alcuni amici del forum mi hanno chiesto di scrivere le mie memorie del periodo fascista, che ho vissuto, e della guerra 1940-1945. Inizio qui queste "memorie" nella speranza che possano soddisfare le curiosità di qualcuno.
Avevo quasi dieci anni quando sono nato
Sono nato il 10 giugno del 1940. Il 18 luglio dello stesso anno avrei compiuto dieci anni.
Nessuna stranezza, io dei miei primi dieci anni di vita non ricordo praticamente niente. Si certo vivevo, nel senso che mangiavo respiravo e perfino parlavo, quando mi permettevano di farlo, ma nessun ricordo di quegli anni si è fissato nella mia mente.
Il 10 giugno del 1940, giorno fatidico per l’Italia, quello della dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra, è stato quindi il primo giorno della mia vita, nel senso che da quel giorno i ricordi mi si sono stampati nella mente.
Mamma
Mia mamma è nata all’inizio del secolo. Sua madre veniva da una località del piacentino divenuta poi famosa per il petrolio ed era considerata la donna più bella del paese. Il cognome originario di mia nonna, di chiara origine ebraica, era stato cambiato nella seconda metà degli anni trenta con un cognome similare italiano. Questa decisione l’aveva presa il nonno o meglio un suo fratello che era un prelato cattolico piuttosto influente nella Curia di Parma. Mia nonna forse non si rese nemmeno conto di quel cambiamento e tutta la famiglia accettò il dato di fatto, una cosa che poi, nel tempo della seconda guerra mondiale, si rivelò utile a evitarle persecuzioni.
La nonna si era sposata a 17 anni, e non aveva avuto tempo di darsi un’istruzione: a diciotto anni partoriva il primo figlio, maschio, e poi nei dodici anni successivi altri sette figli, quattro femmine e quattro maschi in tutto, così che arrivata a trent’anni la sua bellezza si era inevitabilmente sfiorita. Mio nonno, il padre di mia mamma, era dello stesso paese della nonna, si diceva che da giovane fosse una sorta di dongiovanni, ma quando incontrò mia nonna se ne innamorò subito. Lavorava alla stazione ferroviaria del paese, ma quando nacque il settimo figlio e mia nonna cominciò a bere qualche bicchierino di marsala di troppo, fece domanda di trasferimento alle Ferrovie dello Stato e si spostò a Milano: lui, mia nonna e sette figli, che uno era morto investito da un trattore mentre andava in bicicletta su una provinciale.
Mio padre
Nato dieci anni prima di mia mamma, volontario nella guerra di Libia, arma carabinieri, tornato in Italia subito spedito al fronte della prima guerra mondiale, fece parte di quei carabinieri comandati, che impedirono, anche a fucilate, che i nostri soldati si ritirassero a Caporetto, davanti all’assalto austriaco, una ritirata che avrebbe portato l’Italia a una sicura sconfitta. Tornato a casa alla fine del 1918, dopo undici anni di guerre varie, carico di medaglie, di cui una al valore, si trovò davanti un Paese in preda a disordini di ogni genere, e allora, lui, uomo abituato alla disciplina, all’obbedienza alle autorità, a seguire le regole, non potè far altro che sposare fasciste le idee del “socialista” Mussolini. Così divenne fascista, una condizione di cui, alla fine della seconda guerra mondiale, sembrò pentirsi amaramente, pur senza mai confessarlo. Mio padre era figlio di un grande coltivatore di riso, e di una nobile umbra approdata non per caso ma per scelta, nella grande famiglia di mio nonno. Mia nonna ebbe sette figli, quattro femmine e tre maschi, e mio padre era il primogenito. Di lei ho un ricordo preciso: che parlava umbro, cioè italiano, per cui fra gente che parlava in dialetto milanese si sentiva davvero spaesata tanto che a me diceva spesso “Enrico, tu guarda la vita, so’ venuta a vive ‘n mezzo a’ barbari”.
Mamma e papà si sposarono nel 1923 e dopo due anni ebbero un figlio, che sarebbe stato mio fratello se non fosse morto a un anno di età per una meningite fulminante. Io nacqui alcuni anni dopo, e dopo di me nessuno più: i rubinetti di famiglia si erano chiusi.
La strada dove abitavo portava dritto alle grandi fabbriche milanesi: Pirelli, Breda, Marelli, Falck. Era in terra battuta con ai lati due file di piante di robinia. L’inverno del 1941 fu molto rigido e carbone da mettere nella stufa di casa non se ne trovava. Una mattina uscendo di casa per andare a scuola mi resi conto che la pianta che stava al di là della strada davanti a casa mia non c’era più, o meglio era rimasto una sorta di mozzicone di fusto a dimostrare che la robinia, legno buono, legno duro, era stata tagliata di notte.
Il Comune affisse manifesti nei quali si avvisano i milanesi che tagliare le piante era un reato grave che poteva essere punito con la prigione., ma il freddo era talmente forte, quell’anno, che chi tagliava quelle piante preferiva rischiare la galera piuttosto che morire di freddo in casa.
E così, giorno dopo giorno, le piante della via sparirono una dopo l’altra, così come erano spariti anche i gatti, che qualcuno diceva fossero buoni come i conigli. Alla fine della guerra in quella strada non c’era più un albero, i gatti erano spariti e anche i grossi topi non si vedevano più: tutto era finito nelle padelle degli affamati.
Sui muri della città apparvero dei manifesti che rappresentavano un viso d’uomo con il dito indice appoggiato alla bocca che, recitava il manifesto, chiaramente invitava a non parlare. La frase in bianco a carattere cubitali era infatti “Taci, il nemico ti ascolta”.
In pochi mesi dall’inizio della guerra la città era cambiata, nel senso che erano cambiati i suoi abitanti e le case e le strade. Per segnalare i rifugi dove fuggire in caso di attacco aereo tutte le case erano state cosparse di scritte con tanto di freccia che indicava “Rifugio anti-aereo”, così che chi passava poteva, in caso di attacco, entrare da quelle aperture per cercare di salvarsi la pelle. Se guardavi alle finestre delle case vedevi che i vetri erano oscurati e pieni di nastri isolanti attaccati sopra, perché anche se la casa non veniva colpita lo spostamento d’aria di bombe cadute vicino avrebbero potuto mandarli in frantumie con quei nastri adesivi si sperava di preservare il vetro.
Ma la città non era cambiata solo come tale, ma anche, se non specialmente, nei suoi abitanti: non si sentivano più risate, nemmeno si vedevano visi sorridenti o gente che fischiettava un motivo, niente, la gente recitava benissimo la guerra.
Dove abitavo io la città terminava, poche case ancora, abbastanza sparse e poi la campagna fino al dazio di Sesto SG. Il dazio…eggià perché ogni città aveva la sua dogana, che si chiamava dazio, ad ogni ingresso stradale. Anche Milano aveva il dazio, tu arrivavi e quello con la divisa usciva “niente da dichiarare?” e se avevi merci che il Comune considerava da sottoporre alla tassazione daziaria, dovevi entrare nel suo gabbiotto e pagare il dovuto.
Davanti a casa mia c’era la scuola elementare Aldo Sette.
Sono nato il 10 giugno del 1940, il giorno che l’Italia è entrata in guerra contro la Francia e l’Inghilterra.
Era una bella giornata di sole e faceva caldo come è giusto che sia nel mese di giugno a Milano e noi ragazzini giocavamo sulla terrazza della casa così come facevamo tutti i giorni dopo la scuola quando, dalla radio di casa mia che stava proprio sopra la terrazza, arrivò chiara e forte la voce di Mussolini
Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Donne e uomini d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria: L’ora delle decisioni irrevocabili.
La dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso ostacolato l’esistenza medesima del popolo italiano.
La radio ci portò anche la voce del popolo schierato in piazza Venezia che si levava altissima a sommergere le parole di Mussolini tanto che a malapena riuscimmo a sentire la conclusione del discorso. Sembrava un giorno come gli altri e invece era l’inizio di un’avventura che sarebbe durata cinque anni, un avventura nella quale la Morte, la Fame e la Paura sarebbero state le interpreti principali della mia vita, o meglio dire, della nostra vita, ma le parole del Duce, gli applausi e le urla del popolo, lo fecero diventare un giorno speciale e noi cinque bambini, presi da una sorta di frenesia per la novità che ci avrebbe poi sconvolto le esistenze (ma questo non potevamo ancora saperlo), ci mettemmo a correre in tondo sul terrazzo gridando “la guerra la guerra”, come fosse un gioco nuovo che avremmo potuto giocare.
(continua)





