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    Predefinito Memorie di vita vissuta



    alcuni amici del forum mi hanno chiesto di scrivere le mie memorie del periodo fascista, che ho vissuto, e della guerra 1940-1945. Inizio qui queste "memorie" nella speranza che possano soddisfare le curiosità di qualcuno.

    Avevo quasi dieci anni quando sono nato



    Sono nato il 10 giugno del 1940. Il 18 luglio dello stesso anno avrei compiuto dieci anni.
    Nessuna stranezza, io dei miei primi dieci anni di vita non ricordo praticamente niente. Si certo vivevo, nel senso che mangiavo respiravo e perfino parlavo, quando mi permettevano di farlo, ma nessun ricordo di quegli anni si è fissato nella mia mente.
    Il 10 giugno del 1940, giorno fatidico per l’Italia, quello della dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra, è stato quindi il primo giorno della mia vita, nel senso che da quel giorno i ricordi mi si sono stampati nella mente.

    Mamma



    Mia mamma è nata all’inizio del secolo. Sua madre veniva da una località del piacentino divenuta poi famosa per il petrolio ed era considerata la donna più bella del paese. Il cognome originario di mia nonna, di chiara origine ebraica, era stato cambiato nella seconda metà degli anni trenta con un cognome similare italiano. Questa decisione l’aveva presa il nonno o meglio un suo fratello che era un prelato cattolico piuttosto influente nella Curia di Parma. Mia nonna forse non si rese nemmeno conto di quel cambiamento e tutta la famiglia accettò il dato di fatto, una cosa che poi, nel tempo della seconda guerra mondiale, si rivelò utile a evitarle persecuzioni.
    La nonna si era sposata a 17 anni, e non aveva avuto tempo di darsi un’istruzione: a diciotto anni partoriva il primo figlio, maschio, e poi nei dodici anni successivi altri sette figli, quattro femmine e quattro maschi in tutto, così che arrivata a trent’anni la sua bellezza si era inevitabilmente sfiorita. Mio nonno, il padre di mia mamma, era dello stesso paese della nonna, si diceva che da giovane fosse una sorta di dongiovanni, ma quando incontrò mia nonna se ne innamorò subito. Lavorava alla stazione ferroviaria del paese, ma quando nacque il settimo figlio e mia nonna cominciò a bere qualche bicchierino di marsala di troppo, fece domanda di trasferimento alle Ferrovie dello Stato e si spostò a Milano: lui, mia nonna e sette figli, che uno era morto investito da un trattore mentre andava in bicicletta su una provinciale.



    Mio padre
    Nato dieci anni prima di mia mamma, volontario nella guerra di Libia, arma carabinieri, tornato in Italia subito spedito al fronte della prima guerra mondiale, fece parte di quei carabinieri comandati, che impedirono, anche a fucilate, che i nostri soldati si ritirassero a Caporetto, davanti all’assalto austriaco, una ritirata che avrebbe portato l’Italia a una sicura sconfitta. Tornato a casa alla fine del 1918, dopo undici anni di guerre varie, carico di medaglie, di cui una al valore, si trovò davanti un Paese in preda a disordini di ogni genere, e allora, lui, uomo abituato alla disciplina, all’obbedienza alle autorità, a seguire le regole, non potè far altro che sposare fasciste le idee del “socialista” Mussolini. Così divenne fascista, una condizione di cui, alla fine della seconda guerra mondiale, sembrò pentirsi amaramente, pur senza mai confessarlo. Mio padre era figlio di un grande coltivatore di riso, e di una nobile umbra approdata non per caso ma per scelta, nella grande famiglia di mio nonno. Mia nonna ebbe sette figli, quattro femmine e tre maschi, e mio padre era il primogenito. Di lei ho un ricordo preciso: che parlava umbro, cioè italiano, per cui fra gente che parlava in dialetto milanese si sentiva davvero spaesata tanto che a me diceva spesso “Enrico, tu guarda la vita, so’ venuta a vive ‘n mezzo a’ barbari”.
    Mamma e papà si sposarono nel 1923 e dopo due anni ebbero un figlio, che sarebbe stato mio fratello se non fosse morto a un anno di età per una meningite fulminante. Io nacqui alcuni anni dopo, e dopo di me nessuno più: i rubinetti di famiglia si erano chiusi.

    La strada dove abitavo portava dritto alle grandi fabbriche milanesi: Pirelli, Breda, Marelli, Falck. Era in terra battuta con ai lati due file di piante di robinia. L’inverno del 1941 fu molto rigido e carbone da mettere nella stufa di casa non se ne trovava. Una mattina uscendo di casa per andare a scuola mi resi conto che la pianta che stava al di là della strada davanti a casa mia non c’era più, o meglio era rimasto una sorta di mozzicone di fusto a dimostrare che la robinia, legno buono, legno duro, era stata tagliata di notte.
    Il Comune affisse manifesti nei quali si avvisano i milanesi che tagliare le piante era un reato grave che poteva essere punito con la prigione., ma il freddo era talmente forte, quell’anno, che chi tagliava quelle piante preferiva rischiare la galera piuttosto che morire di freddo in casa.
    E così, giorno dopo giorno, le piante della via sparirono una dopo l’altra, così come erano spariti anche i gatti, che qualcuno diceva fossero buoni come i conigli. Alla fine della guerra in quella strada non c’era più un albero, i gatti erano spariti e anche i grossi topi non si vedevano più: tutto era finito nelle padelle degli affamati.
    Sui muri della città apparvero dei manifesti che rappresentavano un viso d’uomo con il dito indice appoggiato alla bocca che, recitava il manifesto, chiaramente invitava a non parlare. La frase in bianco a carattere cubitali era infatti “Taci, il nemico ti ascolta”.
    In pochi mesi dall’inizio della guerra la città era cambiata, nel senso che erano cambiati i suoi abitanti e le case e le strade. Per segnalare i rifugi dove fuggire in caso di attacco aereo tutte le case erano state cosparse di scritte con tanto di freccia che indicava “Rifugio anti-aereo”, così che chi passava poteva, in caso di attacco, entrare da quelle aperture per cercare di salvarsi la pelle. Se guardavi alle finestre delle case vedevi che i vetri erano oscurati e pieni di nastri isolanti attaccati sopra, perché anche se la casa non veniva colpita lo spostamento d’aria di bombe cadute vicino avrebbero potuto mandarli in frantumie con quei nastri adesivi si sperava di preservare il vetro.
    Ma la città non era cambiata solo come tale, ma anche, se non specialmente, nei suoi abitanti: non si sentivano più risate, nemmeno si vedevano visi sorridenti o gente che fischiettava un motivo, niente, la gente recitava benissimo la guerra.
    Dove abitavo io la città terminava, poche case ancora, abbastanza sparse e poi la campagna fino al dazio di Sesto SG. Il dazio…eggià perché ogni città aveva la sua dogana, che si chiamava dazio, ad ogni ingresso stradale. Anche Milano aveva il dazio, tu arrivavi e quello con la divisa usciva “niente da dichiarare?” e se avevi merci che il Comune considerava da sottoporre alla tassazione daziaria, dovevi entrare nel suo gabbiotto e pagare il dovuto.
    Davanti a casa mia c’era la scuola elementare Aldo Sette.

    Sono nato il 10 giugno del 1940, il giorno che l’Italia è entrata in guerra contro la Francia e l’Inghilterra.
    Era una bella giornata di sole e faceva caldo come è giusto che sia nel mese di giugno a Milano e noi ragazzini giocavamo sulla terrazza della casa così come facevamo tutti i giorni dopo la scuola quando, dalla radio di casa mia che stava proprio sopra la terrazza, arrivò chiara e forte la voce di Mussolini
    Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Donne e uomini d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!
    Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria: L’ora delle decisioni irrevocabili.
    La dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna.
    Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso ostacolato l’esistenza medesima del popolo italiano.



    La radio ci portò anche la voce del popolo schierato in piazza Venezia che si levava altissima a sommergere le parole di Mussolini tanto che a malapena riuscimmo a sentire la conclusione del discorso. Sembrava un giorno come gli altri e invece era l’inizio di un’avventura che sarebbe durata cinque anni, un avventura nella quale la Morte, la Fame e la Paura sarebbero state le interpreti principali della mia vita, o meglio dire, della nostra vita, ma le parole del Duce, gli applausi e le urla del popolo, lo fecero diventare un giorno speciale e noi cinque bambini, presi da una sorta di frenesia per la novità che ci avrebbe poi sconvolto le esistenze (ma questo non potevamo ancora saperlo), ci mettemmo a correre in tondo sul terrazzo gridando “la guerra la guerra”, come fosse un gioco nuovo che avremmo potuto giocare.


    (continua)

  2. #2
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    Predefinito Re: Memorie di vita vissuta

    Malinconia

    Ci sono dei momenti in cui tutto mi sembra stupido, anzi, addirittura inutile. Ti alzi dal letto e cominci a rimbalzare in un mondo di gente che come te si dibatte per guadagnare qualche cent nella scommessa della vita. Non riesci a trovare il tempo nemmeno per fare qualcosa di meglio che non rincorrere la colazione che già sei immerso nello sbattimento per realizzare la cena. La tua giornata è quasi sempre così stressante che non ti riesce nemmeno di godere di quelle piccole cose che potrebbero dare un minimo significato alla vita: parlare con tua moglie, o anche semplicemente stare seduto accanto a lei anche senza dire una parola, discutere magari di politica con un amico, leggere un libro ascoltando buona musica, perché alla sera sei così stravolto che la tua testa cade pesante sul primo sostegno che trova. La mattina dopo tutto ricomincia, corri per la colazione, arranchi per la cena, sempre avvinghiato allo stesso nastro trasportatore. Tutti i giorni, meno la domenica, quando finalmente te ne stai stravaccato su un divano, con la testa che automaticamente percorre i tragitti che dovrai ripercorre la mattina dopo. Un giorno dopo l’altro la vita se ne va: dicono le parole della bella canzone di Luigi Tenco, e così, coltivando speranze che quasi mai si realizzeranno, tracciando progetti che quasi mai avranno vita, ti ritrovi tutto a un tratto vecchio, stanco, ma soprattutto deluso da tutto quello cha hai vissutp, e questo perché, guardandoti indietro, rivedendo con gli occhi della mente il film del tuo passato, sei costretto a convenire che tutto è stato inutile: una vita buttata nel niente.
    Si certo, hai avuto dei figli, bravi-onesti-perbene, come forse gli hai insegnato ad essere. Hai avuto una brava moglie, una compagna fedele che hai molto amato e che ancora ami come fosse il primo giorno e che quasi certamente ha amato te con uguale intensità, hai parenti che ti vogliono bene e che tu ugualmente ami, brave nuore, bei nipoti ma alla fine a cosa ti è servito vivere se non a vederti scorrere le ore tra le dita occupandole in faccende che non hanno nessun significato?
    Qualcuno si meraviglia quando dico queste cose, ma come-mi dicono-cosa avresti voluto di più dalla vita? Hai avuto dei bei figli, bravi, e ora dei bei nipoti che proseguiranno ……..Proseguiranno cosa? Chiedo, e allora nessuna risposta arriva. Hai avuto figli, ora hai anche nipoti…..un animale da riproduzione: è questa la vita? L’essenza della vita? Non far morire la specie, riprodursi, riprodursi…..ma?!

    Una maratona, questa è la mia immagine della vita, una maratona perfino crudele, che si comincia in tanti, che ci si conosce correndo, che ci si vuole anche bene a volte, e poi mano a mano che si corre qualcuno non c’è più, ma non perché è rimasto indietro, proprio sparisce, inghiottito da quel mistero che mette fine alla vita, e così ci si ritrova sempre in meno, sempre più soli e allora sono i ricordi a camminare con te, sono i visi di chi hai amato e che ora non puoi più vedere, toccare, abbracciare, e così ti assale, di tanto in tanto, il desiderio fisicamente doloroso, di poter risentire la voce di tua madre, di tuo padre, magari di poterli vedere, toccare…

    Malinconia, ecco, la grande struggente profonda malinconia che ti assale. E allora scendi le scale a chiocciola, vai a cercare tua moglie, e senza parlare l’abbracci forte e lei ti guarda stupita perché non capisce cosa stai facendo, cosa ti passa per la testa. Poi ti guarda negli occhi e capisce, perché lei ti capisce sempre.

    Arcano è tutto………….

    Arcano è tutto
    Fuor che il nostro dolor.
    Negletta prole
    Nascemmo al pianto.
    Nostra vita a che val?
    solo a spregiarla.

    Ci sono dei momenti in cui mi sembra di essere Lee Masters che ritorna a Spoon River, va sulla collina dove è il cimitero e si chiede:-
    -Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
    l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?
    Tutti, tutti, dormono su questa collina.

    Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizze,
    la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice?
    Tutte, tutte, dormono sulla collina.

    La morte di un’amica, quella di un uomo che stava intorno alla mia vita, mi hanno fatto sorgere la stessa domanda:-

    -dove sono tutti quelli che ho conosciuto, che ho frequentato nella mia vita?
    Dove sono Claudio, Giorgio, Iride, Giancarlo, Alba, Lorenzo, Pinuccia, Franco, Pia, Laura?
    Tutti, tutte, dormono in qualche cimitero...

    Alla lunga fila di persone che mi hanno accompagnato per un tratto nella maratona della vita devo aggiungere mia madre, mio padre, gli zii, i parenti: tutti, tutti dormono in qualche cimitero.
    E’ così che le mie labbra mormorano quella rima del Leopardi “Arcano è tutto/ fuorché il nostro dolor” e mi chiedo perché deve essere così. Perché questo dolore deve accompagnare chiunque per tutta la strada dell’esistenza? Perché nasciamo se non c’è nessun fine apparente? Per riprodursi, così come sostiene qualcuno?

    Mi dicono che in questi casi la fede aiuta: a fare cosa? A non vedere? A non pensare? A credere nella vita eterna? Se un Dio esiste ed è stato Lui a crearci, io non credo che ci sia molto da sperare. Crearci per metterci in un “Arcano tutto/fuorchè il nostro dolor” è perfino malvagio. E allora un Dio malvagio, può domani darci quello che chi ha fede pensa di poter avere? Domande che nascono solo la notte……e anche quando si arriva alla fine della vita

    Ma forse tutto questo è solo un gioco, un gioco nel quale noi che ci crediamo esistenti siamo in realtà solo proiezioni, ombre che si consumano nel corso degli anni. Una specie di Nintendo cosmico, insomma: apparenza.


    IL BAULE DEI RICORDI


    E’ come aprire un baule di quelli che in certi film stanno in soffitta sommersi dalla polvere, bauli da dove escono lettere fotografie ingiallite dal tempo. Ti ritrovi così a rivivere momenti che non hai mai veramente dimenticato ma che ti sembrano tanto lontani da arrivare a farti pensare che appartengano ad un altri che non a te. La prima volta che ho visto Parigi, per esempio, mi colpirono le bancarelle di fiori che riempivano place de la Republique e allora uno si chiede se è normale, come vai a Parigi una città piena di storia di monumenti di arte e tu che ricordo metti nel baule? Le fioraie di place de la Republique, la loro voce gentile, il loro parlare quasi cantato. Sarà normale?

    Tanti anni di vita hanno riempito il mio baule dei ricordi. Sono tutti là, coperti dalla polvere del tempo ma ancora vivi, immagini che sembrano di un’altra epoca, scritti, appunti di situazioni, frasi di un diario che tenevo da ragazzo, poesie che ho che mi hanno colpito….
    I miei ricordi sono la testimonianza del tempo che ho avuto la fortuna di vivere, non sono certo residui del passato ma momenti di vita, che fanno nascere nostalgie, rammarico, rimorsi.
    Capita, cercando nel baule dei ricordi, di trovare situazioni che ti accendono un sorriso, oppure che ti commuovono o che ti inteneriscono: momenti belli, momenti tristi, momenti importanti; momenti drammatici, anche.
    Giunto quasi al termine del mio percorso terreno mi è venuto il desiderio di aprirlo, questo baule, di aprirlo e di guardarci dentro, di prendere in mano quelle vecchie testimonianze piene di polvere, ma ancora vive, ancora presenti, anche se un po’ sbiadite, nella mia mente e raccontarle, soprattutto a me stesso.

    I ricordi della mia vita altro non sono che la mia storia, vissuta attraversando tragedie, nazionali, mondiali, come la guerra per esempio, ma anche attraversando momenti di amore, il primo amore, specialmente, quello che il poeta vuole non si socrdi mai. E momenti tristi come sono stati la perdita della mamma, del papà e di altre persone che ho amato.



    La mia vita, i miei ricordi
    Ultima modifica di cireno; 20-07-15 alle 06:51

  3. #3
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    Predefinito Re: Memorie di vita vissuta

    In verità noi due maschietti la guerra la conoscevamo, cioè ci giocavamo spesso, il battipanni era un mitragliatore e una sedia messa per terra un carro armato che sparava dai due cannoni che erano le sue gambe superiori. Ma la guerra vera la conoscemmo la sera stessa, quando mia mamma mi svegliò intorno alla una “Enrico Enrico svegliati, dobbiamo andare in rifugio, sono suonate le sirene dell’allarme, muoviti, sbrigati”. Non ricordavo della dichiarazione di guerra e quindi non capii perché mia mamma mi aveva svegliata e vestito in qualche modo con tanta fretta.
    Il rifugio antiaereo altro non era che la cantina, cioè il corridoio delle cantine. Mio padre diceva io non scendo perché se ci cade una bomba addosso la casa diventerà un cumulo di macerie e noi sotto, in cantina, in trappola come topi: meglio stare fuori, diceva convinto, difficile che una bomba prenda in pieno solo me. In effetti aveva ragione, Milano poi vide centinaia di case fare da tomba a chi si era rifugiato nelle cantine diventate rifugi. Ma, in rifugio, gli altri abitanti della casa ci andavano tutti. C’erano due panche lungo il corridoio, e ci si sedeva là, in attesa che suonasse la sirena del cessato allarme. Quella sera vennero, lo si seppe il giorno dopo, quattro aerei francesi che sganciarono una dozzina di bombe a casaccio e poi se ne tornarono a cuccia: ci furono due morti, i primi morti della guerra a Milano.
    Ecco, la guerra era cominciata così.


    Per Freud nell’uomo la pulsione dell’aggressività e della distruzione ha la stessa importanza di quella amorosa, sessuale o di conservazione della specie. Ma in quella guerra l’aggressività degli uomini non fu certo il motivo principale: interessi di mercato, conquista di spazi vitali per allargare le proprie zone di influenza, furono le principali ragioni che spinsero Hitler scatenare le sue armate in Europa.
    Però c’erano anche altri motivi: la fine della prima guerra mondiale mise la Germania in ginocchio. La pace di Versailles, con le condizioni durissime che i vincitori avevano posto alla Germania sconfitta, la costrinse a pagare forti danni di guerra e a rinunciare a tutta una serie di suoi territori. La società tedesca era in crisi pesante, svalutazione e disoccupazione la travolgevano, e il popolo ricorreva a manifestazioni di ogni genere: scioperi e piccole sommosse che percorrevano le strade delle città tedesche ogni giorno che Dio mandava sulla terra, per manifestare il proprio disagio, tanto che nel 1923 sembrava addirittura arrivato il momento di una vera rivoluzione che avrebbe portato il comunismo al potere. Fu per questo timore che la grande borghesia tedesca si rivolse a quei partiti che promettevano ordine e disciplina, e questa scelta portò lentamente all’affermazione del partito nazista che, nelle intenzione del grande capitale, sarebbe dovuto essere l’ostacolo insormontabile per il comunismo.

    Tutto il mondo in quel periodo era in subbuglio. In Italia gli scioperi e le manifestazioni popolari si susseguivano senza soluzione di continuità. Il fascismo nacque nel nostro Paese sulla spinta e con l’appoggio della grande borghesia agraria e anche del capitalismo più ricco. In Francia si arrivò perfino all’occupazione delle fabbriche da parte dei dipendenti, in Spagna, più tardi ma come conseguenza, esplose la guerra civile con l’affermazione del fascismo franchista, sempre appoggiato dal capitale. E anche il resto del mondo, Usa in testa dove la grande recessione del ’29 già era alle porte, viveva sotto la cappa della recessione e della miseria sociale. Poi c’era il problema delle colonie, nella gran parte nelle mani della Gran Bretagna, che con i loro movimenti di protesta indipendentista, destava grandi preoccupazioni agli inglesi.

    Quando Hitler prese il potere il grande capitalismo che governava di fatto le potenze occidentali ritenne di poterlo sfruttare come possibile distruttore del comunismo dell’Urss. Fu per questa sola ragione che le potenze occidentali assistettero senza muovere un dito al massacro di civili che le truppe e l’aviazione nazi-fascista fecero in Spagna per appoggiare Francisco Franco nella guerra del 1936, guerra scatenata dalle truppe fasciste spagnole per abbattere il governo socialista democraticamente eletto dal popolo spagnolo. E sempre per la stessa ragione Francia e Gran Bretagna, con l’accordo americano, regalarono nel 1938 la Cecoslovacchia a Hitler. Si resero conto, Francia e Gran Bretagna, della stupidità della loro strategia quando Hitler firmò il trattato di non aggressione con l’Urss nell’agosto del 1939.
    Ma anche Stalin fu ingannato da Hitler. Il dittatore russo infatti credeva davvero che Hitler avrebbe rispettato il patto di non aggressione e anzi, per dimostrare la propria volontà di credere ai nazisti, distrusse le fortificazioni che erano state costruite sul fronte occidentale, proprio per ostacolare il possibile attacco tedesco. L’esercito sovietico inoltre era assolutamente impreparato alla guerra, vuoi perché l’Urss si era dedicata all’industrializzazione del Paese, vuoi per le epurazioni che Stalin aveva messo in atto per liberarsi da ufficiali comunque legati al vecchio regime zarista.
    Pochi giorni prima dell’accordo siglato con Stalin, Hitler tenne una conferenza segreta al Berghof in cui illustrava l’essenza della sua politica: “Il patto di non aggressione serve solamente per guadagnare tempo, ma alla Russia, signori, succederà esattamente quello che succederà alla Polonia: noi annienteremo l’Unione Sovietica”.
    E difatti così’ avvenne.
    Dopo aver attaccato e occupato la Polonia, la Norvegia, il Belgio, l’Olanda, la Grecia, la Francia, la Jugoslavia, Hitler decise di attaccare l’Urss.
    L’“Operazione Barbarossa”, così era stata chiamata l’invasione dell’Urss dalle gerarchie tedesche, ebbe inizio nel giugno del 1941, e vide impegnati tre milioni e mezzo di soldati tedeschi, armati con 8mila carri armati, 4mila aerei, 47mila pezzi di artiglieria.
    Stalin, si rese conto che l’invasione non era un’esercitazione solo quando le truppe tedesche si erano inoltrate per molti chilometri in territorio russo, e solo allora mobilitò l’Armata Rossa, che però nei primi mesi subì gravissime perdite da parte dell’attrezzatissimo esercito germanico, poi l’esercito rosso iniziò a mettere in atto una seria resistenza: un fatto nuovo nella guerra, la prima volta che i tedeschi venivano impegnati davvero da un esercito che faceva una reale opposizione.
    Usa e Gran Bretagna ritenevano che l’Urss avrebbe potuto resistere al massimo pochi mesi; la loro prospettiva era di sostenere l’Urss con aiuti economici con l’obiettivo di assistere comodamente a una contesa che avrebbe sfiancato entrambe le potenze, per poi raccogliere i frutti. Fu un gigantesco errore di calcolo, politico e militare degli anglo-americani.
    La forza dell’Urss, quello che le permise prima di resistere alla potenza tedesca e poi alla fine di vincere la guerra, è da ricercarsi nella sua economia pianificata, il lascito più importante della Rivoluzione d’Ottobre: intere industrie ed altre infrastrutture venivano smontate e rimontate nella zona est della Russia per sottrarle al nemico. La produzione bellica sovietica riuscì a sovrastare quella tedesca e ad assicurare un costante rifornimento all’armata rossa. Solo nel 1943 i sovietici produssero 130mila pezzi di artiglieria, 24mila carri armati e 29mila aerei, contro i 73mila pezzi di artiglieria, 10mila carri armati e 19mila aerei prodotti dai tedeschi.
    Gli operai nelle fabbriche continuavano a lavorare anche sotto pesanti bombardamenti: sapevano di stare contribuendo alla difesa della Rivoluzione d’Ottobre e alla sconfitta dei nazisti.
    Intanto gli Alleati anglo americani sbarcavano in Normandia, e poi in Sicilia e poi ad Anzio in Italia. Mentre in Sicilia gli alleati combattevano contro 2 divisioni tedesche, l’Armata Rossa ne stava fronteggiando quasi 200. La Germania veniva così lentamente accerchiata e strangolata e alla fine dovette capitolare. Gli inglesi pagarono con 370mila soldati morti, gli Usa con 300mila, e l’Urss con 27 milioni di morti, la gran parte civili. Ma tutto questo lo si seppe dopo la fine della guerra.
    Ultima modifica di cireno; 20-07-15 alle 06:59

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    Predefinito Re: Memorie di vita vissuta

    Il primo giorno di guerra



    Dopo la dichiarazione di guerra venne la prima notte di guerra, e subito, intorno alla una di notte, le sirene d’allarme che segnalavano l’arrivo di aerei nemici, suonarono. Per tre notti, e sempre intorno a quell’ora, le sirene suonarono e per tre notti mia madre mi fece alzare dal letto, vestire in fretta in qualche modo, scendere in rifugio. Poi le sirene non suonarono più per molte settimane.



    Un’altra guerra però imperversava sulla tavola degli italiani: c’erano le tessere annonarie per qualsiasi cosa, il pane, l’olio, lo zucchero. La carne no, veniva data un etto alla settimana solo ai bambini sotto i quattordici anni ma quella che i macellai ti davano non era carne, per lo meno come siamo abituati a vedere la carne oggi, ma qualcosa di assolutamente immangiabile. Sparirono i gatti, a Milano, e stranamente anche i topi. Si mangiava quello che era possibile, una cena abbondante per esempio era formata da una patata americana cotta, solo che difficilmente si trovavano.



    Sono nato che avevo quasi dieci anni, perché di prima di quel giorno in cui Mussolini dichiarò guerra a Francia e Inghilterra non ho dei veri ricordi. Ricordo, vagamente, che mia mamma rimase lontano da casa per molti mesi, a causa di una gravissima intossicazione di benzolo che si era presa lavorando alla Hutchinsons, un’azienda del Gruppo Pirelli dove venivano confezionati degli impermeabili di gomma che a quel tempo si usavano molto. Siccome non si potevano cucire le giunture per confezionare il prodotto queste dovevano essere incollate, quindi si scioglieva la para, o caucciu, con il benzolo per ottenere una specie di colla molto forte, e si facevano le giunte con quella. Il benzolo grezzo sprigiona un gas molto tossico, tanto che nel reparto dove mia mamma lavorava, tranquillamente privo di aeratori, ci furono molti casi di avvelenamento con conseguente anemia perniciosa e anche molte morti.

    Mia mamma fu ricoverata in gravi condizioni all’Ospedale Maggiore di Milano e poi, dopo diversi mesi di trapianti di sangue, inviata in un convalescenziario sulle colline sopra il Lago di Como e siccome mio padre lavorava alla Pirelli quasi sempre con orari notturni e quindi non poteva occuparsi di me, fui portato a vivere da certi miei zii, parenti di mia mamma.

    Lo zio Giuseppe e la zia Cecchina erano due classici personaggi della piccola borghesia milanese. Lui era un funzionario di banca, lei una maestra elementare che non lavorava più dopo aver avuto due figli. Brava gente, ma io quel periodo non lo ricordo se non per il fatto che mi si proibiva di bere acqua durante il pasto: o prima o dopo, dicevo lo zio Giuseppe, perché bere mentre si mangia impedisce la digestione, fa male allo stomaco. Ricordo solo quello, e la gran sete che avevo sempre.


    Il voto in condotta



    Un altro ricordo ancora ben presente è il dramma del voto in condotta che mi davano a scuola, scrivendolo sul diario con obbligo di farlo firmare ai genitori. E si… quello del voto in condotta era davvero un grave problema che non mi riusciva di risolvere.

    Perchè quando io ero piccolo la questione figli, quantomeno nelle famiglie operaie così come era la mia, veniva affrontata in maniera molto diversa da come la si affronta è oggi.
    Non avevano molto tempo da dedicare ai figli, i genitori di allora, la vita era dura e la fatica di viverla non permetteva sdolcinerie di nessun genere. Noi figli dovevamo quindi crescere quasi per nostro conto, inquadrati in poche ma rigide regole familiari: si deve essere a casa almeno mezz’ora prima dell’ora di cena, non si alza la voce quando si parla, non si parla se non si è interrogati, ci si presenta a tavola dopo essersi lavate le mani, non si risponde mai ai grandi, cioè a quelli più vecchi, non si sbatte la bocca quando si mangia, che anzi deve essere tenuta chiusa e pulita con il tovagliolo prima di bere. Poche regole che definivano il tracciato della nostra crescita di figli. Per quello che riguardava me poi c’era il dramma del voto in condotta che al sabato veniva dato a scuola. I voti erano quattro: insufficiente, sufficiente, buono, ottimo e a me toccava sempre, o quasi sempre, il secondo peggior voto: sufficiente. E quando portavo a casa il diario da firmare mio padre, con il viso estremamente serio, mi infliggeva il castigo d’obbligo: niente cinema il giorno dopo.
    La faccenda si svolgeva così: io andavo all’Oratorio dei Salesiani in via Copernico. In quell’oratorio c’era il campo di calcio e il cinema. Per andare da casa mia all’Oratorio dovevo prendere il tram, che costava 50 centesimi. Quindi la domenica mio padre, se avevo preso un buon voto in condotta, mi dava una lira e cinquanta centesimi: 50 centesimi per andare con il tram, cinquanta centesimi per tornare in tram, e cinquanta centesimi per il cinema. Se il voto del sabato era brutto, mi venivano tolti i cinquanta centesimi per il cinema. Avevo quindi una lira da spendere che se avessi preso il tram andare e tornare non mi avrebbe consentito di andare al cinema e nemmeno, figuriamoci, di poter mangiare un gelato che costava 25 centesimi. E allora andavo a piedi da casa all’oratorio e se il film non finiva tardi, tornavo a piedi, così potevo disporre di un cinquantino per il cinema e di un altro per due gelati. Succedeva, qualche volta, che la gola mi obbligasse a mangiare i gelati prima di sapere quando sarebbe finito il film, e allora, se era tardi, dovevo rischiare di prendere il tram dall’esterno. Prendere il tram dall’esterno vuol dire attaccarsi dietro il tram dove c’era una sorta di scalino che serviva al manovratore per raggiungere il troller, cioè il cordone che tiene il trapezio che, appoggiandosi in alto ai fili della tensione, porta la corrente elettrica necessaria al tram per muoversi. Però attaccarsi al tram non sempre era possibile, perché molti altri ragazzi adottavano spesso lo stesso sistema per cui a volte ti trovavi a non poter salire in quel posto gratuito perché già occupato da altri, e questo era un problema grave perché mi impediva di stare nella regola di arrivare a casa almeno mezz’ora prima della cena. E allora a piedi, ma di corsa, quindi arrivavo a casa trafelato, sudato e magari anche sporco di terra che non tutte le strade erano allora asfaltate.


    I prigionieri



    Il sabato pomeriggio c’era l’adunata dei piccoli fascisti. Obbligatoria, l’adunata e anche la divisa da balilla o da figlio della lupa a seconda dell’età. Si andava scuola ma invece di entrare in classe per studiare ci si “radunava” nel cortile della scuola, i balilla da una parte, i balilla moschettieri dall’altra e i figli della lupa ancora da un’altra. In un diverso cortile si radunavano le ragazze, divise in piccole italiane e in giovani italiane.
    Io ero un balilla moschettiere e per questo mi davo una certa importanza perché, a differenza dei semplici balilla che marciavano a mani libere, noi balilla moschettieri avevamo grandi guanti di una specie di tela cerata che li facevano assomigliare a quelli che portavano i quattro moschettieri di Dumas, guanti che arrivavano sopra il polso, poi le giberne porta munizioni che si incrociavano sul petto e infine il moschetto. Cioè, il moschetto era solo finto, era di legno, ma noi balilla moschettieri marciavamo quasi fossimo già pronti alla guerra.
    Guerra che c’era ormai da oltre un anno, visto che eravamo nel settembre del 1941. Un sabato pomeriggio, dopo la solita marcia con fucilino di legno, fummo lasciati liberi di tornare a casa. Ma non ci andammo, non subito voglio dire. Un compagno di classe che abitava al Villaggio dei Giornalisti ci aveva informato che nel parco della Maggiolina erano stati rinchiusi alcuni prigionieri russi.
    Bisogna qui soffermarsi un attimo per spiegare cosa significava, per noi ragazzini cresciuti con la propaganda fascista che ci martellava la testa, essere “russi”. La Russia era il bolscevismo, il bolscevismo era il terrore, e in conseguenza di ciò i prigionieri russi dovevano per forza essere soggetti da vedere: chissà cosa ci avrebbe riservato la loro vista.
    La Maggiolina era un Night per ricchi milanesi. Era in quella zona di belle ville chiamata “Villaggio dei Giornalisti” ed era circondata da un parco.
    Ci demmo appuntamento, in cinque o sei, subito dopo essere andati a casa per toglierci la divisa da balilla e vestire abiti normali. Eccoci finalmente tutti cinque o sei davanti alla scuola. La Maggiolina era a circa trecento metri e in pochi minuti ci arrivammo. Il parco dava sulla strada e c’era solo una rete alta circa tre metri come divisione. Non c’era nessuno, nel parco. Restammo davanti a quella rete per una decina di minuti poi, piuttosto delusi, pensammo di andarcene a giocare in uno dei prati che abbondavano in quella zona di Milano. Ma ecco che spuntano, dalle piante del parco sette o otto uomini. Tornammo indietro velocemente e ci rimettemmo dove eravamo prima, davanti alla rete.

    Fu una visione folgorante. Sei o sette ragazzoni alti e biondi si avvicinarono alla rete, qualcuno sorrideva, cioè sorrideva a noi bambini che eravamo lì impietriti a guardarli. Ma come, pensammo tutti, sarebbero questi i”russi”? Ma che russi sono? Sono come noi, hanno viso e occhi e capelli come noi? Ma sono così i bolscevichi?
    Tornammo verso casa piuttosto scioccati. Eravamo molto perplessi, in effetti ci aspettavamo di vedere i bolscevichi così come ce li eravamo immaginati, diversi dalla gente normale, forse addirittura delle specie di mostri magari con bocche piene di denti, visi deformi, che ne so…..
    Fummo davvero molto delusi dal constatare che i bolscevichi erano invece uomini come gli altri. E la delusione fu davvero così grande che ancora oggi, dopo decine e decine di anni, quel giorno me lo ricordo nettamente e mi viene ancora da sorridere sulla nostra ingenuità
    Ultima modifica di cireno; 20-07-15 alle 16:03

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    Predefinito Re: Memorie di vita vissuta

    Citazione Originariamente Scritto da cireno Visualizza Messaggio
    Io ero un balilla moschettiere e per questo mi davo una certa importanza perché, a differenza dei semplici balilla che marciavano a mani libere, noi balilla moschettieri avevamo grandi guanti di una specie di tela cerata che li facevano assomigliare a quelli che portavano i quattro moschettieri di Dumas, guanti che arrivavano sopra il polso, poi le giberne porta munizioni che si incrociavano sul petto e infine il moschetto.
    Dài Cireno, già allora dovevi essere bellissimo - e dillo perdiana, non fare l'ombretto sdegnoso del Missisipi, non fare il ritroso ma diccelo qui
    Ultima modifica di Rom; 20-07-15 alle 19:42
    Storia diversa per gente normale
    storia comune per gente speciale

  6. #6
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    UNPA



    UNPA stava per Unione Nazionale Protezione Antiaerea, ed era un servizio civile sottoposto al Ministero della Guerra, che avrebbe dovuto svolgere un ruolo di protezione della società civile dagli attacchi aerei nemici. Per protezione dagli attacchi aerei si intendevano tutta una serie di azioni per rendere difficile ai piloti nemici di vedere dove colpire e alla popolazione di potersi difendere.
    Il ragionier Galli era il nostro capofabbricato incaricato dall’UNPA. Era un uomo mite, grassottello, impiegato in Comune all’Ufficio Matrimoni. La prima cosa che chiese alle sei famiglie della casa fu l’assoluto rispetto delle disposizioni sull’oscuramento. Appena il sole scende all’orizzonte-aveva scritto su un foglio scritto a mano e distribuito a tutte le famiglie- si devono chiudere gli scuri delle finestre, inoltre le lampadine di casa devono essere azzurrate con apposita carta blu così come carta blu deve essere messa sui vetri delle finestre. Altre indicazioni erano per le sirene di allarme, che avevano suoni distinti a seconda del pericolo: suono leggero e frammentato, pericolo generico; suono lungo e greve, pericolo imminente. Il suono di pericolo generico chiedeva di stare all’erta, di alzarsi dal letto se si dormiva, di vestirsi. Il suono di allarme vero e proprio ci diceva di scendere immediatamente in rifugio.

    Il rifugio altro non era che il corridoio delle cantine, dove erano state messe delle panche per sedersi, e una damigianetta d’acqua potabile per qualsiasi evenienza. Al muro un armadietto con bende, acqua ossigenata, lacci emostatici di gomma, sali per rianimazione.
    Il corridoio della cantina aveva due aperture, una era la normale scala che scendeva dalle abitazioni, l’altra, che recava sopra la scritta “uscita di soccorso”, era stata costruita con mattoni rossi colorati di bianco e consentiva l’uscita nel cortile della casa di una persona per volta. Il motivo di questa uscita di soccorso, obbligatoria per legge, era chiaro: se un bombardamento avesse colpito la casa e questa fosse crollata sopra il rifugio, come era possibile, avere due uscite avrebbe consentito doppia possibilità di salvezza per gli abitanti intrappolati sotto le macerie della casa.
    Con il capofabbricato UNPA non si poteva scherzare, lui aveva il comando della casa i suoi ordini erano legge. Il ragionier Galli era un uomo mite, come detto, ma come incaricato UNPA si dimostrò un duro. Salvo quando in uno dei tanti bombardamenti su Milano, una notte che molte bombe caddero sulla Pirelli che in linea d’aria era distante circa trecento metri, cioè quasi niente per le bombe alleate, il ragionier Galli, sbalzato dalla panca dove sedeva a causa del grande spostamento d’aria che attraversò la cantina, pardon il rifugio, dovuto proprio alla violenta esplosione delle bombe cadute vicino, svenne. Eravamo cinque bambini, tre o quattro donne, alcuni uomini e l’unico che svenne fu lui, il capofabbricato delegato UNPA. Lo rianimarono spremendogli del limone in bocca e facendogli annusare dell’ammoniaca. Non avevo mai visto una persona svenuta e ricordo che invece di spaventarmi mi venne da ridere, tanto che mia madre mi diede uno scappellotto gigante.

    LA GUERRA IN RUSSIA

    Quando Mussolini dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna sembrò che i tedeschi potessero chiudere la partita in poco tempo e proprio per questa ragione il Duce pensò di potersi sedere al tavolo della pace per poter avere la sua parte di bottino ma, come sappiamo, fece male i suoi calcoli.
    L’errore che cambiò le sorti del conflitto però lo commise Hitler, con la sua paranoia del comunismo sovietico quando attaccò, come già scritto, un Urss assolutamente impreparata alla guerra
    Dopo ave occupato la Francia, la Polonia, il Belgio, l’Olanda e la Norvegia e la Grecia, così come la Jugoslavia, Hitler rivolse la sua attenzione all’Urss: oltre tre milioni di uomini e ottomila carri armati attaccarono l’Unione Sovietica. Le truppe tedesche subito dopo aver passato la frontiera non incontrarono praticamente resistenza e quello poche truppe sovietiche che tentarono di opporsi furono spazzate via con pesanti perdite. Ma Hitler non aveva fatto conto dell’amor patrio dei russi e con la determinazione di Stalin.
    La Russia è un paese gigantesco, come anche Napoleone a suo tempo dovette rendersi conto, e per Stalin fu abbastanza facile smontare le fabbriche sotto pericolo di distruzione da parte dei tedeschi per rimontarle nei pressi degli Urali. Nello spazio di pochissimo tempo la produzione sovietica di armi divenne gigantesca e le truppe comuniste cominciarono a opporre una dura resistenza ai tedeschi e quindi a respingerli con una certa efficacia.
    Ma la riscossa sovietica iniziò realmente con la battaglia di Leningrado, oggi san Pietroburgo. Questa città russa fu assediata per 900 giorni dalle truppe tedesche e non cedette neppure un metro malgrado i furiosi bombardamenti; la stessa cosa accadde a Stalingrado, teatro di drammatici combattimenti durati quasi un anno, battaglia che si concluse con la distruzione della 6° armata tedesca, però il colpo decisivo ai tedeschi, quello che rivoltò completamente le sorti della guerra, si realizzò a Kursk nel 1943, quando le truppe russe riuscirono a distruggere buona parte delle armate tedesche che vi erano arrivate nel corso della loro strepitosa avanzata iniziale.
    Il disastro della Germania nazista è nato in Urss.



    La fame



    La guerra non era un gioco, come noi bambini avevamo creduto quel 10 giugno 1940 quando sentimmo Mussolini alla radio, tutt’altro. La prima cosa che imparammo, la sera stessa della dichiarazione di guerra, fu il doversi alzare dal letto in piena notte per andare in cantina che poi veniva definita rifugio in quanto era questo il termine obbligato per legge: non erano più cantine, le cantine, ma rifugi, alzare dal letto perché i nemici venivano con i loro aerei carichi di bombe a bombardare. Nemici non era un termine sconosciuto, a quel tempo, la propaganda fascista ci aveva convinto che l’Italia fosse circondata da nemici, definiti dal linguaggio fascista come demoplutocrazie giudaico massoniche, quelle stesse che avevano costretto mia mamma e mio padre a donare le loro fedi nuziali alla Patria
    L’oro alla Patria fu una della tante manifestazione demagogiche del regime fascista per dimostrare al mondo che il popolo italiano era unito alla politica del Duce. In un freddo giorno del dicembre 1935 gli italiani donarono al regime le loro fedi nuziali ma non solo, anche braccialetti, collane ecc. per un totale di quasi 40mila chilogrammi di oro e 100mila di argento. Per il fascismo fu una rivincita sulle sanzioni volute dalla Società delle Nazioni che avevano colpito l’Italia per la guerra che il regime aveva scatenato in Etiopia. Questa giornata dell’oro alla Patria fu poi definito come “il sacrificio dei poveri” perché questo fu a tutti gli effetti. Ha scritto un giornalista dopo la fine della guerra :-Mussolini, stimolato dalle "inique sanzioni" e pronto a far scattare l'autarchia, alimenta il mito dell'italianità e dell'autosufficienza. Un anello per la grandezza d'Italia, nei piatti poca carne e molte castagne, e sui muri i fatidici slogan firmati Mussolini: quelli che il tempo, il ridicolo e la sconfitta cancelleranno” e mai parole furono più vere.
    Sapevamo quindi dei nemici che volevano ucciderci con le loro bombe ma non immaginavamo della fame che la guerra ci avrebbe fatto conoscere con estrema durezza.
    Tutto quello che era cibo, tabacco, condimenti, caffè ecc. subito dopo l’entrata in guerra sparì immediatamente dai banchi dei negozi e tutto quello che prima era normale acquistare, venne contingentato e razionato attraverso le tessere annonarie. Da un libro dell’immediato dopoguerra traggo questa tabella delle razioni alimentari giornaliere

    67 grammi di pasta o riso (quello che c’era)
    9,3 grammi di carne suina
    6,6 grammi di salumi
    5,8 grammi di formaggi
    3,3, grammi di fagioli
    3,3 grammi di patate
    3,3, grammi di olio
    6,6, grammi di burro
    6,6 grammi di sale
    200 grammi di pane.
    3,3 grammi di zucchero

    Il che voleva dire che un adulto poteva mangiare 63 grammi di carne una volta la settimana, sempre ammesso che la carne, tessere o no, si riuscisse a trovarla. Frutta e verdura diventano oggetti di valore e nessuno riesce a trovarne.
    Ma anche queste razioni con il passare del tempo diventano quasi sempre dei semplici desideri. Nel 1943 il Comando Tedesco in Italia requisisce praticamente tutti il bestiame che poteva essere macellato, bovini, suini, ovini, che anche l'esercito tedesco cominciava ad avere pesanti problemi di vettovagliamento: la popolazione italiana conobbe così una fame ancora più violenta

  7. #7
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    Auschwitz

    Ne La notte di Elie Wiesel, dove l’autore, deportato giovanissimo, ricorda l’impiccagione di un bambino, “l’angelo dagli occhi tristi” nel lager nazista, si legge: “Più di mezz’ora restò così a lottare tra la vita e la morte agonizzando sotto i nostri occhi e i deportati del campo si chiedevano: dov’è il buon Dio? Dov’è? Dov’è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:-Dov’è? Eccolo, è appeso lì a quella forca” sostenendo la tesi di un Dio che soffre in noi e con noi.
    Ma perché tanto dolore a creature che non hanno commesso alcun peccato? Si dice che sul letto di morte il sacerdote e teologo Romano Guardini abbia detto, rivolgendosi a un amico: “Nel giorno del giudizio risponderò alle domande che Dio mi rivolgerà ma io stesso gli porrò delle domande, anzi una sola domanda “perché la sofferenza degli innocenti?”
    Il filosofo Hans Jonas ne ”Il concetto di Dio dopo Auschwitz” sostiene la necessità di ripensare il concetto di Dio, quello ereditato da una tradizione bi-millenaria, dopo “una notte senza alba” come fu Auschwitz. Dopo l’assenza divina dovremmo infatti necessariamente rinunciare a uno dei tre attributi classici di Dio “bontà infinita, onnipotenza, comprensione da parte dell’essere umano”
    Auschwitz è stato il trionfo del Male e per molti pensatori, anche credenti, l’assenza di Dio o, peggio, la sua sconfitta. Però se viviamo, un perché ci deve essere. Non possiamo pensare di essere qui, su questa microscopica scialuppa che si chiama Terra, fluttuanti in un universo inimmaginabile, così, per “un puro capriccio del caso”, come qualcuno vorrebbe, o peggio come creature sottoposte alla crudeltà del Signore del Male. Non possiamo pensare che tutto ciò che è intorno a noi possa essere nato senza una ragione: sarebbe la spiegazione più negativamente banale. Dunque, un motivo ci deve essere, e questo dovrebbe valere anche per chi non vuole credere, nonostante tutto, all’esistenza di Dio.
    Oppure dobbiamo pensare, come ha detto l’astronoma Margaret Geller, che “Non c’è nessun scopo e nessun motivo. E’ solo un sistema fisico e niente altro, quindi perché dovrebbe avere uno scopo?” Con tutto il rispetto per la signora Geller, lascio a lei la sua convinzione. anche se magari potrebbe avere ragione
    Nel Catechismo di Ginevra, redatto e pubblicato da Calvino nel 1542, alla domanda “Quelle est la principale fin de la vie humaine?” (qual è il fine principale della vita umana), si risponde ”Per conoscere Dio”.
    Nel Catechismo cattolico di maggiore diffusione, alla medesima domanda, la risposta è: ”Siamo sulla terra per conoscere Dio, amarlo, servirlo e prepararci la strada per il paradiso”. (sembra la stessa convinzione che muove i musulmani..)
    In un convegno svoltosi a Londra, in una sala della Middlesex University, al quale ha partecipato anche il Dalai Lama, ad un certo momento Peter Ng di Singapore, uno dei presenti al convegno, che dirige a Singapore il Centro di Meditazione Cristiana ha detto, rivolgendosi con una domanda al Dalai Lama: “Nell’ottica cristiana, lo scopo della vita spirituale, il nostro destino, è di partecipare all’essere di Dio. Per noi la via è Gesù. Il comandamento supremo, cioè il valore grazie al quale seguiamo Gesù, è la via dell’amore.” Quindi, per la teologia cristiana, noi saremmo sulla terra “per conoscere Dio”, o “per prepararci la strada del paradiso”, e per farci guidare da Gesù verso questa meta. E Auschwitz cosa è stato allora? Un passaggio sul cammino della conoscenza di Dio?

    Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell'aria. La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l'indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l'abdicazione dell'intelletto o del senso morale davanti al principio d'autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un'idea. (Primo Levi)
    Parole indimenticabili.
    La follia nazista volle questo campo di sterminio. Questo primo mattatoio fu creato nel 1940 e aveva il compito preciso di eliminare prigionieri di guerra sovietici e intellettuali comunisti di ogni paese. Nel 1941 in un luogo molto vicino ad Auschwitz i nazisti resero operativo il campo di Birkenau, un enorme Vernichtungslage che poteva ospitare oltre 100.000 prigionieri. Vi funzionavano quattro forni crematori che lavoravano giorno e notte e nei quali furono sterminati quasi due milioni di persone, la gran parte di religione ebraica.

    Nessuno sapeva niente di questi campi di sterminio. Solo dopo la guerra se ne venne a conoscenza.


    Dio


    Ci sono interrogativi che nascono con noi, domande che fanno parte del nostro essere, e che ci accompagnano per tutta la nostra esistenza. Alcuni sono legati al nostro desiderio di conoscere, per cui le risposte diventano mattoni per l’edificio della nostra cultura. Altri sono legati al senso della vita, al perché viviamo e dove andremo dopo questa breve esperienza terrena, ma l’interrogativo più angoscioso è quello sull’esistenza di Dio. Chi ha creato tutto quello che vediamo? E perché? Esiste un creatore oppure tutto è opera del caso? È giusto pensare a Dio? Altrimenti che è tutto questo, che senso ha? Sono evidentemente domande di spessore diverso dalle prime, perché un conto è misurarsi con il problema dell’esistenza di Dio, che non si vede e che possiamo accettare per istinto, per fede, e perfino anche, qualche rara volta, per logica o deduzione, un altro conto è conoscere quello che l’uomo ha pensato, scritto, elaborato, scoperto nel corso della sua esistenza su questi interrogativi.
    Cercare risposte alle domande sul senso della vita e sull’esistenza di Dio è come guardare in un abisso di cui non si scorge il fondo: la paura dell’ignoto, atavica nell’uomo, diventa sgomento davanti a ciò che non può vedere, toccare, identificare, condizione che origina, secondo Kierkegaard, quell’angoscia esistenziale che è la causa principale delle tante forme di nevrosi di cui soffre l’umanità. Un famoso psicanalista americano ha detto al proposito che “la depressione è il male del genere umano che nasce dall’impossibilità di dare un significato alla disperante inutilità di una vita che passa veloce e finisce, senza che l’uomo riesca a comprendere nemmeno perché è nato”.
    Ci sono naturalmente anche persone che non si pongono domande, evitano i dubbi e lasciano che i giorni trascorrano come olio su un tavolo di marmo inclinato. Costoro riescono a vivere di poche e spesso superficiali certezze, senza rendersi conto di galleggiare in un limbo di niente. Altri ancora pensano che la vita debba essere solo un veloce passaggio fatto da lavoro e godimento materiale. Sono figli di Voltaire, che scrisse “lavoriamo senza pensare a niente, perché è l’unico modo per sopportare la vita”.


    Ecco un versetto che mi lascia perplesso


    26 E Dio disse: "Facciamo l`uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra".
    27 Dio creò l`uomo a sua immagine;
    a immagine di Dio lo creò;
    maschio e femmina li creò.

    Questo versetto del primo Libro dell’Antico Testamento mi lascia da sempre perplesso, come ho scritto. Qui non si tratta di essere dissacranti o addirittura blasfemi, ma solo di essere logici. Capisco che il soggetto è difficile da affrontare, che molti se e molti ma potrebbero esserci infilati, ma insomma a me queste parole della Genesi fanno sorgere una domanda, che forse a qualcuno potrebbe sembrare perfino banale ma che io considero invece importante:-


    -ma se Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza e noi siamo stati capaci, nel corso dei millenni, di ammazzarci l’un l’altro ad ogni minima occasione e soprattutto di rovinare la bellissima Terra dove siamo stati messi ad abitare, con tutti i possibili veleni nell’aria, nell’acqua e nella terra, il Dio al quale noi assomigliamo, che Dio è?

    Se assomigliando a Dio(fatti a sua immagine somiglianza) noi siamo stati capaci di mettere insieme tutto quello che abbiamo fatto nel corso della nostra storia di umani, non è che forse anche Dio qualche…difettino lo deve avere? Ci hanno insegnato che no, Dio è solo bontà e amore. E che Dio non può avere difetti. E allora? A questo punto le risposte possono essere solo tre: o quella creazione a somiglianza di Dio è solo un’invenzione oppure quel Dio che ci ha creato non è così buono e amorevole come ci viene detto e quindi si tratterebbe di un diverso Dio, oppure, ancora, non esiste nessun Dio e l’Uomo è semplicemente frutto del caso o magari un essere alieno alla Terra venuta da altri mondi.

    Se la creazione è solo un’invenzione religiosa, qui siamo per forza nel campo dei se, allora non c’è motivo di dubitare della bontà di Dio: noi non gli assomigliamo e basta.
    Se invece la creazione non è un’invenzione ma noi siamo veramente stati creati da un Dio creatore, allora si deve dedurre che quel Dio, non essendo così buono e amorevole, è un altro genere di Dio, molto simile all’essere umano con tutti i suoi difetti. E qui, visto cosa sanno fare gli uomini,comincio a pensare che questa ipotesi potrebbe anche stare in piedi.
    Se, ultima ipotesi, non esistesse alcun Dio, né del Bene né del Male e noi siamo semplicemente frutto del Caso o addirittura veniamo da altre galassie allora la mia perplessità aumenta. Il Caso? Può il caso arrivare a creare tutto quello che vediamo? Uno scienziato americano Premio Nobel ( mi sembra per la fisica) ebbe a dire che sarebbe stato più possibile che uno tremendo uragano con la sua violenza, riuscisse a montare cento aerei custoditi in pezzi in un magazzino ipotetico, che non che l’Universo potesse essere frutto del Caso. Certo che anche un Premio Nobel può essere religioso o avere un’opinione particolare ma io stesso, anche se non ho mai preso nessun Nobel, mi trovo a disagio a pensare a un’intero universo creato così, per una strana combinazione di …..di cosa?
    E qui un’altra domanda mi corre appresso: e se fosse un gioco? E se l’Universo, così grande, così infinito, fosse in realtà solo “apparenza” e tutto facesse parte di un gioco che, qualcuno-chi??, sta giocando? Oppure potrebbe essere un’esperimento, immerso in una dimensione di apparenze che ci fanno sembrare VERO quello che magari non esiste?
    Del resto, che senso ha la vita, a pensarci bene? Nasciamo per morire e moriamo per lasciare il posto ad altri che dovranno nascere per morire a loro volta, e così sempre, in un futuro che non si sa bene a cosa porti, ma specialmente perché.
    Non c’è logica in una cosa che non ha una logica, perché se non si vede qual è il fine, l’obiettivo di questo nascere/morire/nascere/morire, non ha nessuna logica comprensibile per cui è giusto pensare ad un “esperimento” oppure a un gioco, magari centrato su una scommessa: riusciranno gli umani a distruggere se stessi distruggendo la Terra che li ospita?
    Vista la carta della Terra fotografata dal satellite, oggi sui quotidiani, nella quale si evidenziano le zone colpite dall’inquinamento atmosferico per l’incuria e la idiozia degli uomini, sembrerebbe che chi ha scommesso di si, chi ha puntato sulla sicura distruzione prossima distruzione della Terra e di conseguenza del genere umano, stia vincendo la partita.
    E noi, noi soggetti, attori del gioco, del possibile esperimento, cosa diciamo noi davanti a questo possibile disastro che l’occhio freddo e imparziale del satellite ci ha fatto vedere? Nulla, non diciamo niente. Noi continuiamo tranquillamente nel nostro insensato gioco al massacro della nostra Casa. Le auto inquinano? Ebbene comperiamole più grosse, più potenti, più pesanti così inquineranno di più. Abbiamo bisogno di energia per mantenere il nostro insensato standard di vita? Bruciamo petrolio, e magari carbone (costa meno ma inquina di più) in quantità maggiore. E i motori a idrogeno, quelli alternativi a energia elettrica e benzina, l’ampliamento della rete di distribuzione del metano o del GPL, cioè di energia a basso tasso di inquinamento? Ma dai, chi se ne frega, la scienza domani troverà il modo di curare i malanni della nostra spensieratezza. E se non fosse così? Ma va, ci mancherebbe…la scienza ha sempre risolto tutto, altrimenti come avremmo potuto avere tutto questo progresso…..
    Progresso? Dio mio, anche qui sorgono domande banalmente ovvie: progresso, ma quale progresso? E forse un progresso per l’umanità essere diventati oltre sei miliardi di individui, cinque dei quali non hanno cibo a sufficienza? E’ forse un progresso essere arrivati alla desertificazione di sempre maggiori zone del pianeta? Allo sfaldamento dei ghiacciai dei Poli, e all’inquinamento di quelli delle grandi catene alpine e montuose in genere? E’ un progresso la sparizione di cinquanta specie vegetali e di 3 specie animali al giorno dal teatro della vita terrena? E’ un progresso aver inventato le macchine per produrre e adesso non sapere come far mangiare gli uomini che una volta stavano al posto delle macchine, e nemmeno sapere così a chi vendere quello che queste macchine producono? E tutte queste malattie nuove, questi nuovi virus, queste sempre latenti epidemie sono figlie del progresso?
    Certamente, il progresso c’è e si vede: viviamo più a lungo, non abbiamo più i geloni sui piedi e sulle mani per il freddo in inverno, ci spostiamo velocemente se lo vogliamo. Viviamo più a lungo, certamente, ma siamo sicuri di vivere meglio?
    E soprattutto: siamo sicuri che i nostri figli, i nostri nipoti riusciranno a vivere più a lungo e meglio di noi? E senza geloni sui piedi e sulle mani in inverno?




    Il Diavolo



    Quella mattina l’atmosfera era irreale. Oddio, a Milano siamo abituati alla nebbia ma quella che aleggiava sulla città quando sono sceso in strada per andare a scuola, l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze natalizie che erano state anticipate di una settimana per mancanza di carbone e quindi per l’impossibilità di scaldare le aule, non era la solita nebbia. Era una nebbia densa, che rilasciava un odore acre che faceva bruciare naso e gola, e lacrimare gli occhi. Arrivato alla porta della scuola non trovai nessuno, cioè dove di solito c’erano ragazzi che entravano, quella mattina c’era il vuoto. In cima alla scala mi venne incontro il bidello

    -niente scuola oggi, vai a casa
    -come mai?
    -ma non senti che non si può respirare? stamane all’alba hanno colpito un treno, a Greco, e una cisterna carica di chimica ha preso fuoco. Il preside ha fatto mettere un cartello-non l’hai visto sul cancello?-dove si dice che oggi la scuola non apre per problemi sanitari.
    Hanno colpito un treno, chi? Non c’è stato nessun allarme, nessun bombardamento, quindi, chi è stato mai? Quando?
    -questa notte, due aerei isolati hanno sganciato bombe sulla Stazione Centrale e su quelle di Greco e di Lambrate. A Greco c’è stato il disastro della cisterna.
    -ma non è suonata nessuna sirena!
    -che ne so, forse dormivano. Vai a casa.
    Ma a casa non c’era nessuno, i miei erano al lavoro e io a casa che avrei fatto? Decisi di andare a Greco, a vedere la cisterna colpita.
    La cisterna fumava, un fumo giallastro, ma non bruciava più. C’era gente, tanta gente intorno al disastro e anch’io mi avvicinai. Non c’era niente da vedere, una cisterna ferroviaria bruciata non mi dava grande interesse e pensai di tornare a casa. Poi quell’assembramento a un cinquantina di metri, vicino alla base del pilone di cemento del ponte che in altro attraversa i binari della ferrovia. Vado a vedere. Tanta gente, mi faccio largo e arrivo al macabro spettacolo: due, anzi tre corpi bruciati, che sembravano di catrame, per terra. Un uomo, i resti di un uomo, a due metri una donna che aveva stretto a se, ormai un tutt’uno per il fuoco che li aveva saldati insieme, un corpicino piccolo piccolo. Una mamma con il bambino, mi disse una donna con le lacrime agli occhi. Li conosceva?-chiesi. No, forse sono zingari, forse senza casa che dormivano qui sotto il ponte, chi lo sa.
    La mamma, perché quella era la mamma, in un disperato tentativo di difendere il piccolo se l’era stretto a sé. Un gesto dettato dall’istinto materno di protezione del suo piccolo, l’ultimo respiro esalato insieme.
    Chi sa dove vanno i piccoli quando muoiono?-pensai mentre mi dirigevo verso casa. Ero abituato ai morti per strada, alle distruzioni, al sangue delle ferite, ma non avevo mai visto dei corpi bruciati.
    La notte il diavolo comparve vicino al mio letto. Io dormivo in una stanza da solo e quella notte portavo con me la vista di quei tre corpi bruciati. Inconsciamente li avevo somatizzati, e quindi devo, oggi, pensare che l’origine dell’incubo siano state quelle immagini. Comunque sia a un certo momento della notte mi svegliai di soprassalto per il forte odore di zolfo che mi investiva. Aperti gli occhi il diavolo era di fianco al mio letto. Era il diavolo classico, con il viso rosso, il ghigno feroce, le fiamme che lo avvolgevano. Mi guardava e rideva, rideva ma non con un riso amichevole, ma duro, cattivo, minaccioso. La visione mi svegliò completamente, l’odore di zolfo mi impediva di respirare, il cuore mi usciva dal petto. Mi misi a urlare, a urlare con quanto fiato avevo in gola. Volevo scendere dal letto e scappare via ma non ce la faceva, ero immobilizzato, contratto, rigido. A un certo momento con un grande sforzo riuscii a alzarmi e passando in mezzo all’immagine del diavolo corsi, sempre urlando, nella stanza dei miei. Mia mamma intanto si era seduta sul suo letto e quando mi vide arrivare non capì altro che non che avevo avuto un incubo. Mi fece entrare nel suo letto, vicino a lei. Tremavo come una foglia ma l’abbraccio di mia mamma mi calmò e lentamente riuscii a riaddormentarmi.
    La mattina mio padre volle sapere cosa mi era successo e al mio racconto, il diavolo, le fiamme, l’odore forte di zolfo debbo dire che lo vidi molto perplesso, comunque dopo un rapido consulto con mia madre fu deciso che sarebbe stato giusto portarmi dal prete per una benedizione: vedere il diavolo non è roba di tutti i giorni. E così dopo qualche giorno eccomi in chiesa, davanti a don Sandrino completamente vestito con dei colori viola che non gli avevo mai visto il quale, prima di procedere alla benedizione, mi chiese di spiegargli com’era questo diavolo che avevo visto, gli raccontani e lui mi ascoltava con molto interesse, dopo di che mi asperse con l’acqua benedetta.
    Devi pregare, mi disse, il diavolo si tiene lontano con la preghiera.
    Il diavolo, ma esiste davvero il diavolo?
    La guerra intanto mi già fatto conoscere una situazione che non entrava certo nel mio mondo di bambino: la morte, e ora ecco quest’altra avventura con il diavolo che mi appare vicino al letto a portarmi in un mondo di domande: il diavolo, perché esiste il diavolo? E che vuole dagli uomini?
    Imparai più tardi, vivendo, che il diavolo si chiama Male, e che abita in ogni luogo.

  8. #8
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    Predefinito Re: Memorie di vita vissuta

    Esplorazioni

    Quando da piccolo, cinque-sei anni, Paolina, la nipotina della portinaia, volle vedere come io ero differente da lei sotto le mutande, non ricordo di aver provato sentimenti di pudore o di vergogna: ho tirato giù i miei calzoncini corti e gli ho fatto vedere quello che lei desiderava vedere. Ricordo che lo toccò delicatamente con due dita e tutto finì lì, anche perché di come fosse fatta lei non mi interessava proprio per niente e così non le chiesi di farmi vedere la sua differenza: di quella storia è rimasto solo questo lontano ricordo.
    Diversa fu la stessa faccenda quando avevo undici o dodici anni e a chiedermi quello che mi aveva chiesto Paolina anni prima fu un’altra compagna di giochi: Candiduccia.
    Nella casa dove abitavano i miei eravamo quattro famiglie che avevano cinque figli: due maschi, io e Camillo, e tre femmine, Candiduccia, Lina, Tiziana. La casa aveva una terrazza dove si giocava quando era bel tempo, così che non si andava per strada come facevano tutti i bambini della zona, e aveva anche una sala giochi. Oddio, magari per quello che era il titolo di sala giochi poteva anche essere eccessivo, era solo un grande locale, un tavolo rotondo con tappeto verde incorporato, un ping pong, alcune sedie, un calcio balilla, ma per noi ragazzini era il paradiso terrestre.
    Un pomeriggio eravamo nella sala giochi solo in tre, Candiduccia, Lina e io, che Camillo e Tiziana, fratello e sorella, erano andati non ricordo dove. A un certo momento Candiduccia mi chiede di vedere il mio pisello, e me lo chiede esplicitamente “mi fai vedere come sei fatto?” La mia risposta fu che anche loro avrebbero dovuto farmi vedere le loro intimità e mentre Lina si scherniva fu Candiduccia, che subito aveva accettato lo scambio “io guardo te e tu guardi me” a convincerla. Lina accettò, ma a una condizione: che me l’avrebbe fatta vedere dalla sedia che stava a non meno di tre metri da tavolo di ping pong dove si sarebbe messa e che non mi sarei potuto muovere. Dissi “si va bene” e mi sedetti su quella sedia, lei salì sul ping pong, si sdraio, aprì le gambe e mi mostro una fessurina rosa che, così da lontano, mi sembrò una cosetta piccola piccola: non fu una grande emozione.
    Candiduccia fu più audace: chiese che fossi io ad andare sul tavolo del ping pong e quando fui là e sbottonati i pantaloncini esposi il mio arnese(ino) e lei lo volle venire vicino agli occhi, per guardarlo bene e senza nemmeno chiedermi si poteva, lo prese tra le dita e lo strizzò.
    Ahi, esclamai, ma che fai!
    Credevo si dovesse stringere, da qualche parte avevo sentito dire che agli uomini piace che la donna lo stringa forte.
    Be, vai a stringere quello di Camillo, quando lo vedi, il mio lascialo perdere…
    Vabbè, come sei delicato, mamma mia……..
    Ma la cosa non poteva finire così, infatti Candiduccia pretese che anche io guardassi il suo tesoretto, e senza tante storie si mise sul tavolo, allargò le gambe, spostò le mutandine e
    -avvicinati, così ci vedi bene
    Mi avvicinai con la testa, e da meno di trenta centimetri restai una ventina di secondi a guardare. Dentro di me sentivo una strana, mai provata prima, sensazione. Poi alla fine Candiduccia ricompose le mutandine, saltò giù dal tavolo e
    -voi maschietti siete brutti, in quelle parti, noi siamo molto meglio, vuoi mettere? E con una risata squillante come solo lei sapeva fare, chiuse il momento delle esplorazioni e andò a parlare con Lina che, dal canto suo, stava in fondo alla stanza, vicino al tavolo rotondo, con un’aria piuttosto imbarazzata.
    Dopo quel pomeriggio nella sala giochi il mio rapporto con Candiduccia cambiò, lei non era più una semplice amica come da sempre ma la prima donna di cui mi sia mai innamorato.
    Fu un amore che si interruppe con la guerra che obbligò i milanesi che potevano farlo a sfuggire dalle bombe che cadevano su Milano andando a vivere in qualche pesino di campagna: lei andò sul lago Maggiore con i suoi e io andai a Villanova d’Arda dai cugini di mia mamma che avevano una grande fattoria agricola. Quasi quattro anni di separazione e quando, alla fine della guerra, tornati a Milano ci rincontrammo eravamo davvero cambiati: lei era ormai una signorina e io un imbranato sedicenne lungo lungo magro magro. Ma non era questa la cosa più importante, Candiduccia era diventata ancora più carina e il mio amore per lei non se ne era mai andato. Ma i miei sogni d’amore caddero quando Candiduccia mi confessò di essersi innamorata di un certo Carlo che aveva conosciuto sul Lago, mi fece orgogliosamente vedere la sua fotografia e mi disse che aveva 23 anni e che le aveva promesso che l’avrebbe sposata. Mi disse tutto ciò come si fa con fratello e io mi chiesi come poteva, una donna (si fa per dire) che mi aveva guardato e toccato il pisello e mi aveva anche costretto a guardare la sua femminilità, a dimenticare quei momenti di assoluta intimità e parlarmi adesso come se fra noi niente fosse accaduto
    Candiduccia si sposò qualche anno dopo e andò a vivere sul lago; seppi poi che aveva avuto tre figli.
    Quella fu la prima delusione dell’a mia vita, delusione d’amore intendo, una lezione che mi convinse, e poi la vita non fece altro che darmi ragione, di come le donne, nelle faccende amorose, siano molto, molto meno sentimentali dei maschi, altro che sesso debole, altro che fragilità femminile…..

    Il primo grande bombardamento di Milano

    Quel sabato ero al cinema. Non c’era la solita adunata dei balilla moschettieri, non ricordo il perché, e così con due amici me ne andai al cinema Istria a vedere L’assedio dell’Alcazar, un film sulla guerra civile spagnola.
    Non erano nemmeno le 18 quando le luci del cinema si accesero e il film si interruppe, qualcuno venne in sala gridando che fuori era iniziato un bombardamento sulla città. Si sentivano i rumori della bombe, infatti, e di corsa ci avviammo verso l’uscita. Il cinema Istria si chiamava così perché era situato nei pressi di piazzale Istria, e la mia casa era a circa trecento metri. Usciti dal cinema lo spettacolo che mi si presentò assomigliava alla scena di un film di guerra. Il cielo era oscurato dal fumo ma anche rosso per gli incendi, un carro, a quattro ruote di gomma come quelle delle macchine, correva trascinato da un cavallo impazzito, certamente spaventato dalle bombe, senza che nessun conducente fosse sopra a guidarlo. Alzai la testa e sopra di me a un’altezza di non più di trecento metri un grande quadrimotore inglese stava sorvolando la città rilasciando bombe che sarebbero cadute ben più avanti di dove mi trovavo per l’inerzia dovuta alla velocità dell’aereo. Comunque spaventato mi rifugia sotto un portone, dove c’erano già altre persone.
    Dopo gli attacchi seguiti alla dichiarazione di guerra e che si ripeterono per quasi tutto il 1940, attacchi più di disturbo che non per recare danni, Milano visse un anno, l’intero 1941, di pace: mai un aereo alleato venne a bombardare e così riprendemmo a dormire le notti per intero. Questo attacco colse di sorpresa tutta la popolazione, ma anche chi avrebbe dovuto dare l’allarme, che infatti suonò proprio mentre le bombe cadevano. Ci furono molti morti e molte distruzioni, gli inglesi bombardavano con bombe dirompenti alternandole a quelle incendiari, e così Milano bruciò in molte sue parti.
    L’attacco durò circa dieci, forse quindici minuti, poi gli aerei si allontanarono. Uscimmo dal portone e mi avviai di corsa verso casa ma non feci in tempo a percorrere cento metri che un nuovo attacco ci arrivò sulla testa, altre bombe, altri incendi. Cinque aerei da caccia italiani si alzarono in volo e mi sembra di ricordare che riuscirono ad abbattere uno dei bombardieri, ma nonostante questa difesa della nostra aviazione, gli inglesi riuscirono a sganciare molte bombe sulla città
    In qualche modo (c’era una gran confusione sulle strade) arrivai a casa, dove trovai i miei ovviamente molto preoccupati per la mia assenza. Ma la giornata non era finita: non erano nemmeno le 23 quando le sirene dell’allarme suonarono ancora e dopo pochi minuti altre bombe caddero su Milano. Una colpì anche un muro del carcere di san Vittore e da lì scapparono molti prigionieri.
    La mattina dopo era domenica e verso le dieci, insieme ai miei due soliti amici di scuola, andammo a vedere cosa era successo. La scena era tragica: incendi in ogni parte, molte case distrutte sul grande viale, ambulanze, agenti civili con il bracciale dell’UNPA. Il fumo degli incendi aveva praticamente oscurato il sole e quindi l’atmosfera era grigia, così come grigi e tetri apparivano i volti della persone che camminavano per la strada. Al ritorno ci dirigemmo verso la zona degli stabilimenti e per accorciare la strada passammo per i prati di via Marcellina e fu lì che trovammo la donna morta. Stava sdraiata per terra, su un fianco, con la testa appoggiata al braccio destro, e noi pensammo che dormisse ma quando sotto di lei notammo la grande chiazza di sangue rappreso ci rendemmo conto che era ferita. Sulla strada vedemmo passare due vigili del fuoco in bicicletta e allora, gridando a piena voce, li fermammo. Vennero da noi, girarono la donna e poi uno disse “che volete che facciamo? È morta”.
    Avrà avuto forse 40 anni, la fede al dito. Magari suo marito era al fronte a combattere. Magari aveva figli che l’aspettavano a casa. Quella visione ci sconvolse e io tornai a casa affranto, come un grande dolore nel cuore. Non potevo immaginare cosa avrei visto negli anni che stavano arrivando, ma quella donna morta nel prato dove andavamo a giocare è un ricordo incancellabile.

    Il disastro del Don

    L’Italia fascista non era assolutamente preparata alla guerra, a nessun tipo di guerra, di conquista o di difesa che fosse, in Africa o in Russia o nei mari eppure, per espressa volontà di Mussolini che forse confidava nella forza dell’alleato tedesco per coprire la debolezza italiana, in guerra gli italiani ci dovettero andare. E quando Hitler nel giugno del 1941 diede inizio all’Operazione Barbarossa, vale a dire all’invasione della Russia, Mussolini insistette per inviare un Corpo d’Armata italiano, composto da circa 60.000 uomini, al comando del generale Messe.
    In agosto i soldati italiani presero parte ai primi veri e propri combattimenti che impegnarono in particolar modo la divisione Pasubio che dette ottima prova di sé, anche se il problema dell'impreparazione si manifestava in modo sempre più insistente. Il Csir dimostrò immediatamente di non essere all'altezza della situazione sia come qualità che come quantità di armamenti e mezzi trasporto: i carri armati erano inadeguati, l'artiglieria, come riferisce la Storia Ufficiale del Corpo di spedizione, era preda bellica austro-ungarica della prima guerra mondiale e i cannoni erano già veterani della guerra italo-turca.
    Le truppe tedesche però avanzavano in territorio russo perché i sovietici, presi alla sprovvista dall’invasione tedesca che non si aspettavano dopo che i ministri degli esteri tedesco e russo avevano firmato poco tempo prima un patto di non aggressione, opponevano una resistenza molto debole. Ma il territorio russo è vastissimo e Stalin confidava sul generale Inverno che sarebbe arrivato di lì a poco a rallentare la forza tedesca e anziché ingaggiare combattimenti con i tedeschi faceva ritirare le sue truppe lentamente, tanto che i soldati tedeschi arrivarono quasi alle porte di Mosca.
    Le truppe italiane intanto, nonostante la loro impreparazione, la scarsità perfino degli armamenti, erano arrivate a conquistare buona parte del bacino industriale del Don. Il generale Messe, nel frattempo inviava continui rapporti a Roma sulla situazione disastrosa delle truppe che non avevano più viveri, mancavano di scarpe adeguate ed erano logorati completamente nel fisico e sosteneva che nessun'altra azione era possibile fintanto che non si fosse risolto il problema logistico. Ma la principale preoccupazione di Mussolini continuava ad essere l’aiuto da offrire all'alleato e fremeva per spedire altri contingenti in Russia. All'inizio di dicembre il gelo insopportabile impose la sosta di tutte le truppe e i reparti tedeschi abbandonarono l'idea di conquistare Mosca entro la fine dell'anno.
    E infatti Mussolini nel febbraio del 1942 decise di inviare altre truppe in Russia. Il 2 giugno 1942 Messe, ricevuto a colloquio da Mussolini, ribadisce ancora con forza e per l'ennesima volta i suoi cattivi presagi sulle sorti della guerra per come era la preparazione e l’equipaggiamento dei nostri soldati. Ma Mussolini non volle sentire ragioni "Caro Messe" - replicò Mussolini - "al tavolo della pace peseranno assai più i 200 mila dell'Armata che i 60 mila del Csir” Così il 9 luglio del 1942 arrivarono in Russia altre unità italiane, ugualmente male equipaggiate e organizzate, al comando del generale Italia Gariboldi: il nuovo Corpo d’Armata si chiamerà ARMIR
    Nel settembre 1942 comincia la lunga battaglia di Stalingrado: i tedeschi stringono d'assedio la città, ma dopo circa un mese si trovano accerchiati dalla controffensiva sovietica. Lo schieramento italiano si estendeva lungo il Don per ben trecento chilometri; proseguiva, alla sua sinistra, una sottile linea ungherese lunga duecento chilometri e a destra un'armata romena, quindi c'erano armate tedesche fino a Stalingrado. L'incredibile lunghezza dello schieramento andava a scapito della sua robustezza: esso era infatti troppo sottile e totalmente sfornito di rincalzi.
    Le truppe sovietiche invece, numerose e imponenti, erano tutte ammassate contro i punti deboli del fronte, cioè contro il settore rumeno e contro le divisioni Ravenna e Cosseria di fanteria italiana. Il 16 dicembre, dopo alcuni giorni di intensi bombardamenti di logoramento, i russi sferrarono l'attacco decisivo. Le due divisioni italiane, con 47 carri armati, 132 pezzi d'artiglieria, 114 cannoni controcarro, resistettero per quattro giorni ai colpi di dieci divisioni di fanteria motorizzata e di due reggimenti corazzati forniti di 754 carri armati, 810 pezzi d'artiglieria, 300 cannoni controcarro e le terribili Katiuscie, razzi multipli piazzati su autocarri. Inoltre i MIG, i famosi caccia sovietici, attaccavano di continuo dall'alto ed in tutto effettuarono 4177 sortite a volo radente: di aerei italiani neanche l'ombra. Si aggiunga la disperata condizione fisica in cui versavano i singoli soldati italiani, che non avevano un equipaggiamento adatto a quel clima. Il secondo corpo d'Armata fu così completamente annientato e altre divisioni, arretrando precipitosamente, riuscirono a creare una linea di difesa alcuni chilometri più a sud. Gli obiettivi dei sovietici erano la città di Karkov, il bacino industriale del Donetz e l'accerchiamento da nord dei tedeschi sul Don che supportavano la 6a armata che assediava Stalingrado
    .
    Il 18 dicembre del 1943, in un incontro al vertice in Germania, Ciano prospetta l'eventualità di un armistizio con l'Urss, ma Hitler rifiuta. Il 19 dicembre del '43, nella valle del Don, viene dato alle truppe italiane l'ordine di ripiegamento: inizia la drammatica ritirata dell'Armir. A metà gennaio avvenne sul Don lo sfondamento definitivo e anche il corpo d'armata alpino e la divisione Vicenza, ultimi baluardi italiani ancora praticamente intatti, si sfasciarono. Ma dovettero aspettare a lungo fermi nelle loro posizioni perché l'ordine di ripiegamento, che doveva provenire direttamente dagli alti comandi tedeschi, tardava. Il 26 gennaio, in piena ritirata, a Nikolajewka ci fu una sanguinosa battaglia per lo sfondamento dell'ultimo sbarramento sovietico che doveva impedire alle truppe italiane di potersi ritirare: in quei die giorni morirono dai quattro ai seimila soldati. Il ruolo maggiore lo svolse la Tridentina con non pochi aiuti da parte della Julia, Cuneense e Vicenza. Gli italiani riuscirono a penetrare attraverso le difese russe, dopodiché, fino alla metà di marzo, momento della partenza per l'Italia, fu un'unica tirata verso la libertà.
    Dell’ARMIR voluto da Mussolini si salvarono 114.485 uomini, 30.000 dei quali feriti o congelati.Mancarono all'appello 84.830 uomini di cui 10.030 furono restituiti dall'Urss dopo la fine della guerra. Il totale delle perdite ammontò a 74.800 uomini, oltre un terzo dei 229.000 uomini che lo componevano.
    Ultima modifica di cireno; 21-07-15 alle 15:30

  9. #9
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    Predefinito Re: Memorie di vita vissuta

    La bomba


    Quella notte non fu diversa dalle altre. A un certo momento, sempre intorno alla una, suonavano le sirene, mia mamma mi chiamava, e si andava in rifugio. Poteva succedere anche due tre volte per notte. Ma quella notte le bombe caddero molto vicine, ci fu un tale spostamento d’aria che tutti noi fummo sbalzati dalle panche dove stavamo seduti e ci ritrovammo, urlanti per lo spavento, per terra, anche uno sopra l’altro. La signora Galli batte così forte la testa che il sangue le inondava il viso bianco di paura. Dopo pochi minuti le sirene suonarono il cessato allarme e ce ne tornammo nelle nostre case.

    La mattina dopo si doveva andare a scuola ma appena uscito di casa mi resi conto che quella non era una mattina come le altre. C’erano molte persone in strada, gente che parlava concitatamente, e la scuola era chiusa: un cartello scritto a matita ci informava che la scuola era chiusa per un grave fatto accaduto e si sarebbe aperta il giorno dopo-
    Un grave fatto accaduto..e cosa sarebbe potuto essere? Erano ormai così tanti i "gravi fatti" che accadevano ogni giorno che quel cartello ci sembrò uno scherzo. Alcuni compagni di scuola dissero di aver sentito che era morta la maestra Giordani, morta nel corso del bombardamento della notte precedente.

    Ma la maestra non abita a Greco, vicino alla ferrovia? Andiamo a vedere. E di corsa ci avviammo verso la sua casa.

    Greco non era lontano, forse quattrocento metri di strada, ma la casa della maestra era ancora più vicina, quasi prospiciente la ferrovia. Come svoltammo per la via Ugolini vedemmo una massa di gente in fondo alla strada. Corremmo verso quella gente e uno spettacolo drammatico ci accolse. La bomba aveva colpito in pieno la casa, che era crollata quasi intermente portando con sè anche parte della casa vicina. Ma questo non era una vista inconsueta per noi di Milano, di case colpite dalle bombe ne vedevamo ogni giorno., nessuna novità, quindi. Ma quella mattina i pompieri e la Croce Rossa stavano estraendo i corpi dalle macerie, e la gente era per questo che se ne stava davanti a quella che fino a ieri era una casa abitata da esseri umani, per vedere da vicino la morte. E fu proprio mentre noi eravamo li a vedere che la maestra Giordani fu portata fuori da tre uomini, le braccia che le penzolavano come fossero due stracci. Il suo viso era quasi intatto ma la testa era solo un grumo di sangue e di calce rossa. Lei, così giovane, così bella, uccisa dalla malvagia inutilità della guerra.

    Alla fine furono 43 i morti estratti dalle rovine: la bomba aveva fatto il suo dovere. Ce ne tornammo verso la scuola senza parlare. Eravamo rimasti per quasi due ore a vedere uomini vivi estrarre uomini, donne anche due bambini, morti perché una maledetta bomba sganciata da un maledetto aereo era caduta proprio lì, sopra quella casa.



    La guerra, questo era la guerra.
    La guerra, la maledetta guerra. Ci era sembrata un gioco qualche mese fa, quando sentimmo la voce di Mussolini dalla radio di casa mia, mentre giocavamo sulla terrazza e ora, eccoci ad assistere a questo spettacolo di morte.
    Quando sei un ragazzo alla morte nemmeno ci pensi, è roba per i vecchi. Trovarsi ora davanti al corpo ciondolante e massacrato della maestra Giordani, con la quale avevamo parlato, perfino scherzato fino a poche ore prima, ci aveva piegato il capo. Perché era morta la maestra? Perché quei bambini, quelle donne, quegli uomini torturati dal cemento caduto loro addosso? Nessuno di moi parlava, ma tutti ci chiedevamo il perchè di questa guerra che non era un gioco.
    Comnciammo a diventare uomini, da quel giorno
    Ultima modifica di cireno; 21-07-15 alle 23:00

  10. #10
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    Predefinito Re: Memorie di vita vissuta

    Il Male: siamo noi Caino


    Faccio un salto di qualche decennio ed eccomi nel 1994: sulla sconnessa Transafricana, che è una lunga strada in terra battuta e cosparsa di sassi che da Isiolo, nell’alto Kenia, arriva a Moyale, cioè al confine con la Somalia, attraverso il deserto di Marsabit, , ebbi la disavventura di rompere il cambio (era sparita la retromarcia) della Mitsubishi Pajero che avevo noleggiato a Nairobi, per cui fui costretto a tornare per centinaia di chilometri fino a Nakuru, dove c’era una officina Mitsubishi. Ci arrivai intorno alle dieci del mattino e subito alcuni operai si misero al lavoro sul mio cambio rotto. Alle dodici suonò una sirena che significava pausa pranzo. Attraverso il cancello uscii alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Uscirono anche gli operai dell’officina e li vidi dirigersi verso delle specie di gabbiotti che stavano in mezzo a un grande viale terroso. Pensai tra me e me vediamo cosa mangiano, magari mi va bene, in quei posti del resto non si può fare tanto gli schizzinosi, altrimenti si sta a casa in poltrona, con la moglie che ti prepara la pasta al pomodoro. Il loro pranzo consisteva in un pezzo di canna di bamboo lungo circa 25 centimetri che veniva pelato per poter mangiare quello che stava all’interno. Fine del pranzo: cinque scellini= 10 lire.

    Questo operai nella gran parte non erano di Nakuru ma venivano dai dintorni, tre-cinque-dieci chilometri, venivano al lavoro a piedi corricchiando alla mattina alle sette e sempre corricchiando tornavano a casa dopo dieci ore di lavoro in officina. Paga quarantamilalire al mese (era l’anno 1994), pranzo della giornata 25 cm. di midollo di midollo di canna di bamboo .
    In Somalia, nello stesso anno, mentre stavo fermo in attesa che i militari togliessero i tappeti di chiodi che mettono di traverso alla strada per fermare e controllare chi passa (ci sono i guerriglieri) tra i tanti bambini che venivano a toccare la mia Mitsubishi, infilavano una mano per suonare il clacson ecc. c’era una bimbetta di una bellezza incredibile, due occhi enormi da cerbiatta, forse aveva 8/9 anni, che voleva vendermi dei semi di zucca confezionati in imbutini di carta di giornale. Io dissi ok, li compro tutti ma ti faccio una fotografia (operazione sempre molto difficile in quelle zone). La bambina si schermiva e si copriva il volto e io insistevo, ed ecco che arriva un uomo che parlava un poco italiano e mi dice “tu compra”. Io risposi che comperavo i semi di zucca, tutti, ma in cambio volevo fare una fotografia a Fatima, che questo era il nome della bimba. L’uomo rispose “no, no tu compera Fatima e porta Italia con te, tu mi dai cinquemila scellini(centomilalire) e porti con te Fatima. La bambina sorrideva, bellissima, e il padre, l’uomo era suo padre, era pronto a vendermela per quei miseri quattro soldi. Diceva di avere altri nove figli da mantenere e che in Italia Fatima sarebbe stata bene. Giuro che l’avrei portata davvero con me.

    Rio de Janeiro, 1991. Mentre salgo per andare nella mia camera dell’hotel XX a Copacabana una bella ragazza mulatta, che avevo già notato sorridente al bar dell’hotel, mi segue in ascensore e con un idioma portoghese-italiano mi dice “ io resto con te per tutti i giorni che tu stai a Rio” Mi spiace, risposi, io non pago donne, non mi piace pagare donne. Risposta no, no io rimango insieme a te faccio da guida e basta e quando parti io torno a mia casa. Si chiamava Lili e aveva 18 anni.

    Potrei continuare a cercare nei ricordi di viaggio e descrivere gli episodi di miseria, di fame, di imbruttimento che mi sono capitati ma non è questo che voglio dire.

    Israele 2003: cento chilometri di muro divisorio in suolo palestinese già edificati, altri trecentocinquanta chilometri saranno fatti. Costo finale dell’operazione circa 500 milioni di dollari salvo imprevisti. L’Unesco ha calcolato che per scavare pozzi in tutta l’Africa e trovare l’acqua che serve alle popolazioni assetate e alle loro coltivazioni basterebbero 350 milioni di dollari.
    Usa 2003: delle famiglie che rimangono senza casa per disoccupazione o altro il 38% non viene sistemato per cui, nella civilissima America, se perdi il tetto sotto cui vivere hai una probabilità su tre di dormire per strada o, se ce la fai, di essere assistito dalle varie associazioni per i poveri. Nel 2002 le famiglie sfrattate e buttate in mezzo alla strada nella sola New York sono state il 40% in più del 1999. Il 20% dei senzatetto lavora ma i soldi dello stipendio non bastano per pagare gli affitti cresciuti del 6% nel corso del 2003. Per contro mister Bush ha ridotto dal 38,6% al 15% l’imposta sui dividendi delle aziende che così hanno visto i loro utili, pur in un momento non certo brillante dell’economia, aumentare di quasi 76 miliardi di dollari negli ultimi sei mesi rispetto allo stesso periodo del 2002. I disoccupati veri negli Usa sono oggi 9 milioni, cioè il 6,4% dei lavoratori (era dal 1994 che non succedeva) , le persone che vivono sotto la soglia di povertà sono calcolate in 40 milioni circa, e questo spiega anche la massa di volontari che si presentano per combattere sotto la bandiera a stelle e strisce ( stipendio medio 1900 dollari al mese in zone di combattimento, più un premio di trasferta variabile).
    Usa 2003: i cinque grandi laghi americani Huron, Ontario, Michigan, Erie, Superior che tutti insieme sono grandi quanto l’Italia, stavano uscendo da una profonda crisi di inquinamento da sostanze tossiche dopo una lunga opera di bonifica iniziata negli anni 80 e continuata sotto Clinton fino a quando mister Bush non vince le elezioni e immediatamente sospende multe e sanzioni agli inquinatori classici promettendo incentivi per il fai da te, vale a dire che le industrie causa del grave inquinamento precedente, dovrebbero pensare a fare pulizia da sole: incredibile! Risultato: tante belle parole e comunicati da parte delle aziende inquinanti, pulizia niente. Titolo di Repubblica donna “ I cinque grandi bacini idrici del Nord America si stanno asciugando. Colpa delle estati sempre più calde ma anche della (non) politica ambientale del presidente Bush.
    Italia 2003: allarme siccità, previsioni dei biometereologi “ sarà sempre peggio negli anni a venire”, programma del governo Berlusconi “ commissione Telekom Serbia- commissione anti magistratura- commissione Mitrokin- preparazione inizio grandi opere pubbliche (Tratto alta velocità- raddoppio Milano Brescia- Ponte sullo Stretto- autostrada Salerno-Reggio Calabria). Sulla necessaria messa in opera, velocissima, di bacini per la raccolta delle acque da distribuire all’agricoltura assetata in caso di nuove crisi di siccità, NIENTE.
    Italia 2003: mentre Usa e Australia non hanno firmato il protocollo di Kyoto nel 1997 che prevede la riduzione del 8% delle emissioni di gas serra entro 2008 l’Italia, come tutti i paesi europei ha firmato per adesione. Risultato italiano: le emissioni sono passate dalle 498 milioni di tonnellate del 1990 alle 531 milioni di tonnellate del 2000: + 5% Evviva!
    Pianeta Terra 2003: in centoquaranta anni la temperatura media del pianeta è aumentata di 0.6 gradi centigradi. Nei prossimi 50 anni la temperatura aumenterà tra i due e i 4 gradi centigradi, quindi catastrofi meteo sempre più numerose e sopravvivenza del sistema terra sempre meno possibile.

    Siamo un mondo che ha fame, cinque persone su sei hanno fame. Un mondo che ha sete, oramai in tutte le sue parti. Un mondo dove un padre può vendere la propria figlia per dar da mangiare agli altri figli, dove una ragazza di 18 anni si vende a uno straniero sconosciuto non per soldi ma per vivere una decina di giorni in buoni alberghi, frequentare buoni ristoranti e così sfuggire per qualche tempo dalla propria condizione di miseria. Un mondo dove c’è gente che mangia meno di una capra, ma in più lavora dieci ore al giorno, un mondo dove invece di capire le ragioni di tutti, parlare e parlare e discutere discutere fino all’esaurimento ma poi trovare una soluzione che rispetti sia Israele che i palestinesi, si costruisce un muro, cioè un ostacolo al dialogo, una roba che costa tanti soldi quanti sarebbero necessari per scovare acqua in Africa, l’acqua che toglierebbe miseria e regresso a milioni di persone, e che invece di pace e sicurezza porterà ancora morte e vendette. E in un mondo come questo un capo di governo, oh dico non un re che ha qualche obbligo di corona del cavolo da rispettare, un capo di governo, cioè uno come me e te che è stato votato per condurre per qualche anno la baracca comune, ebbene questo capo di governo gli si sposa la figlia e dà un ricevimento con diecimila invitati e un altro, sempre capo di governo di altra nazione,gli si sposa il figlio e invita quindicimila persone. E il nostro Cavaliere presente in ambedue le occasioni: ma che bella festa!
    Abbiamo milioni di homeless in America, nella grande America, il centro dell’Impero, gente che non riesce a pagarsi gli affitti che sono diventati un cappio che li strozza, però ci sono persone che per dormire UNA NOTTE in un hotel può spendere anche 10 milioni di lire ma, volendo, potrebbe anche arrivare a spenderne 50, di milioni di lire voglio dire.

    C’è la recessione, la stagnazione, il diotifulmini economico, in Italia dico, ma le aziende italiane nello scorso anno hanno avuto un incremento di 8.8 miliardi di euro negli utili. Cacchio, vuoi che la recessione ci sia solo per me e mia moglie?
    Questo bel mondo, che ruota intorno alle più macroscopiche ingiustizie che chiamano, con un termine deficiente, liberismo mentre è solo e semplicemente schiavismo della peggior specie, del capitale sul lavoratore, dell’uomo ricco che diventa sempre più ricco sul povero che diventa sempre più povero, del potente sul debole, questo mondo di torti subiti e mai riparati, di offese fatte, all’uomo e alla natura, di popoli calpestati nei loro costumi e tradizioni per “portare la democrazia”, questo mondo che si sta surriscaldando per l’effetto serra, per l’incuria e la demenza degli uomini, ma anche per la vergogna di avere, in questi momento, tutti insieme a governare la terra una massa di minorati psicologici, di stupidi al cubo, di incoscienti alla potenza n, questo mondo io dico che è arrivato al capolinea: troppe offese ha subito, troppe offese. La Genesi ci dice che Adamo ed Eva ebbero due figli, Caino e Abele. Caino nel Libro uccise Abele e ne patì le conseguenze. Alla luce di quello che vediamo dobbiamo rileggere il Libro: Caino siamo noi, la terra è Abele.

    A questo ci ha portato quella guerra che ho dovuto vivere da ragazzino? Sono stati quasi 60 milioni i morti in quella guerra e a cosa è servita la loro morte?
    Ultima modifica di cireno; 22-07-15 alle 20:53

 

 
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