Le balle sugli immigrati: loro una risorsa? E' falso
L'inchiesta. Cifre alla mano, ecco perché impoveriranno ulteriormente l'Italia. I nuermi su lavoro, pensioni e la super crescita demografica
In queste settimane il dibattito si infuoca attorno alla manovra economica e tutti hanno suggerimenti su dove e come ridurre le spese. Nessuno però dice mai di intervenire su una delle voragini che si inghiottono i soldi della comunità: l’immigrazione. È stata abilmente fatta passare l’idea che gli immigrati siano una risorsa, una ricchezza, che siano quasi i soli a contribuire in positivo alle dissestate casse comuni. Sull’immigrazione è stata fatta una colossale opera di disinformazione.
I principali gruppi di motivazioni che vengono solitamente tirati fuori per giustificare l’immigrazione sono: 1) che i nuovi cittadini pagheranno le nostre pensioni, 2) che gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, 3) che gli immigrati sono una risorsa economica, 4) che sono una ricchezza sociale, 5) che pongono rimedio alla nostra denatalità, 6) che abbiamo il dovere della solidarietà. Vediamo di esaminare soprattutto i punti aventi incidenza economica, non senza avere prima fatto una indispensabile premessa.
Il fenomeno è cruciale ma le informazioni per conoscerlo e governarlo sono approssimative. I soli dati ufficiali che si hanno a disposizione sono quelli che riguardano i regolarizzati. Restano vaghi i numeri di quelli appena arrivati o che vivono nel mondo dell’illegalità. Ci si deve perciò affidare principalmente alle informazioni della Caritas-Migrantes che, pur ricevendo finanziamenti pubblici, è una struttura privata che svolge i compiti che toccherebbero allo Stato, ma è anche e soprattutto una organizzazione di parte e questo non la aiuta a fornire le garanzie di imparzialità che la struttura pubblica, pur nelle sue lentezze e inefficienze, dovrebbe invece garantire. La Caritas è anche condizionata dalle sue scelte ideologiche, dal suo evidente schieramento a favore dell’immigrazione e dell’accoglienza a qualsiasi costo e condizione, oltre che dal non trascurabile dettaglio che proprio dall’ambaradan dell’immigrazione trae sostanziosi finanziamenti.
Secondo il Dossier statistico 2010 della Caritas-Migrantes, ci sarebbero in Italia all’inizio del 2010 4.235.000 stranieri residenti, o 4.919.000 considerando quelli non ancora iscritti all’anagrafe. Gli stranieri sono triplicati in un decennio e aumentati di quasi un milione nell’ultimo biennio. I clandestini sono stimati fra i 500 e i 700 mila, ma non è certo scorretto pensare che siano almeno il doppio. Si arriva perciò a una cifra di più di 6 milioni di persone (quasi l’11% della popolazione residente, uno straniero ogni 9 italiani), cui vanno aggiunti circa 500 mila naturalizzati italiani negli ultimi anni. Metà circa degli immigrati sono donne. Nel 2007 gli stranieri erano 3.690.000, il 5,6% della popolazione.
PAGANO LE PENSIONI?
Grande risalto è stato dato al fatto che i contributi degli immigrati hanno aiutato l’Inps a rimettere un po’ a posto i conti. In effetti l’arrivo di tanti nuovi contribuenti che non percepiranno pensioni per un po’ di tempo è salutare. Si tratta però di una situazione temporanea perché, a partire da 20 anni da oggi (quando a maturare pensioni di vecchiaia o anzianità cominceranno a esserci moltitudini di immigrati), si riproporrà anche nella comunità foresta lo stesso schema attuale di un rapporto fra lavoratori e pensionati sbilanciato a favore di questi ultimi, a meno che non si conti su un continuo afflusso di immigrati giovani paganti. In tale caso si tornerebbe in qualche modo al sistema a ripartizione su cui in anni di boom demografico si era basato il sistema pensionistico, facendo saltare ogni buona intenzione di trasformarlo in un sistema a capitalizzazione. Insomma gli immigrati non risolvono i problemi del sistema pensionistico italiano ma lo spostano solo un po’ più in là nel tempo. Oggi il rapporto fra pensionati e abitanti è di circa 1 a 5 per gli italiani e di 1 a 25 per gli stranieri: il divario diminuirà costantemente fino a stabilizzarsi sullo stesso rapporto a meno che - come detto - il numero degli immigranti non continui a crescere in misura esponenziale.
Dai dati Inps più recenti e completi disponibili (III Rapporto su immigrati e previdenza), risulta che nel 2004 gli stranieri iscritti ai ruolini pensionistici erano 1.537.380, e cioè meno della metà del totale degli immigrati di allora. Non cambia la situazione nel 2010, quando - secondo la Caritas - gli iscritti all’Inps sarebbero circa due milioni, e cioè circa il 40% dei regolari. Questi versano un totale di 7,5 miliardi in contributi previdenziali; nel 2007 le pensioni erogate erano 294.025 con una spesa annua di 2 miliardi e 564 milioni. Oltre a queste c’è una cifra imprecisata ma piuttosto alta per prestazioni sociali d’altro genere. Ci sarebbe così un saldo attivo di qualche miliardo. Occorre notare che il bilancio è migliorato da quando è stata soppressa la facoltà prima concessa agli immigrati di farsi rimborsare i contributi versati in caso di rimpatrio, rafforzando la tendenza a permanere in Italia.
I DATI NON TORNANO
Per essere un gruppo sociale la cui presenza viene giustificata come “forza lavoro”, occorre notare come la percentuale di stranieri che pagano i contributi previdenziali sia sospettosamente bassa. Questo significa che la più parte di loro non paga i contributi sociali perché lavora in nero, o evade, o non lavora affatto, o fa “lavori” (criminalità, droga e prostituzione) che non hanno vocazione né possibilità di essere assoggettati a contributi.
I numeri non tornano. Comprendendo anche gli irregolari, meno di un terzo degli stranieri versa contributi previdenziali: una percentuale inferiore a quella del totale degli italiani al di sotto dei 65 anni (39.318.000 nel 2010) che sono regolarmente occupati (più di 21 milioni), e cioè il 54,7%. Risulta perciò piuttosto evidente (e preoccupante) che l’attuale attivo del bilancio previdenziale degli stranieri sia rapidamente destinato a esaurirsi (salvo una crescita esponenziale degli immigrati e una irrealistica dilatazione del mercato del lavoro) e che perciò la presenza degli stranieri non risolverà ma aggraverà i problemi pensionistici. É del tutto falso affermare che gli stranieri pagheranno le nostre pensioni: lo fanno in parte marginale oggi per la loro età media più bassa, ma impoveriranno ulteriormente in avvenire le sempre più esigue risorse del paese.
di Gilberto Oneto
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I rom fanno debiti e i cittadini pagano
I nomadi devono al Comune di Brescia oltre 50mila euro: tre consiglieri leghisti incalzano il sindaco del Pd
Decine di migliaia di euro di debiti per un campo rom di Brescia. In via Borgosatollo vivono circa 150 persone, che a novembre 2014 hanno accumulato un debito di 52.810 euro. Un buco coperto, di rimbalzo, dai cittadini della Leonessa.
È la secca denuncia di Paolo Formentini, segretario provinciale della Lega Nord, che insieme a due colleghi – Nicola Gallizioli e Massimo Tacconi – si appella al sindaco affinché tagli i servizi ai nomadi (tra cui la navetta scolastica), sta portando all’attenzione del primo cittadino un documento dettagliato sulle spese accumulate e non saldate dai rom.
Ad amministrare la città è Emilio del Bono (Partito Democratico), messo ora alle strette dai numeri snocciolati in Loggia. Il rapporto stilato dai tre consiglieri sul buco economico del centro d’emergenza abitativa parla chiaro: si tratta di “risorse che sono state sottratte ai bresciani, specie agli anziani che sono i primi ad aver difficoltà a pagare le bollette”.
Oltre alla morosità, nel mirino anche le presenze non autorizzate nell’accampamento in questione, ma anche in altri. La situazione è infatti critica anche in altre zone di Brescia: in via Orzinuovi si sta superando la soglia massima di ospitalità, così come nell’area Sinti del Parco Mella. Il comune, poi, ha 87.030 euro a carico anche per quanto riguarda il 2013. Un bilancio in rosso che il dem Del Bono, alla pari all’aut aut del Carroccio, non può far finta di non curarsene.
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Emergenza profughi, Udine dice basta: "Ne abbiamo troppi"
La prefettura del capoluogo friulano nega il nulla osta al trasferimento di altri immigrati come richiesto dal Viminale: in tutto il nordest la situazione dei centri di accoglienza è allo stremo da mesi
Angelino Alfano chiama a raccolta sindaci e prefetti per fornire accoglienza ai profughi che sbarcano sulle nostre coste sull'onda dell'emergenza immigrazione ma in molte regioni, specie al nord, scoppia la rivolta. Non solo in seguito all'appello del segretario leghista Matteo Salvini, che ha invitato gli amministratori locali a non accogliere gli immigrati, come vorrebbero le anime candide della sinistra. Dietro al rifiuto di accogliere nuovi profughi non ci sono solo razzismo e intolleranza, ma anche situazioni logistiche spesso al limite, con i centri di accoglienza strapieni e gli immigrati costretti ad alloggiare in strutture improvvisate, spesso insicure ed inadeguate per la sicurezza di tutti, a partire dai loro stessi stessi ospiti.
Una delle situazioni di maggior criticità è quella che si registra nelle regioni del nord-est, da mesi sotto pressione per il continuo arrivo di profughi, provenienti dal confine orientali o inviati dal Viminale. Oggi, di fronte all'ennesima richiesta proveniente da Roma, a Udine hanno detto di no. La prefettura del capoluogo friulano, racconta il Messaggero Veneto, ha negato il nulla osta al trasferimento di trenta nuovi profughi: l'area, infatti, ne ospita già ben 550.
A Pordenone, sulla riva destra del Tagliamento, verranno accolti cinquanta profughi sbarcati in Sicilia, mentre altri trenta sono attesi a Trieste. A Gorizia, dove la situazione è al collasso ormai da mesi, di nuovi arrivi non vogliono nemmeno sentirne parlare. Così anche a Udine, dove la prefettura ha segnalato la mancata disponibilità a nuove accoglienze, anche considerata la delicatissima situazione del confine al Tarvisio, dove la polizia di frontiera è già in grave carenza di organico.
Una situazione, quella del Friuli, particolarmente critica. Anche perché con l'approssimarsi di Expo, dalla Lombardia sono richiesti ulteriori rinforzi di polizia e un aiuto a sopportare il carico dei migranti. Che, inevitabilmente, verranno almeno in parte dirottati verso altre regioni.
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Se un immigrato vale più di un operaio
L'accoglienza degli immigrati costa circa 32 euro al giorno: 975 euro al mese. Una "paga" che vale quanto uno stipendio
Le ondate di sbarchi sulle nostre coste non conoscono fine. Migliaia di migranti partono dalle coste del nord Africa per restare poi in Italia. Ma quanto ci costa ospitare i profughi e i migranti a casa nostra? Il ministro Alfano ha allertato le prefetture per far posto a migliaia di migranti che stanno per arrivare in Italia. Per chi parte il soggiorno è un "affare". Chi si occupa dell'accoglienza riceve per ogni ospite un rimborso di 30 euro più Iva al giorno comprensivo di vitto, alloggio, gestione amministrativa dell’ospite, mediazione linguistica, assistenza per la richiesta di asilo, fornitura di abbigliamento, biancheria, prodotti per l’igiene personale. In più 2,50 euro in contanti da dare quotidianamente all’ospite. Il conto è presto fatto: 32,50 euro a persona. Circa 975 euro al mese.
Il Viminale non ha mai chiarito la durata di questo trattamento assistenziale che potrebbe essere per un mese, per un anno. Magari sempre. Recentemente l’Eurostat ha pubblicato un dettagliato rapporto sul tema immigrazione. Secondo i dati dell'ufficio statistico europeo l’Italia, tra quelli maggiormente coinvolti nel problema immigrazione, è il Paese che respinge meno immigrati. Secondo l’Eurostat alla fine del 2013 l’Italia era al quarto posto in Europa per numero di richieste di asilo pendenti: 27.930. Il Paese europeo con più richieste pendenti era invece la Germania, con 125.705 seguita dalla Svezia con 54.270 e dalla Gran Bretagna con 29.875.
L’Italia, nel 2013, ha respinto il 36% delle richieste di asilo che sono state presentate rispetto al 74% della Germania, l’83% della Francia, il 47% della Svezia, l’82% della Gran Bretagna e il 68% del Belgio. L’Italia, nel 64% dei casi, accoglie gli immigrati: nel 12% dei casi riconoscendogli lo status di rifugiato, nel 30% dei casi per motivi umanitari e nel 22% assicurando alla persona una "protezione sussidiaria". Insomma da noi le porte sono sempre aperte. E chi ha la fortuna di mettere piede in Italia avrà un reddito assicurato che va oltre quello di uno stagista o di un operaio.
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