo l'omaggio di questa natura inferiore la dignità della persona, l'onore reso sia veramente degno della suprema Maestà.
    Mirabile coronamento dell'opera creatrice! L'immensa gloria che rende al Padre il Verbo incarnato ha riaccostato Dio e la creatura, così distanti l'uno dall'altra, e ricade sul mondo in fiumi di grazia che finiscono di colmare l'abisso. Il Sacrificio del Figlio dell'uomo diviene la base e la ragione dell'ordine soprannaturale, in cielo e in terra. Cristo è l'oggetto primo e principale del decreto di creazione. Per Lui vennero fuori dal nulla, alla voce del Padre, i diversi gradi dell'essere spirituale e materiale, chiamati a formare la sua reggia e la sua corte: così pure nell'ordine della grazia egli è veramente l'uomo, il Diletto. Lo Spirito di dilezione si diffonderà da quell'unico diletto, dal Capo su tutte le membra, comunicando senza riserva la vera vita, l'essere soprannaturale a quelli che Cristo si sarà degnato di far partecipi della sua divina sostanza al banchetto d'amore. Poiché al seguito del Capo verranno le membra, unendo al suo il loro omaggio; e questo omaggio che, di per sé, sarebbe rimasto troppo al disotto della Maestà infinita, riceverà, con la loro incorporazione al Verbo incarnato nell'atto del suo Sacrificio, la dignità di Cristo stesso.
    Così pure, non si finirà di ripeterlo contro il gretto individualismo che tende a dare alle pratiche d'una devozione privata la preponderanza sulla solennità dei grandi atti liturgici che formano l'essenza della religione: mediante il Sacrificio si consuma nell'unità l'intera creazione e si pongono in Dio le basi della vera vita sociale. Che essi siano una sola cosa in noi come tu sei in me ed io in te (Gv 17,21): ecco l'ultima espressione dei voleri del Creatore, rivelata al mondo dall'Angelo del gran Consiglio venuto sulla terra a realizzare quel divino programma. Ora, è appunto la religione che raccoglie davanti a Dio i diversi elementi del corpo sociale; e il Sacrificio, che ne è l'atto fondamentale, è insieme il mezzo e il fine di questa grandiosa unificazione in Cristo, il compimento segnerà la consumazione del regno eterno del Padre divenuto per lui tutto in tutti (1Cor 15,24-28).
    Cristo, Sacerdote e Vittima.
    Ma questa regalità eterna, che il regno di Cristo quaggiù prepara al Padre (ivi 24,25) ha dei nemici che è necessario vincere. I Principati, le Potestà e le Virtù dell'inferno si sono alleati contro di essa. La loro rabbia, riversandosi sull'uomo, immagine di Dio, ha introdotto nel mondo la disobbedienza e la morte (Sap 2,23.24); mediante l'uomo divenuto suo schiavo, il peccato si è fatto un'arma di tutti i precetti divini contro il loro Autore (Rm 7,11). Prima dunque di poter essere accette al Padre, le future membra dì Cristo richiedono un Sacrificio di propiziazione e di liberazione. È necessario che lo stesso Cristo viva la vita espiatrice del peccato, soffra le sue sofferenze e muoia di morte (Gen 2,17). Questa è infatti la pena applicata come sanzione fin dal principio al precetto divino: pena estrema per il trasgressore che non poteva subirne una maggiore, ma sproporzionata tuttavia all'offesa della suprema Maestà, a meno che una persona divina, addossandosi la spaventosa responsabilità di quel debito infinito, subisse la pena dell'uomo e lo restituisse all'innocenza.
    Venga dunque il nostro Pontefice, appaia il divin Capo della nostra stirpe e del mondo! Poiché ha amato la giustizia e odiato l'iniquità, Dio l'ha unto con l'olio di letizia in mezzo ai suoi fratelli (Sal 44,8). Egli era Cristo per il sacerdozio a lui destinato fin dal seno del Padre; ed è Gesù, poiché il Sacrificio che sta per offrire salverà il suo popolo dal peccato (Mt 1,21): GESÙ CRISTO, ecco quale dev'essere il nome del Pontefice eterno!
    Quale potenza e quale amore nel suo Sacrificio! Sacerdote e vittima insieme, egli prende in sé la morte per distruggerla e nello stesso tempo vince il peccato nella sua carne innocente; soddisfa fino all'ultimo centesimo e oltre alla giustizia del Padre; strappa il decreto che ci era contrario, lo inchioda alla croce, lo cancella nel suo sangue e, spogliando i Principati avversi del loro tirannico impero, li incatena al proprio carro di trionfo (Col 2,14.5). Crocifisso con lui, il nostro uomo vecchio ha perduto il suo corpo di peccato; rinnovato nel sangue redentore, esce con lui dal sepolcro per una vita nuova (Rm 6,4.10). "Voi siete morti - dice l'Apostolo - e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio; quando apparirà Cristo, vita vostra, anche voi apparirete con lui nella gloria" (Col 3,3). È infatti come Capo che Cristo ha sofferto; il suo sacrificio abbraccia l'intero corpo di cui è capo, e che egli trasforma con se per l'olocausto eterno il cui soave odore profumerà il cielo.
    Cristiani, penetriamoci di questi sublimi insegnamenti. Più comprenderemo il Sacrificio dell'Uomo-Dio nella sua immensa grandezza, più facilmente lasceremo che la Chiesa, nella sua Liturgia, sottragga le anime nostre alle egoistiche e meschine preoccupazioni d'una pietà troppo spesso ripiegata su se stessa. Membra di Cristo-Pontefice, dilatiamo i nostri cuori e apriamoli ai torrenti di luce e d'amore che scaturiscono dal Calvario.
    MESSA
    La maggior parte delle Chiese celebrano oggi soltanto la solennità del Corpus Domini. La Messa che si canta in queste Chiese è quella del giorno stesso della festa, con la commemorazione della Domenica secondo l'uso ordinario. Al contrario, nei luoghi in cui la solennità è stata celebrata il Giovedì, si dice la Messa di questa Domenica che è la seconda dopo la Pentecoste. Oggi, ha luogo la grande Processione del Corpus Domini, se non fu fatta Giovedì scorso.
    EPISTOLA (1Gv. 3,13-18). - Carissimi: Non vi stupite, fratelli, se il mondo vi odia. Noi sappiamo d'essere stati trasportati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama resta nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida; e voi sapete che nessun omicida ha dimorante in se stesso la vita eterna. Da questo abbiamo conosciuta la carità di Dio: dall'avere egli dato la sua vita per noi; ed anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Se uno avrà dei beni di questo mondo e, vedendo il suo fratello nel bisogno, gli chiuderà il proprio cuore, come potrebbe la carità di Dio abitare in lui ? Figliolini miei, non amiamo a parole e con la lingua, ma con le opere e in verità.
    Il memoriale dell'amor divino.
    Queste parole del discepolo prediletto non potevano essere ricordate meglio al popolo fedele che in questa domenica. L'amore di Dio per noi è il modello e la ragione di quello che noi dobbiamo avere per i nostri simili; la carità divina è l'immagine della nostra. "Io vi ho dato l'esempio - dice il Salvatore - affinché come ho fatto io così facciate anche voi" (Gv 13,15). Se egli dunque è arrivato fino a dare la sua vita, bisogna che anche noi sappiamo dare la nostra, all'occasione, per salvare i nostri fratelli. A maggior ragione dobbiamo aiutarli secondo le nostre possibilità nei loro bisogni, ed amarli non con le parole e con la lingua, ma con i fatti e nella verità.
    Ora il divino memoriale è forse altro se non l'eloquente dimostrazione dell'amore infinito, il monumento reale e la rappresentazione permanente di quella morte d'un Dio alla quale si riferisce l'Apostolo?
    Sicché il Signore attese, per promulgare la legge dell'amore fraterno che veniva a portare al mondo, l'istituzione del Sacramento che doveva dare a quella legge il suo potente punto d'appoggio. Ma appena ebbe creato l'augusto Mistero, appena si fu dato sotto le sacre specie: "Io vi do un comandamento nuovo", egli disse, "e il mio comandamento è che vi amiate scambievolmente come io ho amato voi" (Gv 13,34; 15,12). Precetto nuovo, infatti, per un mondo in cui l'egoismo rappresentava l'unica legge; nota distintiva che avrebbe fatto riconoscere fra tutti i discepoli di Cristo (ivi 13,35), e li avrebbe sacrificati nello stesso tempo all'odio del genere umano (Tacito,Ann.XV), ribelle a quella legge d'amore. È all'ostile accoglienza fatta dal mondo d'allora al nuovo popolo che rispondono le parole di san Giovanni nella nostra Epistola: "Miei diletti, non stupite se il mondo vi odia. Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i nostri fratelli. Chi non ama rimane nella morte".
    L'unione dei membri fra loro mediante il divin Capo è il costitutivo essenziale del cristianesimo; l'Eucaristia è l'alimento di tale unione, il legame potente del corpo mistico del Salvatore che, mediante essa, cresce quotidianamente nella carità (Ef 6, 16). La carità, la pace, la concordia è dunque, insieme con l'amore di Dio stesso, la più indispensabile e la migliore preparazione ai sacri Misteri. È quanto ci spiega la raccomandazione del Signore nel Vangelo: "Se dunque stai per fare la tua offerta all'altare e ivi ti ricordi che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua offerta lì davanti all'altare, e va prima a riconciliarti con il tuo fratello; quindi torna a fare la tua offerta" (Mt 5,23-24).
    VANGELO (Lc 14,16-24). - In quel tempo, disse Gesù ai Farisei questa parabola: Un uomo fece una gran cena e invitò molti. E all'ora della cena mandò il suo servo a dir ai convitati: Venite, ché tutto è pronto. E cominciarono tutti insieme a scusarsi. Il primo gli disse: Ho comprato un podere e bisogna che vada a vederlo; ti prego, abbimi per iscusato. E un altro gli disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vo a provarli; ti prego, abbimi per iscusato. E un altro gli disse: Ho preso moglie; quindi non posso venire. Ed il servo tornò a riferire queste cose al padrone. Allora, sdegnato, il padrone di casa disse al servo: Presto, va' per le piazze e per le vie della città, e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi. E come il servo tornò a dire: Signore, è stato fatto come hai ordinato, e ancora c'è posto; il padrone gli disse: Va' fuori per le strade e lungo le siepi e forza la gente a venire, affinché si riempia la mia casa. E vi assicuro che nessuno dei primi invitati assaggerà la mia cena.
    Il banchetto nuziale dell'Agnello.
    Questo Vangelo era attribuito all'odierna Domenica prima ancora dell'istituzione della festa del Corpus Domini. Il divino Spirito che assiste la Chiesa nell'ordinamento della sua Liturgia, preparava così in anticipo il complemento degli insegnamenti di questa grande solennità.
    La parabola che propone qui il Salvatore alla tavola d'un capo dei Farisei tornerà alle sue labbra nel mezzo del tempio, nei giorni che precederanno immediatamente la sua Passione e la sua morte (Mt 22,1-14). Significativa insistenza, che ci rivela abbastanza l'importanza dell'allegoria! Che cos'è infatti quella mensa dai numerosi convitati, quel banchetto nuziale, se non quello stesso che l'eterna Sapienza ha preparato fin dal principio del mondo? Nulla è mancato agli splendori dei divini preparativi. Tuttavia il popolo amato, ricolmo di benefici, ha recalcitrato contro l'amore, e ha voluto provocare con i suoi abbandoni sprezzanti l'ira del Dio suo Salvatore (Dt 32,15-16).
    Ma ciò nonostante l'eterna Sapienza offre ancora agli ingrati figli di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, in ricordo delle loro preghiere, il primo posto al suo banchetto, e appunto alle pecorelle smarrite della casa d'Israele sono innanzitutto mandati gli Apostoli (Mt 10, 6; At 13,46). "O quali ineffabili riguardi! - esclama san Giovanni Crisostomo - Cristo chiama i Giudei davanti alla croce; persevera dopo la sua immolazione e continua a chiamarli. Mentre avrebbe dovuto, stando alle apparenze, colpirli con il più duro castigo, li invita alla sua alleanza e li colma di onori. Ma essi, che hanno ucciso i suoi profeti e hanno ucciso lui stesso, sollecitati da un simile Sposo, invitati a simili nozze dalla loro stessa vittima, non ne tengono conto, e adducono a pretesto le loro paia di buoi, le mogli o i campi" (Omelia 69 su san Matteo). Presto i pontefici, gli scribi, i farisei ipocriti perseguiteranno e uccideranno a loro volta anche gli Apostoli, e il servo della parabola non condurrà da Gerusalemme al banchetto del padre di famiglia se non i poveri, gli umili, gl'infermi delle strade e delle piazze della città, nei quali perlomeno l'ambizione, l'avarizia o i piaceri non avranno posto ostacolo all'avvento del regno di Dio.
    Allora appunto si compirà la vocazione dei gentili, e il grande mistero della sostituzione del popolo nuovo all'antico nell'alleanza divina. "Le nozze del mio Figliolo erano pronte - dirà Dio Padre ai suoi servi - ma quelli che avevo invitati non ne sono stati degni. Andate dunque; lasciate la città maledetta che non ha riconosciuto il tempo della sua visita (Lc 19,44); uscite per i crocicchi, percorrete tutte le strade, cercate nei campi della gentilità, e invitate alle nozze tutti quelli che incontrerete" (Mt 22,8-14).
    Gentili, glorificate Dio per la sua misericordia (Rm 15,9). Invitati senza alcun merito da parte vostra al banchetto preparato per altri, abbiate timore di incorrere nelle sanzioni che li hanno esclusi dai favori promessi ai loro padri. Storpio e cieco chiamato dal crocicchio, affrettati alla sacra mensa. Ma pensa anche, in segno di onore per Colui che ti chiama, a deporre le vesti immonde del mendicante della strada. Indossa subito la veste nuziale. La tua anima è ormai regina a motivo di quell'invito alle nozze sublimi: "Ornala dunque di porpora - dice san Giovanni Crisostomo; - mettile il diadema, e ponila sul trono. Pensa alle nozze che ti attendono, alle nozze di Dio! Di quale tessuto d'oro, di quale varietà di ornamenti non deve risplendere l'anima chiamata a varcare la soglia di quella sala del banchetto, di quella camera nuziale!" (Omelia 69 su san Matteo).
    PREGHIAMO
    Fa', o Signore, che noi nutriamo sempre rispetto e amore per il tuo san*to nome, perché la tua provvidenza non abbandona quelli che stabilisci solidamente nel tuo amore.
    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 392-399."





    Luca, Sursum Corda!
    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

  10. #50
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    Lightbulb Re: Maggio Mese Mariano…

    31 maggio 2016: Santa Maria Regina…Ultimo giorno del Mese Mariano...










    http://www.radiospada.org/
    “31 maggio 2016: Santa Maria Regina.
    (traslata al 4 giugno 2016)
    SANTA MARIA MEDIATRICE CORREDENTRICE REGINA.
    Queste sono le tre fulgide gemme che rendono sovranamente bella e potente l'Immacolata Madre di Dio. La Medaglia miracolosa, che affrettò la solenne proclamazione di fede dell'Immacolata Concezione, possa far affrettare i tempi anche per la definizione dei dogmi mariani di Maria Mediatrice, Corredentrice e Regina.
    Non a caso la Medaglia fa brillare queste verità. Tocca a noi non trascurare la lezione e il richiamo così dolce e consolante che essa ci dona: la mia Celeste Mamma Immacolata è anche la mia Celeste Mediatrice, Corredentrice e Regina!
    Ogni grazia viene da Lei
    L'Immacolata con le braccia allargate verso il basso e con una miriade di raggi splendenti che partono dalle sue mani rappresenta in modo luminoso Maria SS. come Mediatrice di tutte le grazie.
    La mediazione universale fa parte della missione materna di Maria SS. verso il genere umano. Questa è una verità che fin dai primi tempi della Chiesa è stata riconosciuta alla Madonna e che speriamo di vedere presto proclamata dogma di fede, come ardentemente desiderava San Massimiliano Maria Kolbe.
    L'Immacolata è la Mediatrice di grazia presso Gesù, unico Mediatore fra Dio e l'uomo. Ella, come Madre nostra, intercede sempre in nostro favore, anche quando noi non ricorriamo esplicitamente e direttamente a Lei. Per questo, oltre che Madre nostra, è anche la "Madre della divina grazia" e tutte le grazie che gli uomini ricevono, tutte, senza eccezione, vengono dal suo Cuore, passano per le sue mani.
    Rileggiamo ora qualche punto della seconda apparizione dell'Immacolata a S. Caterina Labouré, e vedremo come la verità della Mediazione mariana appaia certa e luminosa.
    "Ella aveva gli occhi rivolti al cielo, e il suo volto diventò risplendente, mentre presentava il globo a Nostro Signore": ecco una Mamma, bella di una bellezza inesprimibile, che prega e intercede per noi, figli che Ella ama.
    "Tutto ad un tratto le sue dita si ricoprirono di anelli, ornati di pietre preziose... le quali gettavano dei raggi, gli uni più belli degli altri... Mentre io ero intenta a contemplarla, la Santissima Vergine abbassò gli occhi verso di me, ed una voce si fece intendere che mi disse queste parole "Questo globo che vedi rappresenta tutto il mondo... la Francia... e ciascuna persona in particolare". Io qui non so ridire ciò che provai e ciò che vidi, la bellezza e lo splendore dei raggi sfolgoranti ! ... e la Vergine SS. aggiunse "Sono il simbolo delle grazie che io spargo sulle persone che me le domandano", facendomi così comprendere quanto è dolce pregare la SS. Vergine e quanto Ella è generosa con le persone che La pregano; quante grazie Ella accorda alle persone che gliele cercano, quale gioia Ella prova nel concederle...".
    "Chiedimi quanto vuoi..."
    Ci pensiamo mai che ogni momento la Madonna sta in questo atteggiamento di supplica e di dono per noi? Non ricordiamo quello che la Madonna fece a Cana? Lei sola si accorse che era venuto a mancare il vino. E con tanta sollecitudine e dolcezza lo disse a Suo Figlio Gesù; "Non hanno più vino" (Gv 2,3). Gesù guardò in fondo agli occhi di quella Mamma Sua e nostra, sentì la tenerezza di quel Cuore così simile al Suo, e fece il miracolo, il Suo primo miracolo, cambiando l'acqua in vino, in anticipo con l'ora stabilita da Dio! (Gv 2,4). Veramente la Madonna è "Onnipotente per grazia".
    Lei tutto può, perché sta tra Dio e l'uomo, essendo donna ed essendo Madre di Dio. Ah, quale gioia per noi avere una simile Madre!
    Il Papa Pio IX scrisse che la Madonna, con la Sua dignità di Madre e Regina, stando alla destra di Gesù "ottiene ciò che domanda, né può restare inesaudita".
    E il numero sterminato di grazie che la Medaglia miracolosa ha ottenuto agli uomini è la conferma più certa di questa consolantissima verità.
    La nostra Corredentrice
    Ma perché Maria è stata da Dio elevata a questo ufficio di Tesoriera di tutte le grazie?
    Perché Ella con le sue sofferenze è stata da Dio associata a Gesù per salvare gli uomini; Ella cioè è la Corredentrice del genere umano.
    Afferma S. Pio X nell'Enciclica "Ad diem illum" del 2 febbraio 1904 "Da questa comunione di dolori e di volontà tra Cristo e Maria, meritò Ella di divenire degnissimamente la Riparatrice del mondo perduto, e quindi la Dispensatrice di tutti i doni che Gesù ci procurò con la morte e con il sangue".
    Anche questa verità della Corredenzione di Maria SS. La troviamo espressa nella Medaglia miracolosa. Guardiamone il rovescio: la lettera M, monogramma di Maria, sormontata da una croce; al di sotto, il Sacro Cuore di Gesù coronato di spine e il Cuore Immacolato di Maria, trafitto da una spada.
    C'è qui in compendio tutta la dottrina della Corredenzione di Maria.
    Pensiamo al Calvario Gesù sulla Croce, Maria ai piedi della Croce, uniti indissolubilmente nell'offerta del loro sacrificio che ha redento il mondo. Come ad Eva, così a Maria, nuova Eva, Dio disse: "Tu partorirai nel dolore" (Gn 3,6). Nel dolore infatti la Madonna partorì noi alla vita della grazia. Partorì nel dolore del Suo Cuore trafitto dalla spada della Passione e Morte del Figlio.
    Quanto è profondo dunque il significato di quei due Sacri Cuori effigiati sul rovescio della Medaglia!
    "Sono ebreo di razza"
    La Madonna quindi è Corredentrice e perciò stesso Mediatrice universale di tutte le grazie, come insegna San Pio X. E soprattutto per la grazia delle grazie, ossia la salvezza finale, rivolgiamoci alla Divina Corredentrice: Ella sa fare di ogni peccatore un giusto, di ogni redento un Santo.
    Ci conforti il racconto di una della tante conversioni operate dalla Madonna per mezzo della Medaglia miracolosa.
    Riportiamo l'episodio dalla vita di Padre Massimiliano M. Kolbe.
    Durante la degenza nel sanatorio di Zakopane, egli non pensò certamente di starsene inerte. Proprio lui amava ripetere ai suoi confratelli "Non possiamo dormire fino a quando una sola anima resterà sotto il dominio di satana". Per cui, anche ammalato a Zakopane, si diede da fare.
    Tra l'altro ogni giovedì teneva una conferenza ai giovani studenti atei del sanatorio. Dopo pochi giovedì, quattro di essi si convertirono.
    Soltanto uno, tra i più giovani, pur seguendo attentamente le conferenze del Padre, mostrava di non avere a che fare con lui, allontanandosi immediatamente alla fine di ogni riunione.
    Ma un giovedì si avvicinò e gli disse "Vorrei salutarla, padre; è l'ultima volta che ci vediamo. Le mie condizioni si sono aggravate, non potrò lasciare il letto, è la fine...".
    Poi gli confidò
    -Sono ebreo di razza e di religione.
    -Verrò a trovarti.
    -Impossibile, lei lo sa, è proibito far visita agli ammalati gravi.
    -Verrò lo stesso.

    Ed infatti non solo ci andò, ma lo battezzò, gli diede la S. Comunione, gli impartì l'Unzione degli infermi e poi gli mise al collo la Medaglia miracolosa.
    -Sei contento? ... Dimmi, che cosa ti turba ancora, ragazzo?
    -La mamma... L'arrivo della mamma.

    Sua madre era un'ebrea fanatica.
    -Non temere sarai già in Paradiso quando arriverà.
    Infatti il giovane morì alle 11, mentre la mamma arrivò soltanto a mezzogiorno. E quando venne, fece un gran baccano a causa della conversione del figlio. Immediatamente gli strappò dal petto la Medaglia miracolosa e cacciò in cattivo modo Padre Kolbe.
    -Ma, post factum...-, commentava il Pio Frate raccontando l'episodio al fratello fra' Alfonso.
    La nostra Regina
    Un'ultima importante verità ci viene insegnata dalla Medaglia miracolosa la Regalità di Maria Santissima.
    La Madonna, nell'apparizione del 27 novembre 1830 a S. Caterina Labouré, poggia vittoriosamente i suoi piedi sul globo, e sembra dirci anche Ella come Gesù Re Divino "Non abbiate timore, io ho vinto il mondo!" (Gv 16,33).
    Inoltre, l'Immacolata tiene fra le mani un altro globo più piccolo che offre a Dio Padre. Se è vero che si può offrire solo ciò che e proprio, Maria può offrire a Dio il mondo perché esso Le appartiene, essendo stata costituita Regina dell'universo.
    Infine, le dodici stelle impresse sul retro della Medaglia, indicano i Santi e in genere tutte le anime che per effetto della sua materna protezione, circondano ora il Suo trono regale lassù in cielo.
    In particolare, nelle dodici stelle si è voluto vedere simboleggiare i dodici apostoli, ossia le colonne della Chiesa stessa, che glorifica in Maria SS. la sua Divina Madre, la Madre di Cristo Capo e del Corpo mistico di Cristo.
    Guardando la Medaglina, quindi, possiamo richiamare alla mente il "segno prodigioso" della Donna dell'Apocalisse, che S. Giovanni vide avanzarsi vestita di sole, con la luna sotto i piedi e con il capo coronato da dodici stelle (Ap 12,1).
    E quale gioia non deve infondere nei nostri cuori questa sublime verità Noi siamo i fortunati figli di una Madre onnipotente e misericordiosa, bellissima e gloriosissima, tutta amore e splendore, Madre di Dio e dell'umanità, Regina della terra e del Paradiso."








    “31 maggio 2016: infra l'Ottava del Corpus Domini.”








    “31 maggio 2016: Santa Petronilla, vergine e martire.

    Petronilla, santa, martire di Roma, le spoglie sono all’altare della cappella a lei dedicata a S. Pietro in Vaticano. La primitiva tomba si trovava nel Cimitero di Domitilla sulla via Ardeatina, dove nel 390-395 le era stata costruita una basilica. Nel 757 Paolo I, per adempiere alla promessa fatta dal suo predecessore e fratello Stefano II al re dei Franchi Pipino, traslò il corpo e lo collocò nella rotonda che sorgeva lungo il lato meridionale di S. Pietro. Grazie alla sua presenza, questa cappella diventò una vera e propria chiesa imperiale francese. Nell’846 i saraceni fecero scempio della costruzione e per molto tempo il corpo si credette perso o trafugato dai francesi. Nel 1470 le spoglie furono rinvenute durante i lavori di restauro voluti da Luigi XI. Demolita la rotonda, il corpo venne prima deposto in un altare nel sacrario e nel 1574 presso quello del Crocifisso che in seguito fu demolito. In questa occasione la testa fu posta in un reliquiario d’argento, opera di Antonio Gentile da Faenza, ed esposta alla pubblica venerazione. Nel 1643 ad essa si aggiunse la reliquia di un femore. Un braccio era posto in un reliquiario d’argento nella sagrestia di S. Lorenzo f.l.m.
    M.R.: 31 maggio - A Roma santa Petronilla Vergine, figlia del beato Pietro Apostolo, la quale, disprezzando il matrimonio col nobile personaggio Flacco, e, ottenuti tre giorni di tempo per deliberare, attendendo frattanto a digiuni ed orazioni, nel terzo giorno, appena ricevuto il Sacramento di Cristo, esalò lo spirito. [ Tratto dall'opera «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma» di Giovanni Sicari ]”


    Carlo Di Pietro - Giornalista e Scrittore
    “Preghiera al Santo del giorno.

    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti.

    Amen.
    Eterno Padre, intendo onorare santa Petronilla, e Vi rendo grazie per tutte le grazie che Voi le avete elargito. Vi prego di accrescere la grazia nella mia anima, per i meriti di questa santa, ed a lei affido la fine della mia vita tramite questa speciale preghiera, così che per virtù della Vostra bontà e promessa, santa Petronilla possa essere mia avvocata e provvedere tutto ciò che è necessario in quell'ora. Così sia.”


    Carlo Di Pietro - Giornalista e Scrittore
    Breve lezione teologico/politica sul governo degli Stati. Riflessioni sulla contemporaneità, sulla legislazione e sulla società/socialità. Piccolo estratto dall'ultimo fervorino di don Francesco Ricossa, Superiore IMBC. Quello che tutti i religiosi e laici dovrebbero sapere e difendere.
    Alcune riflessioni a margine del Pellegrinaggio annuale Osimo-Loreto. Tutta la magnificenza dell'iniziativa, per la quale preghiamo e ringraziamo i Reverendi Sacerdoti IMBC, risiede nell'unità della vera fede, della quale la Vergine Maria è potentissima guardiana. L'emozione ed il sentimento, che pure sono naturali reazioni umane, per aver rivisto vecchi amici, per aver condiviso i pasti, per aver dato e ricevuto conforto, per aver "fatto gruppo", sono come i grani di un Rosario privi della Croce. Amicizia, dialogo, confidenze, sorrisi, solidarietà, goliardia, costumi e tradizioni: se non si è uniti nella vera fede, se non si schiaccia la passione del cuore con la potenza dell'intelletto cattolico, se non si vive per la CROCE: tutto è vanità, tutto è superbia, tutto è esibizione, È TUTTO INUTILE! Dio benedica chi è degno di benedizione, preghiamo di esserlo anche noi.”

    "Segnaliamo il primo dei video relativi alla XIII edizione del pellegrinaggio da Osimo a Loreto, che si è svolta sabato 28 e domenica 29 maggio 2016. A breve seguiranno gli altri video.Fervorino di don Francesco Ricossa al sacrario di Castelfidardo:
    http://www.sodalitium.biz/video-pell...-osimo-loreto/ "



    Preghiera per la conversione degli eretici e degli scismatici

    "O Maria, madre di misericordia e rifugio dei peccatori, vi supplichiamo, che vogliate rimirare con occhi pietosi i popoli eretici e scismatici. Voi che siete la Sede della Sapienza, illuminatene le menti miseramente avvolte nelle tenebre dell’errore, affinché conoscano chiaramente, che la santa Cattolica Apostolica Romana Chiesa è l’unica vera Chiesa di Gesù Cristo, fuori della quale non si può trovare né santità, né salvezza. Compitene infine la conversione coll’impetrar loro la grazia di abbracciare ogni verità della santa Fede, e di sottomettersi al sommo Pontefice Romano, Vicario di Gesù Cristo in terra; sicché presto uniti a noi coi dolci vincoli della carità divina, facciasi un sol gregge sotto il medesimo unico Pastore; e possiamo tutti, o Vergine gloriosa, cantare esultando in eterno: “Gaude, Maria Virgo; cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo. Così sia”.
    Tre Ave Maria. (Indulgenza di 300 giorni una volta al giorno alle solite condizioni)."





    http://www.riscossacristiana.it/firenze-31-maggio-fiaccolata-in-onore-di-maria-regina/















    Luca, Sursum Corda!


    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

 

 
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