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Discussione: Note filosofiche.

  1. #1
    Materialismo veritativo
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    Predefinito Note filosofiche.

    Vi propongo qui una lettura filosofica che riguarda uno dei più importanti filosofi neoscolastici del novecento e uno dei più importanti filosofi cattolici italiani, Gustavo Bontadini. Insieme a tanti altri fu il rappresentate di quel "revival" tomistico del secolo scorso, e francamente ritengo che queste siano conoscenze fondamentali per ogni cattolico dotato di una buona formazione, e mi rivolgo soprattutto a chi nonostante tutto ha ignorato e continua ad ignorare la speculazione filosofica che altro non è che il discorso fondamentale e fondante di ogni Scienza. (Anthos! )

    Questa minuscola antologia è stata scritta da Diego Fusaro che non può dirsi ne cattolico ne tanto meno molto "imparziale", ma mi sembra comunque ben fatta, ad eccezione di qualche passaggio che trovo inappropriato.

    Gustavo Bontadini (Milano 1903-1990) si è laureato in filosofia presso l'Università Cattolica di Milano dove ha insegnato filosofia teoretica dal 1951 al 1973.
    Fra le sue opere principali va ricordato anzitutto il Saggio di una metafisica dell'esperienza (1935) dove già emerge una personale riflessione sulla struttura del reale e sugli ideali di vita che riguardano l'essere e l'agire dell'uomo. Seguirono una serie di studi volti che riguardano l'essere e l'agire dell'uomo. Seguirono una serie di studi volti ad analizzare il problema gnoseologico della filosofia moderna: Studi sull'idealismo (1942), Studi sulla filosofia dell'età cartesiana (1947),Indagini si struttura sul gnoseologismo moderno (1952) ed infine gli Studi di filosofia moderna (1966).

    Accanto a queste indagini essenzialmente storiografiche bisogna ricordare i testi scritti con un intento più dichiaratamente teoretico, o che presentano un'analisi della situazione filosofica contemporanea a Bontadini: Dall'attualismo al problematicismo (1946), Dal problematicismo alla metafisica (1952). Gli ultimi libri (Conversazioni di metafisica , in due volumi, 1971 e Metafisica e deellenizzazione , 1975) intendono svolgere una funzione fondativa e rigorizzatrice del discorso metafisico, riconducendone le enunciazioni all'evidenza del principio di non contraddizione. In particolare, Metafisica e deellenizzazione è molto interessante perché in tale scritto Bontadini si oppone radicalmente al "pensiero debole" di Vattimo, il quale aveva salutato positivamente l’età ellenistica come il crollo delle verità metafisiche e dei pensieri "forti"; è facile capire – a partire dal titolo dello scritto – come Bontadini si spinga in tutt’altra direzione, verso una radicale "deellenizzazione" e un ritorno alla metafisica o, per usare una terminologia vattimiana, al "pensiero forte". Bontadini è uno dei rappresentanti più significativi della neoscolastica italiana, e in particolare di quel suo indirizzo milanese che trovò all'Università Cattolica il proprio centro più importante.

    Bontadini amava definirsi come " un metafisico radicato nel cuore del pensiero moderno " ed è proprio l'attenta lettura di molte opere di impostazione idealistica che lo porta ad affermare quella che egli considera la " verità metodologica " dell'idealismo: il primato metodologico della coscienza quale orizzonte per poter parlare dell'essere costituisce il guadagno speculativo dell'età cartesiana, ma proprio all'interno di tale guadagno si insinua l'affermazione aporetica che considera l'essere come "altro" dalla coscienza, ciò di cui si dovrebbe "provare" la corrispondenza con quanto è dato nella conoscenza sensibile o intellettiva; l'idealismo sopprime questa aporia (il dilemma del "ponte" per passare dalla coscienza all'essere), rimanendo però nell'orizzonte del "cogito", riaffermando l'originaria identità del pensiero con l'essere (in una sorta di ritorno a Parmenide). La prospettiva di Bontadini cerca a sua volta di cogliere la "verità profonda" del superamento idealistico dell'aporia cartesiana, recuperando una prospettiva metafisica che egli chiama "neoclassica": " la metafisica neoclassica conserva la verità dell'idealismo (l'intrascendibilità del pensiero come organo dell'interno, come orizzonte assoluto...) e la perfezione inserendovi l'impianto problematico, la struttura della mediazione dell'esperienza: in una parola l'esatta - rigorosa! - metodica e non generica posizione dell'antinomia di trascendenza e immanenza, per cui si parlerà di trascendere - se mai sia possibile - l'esperienza nell'orbita del pensiero! " ("Conversazioni di metafisica"). Il principio o "cominciamento" della filosofia è, secondo quanto affermava lo stesso Tommaso, l'ente (ciò che per primo l'intelletto concepisce) a cui Bontadini applica quello che egli stesso chiama " Principio di Parmenide ", riformulato in termini non-monisti: " la constatazione del divenire, da un lato, e la denuncia della sua contraddittorietà, dall'altro. Due protocolli che fanno capo rispettivamente, ai due piloni del fondamento: l'esperienza e il principio di non contraddizione (primo principio). I due protocolli sono tra loro in contraddizione, e tuttavia godono entrambi del titolo di verità ... sono verità, però, che in quanto prese nell'antinomia (antinomia dell'esperienza e del logo) si trovano a dover lottare contro un'imputazione di falsità. Giacché l'esperienza oppugna la verità del logo e il logo quella dell'esperienza" ("Metafisica e de-ellenizzazione").

    La neoscolastica riproponeva di riattualizzare il pensiero aristotelico-tomistico (e talvolta, più in generale, la tradizione metafisica classica) e di intrecciare un attivo dialogo tra esso e il pensiero moderno. Uno dei fondatori della scuola fu Francesco Oliati, accanto al quale vanno ricordati almeno Amato Masnovo, Umberto Antonio Padovani e Sofia Vanni Rovighi. All'inizio Bontadini studiò a fondo la filosofia di Giovanni Gentile accettando il suo superamento del "dualismo gnoseologico", ossia di quella concezione (che va da Descartes a Kant) secondo la quale l'essere è al di la del pensiero. Per quanto la sua formazione sia avvenuta all'interno dell'orizzonte culturale indicato sopra, Bontadini ha sempre rivendicato una propria autonomia, definendosi un filosofo "neoclassico" . Questa espressione non significa ch'egli abbia inteso pensare secondo un determinato sistema, ma solo che si è riferito alla metafisica classica perché ispirato dal concetto classico dell'essere. Per Bontadini il significato di tale concetto va precisato appropriatamente, e ciò anzitutto sottolineandone la sua costitutiva opposizione al negativo. In secondo luogo occorre mostrare come l'essere esprima l'insopprimibile istanza fondazionale accertabile in sede ontologico-gnoseologica. Uno dei meriti principali di Bontadini è quello di aver precisato con rigore come si costituisce strutturalmente il sapere, e il fatto che il suo punto di partenza è l'esperienza. Se quest'ultima è il "cominciamento" del sapere, ciò vuol dire ch'essa possiede una posizione metodologica essenziale (dove per merito si intende non tanto uno strumento o una regola, ma il "processo effettivo" attraverso il quale il sapere va costituendosi). L'esperienza non è dunque intesa né come costruzione né come recezione (secondo i modelli classici del razionalismo e dell'empirismo confluiti in Kant). L'unico suo concetto adeguato, perché fondato, è quello di "presenza", come l'idealismo ha in certa misura compreso.

    Il gnoseologismo moderno ha invece concepito l'esperienza secondo una prospettiva dualistica, più precisamente nel " quadro del presupposto della dualità dell'essere e del conoscere ". Ma in tal modo il problema metafisico risulta condizionato dal problema gnoseologico e quest'ultimo appare di assai ardua soluzione. La filosofia moderna ipotizza infatti, due ordini diversi, quello del pensiero e quello della realtà, e poi si chiede come sia possibile passare da una sfera all'altra. Solo la filosofia moderna ha contribuito a sopprimere questo dualismo, mostrando che l' "al di là" del pensiero, appena lo si consideri, fa già parte del pensiero. Se l'essere si configura come fondamento dell'esperienza (dell'esperienza come "presenza"), ne viene che questa è "assoluta", " in quanto non subordinata ad un particolare processo empirico di costituzione ", ed è " totale perché le molteplici insorgenti presenze sono comprese in essa ". D'altra parte, poiché la molteplicità delle esperienze è esperibile solo all'interno di un orizzonte universale, l'esperienza si pone come "unità dell'esperienza". Ma questa unità dell'esperienza è la totalità dell'essere? O esiste qualcosa di diverso dall'esperienza? A questa seconda domanda occorre rispondere anzitutto che qualcosa di diverso o altro, dall'esperienza non può essere "dato": in effetti, in quanto dato, sarebbe comunque dentro l'esperienza. Tuttavia l' ‘altro' dall'esperienza può venire pensato. Sorge così la distinzione tra esperienza e tra ragione, cioè l'esistenza di idee che appartengono all'esperienza e di idee che invece la trascendono. Ora per Bontadini il concetto di unità dell'esperienza (come punto di partenza del sapere) appartiene non all'orizzonte dell'esperienza ma all'ordine "teoretico", e tale ordine è governato dal principio di non-contraddizione. Si può dunque affermare che la condizione formale affinché ci sia l'esperienza è che il pensiero non sia contraddittorio; " ogni assunto a tesi, in cui la teoreticità si traduca, si può considerare fondato, allorché il suo contraddittorio è stato escluso e si deve considerare fondato, solo se il contraddittorio è stato escluso ".

    Il principio di non contraddizione è quindi un principio logico il quale però si riferisce a un contenuto che è l'esperienza. La circolarità tra esperienza e pensiero costituisce " la struttura originaria del sapere ". Senonché il contenuto dell'esperienza è il divenire, il quale implica " il non essere dell'essere (di un certo essere) ". Ciò significa che il divenire è contraddittorio. Esso è tal in rapporto appunto al principio di contraddizione, cui Bontadini conferisce un rilievo cruciale: non solo logico-gnoseologico ma metafisico-ontologico. Il principio di non contraddizione, infatti prescrive alla realtà la necessità di essere e l'essere esige di esistere in quanto opposto al non essere (non a caso Bontadini chiama tale principio "principio di Parmenide"). Ma se l'essere deve darsi e si dà in quanto esclusivo del non essere, d'altra parte sussiste un ente che invece è in divenire (dunque non è essere) e che deve avere una ragione. A questo punto la struttura del sapere si trova divaricata in un'esperienza, che fa constatare il divenire, è nel principio di possibile risolvere l'opposizione e giungere a una sintesi? Il "teorema di creazione " è la figura che, secondo Bontadini, permette di mediare l'esperienza e il principio di non contraddizione. Ciò equivale a dimostrare l'esistenza di Dio e la sua trascendenza rispetto al mondo (ma non rispetto alla "presenza"). Dio è infatti l'Essere assolutamente necessario ed assolutamente autofondato, coincidente con la " Verità prima e totale " e coll'"Assoluto". Quanto al divenire, esso è possibile trovandone la ragione, il fondamento, vale a dire rimuovendo la sua contraddizione attraverso il riferimento a Dio come Essere creatore: " La contraddizione del divenire è superata con la dottrina della creazione, in quanto quella identificazione dell'essere e del non essere, che riscontriamo nell'esperienza, è ora vista come il risultato dell'azione dell'Essere ".

    L’unico modo per far fronte al divenire incessante a cui è soggetto il mondo sta nell’ammettere l’esistenza di un ente trascendente immutabile ed eterno, esulante dal divenire: tale ente è Dio; la posizione di Bontadini verrà rovesciata dal suo allievo Emanuele Severino (anch’egli attentissimo alla filosofia di Parmenide), il quale – riducendo all’osso il suo pensiero – dirà che il divenire non esiste e che, pertanto, non c’è alcun bisogno di trovar rifugio presso un ente eterno trascendente. Bontadini arriva a postulare l’esistenza di Dio facendo ricorso al "principio di non contraddizione" di Parmenide, ossia sostiene che l'esperienza del "divenire" cozza contro il principio parmenideo secondo cui l'essere, proprio in quanto tale, non può non essere (non può diventare nulla) e, quindi, deve essere immutabile. Da una parte, cioè, per Bontadini vi è il dato certo dell'esperienza del divenire (è un fatto che le cose divengono), dall'altra vi è il "logos" (la ragione) che dice che è logicamente possibile che l'essere nasca dal non essere e ricada nel nulla. Ora il divenire sarebbe contraddittorio se si concepisse come "originario" perché nel divenire "qualcosa" (cioè "essere") andrebbe distrutto, cioè diventerebbe nulla ("non essere"), in altre parole dell’essere verrebbe distrutto dal "nulla". In questa ottica si attribuirebbe al "nulla" un potere positivo di annullamento, il che è assurdo. Da qui la tesi di Bontadini: la contraddizione è eliminata sostenendo un Dio creatore. In quanto creato da Dio come diverso da sé, il mondo è sì diverso, ma insieme identico perché il suo essere consiste in questa medesima creazione. Inoltre, affinché il divenire sia incluso in Dio senza che Dio stesso sia in divenire, esso vi deve essere incluso come "posto", cioè come qualcosa che non aggiunge niente all'Immobile. Ora, se il divenire non viola l'immutabilità di Dio, vuol dire che da Dio esso è creato come partecipato. Ma se Dio sottrae in tal modo il mondo diveniente all'annientamento ciò significa che tutto è eterno, o che tutto è Dio. Nel filosofo milanese è molto forte la percezione che il problema della filosofia fosse il problema della vita: non dunque una questione puramente accademica, non un' arida applicazione intellettualistica, ma qualcosa che coinvolgeva il soggetto integrale, qualcosa di esistenzialmente rilevantissimo.

    " La filosofia [...] nasce dalla vita e, nata dalla vita, la filosofia torna alla vita, perché la luce che la vita chiede non la chiede ad altri che a sé " ("Saggio di una metafisica dell’esperienza"). Possiamo poi notare come a livello metodologico anche in Bontadini, come in de Lubac, sia viva la preoccupazione di coniugare antico e nuovo, senza che vada perso nulla di valido nell’uno e nell’altro. Da un lato lo vediamo fedele alle linee portanti della metafisica classica (apertura del pensiero all’essere e conseguente dimostrabilità razionale dell’esistenza di Dio), utilizzando d’altro lato proprio a tal fine temi e concetti, stimoli e strumenti tipici della cultura filosofica "moderna". Intelligente apertura al moderno, senza essere perciò modernisti: tale è il comune atteggiamento di Bontadini e de Lubac. Merita di essere analizzata la polemica che ha contrapposto Bontadini e il suo allievo Severino (con l’espulsione di quest’ultimo come "eretico" dalla Cattolica di Milano, nel 1969): Severino, nel 1964, esce con un saggio apparso su "Rivista di filosofia neo-scolastica", fasc, II dal titolo "Ritornare a Parmenide", in cui distrugge ogni distinzione tra la sfera immutabile del divino ed il mondo diveniente affermando l'eternità e l'immutabilità di ogni cosa: ogni cosa - anche il battere delle ciglia in questo istante - è eterno. Bontadini risponde, sempre sulla stessa rivista, con un articolo dal titolo "Sozein ta fainomena" (cioè "salvare i fenomeni"). Un articolo duro, anche ironico ("Tu dici che il "senso dell'essere" lampeggiato in Parmenide, fu poi subito smarrito [già con lo stesso Eleate!], e non fu poi più ritrovato, se non con te, Emanuele Severino. Tutti fuori della Verità, pertanto, eccetto voi due, l'antichissimo italico e Tu, vivo e gagliardo rampollo di questa terra" (fasc. V, pag. 441). L'ironia continua: "... se N. S. Gesù Cristo è, secondo la nostra Fede, il Verbo fatto carne, Tu, a ben guardare, risulti inevitabilmente essere [...] la Carne fatta Verbo, quella Carne, cioè, che, finalmente, è assurta al possesso del Vero" (ib. pag. 440). E continua: "... io mi chiesi [...] con quale barba si trovi, nel mondo dell'essere, il mio alter ego immutabile. Giacché, da quando ero matricola venendo fino ad oggi, di barbe io ne ho cambiate molte centinaia.

    Ora, se poniamo che tutte sono immutabili, mi pare che non troverei abbastanza superficie sul mio corpo - quello fissato per l'eternità - per fare posto a tutte" (ib. pag. 444). La tesi di fondo è la difesa del suo "principio di creazione": la contraddittorietà del divenire è superata dalla contraddizione "in quanto quella identificazione dell'essere e del non-essere, che riscontriamo nell'esperienza, è ora visto come il 'risultato' dell'azione dell'Essere (azione indiveniente dell'Essere indiveniente)" (ib. pag. 448). E nella "Postilla" al nuovo intervento di Severino sulla stessa rivista (Ritornare a Parmenide, Poscritto), fasc. V, Bontadini tira fuori un argomento sicuramente forte: quand'anche tutto fosse eterno, non si potrebbe, comunque, negare il divenire di quell'essere che è l’"apparire": "Se anche si ammettesse [...] che quella carta, che la comune degli uomini dice non esistere più, in quanto si è vista bruciare, esiste invece ancora, ed eternamente, fuori dell'esperienza [...] è però ineliminabile quel 'residuo' di divenire contro cui Severino si arrovella col suo ampio argomentare: ossia il divenire - epperò il non-essere - dell''apparire' della carta" (pag. 619). Un argomento che riproporrà anche in altri interventi. Sempre sulla stessa rivista, nel 1983, in "Per continuare un dialogo": "Il logo pretende - non può non pretendere! - che non solo l'ente che scompare continui ad essere, ma che continui ad essere anche il suo apparire. E' contro quest'ultima, d'altronde legittima! pretesa che l'esperienza si pronuncia. Si tratta dell'esperienza - che si fa del continuo - dello scomparire. Se ciò che scompare continua non solo ad essere, ma anche ad apparire, però codesto perdurante apparire, preteso dal logo, non è quello stesso che nell'esperienza - nell'Unità dell'Esperienza - è venuto meno, e che è significato dallo stesso termine 's-comparire'. Se fosse lo stesso, allora, come è permanente - eterno - l'apparire affermato dal logo, così dovrebbe essere permanente anche l'apparire dentro l'U. d. E. [unità dell'esperienza], e, perciò, non potrebbe aver luogo l'esperienza dello scomparire, ossia la constatazione che qualcosa non appare più" (pagg. 112-113).

    GUSTAVO BONTADINI
    Ultima modifica di emv; 26-06-15 alle 00:22
    Dicono che viaggiare sviluppa l'intelligenza. Ma si dimentica sempre di dire che l'intelligenza bisogna averla già prima.-.G. K. Chesterton

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  2. #2
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    Predefinito Re: Note filosofiche.

    Prezioso contributo, Draigo. L'ho solo reimpaginato per aiutare la lettura. Grazie!
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  3. #3
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    Predefinito Re: Note filosofiche.

    Il grande Bontadini. Qualche precisazione doverosa, 'Studi sull'idealismo', a parte il capitolo ricostruttivo della polemica Croce-Gentile, è in larga parte dedicato alla critica dell'attualismo gentiliano, per mostrare che l'intrascendibilità del pensiero non è incompatibile con la metafisica classica (che anzi, ne è condizione). In esso inoltre Bontadini formula la sua prima tipologia di inferenza metempirica, la meno nota (e anche la più originale e di chiara ispirazione idealistica) e successivamente abbandonata a beneficio della rigorizzazione della classica via ex motu. Perciò ridurlo a un testo di storiografia mi pare ingiusto.

    Di interessante, nell'agile volumetto 'Metafisica e deellenizzazione', vi è, ben più che il saggio su Vattimo, quello intitolato 'Per una teoria del fondamento'. L'ultimo grande scritto di metafisica, schietto, lucido, essenziale, ma anche piuttosto controverso, essendo il distillato ultimo dell'evoluzione che il pensiero dell'autore ha subito nell'arco del precedente decennio, a causa del confronto con Severino. Si palesa il cedimento ad alcune tesi dell'allievo e il tentativo di porvi argine rinunciando ad alcune tesi cardinali della metafisica classica e pescando (ahimè) in quella idealistica. Basti pensare che ora la contraddizione, che ancora nei saggi delle Conversazioni di metafisica era considerata "tollenda", cioè da evitare, ora è da rimuovere, perciò è assunta come reale, in pieno spirito idealistico. O ancora l'utilizzo della dialettica hegeliana, antinomica, in luogo di quella aristotelica, apagogica, per impostare la strategia inferenziale. Comunque un testo fondamentale, alcune tra le pagine più alte della storia della filosofia.
    Ultima modifica di Platone; 26-06-15 alle 15:56
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  4. #4
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    Predefinito Re: Note filosofiche.

    Una domanda Platone, visto che tu sei l'unico vero filosofo del forum (con buona pace di gente come Aladar & Co. che nonostante tutte le arie da custodi della verità che si danno sono talmente ignoranti da non capire nemmeno dei banali riferimenti), ho trovato abbastanza oscuro un singolo passaggio che vorrei sottoporre alla tua attenzione:
    ...sta nell’ammettere l’esistenza di un ente trascendente immutabile ed eterno, esulante dal divenire: tale ente è Dio.
    Come vedi qui Fusaro fa uso della parola ente, associandola a Dio, cioè l'Esse Subsistens. Questo è corretto? A meno che non si tratti di una semplificazione linguistica, il riferirsi a Dio come ente è una associazione ripresa dal pensiero di Bontadini?
    Dicono che viaggiare sviluppa l'intelligenza. Ma si dimentica sempre di dire che l'intelligenza bisogna averla già prima.-.G. K. Chesterton

  5. #5
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    Predefinito Re: Note filosofiche.

    A esser sincero non ricordo, dovrei consultare i testi e non li ho sottomano al momento. Solitamente lo appellava con aggettivi (l'Indiveniente, l'Immobile, l'Eterno) o ancora 'Dio', 'l'Essere', 'l'Esistente' (soluzione non priva di ambiguità quest'ultima). Era abbastanza eclettico nella scelta dei vocaboli, perché al netto della sua formazione 'classica' (greco-scolastica) si era cimentato con tradizioni filosofiche non ortodosse (idealismo, esistenzialismo, neopositivismo) a differenza dei suoi colleghi.

    Quanto alla pertinenza dell'uso di 'ente', tieni presente che quest'ultimo è 'id quod est' ossia la sintesi tra una determinazione e il suo essere (l'essere comune). La determinazione è il soggetto di cui si predica l'essere, quest'ultimo si predica tutto (indivisibilmente) ma non totalmente, perché è circoscritto dall'essenza specifica della determinazione (che si distingue da quella di altre determinazioni: un cane non è un gatto). Se però si considera la determinazione come non esclusiva ma inclusiva di tutte le altre determinazioni, essa esaurisce tutto ciò che vi è di positivo, adegua il suo essere totalmente, e in tal senso non è scorretto lo slittamento tra l'ens e l'Ipsum Esse Subsistens.
    Draigo and Parsifal Corda like this.
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  6. #6
    emv
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    Predefinito Re: Note filosofiche.

    Posso dire che l'Ente sta all'Essere come L'Esistente sta all'Esistere?
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  7. #7
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    Predefinito Re: Note filosofiche.

    Si, con la precisazione che se poni le iniziali al maiuscolo stai a indicare che l'infinito del verbo è in realtà soggetto sussistente, come in S. Tommaso: in tale caso non solo c'è proporzione, ma il primo termine è anche identico al secondo e il terzo al quarto. Se invece consideri l'esse formale, quello comune, è "solo" l'orizzonte comune di tutte le cose, che le è potenzialmente tutte ma attualmente non è nulla di determinato (al contrario, l'Essere o Ipsum Esse Subsistens è la perfetta realizzazione dell'essere, la sua entelechìa o atto secondo direbbe Aristotele) allora vale ciò che è detto nel Commento al de hebdomadibus di Boezio: essere ed esistere sono predicati di soggetti e non soggetti a loro volta, si dicono in astratto e non in concreto (astratto è 'correre', concreto 'colui che corre'), ossia non sono sostanze, perciò non sussistono. Certo, ciò non esclude che tu possa assumerli, nel giudizio, come soggetti di sé medesimi (l'essere è l'essere, etc.).
    Ultima modifica di Platone; 27-06-15 alle 10:49
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