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  1. #1
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    Predefinito I casi in cui “a me mi” è un’espressione corretta

    I casi in cui “a me mi” è un’espressione corretta


    L’espressione è considerata segno classico di ignoranza linguistica. In realtà, si scopre, ci sono momenti in cui è giusta. E appropriata.


    Tratto da Accademia della Crusca











    Parole chiave:
    A ME MI / ACCADEMIA / CRUSCA / MANZONI / FORMA



    Argomenti:
    LETTERATURA











    Una delle prime cose che si impara: “a me mi” è una forma scorretta. Non si dice. È segno di ignoranza linguistica per antonomasia, quasi uno stereotipo. E invece, sfogliando la Crusca (e l’autorevole Alessandro Manzoni) si scopre che non è (sempre) così.

    A me mi: è una forma corretta?

    Risponde la Crusca - «È forse opportuno approfittare di quanto ha scritto Francesco Sabatini sotto il numero uno della sua risposta per spiegare la ragione di quel costrutto che scandalizza molti come un volgare errore di grammatica e che pochi tuttavia riescono ad evitare quando parlano: "A me mi pare...", "A me mi piace..." ecc. Sulla scorta di certe grammatiche i più lo dichiarano grecamente un pleonasmo, cioè uno di quei riempitivi o ridondanze o ripetizioni a cui l'enfasi del parlante si sente trascinata.
    E infatti è in bocca alla vecchia cui Renzo chiede consiglio sulla strada per Gorgonzola che Manzoni, nel cap. XVI dei Promessi Sposi, mette la battuta "A me mi par di sì". A guardar bene, però, non si tratta di una ripetizione, la quale implica identità con l'elemento ripetuto, né di un riempitivo, il quale implica superfluità e inutilità. Qui si avverte bene che il primo pronome, tonico, ha più forza del secondo, atono, quindi ha un valore diverso. È sempre, certo, legato al verbo parere, ma estratto dalla frase e preposto ad essa, come "tema" del prossimo enunciato; equivale dunque a "quanto a me, per quanto ne so io" e quindi contiene maggiore informazione del semplice complemento di termine che lo segue (mi). Per rendere evidente l'analisi della struttura logica e intonativa del tutto, si potrebbe porre una virgola dopo a me, separando il tema dell'enunciato dal suo "rema", ossia dalla sua parte predicativa, che contiene la vera informazione della frase, cioè, nel caso del colloquio tra Renzo e la vecchia, la risposta di questa alla domanda del fuggiasco. Manzoni giunge fino ad assolutizzare il tema, cioè a togliergli la preposizione che lo lega sintatticamente al resto dell'enunciato, mettendo, nel cap. IX, in bocca a Gertrude la maliziosa battuta per il padre guardiano: "Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto". Prima, dunque, di misurare e giudicare tutta la lingua col metro di una grammatica del discorso logico, bisogna pensare che accanto ad essa c'è anche la grammatica del discorso affettivo, ad una grammatica del parlato accanto a quella dello scritto. O meglio, c'è una lingua sola, ma che adempie funzioni comunicative ed espressive diverse, di tutte le quali una grammatica moderna deve render conto, guidando lo scolaro a distinguerle e ad usarle nei contesti opportuni.»


    I casi in cui ?a me mi? è un?espressione corretta | Linkiesta.it






  2. #2
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    Predefinito Re: I casi in cui “a me mi” è un’espressione corretta

    Un cantante promettente Franco Fanigliulo, spezzino, nel 1979 porto' a Sanremo la canzone "a me mi piace vivere alla grande"

    https://www.youtube.com/watch?v=1yj4by3a6IA

    nella canzone diceva " ho un nano nel cervello, un ictus celebrale" e questa è stata la causa della sua morte a soli 45 anni

  3. #3
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    Predefinito Re: I casi in cui “a me mi” è un’espressione corretta

    Pensavo di ricordarmelo solo io, grande Candido.
    Con un decreto speciale / è stata abolita la lingua del mio paese / sostituita da una nuova / tutto quello che finora avevo scritto / si considera non tradotto.

  4. #4
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    Predefinito Re: I casi in cui “a me mi” è un’espressione corretta

    Citazione Originariamente Scritto da dedelind Visualizza Messaggio
    I casi in cui “a me mi” è un’espressione corretta


    L’espressione è considerata segno classico di ignoranza linguistica. In realtà, si scopre, ci sono momenti in cui è giusta. E appropriata.


    Tratto da Accademia della Crusca











    Parole chiave:
    A ME MI / ACCADEMIA / CRUSCA / MANZONI / FORMA



    Argomenti:
    LETTERATURA









    Una delle prime cose che si impara: “a me mi” è una forma scorretta. Non si dice. È segno di ignoranza linguistica per antonomasia, quasi uno stereotipo. E invece, sfogliando la Crusca (e l’autorevole Alessandro Manzoni) si scopre che non è (sempre) così.

    A me mi: è una forma corretta?

    Risponde la Crusca - «È forse opportuno approfittare di quanto ha scritto Francesco Sabatini sotto il numero uno della sua risposta per spiegare la ragione di quel costrutto che scandalizza molti come un volgare errore di grammatica e che pochi tuttavia riescono ad evitare quando parlano: "A me mi pare...", "A me mi piace..." ecc. Sulla scorta di certe grammatiche i più lo dichiarano grecamente un pleonasmo, cioè uno di quei riempitivi o ridondanze o ripetizioni a cui l'enfasi del parlante si sente trascinata.
    E infatti è in bocca alla vecchia cui Renzo chiede consiglio sulla strada per Gorgonzola che Manzoni, nel cap. XVI dei Promessi Sposi, mette la battuta "A me mi par di sì". A guardar bene, però, non si tratta di una ripetizione, la quale implica identità con l'elemento ripetuto, né di un riempitivo, il quale implica superfluità e inutilità. Qui si avverte bene che il primo pronome, tonico, ha più forza del secondo, atono, quindi ha un valore diverso. È sempre, certo, legato al verbo parere, ma estratto dalla frase e preposto ad essa, come "tema" del prossimo enunciato; equivale dunque a "quanto a me, per quanto ne so io" e quindi contiene maggiore informazione del semplice complemento di termine che lo segue (mi). Per rendere evidente l'analisi della struttura logica e intonativa del tutto, si potrebbe porre una virgola dopo a me, separando il tema dell'enunciato dal suo "rema", ossia dalla sua parte predicativa, che contiene la vera informazione della frase, cioè, nel caso del colloquio tra Renzo e la vecchia, la risposta di questa alla domanda del fuggiasco. Manzoni giunge fino ad assolutizzare il tema, cioè a togliergli la preposizione che lo lega sintatticamente al resto dell'enunciato, mettendo, nel cap. IX, in bocca a Gertrude la maliziosa battuta per il padre guardiano: "Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto". Prima, dunque, di misurare e giudicare tutta la lingua col metro di una grammatica del discorso logico, bisogna pensare che accanto ad essa c'è anche la grammatica del discorso affettivo, ad una grammatica del parlato accanto a quella dello scritto. O meglio, c'è una lingua sola, ma che adempie funzioni comunicative ed espressive diverse, di tutte le quali una grammatica moderna deve render conto, guidando lo scolaro a distinguerle e ad usarle nei contesti opportuni.»


    I casi in cui ?a me mi? è un?espressione corretta | Linkiesta.it





    A me me pare 'na strunzata... Crusca o non Crusca.
    "A me mi" era ed è un pleonasmo sbagliato ovunque tranne che quando si riporta un dialogo - o un virgolettato - di una persona poco istruita o di un bambino.
    Un popolano, com'era Renzo Tramaglino o una monaca ignorante anche se nobile come Gertrude.
    "Qui si avverte bene che il primo pronome, tonico, ha più forza del secondo, atono, quindi ha un valore diverso" è una supercazzola prematurata con scappellamento a sinistra.

 

 

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