

«The world is less explainable than we would like to admit» Jeff Jarvis
«Io non capisco come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» - Fëdor Dostoevskij


e'Druuna che paragone fai ? e' tutta un'altra storia ( conseguenza della guerra) Qui non abbiamo lavoro per noi e accogliamo gente che non sappiamo neanche da dove vengono , pronti a delinquere non è di questo che abbiamo bisogno . gente che vuole comandare a casa nostra che non rispetta le nostre regole.
Ultima modifica di Ada De Santis; 09-05-15 alle 13:47
_Non rinnegare e non restaurare__
Difendi la nazione come nei tempi passati, in modo moderno:" fotti lo Stato antifascista! "(Giò)
L'invidia ha due bocche; con una sputa miele , con l'altra sputa veleno e fiele![]()




Bisogna partire dal presupposto che l'immigrazione odierna non è paragonabile a fenomeni precedenti perché, oggi come oggi, non si è più in presenza di vasti territori da popolare e, quasi sempre, non è un fenomeno spontaneo ma indotto da altri. In altre parole, l'immigrazione è nelle logiche stesse della globalizzazione che abbatte le frontiere e confonde le differenze in un unico grande calderone. Non è la scoperta del "nuovo mondo" dei tempi di Cristoforo Colombo e nemmeno delle successive colonizzazioni europee in Africa. Non è nemmeno, in realtà, la grande fuga da persecuzioni di vario genere o il tentativo di trovare fortuna altrove dettato dalla "fame" o dalla guerra. E' vero che anche oggi ci sono guerre, carestie, persecuzioni, violenze, ecc. che possono indurre, in maniera contingente, una persona a lasciare il proprio paese d'origine. Ma la verità è che l'apertura dei mercati implica anche l'apertura delle frontiere e quindi la circolazione, sempre meno limitata, degli individui. Il capitalismo liberale odierno, globalizzato appunto, necessita di una manodopera sottocosto, che può trovare esclusivamente o principalmente nei paesi del Terzo e del Quarto mondo perché oggi gli autoctoni europei, dopo aver acquisito determinati comfort, servizi sociali e "diritti", non accettano affatto di tornare a condizioni di sfruttamento e a ritmi di lavoro degni della peggior fase della rivoluzione industriale. C'è anche l'esigenza che il mercato generale, "universalizzato", tenda sempre di più alla standardizzazione ed un modo più o meno efficace per arrivare a tale uniformità è il livellamento delle differenze e delle identità attraverso o il loro annullamento tramite un progetto ultra-assimilazionista o il loro mescolamento in una "Babele" delle lingue, delle razze, delle nazioni e delle religioni. Questo in continenti con una civiltà plurimillenaria come l'Europa può avvenire solo attraverso l'immigrazione di ingenti masse diverse da noi per stirpe, lingua, religione e mentalità. Emigrare è certamente un diritto naturale delle persone, ma non può essere un diritto illimitato perché altrimenti andrebbe a detrimento sia del paese d'accoglienza che del paese d'origine dell'immigrato stesso. Per questo tale facoltà va regolata e, per logica conseguenza, subordinata a determinati principi e condizioni giuridiche.
In linea di massima, uno Stato serio regolerebbe l'immigrazione sulla base del territorio "libero" a propria disposizione (onde evitare fenomeni di sovrappopolamento e di convivenza forzata tra masse troppo distanti tra loro per diverse ragioni), delle proprie condizioni economiche generali (se i disoccupati autoctoni sono una percentuale medio-alta che senso ha far entrare altre persone? Lo Stato deve rapportarsi con i propri cittadini così come un padre si relaziona con i propri figli), delle risorse presenti nel proprio suolo, delle caratteristiche etniche, culturali, linguistiche e religiose del "migrante", delle sue competenze (in modo da avere un'immigrazione di qualità e non gente che non sa far nulla o comunque poco e niente). Anche il diritto d'asilo, in linea teorica giustissimo ed in linea con la tradizione giuridica del diritto romano, andrebbe rivisto totalmente sulla base di nuovi criteri, depurati totalmente dalla mentalità "diritto-umanista" odierna, in stile ONU, che rischia di far considerare un terrorista jihadista ceceno un "perseguitato politico" o un "ribelle siriano" anti-Assad una povera vittima (anziché un pericoloso sovversivo).
Ultima modifica di Giò; 09-05-15 alle 13:57
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


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"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Difendersi è sempre legittimo. Rispondere con la stessa moneta è invece un gioco pericoloso, anche per chi in teoria è la parte offesa. A meno che tu non voglia intendere che anche noi - intesi come italiani ed europei - dobbiamo fare una politica di prestigio che ci dia prosperità all'interno e rispetto e potenza all'esterno. In casu, ovviamente, sono perfettamente d'accordo.
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"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


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ma cos'e'…il sole vi atrofizza il cervello?
Il confronto non regge, le condizioni sono (erano) talmente differenti che neppure una stolta come la Boldrini potrebbe esprimerle.
Nel censimento del 1800 negli Usa c'erano 5,308,483 abitanti, schiavi inclusi.
Ma anche prima della costituzione di Ellis Island nel 1982, TUTTI quelli che arrivavano dovevano passare per Castle Garden.
Questi posti erano usati anche come posti di detenzione, non tutti erano accettasti, anche se il bisogno di gente era vitale per la
colonizzazione. Avevano pure, rispetto a oggi, un maggior deterrente contro il terrorismo: se uno commetteva crimini veniva eliminato sul posto, non costava un patrimonio alla collettività. E a nessun arrivato veniva data una casa. Ripeto a nessuno, tutti noi abbiamo dovuto comprarcela, alla pari di chi era arrivato prima.


Il femminismo è solamente un aspetto del problema, ovviamente. Il punto è che oggi figliano gli stranieri, ma non gli autoctoni e questo significa che sul lungo periodo siamo destinati ad estinguerci gradualmente come popolo e come razza. E' nostro dovere fare in modo che questo non accada.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).




"Io credo che le leggi demografiche – e le negative e le positive – possono annullare o comunque ritardare il fenomeno, se l’organismo sociale al quale si applicano è ancora capace di reazione. In questo caso, più che leggi formali, vale il costume morale e soprattutto la coscienza religiosa dell’individuo".
In queste parole di Mussolini del 1928 c'è la chiave per evitare il disastro.
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