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Discussione: Vai col gender!

  1. #201
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Londra, anche i semafori sono gay: l'iniziativa del sindaco musulmano
    Il sidnaco musulmano di Londra per sostenere il gay Pride Festival ha modificato i semafori sostituendo gli omini con coppie omosessuali
    Anna Rossi
    Il sindaco musulmano di Londra si è già insediato per bene nella città e dopo aver proibito una campagna pubblicitaria perché imbarazzante per le donne ha deciso di cambiare i semafori in favore dei gay.
    Da qualche giorno, l'omino verde che segnala la possibilità ai pedoni di attraversare la strada non è da solo, ma in compagnia di un suo simile. A Londra, nel cuore pulsante e vivace di Trafalgar Square, una cinquantina di semafori si illuminano con due uomini stilizzati mano nella mano. E ad unirli c'è un cuore. Uomini che tengono altri uomini, donne con donne: ecco l'ultima iniziativa di Khan per sostenere la comunità Lgbt.
    "Una delle cose più grandi di questa città sono le nostre differenze e ogni londinese dovrebbe essere orgoglioso di questo - ha detto il sindaco di Londra Sadiq Khan - Sono molto orgoglioso della nostra comunità Lgbt e non vedo l'ora di lavorare a stretto contatto con loro come sindaco. I nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolte ancora alle famiglie e agli amici delle vittime del recente terribile attacco a Orlando".
    Questa istallazione è temporanea, come scrive l'Huffingtopost, ed è stata creata in occasione del gay Pride Festival, in corso in questi giorni a Londra. La città è stata adibita per ospitare la grande parata di sabato che concluderà la manifestazione gay. Dal canto suo, il direttore del Pride ha commentato entusiasta "questa iniziativa dei semafori". "Il gesto del nostro sindaco è stato fantastico. Siamo felici di avere il suo sostegno. Per molte persone l'accettazione e la tolleranza sono un lusso che ancora non hanno" - ha concluso il direttore del festival.
    Londra, anche i semafori sono gay: l'iniziativa del sindaco musulmano - IlGiornale.it


    Lgbt contro la Brexit, infatti per loro l'Ue è vitale
    di Ermes Dovico
    Quando mancano pochi giorni al referendum del 23 giugno, è ormai esplicita la contrarietà della lobby Lgbt rispetto a un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Già a maggio il deputato conservatore Ben Howlett, un ventinovenne di dichiarata tendenza omosessuale, aveva scritto un appello su un portale gay, esortando la comunità arcobaleno a votare contro la Brexit perché “la nostra appartenenza all’Unione europea è stata vitale per migliorare i diritti Lgbt nel Regno Unito”. Nel ricordare che l’affermazione dell’agenda Lgbt è stata facilitata da alcune sentenze della Corte di giustizia europea e da direttive comunitarie, Howlett aveva anche sottolineato che “il Parlamento europeo sta adesso spingendo per estendere il riconoscimento legale delle unioni dello stesso sesso a tutti gli Stati membri”: un fatto che rende bene l’idea del condizionamento in corso, così pervasivo da ignorare volutamente che queste materie sono di competenza dei singoli Paesi.
    Dopo l’invito di Howlett, l’8 giugno è stata la volta dell’International lesbian and gay association (Ilga), con la pubblicazione di un documento in cui sono elencati cinque elementi chiave che nella loro ottica rendono necessario il voto per la permanenza nell’Ue. L’Ilga-Europe, che ha il suo quartier generale proprio a Bruxelles e viene cospicuamente finanziata dalla Commissione europea attraverso il programma Diritti, uguaglianza e cittadinanza 2014-2020 (tra l’altro, è noto che la stessa Commissione ha prenotato una barca per la sfilata finale dell’EuroPride in programma ad agosto nei canali di Amsterdam), argomenta infatti che l’Ue “è stata la prima organizzazione internazionale a riconoscere esplicitamente l’orientamento sessuale e l’identità di genere come meritevoli di tutela legislativa contro le discriminazioni”, da intendere nel senso distorto della neolingua Lgbt, secondo cui sarebbe discriminatorio non poter adottare, sposarsi o cambiare sesso all’anagrafe.
    Tutta la gamma dei nuovi diritti, insomma, che nel Regno Unito sono stati approvati da tempo (con qualche lieve differenza tra le quattro nazioni che lo compongono), inizialmente promossi dai governi laburisti di Tony Blair e Gordon Brown e poi, dal 2010 a oggi, ulteriormente ampliati sotto la guida del premier conservatore David Cameron, che oltre a essere tra i principali promotori del “matrimonio” egualitario si è spinto a inventare le quote arcobaleno nella Bbc e a impegnarsi per mettere al bando le cosiddette terapie riparative. Ecco perché l’associazionismo Lgbt lo adora e ne sostiene la campagna per rimanere nell’Ue, attorno alla quale si gioca una buona parte del futuro politico di Cameron.
    Per l’Ilga è molto più rassicurante sapere che la Gran Bretagna, terza nella Rainbow Map dedicata al Vecchio Continente (con l’81% di completamento dell’attuale programma pro Lgbt), continui il suo percorso al fianco delle istituzioni europee, in uno scambio reciproco in cui entrambi gli attori favoriscono politiche gay friendly: “Se il Regno Unito si considera un faro per l’uguaglianza Lgbt, può lavorare per usare questa influenza condividendo la sua expertise con quegli Stati membri che hanno leggi meno complete”, si legge sempre nel documento dell’Ilga, che elogia anche le sentenze della Corte di giustizia europea perché “hanno aiutato ad assicurare l’uguaglianza Lgbt nel Regno Unito molto più velocemente” di quanto i britannici avrebbero potuto fare da soli. Un ragionamento che sul piano pratico non fa una piega, nel senso che interpreta benissimo quel mantra “ce lo chiede l’Europa”, sfruttato secondo le convenienze politiche del momento.
    Al di là di tutte le altre considerazioni che si possono fare sulla Brexit, sarebbe davvero stravagante se per la permanenza nell’Ue del Regno Unito, lo Stato membro tradizionalmente più isolazionista e con il più alto numero di opt-out (cioè la rinuncia ad aderire a specifiche previsioni dei trattati, dall’unione monetaria a Schengen), risultasse in qualche modo decisiva la “causa comune” delle rivendicazioni arcobaleno. Nell’Europa che ha rifiutato di riconoscere le radici cristiane in quella che sarebbe dovuta diventare la sua Costituzione - a parte qualche eccezione rappresentata da alcuni Paesi dell’Est che di quelle radici vanno fieri (in primis la Polonia), a maggior ragione dopo aver sperimentato la realtà del regime comunista - sembra proprio che l’agenda gay sia l’unico elemento che mette tutti d’accordo.
    Lgbt contro la Brexit, infatti per loro l'Ue è vitale

  2. #202
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Omofobia, in piazza col vescovo indagato: "Non tacerò"
    di Andrea Zambrano
    “Non mi chiuderanno la bocca”. L’arcivescovo di Valencia Antonio Cañizares giovedì ha sentito tutto l’affetto e la fede del suo popolo quando si è svolta la preghiera di riparazione per la blasfema riproduzione del bacio saffico tra la Madonna degli Indifesi e la Virgen Morenita, principale logo utilizzato dalle associazioni Lgbt per propagandare il gay pride che si svolgerà a Valencia oggi.
    Le immagini trasmesse dai telegiornali hanno mostrato un popolo intero, dietro il suo pastore e sinceramente attaccato a due delle principali devozioni di Spagna, in quella che è una vera e propria battaglia per la libertà religiosa nel Paese ormai alla mercè di poteri forti imbevuti di ideologia omosessualista. Come raccontato dalla Nuova BQ in più occasioni Cañizares è ormai un simbolo di resistenza: denunciato da una lobby gay con l'accusa di omofobia e ora indagato, infangato pubblicamente da diversi partiti politici (Podemos, il più scatenato), irriso della fede del popolo che gli è assegnato dalla Chiesa (la Virgen de los desemparados è la principale devozione Valenciana) e avvertito dalle leggi contro l’educazione cattolica che stanno mettendo a rischio la libertà di educazione delle scuole paritarie.
    E Cañizares ha risposto alla chiamato dei fedeli, definendo quello di giovedì un giorno emozionante dopo aver sofferto tanto. I valenciani sono usciti in strada e si sono radunati nella piazza dedicata proprio alla Madonna degli Indifesi, in Plaza de la Virgen, di fronte alla Cattedrale per difendere la loro fede cattolica dagli attacchi laicisti che in questi mesi nella città spagnola sono stati tanti. Più di mille persone hanno partecipato alla preghiera di riparazione. “In varie occasioni mi hanno voluto far tacere – ha detto il cardinale –. Ma ora sto con il mio popolo in piazza, con grande speranza e senza nessuna intenzione di offendere. Non mi zittiranno, la Parola di Dio non è incatenata. Non mi sono mai sentito abbandonato, né da Dio né dalla gente perché mi hanno appoggiato e la piazza mi sembra che dica: avanti, siamo con te Antonio”. Parole forti e cariche di determinazione. Così parla un cattolico di fronte ai pericoli delle ideologie distruttive dell’antropologia umana.
    Molte attestazioni di stima e affetto al vescovo sono arrivate dal mondo associativo e dal laicato cattolico. Ma ancora la Conferenza Episcopale Spagnola, che pure nei giorni scorsi era intervenuta per condannare la profanazione alla cappella universitaria dell’Università Complutense di Madrid, non ha manifestato pubblicamente la sua vicinanza all’Arcivescovo.
    Omofobia, in piazza col vescovo indagato: "Non tacerò"

    Il gender e la ragione
    In Svezia è stato girato, da Ankdam TV, un interessante video-intervista.
    All’Università di Soderton una ragazza bionda e piccolina ha chiesto a diversi studenti se può essere considerata un uomo alto due metri e giapponese, o anche – perché no? – un gatto.
    Fino a che punto può essere condizionata la nostra mente?
    Le risposte dei ragazzi vi sorprenderanno....


  3. #203
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Poi succedono cose di questo tipo...

    Love story tra professoressa e 15enne - Ultima Ora - ANSA.it

    Love story tra professoressa e 15enne

    A Grosseto, denuncia partita da scuola, insegnante sospesa


    © ANSA







    (ANSA) - GROSSETO, 24 GIU - Una ragazzina di 15 anni, studentessa di un istituto superiore della provincia di Grosseto, avrebbe avuto una relazione con una sua insegnante quarantenne, sposata e con figli. La procura di Grosseto ha aperto un'inchiesta. Sarebbero stati gli altri studenti a notare quel rapporto "strano" tra insegnante e ragazzina. Dalla scuola è quindi partita una denuncia nei confronti dell'insegnante, che al momento è stata sospesa. Indagano i carabinieri. Ieri si è svolto anche un incidente probatorio in tribunale.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #204
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Il papà “gender-friendly” della Danone
    Redazione
    Più che “Stay Strong” la campagna sarebbe potuta chiamarsi “Stay Tuned” ossia “stai al passo con i tempi” e piegati al folle “gender diktat”.
    Actimel, lo yogurt probiotico della Danone strizza l’occhio al gender. Lo fa attraverso una campagna pubblicitaria con il seguente messaggio: “I tuoi amici non sapranno mai che sei stato reginetta per un giorno”, accompagnato dallo slogan, “#StayStrong papà!”.




    La foto parla chiaro: un uomo truccato da donna e con i fermacapelli con accanto una bambina agghindata alla stessa maniera, che fa finta di sorseggiare qualcosa da una tazzina rosa.
    L’immagine fa parte della campagna “Stay Strong” lanciata da Actimel ad aprile con la quale la multinazionale francese aveva annunciato che avrebbe parlato “direttamente agli ‘eroi’ di ogni giorno, ovvero ai consumatori, comunicando messaggi di attitudine positiva per affrontare i momenti di difficoltà quotidiane”.
    I responsabili della comunicazione di Danone devono dunque aver pensato che per andare incontro ai gusti e agli “umori” del mercato occorra uscire dal classico stereotipo del “papà maschio” per rappresentare il nuovo papà effeminato in perfetto stile gender. Più che “Stay Strong” la campagna sarebbe potuta chiamarsi “Stay Tuned” ossia “stai al passo con i tempi” e piegati al folle “gender diktat”, rappresentando la “normalità” del “papà reginetta” pur di vendere il tuo prodotto.
    Il papà ?gender-friendly? della Danone | Riscossa Cristiana

    Se un vescovo mette un suo prete alla gogna
    di Riccardo Cascioli
    Divieto a tempo indeterminato di predicare e di prendere posizioni pubbliche; chiusura del canale You Tube con le sue omelie; sconfessione pubblica del sacerdote e scuse del vescovo a tutto il mondo gay. Sono queste in sintesi le misure prese dall’arcivescovo di Cagliari, monsignor Arrigo Miglio, nei confronti di don Massimiliano Pusceddu, il sacerdote reo di aver duramente criticato in una omelia le unioni civili e avere citato San Paolo per denunciare l’omosessualismo dilagante. Dell’omelia di don Pusceddu e del linciaggio mediatico a cui è stato sottoposto abbiamo riferito alcuni giorni fa.
    Una cagnara indegna nata da una voluta distorsione delle parole del sacerdote: aveva citato il brano della lettera di San Paolo ai Romani che, dopo una lunga intemerata contro chi lascia andare a passioni omosessuali, conclude dicendo: «E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa». Da qui il crescendo di polemiche, culminate in una denuncia contro il prete e la raccolta firme per una petizione in cui si chiede la sua rimozione addirittura al Papa. Un gruppetto di Lgbt – provenienti da altre parti d’Italia - ha anche pensato bene di fare un picchetto davanti alla chiesa di Decimopotzu domenica scorsa.
    Dopo qualche giorno di riflessione, l’arcivescovo ha dunque deciso di intervenire: per difendere il proprio sacerdote? Per difendere la Chiesa da attacchi pretestuosi? Per reclamare il diritto dei cattolici di leggere e meditare la Parola di Dio? Neanche per idea: il lungo comunicato (clicca qui) attacca direttamente don Pusceddu, reo di aver «falsato il pensiero di San Paolo», e chiede «scusa a nome mio e della nostra chiesa diocesana», Oltre all’annuncio delle sanzioni disciplinari di cui sopra.
    È davvero triste lo spettacolo di un vescovo che corre a inginocchiarsi davanti al “padrone del mondo”, ovviamente nel nome della misericordia e del rispetto verso tutte le persone. Dice monsignor Miglio che San Paolo «nella stessa Lettera (c. 5 e 8), proclama senza ombre la Misericordia di Dio», come se ciò fosse in contrasto con la citazione fatta da don Massimiliano. In realtà proprio la misericordia presuppone la denuncia del peccato, tanto è vero che “ammonire i peccatori” è un’opera di misericordia spirituale, se ancora il vecchio Catechismo è in vigore.
    Fare finta che il peccato non esista, o non conti, rende inutile anche la misericordia: tanto più oggi che si confonde il male con il bene e tutto sembra lecito, per aprire la strada alla misericordia è importante indicare con chiarezza dove stanno male e bene. Casualmente proprio oggi la Chiesa celebra la solennità della nascita di san Giovanni Battista, che finì con la testa mozzata per aver ammonito pubblicamente il re Erode riguardo al suo rapporto peccaminoso con Erodiade. C’è da chiedersi se oggi non sarebbe stato silenziato prima da qualche vescovo.
    Ma tornando a San Paolo, proprio i capitoli citati da monsignor Miglio per dimostrare l’errore di don Massimiliano, dimostrano esattamente il contrario. San Paolo chiede la conversione, coerentemente con la dura reprimenda del capitolo 1 contro chi si lascia andare a comportamenti depravati. Dice ancora nel capitolo 8: «Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio».
    Aldilà dell’interpretazione di San Paolo, però, la cosa che più amareggia e sconcerta è questo modo in cui un vescovo abbandona un proprio prete nelle mani di chi lo vuole eliminare in nome dell’ideologia che domina il mondo. Si tratta di episodi che purtroppo diventano sempre più ricorrenti, e che suonano come intimidazione per i sacerdoti che volessero seguire e annunciare l’insegnamento tradizionale della Chiesa. Al contrario infatti, preti che da decenni diffondono eresie dal pulpito e si rendono protagonisti di episodi discutibili, e per questo diventano beniamini dei media, proseguono indisturbati le loro attività pubbliche.
    Ma non si vuole qui ridurre la gravità del fatto a considerazioni che potrebbero suonare ideologiche. Il punto è che il vescovo dovrebbe essere come un padre anzitutto nei confronti dei suoi sacerdoti: e quale padre esporrebbe suo figlio al pubblico ludibrio, anche se avesse commesso un errore? Quando un vescovo abbandona così un prete, è tutta la Chiesa che diventa insicura per i fedeli. Peraltro, colpendo don Massimiliano, il vescovo ha colpito direttamente anche il movimento da lui fondato, gli Apostoli di Maria, ormai diffuso in tutta Italia e altrove nel mondo, il cui carisma consiste nella diffusione della preghiera del rosario nelle famiglie.
    Un’ultima nota: il comunicato del vescovo è arrivato alla vigilia del “Sardegna Gay Pride” che si svolgerà domani a Cagliari. Diventa difficile non pensare che si sia sacrificato un prete sperando nel quieto vivere o nella gratitudine dei partecipanti.
    Se un vescovo mette un suo prete alla gogna

    Dichiarazioni indecenti dall’Arcidiocesi di Cagliari
    di Paolo Deotto
    Come sempre, leggere per credere. Andiamo sul sito dell’Arcidiocesi di Cagliari. Troviamo l’epilogo della ben nota vicenda di Don Massimiliano Pusceddu (vedi su Riscossa Cristiana l’articolo del 10 giugno u.s.).
    Mons. Arrigo Miglio, che essendo arcivescovo di Cagliari dovrebbe avere a cuore la salute spirituale dei fedeli a lui affidati, dichiara accorato: “Molte persone si sono rivolte a me personalmente, dicendomi la loro sofferenza e spesso la loro rabbia. Raccolgo e faccio mia la sofferenza di tutti coloro che si sono sentiti feriti in questa vicenda e chiedo scusa a nome mio e della nostra chiesa diocesana, perché un sacerdote, specialmente dall’altare, ma in realtà sempre, non rappresenta mai solo se stesso. All’interessato rinnovo la richiesta di osservare un congruo periodo di silenzio totale”.
    Ricordiamo il “terribile crimine” di cui si è macchiato questo sacerdote che, nell’omelia, ha detto con chiarezza che:
    – La Verità è immutabile
    – Dobbiamo ascoltare la parola di Dio
    – La legge sulle unioni civili colpisce al cuore la famiglia
    – Sono i genitori i primi che devono trasmettere la Fede ai figli
    E infine, ha definito le varie bestialità contenute nella “teoria del gender” con l’unica parola possibile: “porcherie”.
    Ma quando la “comunità LGBTXYZ ecc” ha iniziato a fremere di sdegno? Quando Don Pusceddu, evidenziando che la famigerata legge sulle “unioni civili” (c.d. Legge Cirinnà) colpisce al cuore la famiglia, perché di fatto legittima la pseudo-famiglia formata da omosessuali, ha letto le chiarissime parole con cui San Paolo condanna il vizio degli invertiti/e.
    Poiché i genitori sono i primi che devono trasmettere la Fede ai figli, come mai ciò potrà avvenire – si è chiesto Don Pusceddu – in una “famiglia” di omosessuali? Le parole di San Paolo non lasciano spazio a dubbi di sorta.
    Repetita iuvant: il sacerdote non ha espresso “opinioni”, “punti di vista”. Ha citato la Lettera ai Romani di San Paolo.
    Nulla di strano che poi i frociototalitari siano insorti. La stampa di regime (cioè, purtroppo, quasi tutta) aveva già emesso la condanna a morte. Spudoratamente, la citazione di San Paolo si è trasformata in titoli giornalistici in cui si parlava tout court di un prete che dal pulpito aveva chiesto l’uccisione degli omosessuali!
    Frociototalitari e stampa di regime a braccetto, come sempre.
    Ma i primi non si accontentano del palcoscenico mediatico: nella loro malignità vogliono andare fino in fondo e si rivolgono al soggetto che, purtroppo, ormai è notoriamente il più disponibile “all’ascolto attento e misericordioso” di ogni devianza e perversione: la neochiesa, in questo caso la neochiesa succursale di Cagliari.
    Che tenerezza nelle parole di Mons. Arcivescovo: “Molte persone si sono rivolte a me personalmente, dicendomi la loro sofferenza e spesso la loro rabbia”.
    Proviamo a immaginare la scena: volti rigati di lacrime, strisce nere di rimmel che scendono sul volto, magari intersecandosi con barbe mal rasate… quanta sofferenza!
    Che dice Mons. Arcivescovo? Potrebbe dire, ad esempio: “Cari figlioli (o figliole, qui la faccenda si fa fluida), se vi siete sentiti offesi dalle parole di un prete che ricorda le parole di San Paolo, ebbene questa è salutare sofferenza, se vi indurrà a rendervi conto che se non abbandonate il vostro vizio perverso siete condannati alla dannazione eterna”.
    Già, ma che distratto sono! Queste cose le direbbe chiunque, da buon cattolico, anche senza essere un consacrato, avesse a mente le opere di misericordia spirituale e avesse a cuore la salvezza delle anime.
    Ma qui siamo in un posto non ben precisato. La chiamiamo neochiesa tanto per intenderci. E la neochiesa ha molto a cuore la pseudo-felicità immediata, l’armonia col mondo e col potere (nota bene: Don Pusceddu nella sua omelia ha anche criticato Renzi. Vergogna!), e non si preoccupa proprio per nulla della salvezza delle anime.
    Troppe grane: bisognerebbe parlare di peccato, di pentimento, di premio o di castigo… che pasticcio, quando si può sistemare tutto in quattro e quattr’otto.
    Il cilindro di questi maghi è sempre ricco di conigli. Ed ecco la soluzione: l’indisciplinato prete deve osservare un “congruo periodo di silenzio totale”.
    Insomma, siamo al mondo alla rovescia, ovvero invertito. Appunto.
    Parlare di queste cose addolora terribilmente; ma non è possibile fare come le tre scimmiette, che non vedono, non sentono, non parlano. Guardiamo in faccia la realtà: la neochiesa è attualmente il luogo dove la Fede corre i maggiori pericoli. Se al posto della predicazione della Verità si è messa la ricerca spasmodica dell’accordo col mondo, vuol dire che ormai si sta raschiando il fondo.
    È nostro dovere e diritto difenderci, difendere la nostra Fede e quella dei nostri figli.
    Ed è anche nostro dovere esprimere solidarietà e vicinanza nella preghiera a Don Massimiliano Pusceddu, ultima (per ora) vittima della “misericordia”.
    Dichiarazioni indecenti dall?Arcidiocesi di Cagliari ? di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    Il modo più chiaro e più pratico per manifestare la propria disapprovazione nei confronti di Francisco è colpirlo nel portafoglio, scegliendo la Sacra Arcidiocesi Ortodossa come destinataria dell'8 per 1000. I pagani possono optare per l'Unione Induista. Bisogna infatti ricordarsi che chi non effettua una opzione precisa finisce per indirizzare comunque il denaro al Papocchio, a causa del meccanismo di ripartizione elaborato dal fisco itagliano.






  5. #205
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Quanto ci si uccide nelle “coppie gay”? Lo racconta un saggio
    di Giuseppe Brienza
    Lo “European Journal of Epidemiology” (EJPH), una delle più prestigiose riviste internazionali nel campo dell’epidemiologia e della sanità pubblica, ha appena pubblicato un saggio che documenta come i tassi di suicidio rilevati nell’ambito delle “coppie gay” siano più alti che quelli riscontrabili nelle unioni naturali fra uomini e donne. Nello studio, curato da 5 ricercatori provenienti dalle Università della California e di Stoccolma, si dimostra che, ad esempio in un Paese “gay-friendly” come la Svezia, il tasso di suicidi tra omosessuali è tre volte maggiore rispetto alla media (cfr. C. Björkenstam, G. Andersson, C. Dalman, S. Cochran, K. Kosidou, Suicide in married couples in Sweden: Is the risk greater in same-sex couples?”, in EJPH, 2016 May 11).
    Ricordiamo che, proprio il Paese scandinavo, fu nel 2003 teatro di una delle prime manifestazioni giudiziarie concrete di persecuzione dei sostenitori della complementarità sessuale. Il pastore protestante svedese Ake Green, infatti, fu allora accusato di odio per aver criticato l’omosessualità in un sermone. Il ministro della confessione pentecostale avrebbe affermato, rivolgendosi all’assemblea, che l’omosessualità costituisce «un profondo tumore dell’intera società».
    Nel 2004 un tribunale svedese ha quindi condannato Green ad un mese di reclusione per violazione delle leggi contro i delitti dell’odio. La sentenza è stata successivamente rovesciata dalla corte d’appello, ma il pubblico ministero ha fatto appello alla Corte suprema contro il proscioglimento. Il 29 novembre dello stesso anno la Corte Suprema svedese ha sentenziato che i commenti del pastore erano protetti dai diritti della libertà di parola e di religione garantiti dalla Convenzione europea dei diritti umani.
    Ma Green non è stato l’unico ad essere finora incorso nelle leggi svedesi contro l’odio. Sempre nel 2004 il pastore Ulf Ekman, della Chiesa “Uppsala World of Life”, è stato avvertito che sarebbe stato denunciato per istigazione all’odio. Le autorità hanno successivamente deciso di non procedere contro di lui, ma Ekman ebbe allora a denunciare l’«azione politica in atto in tutt’Europa diretta a restringere la libertà di religione, e la Svezia sta fungendo da progetto pilota per l’Unione europea» (cit. in Una nuova interpretazione della normativa contro l’odio. Aumentano le restrizioni contro le critiche all’omosessualità, in agenzia “Zenit”, Stoccolma 10 dicembre 2005).
    Una volta messa così a tacere l’opposizione, è stato possibile far passare una legge sule adozioni di minori da parte di coppie dello stesso sesso, gay e lesbiche. Dal 1° maggio del 2009, infatti, anche in Svezia è entrata in vigore una apposita legge che, introducendo il “matrimonio” gay, contestualmente ha previsto la possibilità di adozione. Nel Paese, da tempo, le statistiche fanno registrare una progressiva diminuzione dei matrimoni (fra uomini e donne), la crescita costante del numero dei divorzi, e una vessazione costante, a livello fiscale ed economico, delle famiglie naturali da parte dello Stato.
    Eppure come ha rilevato Philippe Ariño, autore del libro “Omosessualità Controcorrente. Vivere secondo la Chiesa ed essere felici” (Effatà Editrice 2014), «il disagio che viviamo non è causato solo dal mondo esterno, ma soprattutto dalla nostra pratica omosessuale e da ciò che viviamo». Secondo il giovane giornalista, omosessuale dichiarato ma che vive la propria condizione nello spirito della Fede, le numerose difficoltà di vita che sperimentano le persone con attrazione dello stesso sesso sono figlie del loro «rifiuto della differenza sessuale, che è la fonte della nostra esistenza e della nostra umanità» (cit. in Anche nella Svezia gay-friendly, il tasso di suicidi omosessuali è tre volte maggiore, in “UCCR on line”, 24 maggio 2016).
    Queste “gravi conseguenze” sono puntualmente certificate da decine di studi scientifici, tanto che addirittura l’agenzia di pianificazione familiare delle Nazioni Unite (UNFPA) ha riconosciuto la «significativa prevalenza di violenza domestica tra gli uomini che hanno rapporti sessuali con gli uomini», rilevando altissimo tasso di promiscuità e il fatto che «sono più propensi a utilizzare alcol e droghe rispetto alla media della popolazione generale», soprattutto per mantenere ad «alto livello» le compulsive prestazioni sessuali.
    Quasi sempre le associazioni Lgbt giustificano questi dati accusando la società di “omofobia”: le generalizzate discriminazioni nei loro confronti porterebbero le persone omosessuali a soffrire di questi disturbi. Una spiegazione che tuttavia è stata ancora una volta smentita da una ricerca pubblicata recentemente sull’EJPH, in cui i ricercatori hanno valutato il tasso di suicidio in Svezia, confrontando coppie omosessuali sposate a coppie eterosessuali sposate.
    Va premesso che la Svezia è generalmente considerata uno dei paesi più “gay-friendly” d’Europa. Il matrimonio e le adozioni gay sono completamente legali e le persone omosessuali sono protette da leggi “anti-discriminazione” nel lavoro e nell’ambito dei servizi pubblici. Non solo la c.d. omofobia non esiste praticamente, ma se anche se ve ne emergessero manifestazioni, verrebbero immediatamente punite da apposite norme “dedicate”.
    Eppure, i risultati sui disagi vissuti dalle persone omosessuali sono gli stessi che vengono verificati in tutto il resto d’Europa tanto che, in Svezia, secondo l’EJPH «il rischio di suicidio è più elevato tra gli individui dello stesso sesso sposati rispetto agli individui sposati di sesso diverso». In particolare per quanto riguarda quelle di uomini, nelle unioni omosessuali si rileva «un rischio di suicidio quasi tre volte maggiore rispetto agli uomini coniugati con un partner del sesso opposto».
    Questo ha portato, quindi, a concludere che «anche in un Paese con un clima relativamente tollerante per quanto riguarda l’omosessualità, come la Svezia, gli individui sposati dello stesso sesso evidenziano un elevato rischio di suicidio rispetto agli altri individui sposati». Lo stesso accade in altri Paesi ampiamente gay-friendly, come ad esempio la Gran Bretagna, dove recentemente si è verificato un suicidio per impiccagione di una donna unita in matrimonio con un’altra donna, a causa della violenza domestica subita dalla partner lesbica (e non certo per l’omofobia della società).
    «Inutile negare la realtà», ha commentato Philippe Ariño, che in passato è stato anche un convinto attivista gay, «viviamo un malessere, ma spesso non ne parliamo direttamente. La vera libertà è quella di riconoscere l’attrazione omosessuale per quella che è, cioè il sintomo di profonde ferite dell’identità affettiva». Per questo bisognerebbe far presente alle persone con tendenze omosessuali che è possibile risolvere i propri problemi con una riscoperta della loro più profonda e reale identità. C’è questo e altro da sapere, ma gli europei non lo sanno…
    Quanto ci si uccide nelle ?coppie gay?? Lo racconta un saggio » Rassegna Stampa Cattolica


    Bambini con tre genitori? Ops, non si riesce a fare
    Un anno e mezzo fa il Parlamento inglese ha autorizzato l’introduzione della tecnica, nonostante le critiche della comunità scientifica. Ora, secondo Nature, la tecnica non funziona
    Un anno e mezzo fa il Parlamento inglese ha autorizzato l’introduzione di una tecnica che permette di creare embrioni con tre genitori, mischiando tre Dna diversi. Nonostante l’opposizione di una grossa fetta del mondo scientifico, per non parlare dei dubbi bioetici espressi, i sognatori di chimere eugenetiche sono andati avanti ugualmente, seguendo il mito del “se si può fare, perché no?”. Peccato che in questo caso non si possa neanche fare.
    PERCHÉ NO? L’obiettivo della tecnica sarebbe quello di impedire la trasmissione di malattie genetiche, derivanti da anomalie nel Dna mitocondriale, trasmesso solo dalle donne. Per farlo, si manipolano gli ovociti sostituendo solo al Dna mitocondriale malato quello di un’altra donna sana. Di conseguenza, l’ovocita avrà due Dna, che si andranno a mischiare con quello maschile. Nessuno ha la minima idea di quali potrebbero essere gli effetti collaterali sul bambino interessato ma, seguendo il ragionamento sopra proposto degli scienziati e del Parlamento inglese, perché non provare ugualmente?
    PROBLEMI TECNICI. Un articolo recentemente pubblicato da Nature ha rivelato che l’autorità inglese che deve dare il placet per l’uso della tecnica nelle cliniche di inseminazione artificiale, non si è ancora pronunciata. Perché? Perché non ci sono ancora evidenze sufficienti che la tecnica sia sicura per i bambini e perché nessuno è ancora riuscito a metterla in pratica. Non solo i Dna delle due donne devono essere compatibili ma, come riporta Assuntina Morresi su Avvenire, «nel trapianto del nucleo da un ovocita all’altro, alcuni mitocondri della persona malata vengono involontariamente ma inevitabilmente trasportati nell’ovocita della donna sana, e pur essendo pochi – 0,2% nell’esperimento riportato – durante lo sviluppo embrionale possono aumentare fino al 53,2% per poi scendere all’1%, ma non sempre».
    LA RIUSCITA. Risultato? L’intera procedura è già compromessa a livello di tecnica, perché ad ogni modo per parlare di riuscita bisognerebbe assicurarsi poi che i bambini eventualmente nati non presentino effetti collaterali di qualunque genere. Non è chiaro perché il Parlamento inglese, al contrario ad esempio di quello americano, abbia approvato una tecnica sulla quale mancano evidenze scientifiche, che richiedono esperimenti su cavie umane per essere ottenute.
    «SOGLIA DA NON OLTREPASSARE». Come sostenuto ufficialmente appunto dal National Institutes of Health americano, «non sovvenzioneremo in nessun modo l’uso delle tecnologie di editing dell’embrione umano», perché «la possibilità di alterare la linea germinale umana degli embrioni per scopi clinici è stata oggetto di un dibattito che dura da molti anni e affrontato da diverse prospettive». E il giudizio, «quasi universalmente unanime è che si tratta di una soglia che non dovrebbe essere oltrepassata». «L’alterazione della linea germinale ha conseguenze sulla generazione futura senza il suo consenso» ed è quindi «priva delle argomentazioni scientifiche che possano giustificarne l’uso». Chissà se anche gli inglesi lo capiranno.
    Bambini con 3 genitori? Non si riesce a fare | Tempi.it

  6. #206
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Quindi è vero: per il Comune di Brescia chi contesta le unioni civili merita la rieducazione
    Valerio Pece
    Con un tweet indirizzato ad un gruppo di attivisti Lgbt, Laura Castelletti, vicesindaco di Brescia, dà dell’omofobo a un giovane sacerdote colpevole di essere contrario alla legge sulle unioni civili. Lo scorso giovedì a Palazzo Loggia era prevista un’interrogazione indirizzata a Emilio del Bono, sindaco piddino della città. L’intento dell’opposizione era quello di fare finalmente chiarezza a beneficio dei molti bresciani desiderosi di capire: di fronte all’iniziativa “strong” del suo vice, il sindaco si sarebbe smarcato oppure avrebbe avallato? Prima di raccontare il surreale esito del rovente Consiglio comunale, non è inutile narrare qualche tappa di avvicinamento vissuta dalla città prima dell’appuntamento istituzionale.
    IL PRIMO GIORNALE IN SILENZIO. Sull’offensiva del vicesindaco era intervenuto in difesa del sacerdote anche il senatore Carlo Giovanardi, il quale aveva indirizzato un’accurata lettera di taglio storico ai vari quotidiani cittadini. Tra questi, ovviamente, il Giornale di Brescia. Ma che succede? Il quotidiano più diffuso in città – e solo questo – non pubblica la lettera. Giovanardi chiama la redazione, ma con una toppa peggiore del buco il caporedattore risponde: «Come facciamo a pubblicare una lettera se di questo caso non abbiamo parlato?». E così, mentre le opposizioni si preparavano a portare a Palazzo Loggia il caso politico; mentre l’opinione pubblica e gli altri giornali (Corriere compreso) non smettevano di parlare del pasticciaccio brutto, il giornale più importante di Brescia pensava bene di ignorare totalmente l’argomento. Mancherebbe ancora un dettaglio: il direttore del quotidiano è la zia del vicesindaco Castelletti.
    ARCOBALENO IN COMUNE. Arriviamo a questi giorni. Via Facebook rappresentanti dell’Arcigay locale fanno pressione al sindaco perché questi metta in bella mostra la bandiera arcobaleno sulla facciata del Comune. Del Bono, che per la strage di Orlando aveva già fatto issare la bandiera a stelle e strisce, si affretta subito a riorganizzare l’operazione, uscendo con una comunicazione che si preoccupa personalmente di postare nelle discussioni aperte su Fb dagli esponenti del mondo Lgbt: «In ricordo dei caduti, una bandiera degli Stati Uniti d’America listata a lutto è stata issata sul portale d’ingresso di palazzo Loggia e, a partire dalle 18 di oggi, mercoledì 15 giugno, il tetto del palazzo sarà illuminato con i colori della bandiera Arcobaleno». Arcobaleno – da notare – con la lettera maiuscola. Tirata via dall’asta la bandiera degli States, quindi, la facciata di Palazzo Loggia viene “disciplinatamente” illuminata. Ma che quelle luci colorate rappresentino più che altro un trofeo lo racconta plasticamente una foto di Fabrizio Benzoni, il consigliere bresciano decisamente più gay-friendly, militante nella lista civica del vicesindaco. Benzoni, con altri 4 giovani amici, dimentico forse dei tanti ragazzi uccisi in Florida, si fa immortalare mentre salta e sorride felice davanti a un Palazzo Loggia finalmente “rainbow”.
    L’INTERROGAZIONE. Arriviamo così a giovedì 17, giorno dell’interrogazione al sindaco. Un’interrogazione moderata e meticolosamente supportata da articoli di dichiarazioni e Convenzioni riguardanti il rispetto delle libertà fondamentali, quella di espressione in primis. Un’interrogazione finalizzata a far tornare nella città un clima sereno e rispettoso, insieme a una sana laicità. L’attenzione, dunque, ora è tutta su Emilio del Bono. Su di lui gli occhi e il fiato di un salone comunale pieno di cittadini. Ma ecco l’ennesimo colpo di scena: al momento di rispondere, visibilmente irritato, il sindaco si rifiuta di parlare. «Non è una questione amministrativa», taglia corto, e definisce l’interrogazione con una serie di aggettivi che nell’ottica del rapporto città-chiesa locale saranno destinati a rimanere a lungo nella memoria: «Irricevibile, insopportabile» e soprattutto «irrispettosa».
    OPPOSIZIONE SCATENATA. Per il sindaco di Brescia non è “irrispettoso” che il suo vice calunni gratuitamente un sacerdote della Diocesi. No. E' irrispettoso che dall’opposizione gli venga chiesto di esprimersi sul caso. Il salone di Palazzo Loggia si trasforma in un ring infuocato: il consigliere Maione (FI) chiede al presidente del Consiglio comunale la convocazione della conferenza dei capigruppo per costringere il sindaco a parlare; Adriano Paroli (l’ex sindaco della città) domanda la parola “per fatto personale”, dal presidente gli viene negata e lui rimane in piedi per protesta; Paola Vilardi, rivolgendosi a una Castelletti rimasta muta per tutto il tempo muta, lamenta che sarebbero bastate le sue semplici scuse (mai arrivate) per evitare alla città una fibrillazione durata due settimane; Francesco Onofri, consigliere che per equilibrio e posatezza gode di una stima bipartisan, sbotta e formula una “formale censura” per il sindaco reticente. Ma del Bono non parla.
    UN “LIKE” PER IL LAGER. Sembra tutto finito. Non sono passate neanche due ore dalla fine del Consiglio che la Castelletti ci ricasca. «Sono orribili, bisognerebbe metterli a Bergen Belsen», scrive sulla bacheca del vicesindaco un collaboratore del Comune riferendosi a cinque giovani di Fratelli d’Italia che in silenzio, mostrando uno striscione, contestano il vicesindaco. L’ipotesi di inviare gli avversari politici nel lager non sembra dispiacere alla Castelletti. Tanto che ci piazza un “like”. Ai giornali che il giorno dopo la interrogano stupefatti, dirà che il giro era solo a scopo pedagogico. Così a Brescia, la città natale delle Sentinelle in Piedi e di Massimo Gandolfini, è già possibile assaporare la fase due del ddl sull’omofobia.
    Brescia. «Lager» per chi è contro le unioni gay | Tempi.it

  7. #207
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Estate a tutto gay: è tendenza arcobaleno
    di Andrea Zambrano
    L’assessore per gli omosessuali, l’osservatore Onu per i diritti Lgbt e il cardinal postulatore della causa gay. Alla vigilia dei mega esodi vacanzieri, a chi si chiedeva quale fosse la moda dell’estate 2016, la risposta arriva dalla cronaca: è la tendenza arcobaleno. Colore quanto mai appiccicatosi alla causa gay tanto da diventare ormai non più il simbolo della pace istituita tra Dio e gli uomini dopo il diluvio, ma il distintivo per far passare ogni rivendicazione della causa omosessualista come giusta e sacrosanta. Insomma: basta mettere un arcobaleno davanti a tutto e tutto viene compreso ed accettato.
    Ne sono un esempio alcune decisioni che lambiscono trasversalmente la politica e la società e che, partendo dalla provincia emiliana, arrivano fino ai grandi consessi dell’Onu. Non c’è che dire: la causa gay si è ormai innestata così bene nell’agenda di politici e organismi internazionali che ormai può vantare la caratteristica di essere veramente glocal. Locale e globale al tempo stesso.
    Tre episodi di questi giorni ne segnano il percorso. Iniziamo dal locale e salendo per li rami arriviamo al globale.
    A Bologna il riconfermato sindaco Pd Virginio Merola doveva stupire elettori e giornali con un colpo ad effetto. Ha fatto molto di più del neo sindaco di Torino Chiara Appendino che ha nominato assessore alle Pari Opportunità il presidente dell’Arcigay Marco Giusta, ormai sono bravi tutti. Ma non si è accontentato del più classico assessorato alle Pari Opportunità da affidare magari a qualche femminista sfegata. E’ andato oltre. Come? Creando un assessorato ai Diritti Lgbt. Lei si chiama Susanna Zaccaria ed è stata riconfermata assessore del Merola bis, ma non alla casa come nella consigliatura precedente, bensì alle Pari opportunità ai nuovi cittadini e ai diritti LGBT.
    Una novità assoluta. Con la delega apposita si inaugura una speciale forma di assessore: quello della comunità gay, che potrà così avere in giunta un suo rappresentante politico di riferimento. Davvero un bel colpo, per le varie Arcigay e Arcilesbica che possono così fregiarsi di essere arrivate al governo della Città senza essersi presentati con una loro lista. Insomma: ciò che non si è potuto fare con il voto popolare, lo si fa grazie a questi esperimenti di ingegneria socio politica, terreno dove peraltro a Bologna sono maestri dato che sotto le due torri quello della causa gay è da sempre un must di impegno democratico.
    E tutti gli altri? Quelli cioè che non sono omosessuali e non aderiscono alla causa dell’omosessualismo militante come si sentiranno tutelati dalle pari opportunità? Si arrangino. Come ad esempio le famiglie. Di solito eravamo portati a pensare che gli assessorati si occupassero di quegli aspetti del vivere civile che interessano tutti: la casa, le strade, il bilancio, lo sport, la scuola. Ma a Bologna hanno fatto uno strappo alla regola perché certe “attenzioni” se il popolo non se le vuole dare, deve pensarci la politica. Masticano amaro le tante associazioni del forum famiglie che ieri lamentavano la completa assenza persino di uno sportello per le famiglie. Inutile intuire la politica messa in campo dalla nuova amministrazione bolognese: tutto a gay e Lgbt, alla famiglia tradizionale, quella che Merola lo ha votato tanto quanto i gay, neanche uno spioncino per essere ascoltata.
    Ma è evidente che la tendenza arcobaleno non accetta alibi: o di qua o di là. E se non ti adegui a fare qualche cosa nella tua attività di gay friendly sei automaticamente un omofobo. In Germania il cardinal Reinhard Marx, ringalluzzito dall’essere citato dal Papa in persona nel celebre discorso aereo sulle scuse ai gay, si è messo subito all’opera. Parlando recentemente a Dublino aveva detto che bisognava chiedere scusa. Ma da ieri bisogna andare oltre. Come? “Creando strutture apposite per il rispetto dei loro diritti, come le unioni civili e la Chiesa non deve essere contraria”, ha dichiarato al Nacional Catholic Reporter.
    Salendo sempre più nell’empireo global ecco che qualcuno sembra aver raccolto il suggerimento del cardinale, che lo ricordiamo, fa parte del parlamentino dei “nove” che lavorano a stretto contatto con il pontefice.
    Sempre che oggi non arrivi un’inattesa bocciatura, questa mattina avremo il primo ufficio Onu incaricato di rispettare la creazione o l’applicazione da parte di ogni stato dell’agenda Lgbt. Siamo a Ginevra dove ha sede l’alto commissariato Onu sui diritti umani. Che oggi all’ordine del giorno ha una votazione particolare: l’approvazione di una risoluzione sull’identità di genere e l’orientamento sessuale volta a creare un commissario speciale che vigili sul compimento dei diritti della comunità Lgbt. Con quale autorità? Questo sarebbe bene scoprirlo, ma dato che ormai l’agenda omosessualista ha supporter ovunque non sarà difficile trovare nelle pieghe di un qualche regolamento un riferimento normativo che supporti la necessità della creazione di questa speciale polizia.
    Che, ben inteso, non ha avrà carattere coercitivo né repressivo, a questo ci pensano le tante leggi Scalfarotto approvate qua e là nel globo, ma solo una valenza diplomatica. In sostanza: dovrà monitorare che ogni stato sovrano svolga il compitino. E nel caso questo non venga fatto intervenire con strumenti più o meno di pressione in sede Onu. Non siamo alla polizia politica, ma poco ci manca. E non è un caso che alcuni giornali ispanfoni in questi giorni abbiamo parlato di “Gestapo gay”, come ha fatto il sito actuall.com. Tutto infatti nasce da un’idea di alcuni stati latinoamericani, tra cui il Messico, l’Uruguay, il Brasile, il Costa Rica, la Colombia, l’Argentina e il Cile, e che rappresenta un passo in avanti rispetto alle precedenti risoluzioni del 2011 e del 2014 che parlavano genericamente di censura di ogni discriminazione sociale.
    Dietro, ovviamente, la manina degli Stati Uniti, che nel corso di quest’ultimo mandato Obama ha designato il diplomatico Randy Berry come ambasciatore della comunità gay in tutto il mondo e che in questa nuova risoluzione ha avuto una voce in capitolo determinante. Dunque, quest’estate cambiate spiaggia e cambiate mare: addio famiglie grigie e piatte, va di moda l’arcobaleno. Addio black power, è sempre più rainbow power.
    Estate a tutto gay: è tendenza arcobaleno

    Frank Zappa - He's so Gay

    He's so gay
    He's so gay
    He's very very gay
    He's so gay
    He's so gay
    And he likes to be that way
    With his keys all on the right
    He's into rubber every night
    He's so gay
    He's so gay
    He's almost everyone today
    He's okay
    He's okay
    He's got a role he wants to play
    He's okay
    He's okay
    He's just a cowboy for a day
    Of course, his evening's not complete
    Without some meat in the seat;
    Let's skate away
    Down santa monica today
    Maybe he wants a little spanking
    Maybe he'll eat a little chain
    Maybe his lover should be thanking him
    For the way he makes it sprinkle
    Into drops of golden rain
    He's so gay
    He's so gay
    He rules the city in a way
    You could say
    You could say
    It's sorta different today
    All the taffeta and chintz
    And every leather boy's a prince
    Hey hey hey!
    Please don't look the other way
    You could be just like him
    Tomorrow!
    Maybe you'll get a chance
    To borrow
    (borrow)
    His bouquet
    And maybe later...maybe later
    We'll all be
    Gay-y-y-y-y-y-y-y-y!
    Do you really wanna hurt me?

  8. #208
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Carpi: genitori costretti a cambiare scuola al figlio per i libretti gender – di Cristiano Lugli
    Non ha pace una piccola famiglia di Carpi, che ha la sola “colpa” di vivere in un mondo completamente rovesciato, scoperchiato dalla mancanza di veri valori, sostituiti dal più assurdo relativismo che avanza sempre più, nascondendosi sotto i velami del perbenismo sociale, tirannico e ipocrita per sua natura.
    La famiglia a cui si accenna è stata recentemente vittima di un subdolo attacco da parte dell’istruzione scolastica, e ora spiego velocemente il perché. Marito e moglie avevano già dovuto in passato cambiare scuola al proprio figlioletto, un bambino di 10 anni, per diversi problemi verificatosi all’interno del vecchio comprensorio.
    Con la speranza di trovare un ambiente migliore hanno deciso di iscriverlo alla Scuola Primaria “Carlo Collodi” di Carpi, statale ovviamente, ma vicino a casa.
    La scelta, che potremmo definire eroica visti i tempi in cui viviamo, dove l’egemonia del lavoro ha la meglio su qualsiasi cosa, è quella intrapresa dalla madre – ovviamente con il consenso del marito – la quale ha deciso di rimanere a casa dal lavoro per poter assistere meglio le attività del figlio e occuparsi dei lavori domestici.
    Ma veniamo ora ai fatti che più ci interessano. Stiamo parlando ovviamente di una famiglia cattolica, ben conscia di ciò che accade al di fuori dei recinti delle mura domestiche; cosciente che, volente o nolente, iscrivere un figlio ad una scuola statale comporta enormi rischi, visti i risultati con cui la “cultura” del gender si è rapidamente inserita, ancor più grazie a quell’auto-incensante “legge” cosiddetta “Buona Scuola”.
    Avvalendosi di tutte le possibilità di tutela previste dalla normativa, che si riassumono poi nell’invio del consenso informato con diffida, spedito tramite raccomandata alla scuola ad inizio anno scolastico, la famiglia carpigiana sperava di poter dormire sonni tranquilli, o meglio, forse non tranquilli… Ma perlomeno certa di essere informata sulle porcherie che un sistema d’istruzione malato vuole propinare ai bambini.
    Tutto bene, a parte i soliti scontri con genitori anestetizzati da ciò che accade intorno, insegnanti che non sono a conoscenza di ciò che veramente sta passando per spiragli ideologici sempre più ampi, o se ne sono a conoscenza se ne strafregano. Tutto sommato però sembra che al figlioletto non sia stato proposto niente di quanto impone il globale “gender-diktat” che nelle scuole primarie e negli asili fa ormai da padrone.
    Proprio negli ultimi giorni però arriva un’amara ed inaspettata sorpresa: la maestra affida alla classe la lettura di un libro, distribuendo a tutti i bambini il medesimo testo, dal titolo “Ascolta il mio cuore”. Il compito dato per casa è quello di leggere il libretto e capirne i contenuti, senza particolari ulteriori indicazioni.
    La madre si presta dunque ad una lettura condivisa con il bambino, ignara di quanto stava per passare sotto i suoi occhi. Riportiamo qualche stralcio qui di seguito per dare un’idea di quello che questi due poveri genitori si sono trovati davanti.
    Si sta qui parlando, nel libro, di “toreri” e il discorso è tra un bambino e una bambina:
    “E poi le donne a fare i toreri non ce le vogliono” – aggiungeva Gabriele dispettoso. “Bè vuol dire che cambierò sesso” – pensava Prisca. Elisa le aveva mostrato, su una rivista medica dello zio Leopoldo, la foto di un camionista svedese che si era fatto fare un’operazione ed era diventato una bellissima ragazza. “Se fossi maschio potrei anche fare il mozzo su una nave mercantile e andarmene in giro per il mondo” – pensava Prisca. (…) “Va bé, vuol dire che prima mi sposerò e avrò i miei diciassette bambini, e solo dopo cambierò sesso e farò il torero”. Era un pensiero consolante avere quella doppia possibilità grazie al progresso della scienza.
    Si potrebbero citare altri estratti, ma per l’amore di un canonico limite si preferisce tralasciare, buttando per un attimo lo sguardo all’autrice di questa bella operetta gender, fatta entrare senza nessuna riserva nella scuola di Carpi ( e chissà in quante altre ).
    Si tratta di Bianca Pitzorno, la famosa scrittrice e saggista italiana che si occupa da tantissimi anni di libri per bambini e ragazzi. Molto conosciuta nell’ambiente LGBT perché lei stessa si è più volte dimostrata ardua combattente per le cause omosessualiste, potremmo addirittura attribuirle il ruolo di pioniera dei primi libretti i gender per bambini, come quello in questione, che infatti fu editato nel lontano 1991. Anche la Nuova Bussola Quotidiana si era occupata in passato di uno dei testi della Pitzorno più precisamente di “Extraterrestre alla pari” dove – per farla breve – si parla di un extraterrestre che per un periodo vive la condizione di entrambi i sessi, rimanendo sconvolto per i pregiudizi che ci sono sulla terra contro questa duplice condizione sessuale.
    La datata scrittrice ha rilasciato anche interviste al mondo lesbo, prendendosi i plausi di quest’ultime che si vantano di essere cresciute con i suoi libri; anche il sito internet cultura-gay ha molto a cuore la Pitzorno, che, fra le altre cose guarda caso, è pure ambasciatrice all’UNICEF da circa 16 anni.
    Ebbene questa personaggia viene proposta nelle scuole da circa vent’anni o più, forse sotto il gran silenzio di tante persone che nemmeno si accorgono di ciò che passa loro sottomano, o forse con il mutuo consenso di chi invece vuole che queste cose passino.
    Proprio questa infatti è stata la risposta che il Preside della scuola Collodi ha dato ai due genitori – fra l’altro indirettamente – dopo che questi hanno inviato una lettera all’attenzione di tutto il personale scolastico, facendo notare prima di tutto gli scandalosi contenuti presenti nel libretto, e poi ribadendo il consenso informato con diffida che ad inizio hanno avevano fatto avere alla scuola. La richiesta dei genitori è stata semplice semplice: la rimozione del libro dalla biblioteca scolastico, in quanto lesivo e diseducativo per la morale dei bambini.
    Ovviamente non c’è stato nessun tipo di risposta immediata, ne da parte di insegnanti, ne tanto meno dal Preside, sicché la famiglia stessa si è rivolta alla coordinatrice di classe per chiedere come fosse stato accolto il loro fervente appello.
    Negativamente, è chiaro: la coordinatrice ha fatto da tramite riferendo ai due genitori che “il Preside non ha nessuna intenzione di rimuovere il libro”, che dice essere stato già usato tantissime volte in passato, ma soprattutto non può e non deve essere rimosso per la richiesta di una sola famiglia che ha voglia di lamentarsi.
    Cosa rimane da fare a questa povera famiglia disperata, se non ritirare il figlio da una scuola che ha tutti gli scopi possibili ed immaginabili fuorché quello fondamentale che dovrebbe avere, ovvero l’educazione e la formazione di bambini/ragazzi moralmente saldi? Queste scelte però comportano conseguenze, danni, dolori e lesioni a bambini che ancora così piccoli sono costretti a dover cambiare – ovviamente per il loro bene – a causa di un mostruoso insegnamento che avanza sempre più fra le mura della scuola pubblica. La superficialità e l’incompetenza del personale scolastico, come in questo caso, meriterebbe un po’ più di attenzione, ma non vogliamo avvelenare ulteriormente il sangue ai lettori.
    Per concludere, e riassumere: se a tuo figlio vogliamo insegnare il gender a scuola, tu devi tacere. O se anche hai intenzione di parlare devi sapere che non ti ascolterà nessuno, che del tuo consenso informato con diffida non ce ne frega nulla, e che sei l’unico pazzo fermo alla concezione di maschio e femmina come unica cosa possibile salvo denaturalizzare la società.
    Davanti a questo scempio, come comportarsi allora? Credo, e mi permetto di dirlo, che sia giunto il momento di rimboccarsi seriamente le maniche per creare valide alternative, volte a garantire la salute psico-fisica e spirituale dei nostri figli. Nonostante il collettivo e pandemico obnubilamento, bisogna raccogliere le forze di tutti i genitori affranti, ma allo stesso tempo decisi a fare qualcosa.
    Creare piccoli gruppi di famiglie, confrontarsi, e trovare soluzioni per creare scuole paterne che siano in grado di formare i ragazzi nella maniera corretta, per ben vivere qui sulla terra come oneste e civili persone, per poi diventare un giorno abitanti del Cielo.
    Quello che continua ripetutamente a succedere e a passare nelle scuole non è più uno scherzo. È un Leviatano sempre più prorompente che sta intessendo tele ovunque, con prospettive davvero agghiaccianti. Continuare a denunciare va bene, ma il non trovare valide e possibili alternative corrisponde a scavarsi una fossa pur sapendo che si può evitare la morte immediata. A noi la scelta.
    Carpi: genitori costretti a cambiare scuola al figlio per i libretti gender ? di Cristiano Lugli | Riscossa Cristiana

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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Unioni Civili. ProVita e Giuristi per la Vita: “Sosterremo i sindaci obiettori”
    Glenn Peter Stromberg
    Le Associazioni ProVita e Giuristi per la Vita hanno offerto “pieno sostegno anche a livello giuridico” ai sindaci che hanno chiesto – invano – al Parlamento di prevedere l’obiezione di coscienza nella legge sulle unioni omosessuali. Il sostegno vale “per qualsiasi problematica di tipo legale che possa insorgere” dal porre in essere gesti o attività come il rifiutarsi di costituire o registrare un’unione civile, la delega a terzi dei relativi compiti, oppure l’obiezione di coscienza integrale da parte dell’amministrazione locale.
    ProVita ha raggiunto telefonicamente Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte Costituzionale, il quale ha affermato: “La sentenza n. 467 del 1991 della Consulta afferma una tutela della coscienza individuale quando sono in gioco valori morali importanti. La legge Cirinnà ha un carattere sostanziale per la nostra società. Pertanto ritengo che l’obiezione di coscienza possa essere esercitata da un pubblico ufficiale quando a questi sia richiesto di celebrare unioni civili tra due persone dello stesso sesso”.
    Toni Brandi, presidente di ProVita, dichiara: “Il rifiuto di ‘celebrare’ unioni civili non si basa su opinioni personali contrarie alla legge, ma sull’esigenza avvertita dalla coscienza di rispondere a una legge superiore: la legge naturale. Perciò siamo pronti a portare queste istanze davanti alla Corte Costituzionale“.
    Unioni Civili. ProVita e Giuristi per la Vita: "Sosterremo i sindaci obiettori" | Barbadillo


    All cops are… gay?
    Durante il Londra Pride, un poliziotto si è inginocchiato davanti ad un suo collega e gli ha chiesto di sposarlo. Un altro agente ha compiuto un gesto simile con il proprio compagno che si trovava al di là delle transenne. E, manco a dirlo, le immagini hanno “commosso il web”. Sono (anche) questi patetiche scene, da cui siamo ormai bombardati, a indirizzare l’opinione pubblica. Che bello l’amore gayo!
    All cops are? gay? | Azione Tradizionale






  10. #210
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    Predefinito Re: Vai col gender!

    Manipolatrice e utopistica: è la gendercrazia il totalitarismo soft che ci sta distruggendo
    di Ermes Dovico
    L’oscuramento della differenza tra maschile e femminile, l’uso di slogan accattivanti per ottenere consenso con il sostegno dei grandi media, il ruolo della fecondazione artificiale nel favorire la diffusione di un’ideologia che fa perdere il senso della natura umana, la necessità di riscoprire la bellezza della triade madre-padre-figlio. Sono questi i temi affrontati in Gendercrazia, nuova utopia. Uomo e donna al bivio tra relazione o disintegrazione (Sugarco Edizioni), il secondo libro di Chiara Atzori, da anni impegnata nel dimostrare l’inconsistenza scientifica e la pericolosità della teoria gender. La Nuova BQ l’ha intervistata.
    Dottoressa Atzori, partiamo dal titolo: perché parla di “gendercrazia” e perché questa nuova utopia può essere più pericolosa delle altre che l’hanno preceduta?
    Gendercrazia è un neologismo che mi sono permessa di utilizzare perché raccoglie in sé questa parola (gender) oggi negata, ma che in realtà permea tutta la “cultura” in cui siamo immersi, dalla televisione, ai giornali, al cinema e soprattutto Internet. I colossi del potere mediatico e finanziario come Apple, Facebook, Google, Microsoft da tempo sostengono il gender mainstreaming, cioè la visione secondo cui la sessualità binaria (maschio-femmina, uomo-donna) sarebbe superata e da sostituire con quella molteplicità di generi che non sarebbero più due, ma addirittura 72, secondo l’ultima classificazione. Parlo di utopia perché è una visione sganciata dalla scienza, dall’ecologia, elaborata per lo più da una ristretta accademia di stampo ateo, materialista, femminista radicale e omosessualista: un gruppo minoritario ma economicamente potente e ben supportato, che in pochi decenni è stato in grado di introdurre e imporre gradualmente questa ideologia nelle più diverse discipline (dalla filosofia alla psichiatria, dall’educazione alla sociologia di massa e all’economia). La pericolosità sta nel fatto che dichiarandosi “inesistente” ed essendo sconosciuto al grande pubblico, il gender non è chiaramente identificabile come potevano essere i totalitarismi del passato, politicamente definiti.
    Come si è arrivati ai concetti di gender e identità di genere e che consistenza hanno dal punto di vista scientifico?
    Il momento di svolta è negli anni ‘50, a causa dell’azione congiunta di alcuni nomi dell’area sessuologica tra i quali Alfred Kinsey, un etologo, Robert Stoller, uno psicanalista che si occupava di transessualismo, e lo psicologo John Money che si occupava di casi di ermafroditismo. Il conio di “identità di genere” è attribuibile a Money, che rispetto alla formazione dell’identità sessuata teorizzava la preponderanza degli aspetti culturali-educativi (identità di genere) a discapito di quelli biologici (identità sessuale). Il suo nome è legato soprattutto al caso dei gemelli maschi Reimer, di cui uno – a seguito di una maldestra operazione di circoncisione che gli causò la perdita del pene dopo pochi mesi di vita – venne cresciuto come una “bambina” proprio su indicazione di Money, che per anni propagandò l’inesistente successo del suo esperimento quale prova dell’evidenza “scientifica” della sua teoria del genere come qualcosa di sganciabile dal sesso biologico. Fu un falso storico e scientifico smascherato solo dopo decenni, nonché un dramma per Reimer, che non si identificò mai nel sesso femminile e morì suicida. Eppure, i libri di pediatria, medicina, endocrinologia, sociologia e psicologia, per non parlare dei testi dei gender studies, si rifanno continuamente a Money per validare il concetto di separazione tra identità di genere e sesso: ci si dimentica del fatto che si sta parlando di una clamorosa e ideologica bufala scientifica.
    Nel suo libro si sofferma, tra l’altro, sulla necessità di vivere il corpo come un dono, mentre il gender porta a una “disintegrazione” della natura umana.
    Il concetto di corpo come dono riconosce un’evidenza: non si “sceglie” a quale sesso appartenere, ma si riceve dal patrimonio genetico e dalle interazioni anche prenatali il “pacco dono” da cui partirà l’interazione sensoriale, emozionale e poi cognitiva, che porterà alla consapevolezza di “essere” sessuati. La stessa psicanalisi sottolinea come la sessuazione psichica avviene proprio perché “appoggiata” a un corpo, e che questo corpo è in relazione dall’inizio del suo esistere, non solo come unione di spermatozoo e ovulo (cellule irriducibilmente legate a un corpo rispettivamente maschile e femminile) ma anche come “circoncisione simbolica di ogni essere umano”, testimoniata dalla presenza dell’ombelico. Il gender, invece, disconosce il dono del corpo, la relazionalità, le radici che ci costituiscono, per privilegiare un’improbabile autodeterminazione, anche mediante la manipolazione chirurgica, endocrinologica, verbale, per non parlare dell’abbigliamento e dei gesti: tutto è considerato disponibile a piacimento, secondo una soggettività autoreferenziale, individualista, che pretende di “fare” del proprio essere la realizzazione di un desiderio atomizzato, privo di legame con il biologico. In questo senso il gender è la disintegrazione dell’umano, che per sua natura è sostanza individuale di natura razionale, relazionale, sessuata, simbolica e dotata di parola.
    In che modo la manipolazione del linguaggio sta contribuendo a diffondere capillarmente questa ideologia?
    Come in 1984 di Orwell la neolingua era la modalità per l’esercizio dell’ideologia, così oggi il continuo e martellante diffondersi di neologismi ambigui sul tema della sessualità, della famiglia, della filiazione (su cui viene richiesto dall’alto l’adeguamento generale) crea le condizioni ideali per agire sulle persone non informate adeguatamente o magari semplicemente insicure. Lo psicoreato gender (pensare diversamente dal gender mainstreaming) è qualcosa che già esiste, anche se viene chiamato con termini più inquietanti come “omofobia” o “discorso dell’odio”. Non per niente, per i giornalisti sono già state create dal gruppo di lavoro Lgbt (secondo la “Strategia nazionale” appoggiata dall’Unar) le linee guida per la corretta trattazione terminologica dei temi gender sensibili. Qualcosa che ricorda il MinCulPop di fascista memoria e d’altra parte si allinea al concetto gramsciano di egemonia culturale. Se si domina la cultura, si domina e si controlla il linguaggio, si detiene e si mantiene il potere, come tristemente ci hanno insegnato i totalitarismi del passato. La gendercrazia è un totalitarismo “soft”, ma non meno attento al tema dell’egemonia culturale e linguistica: e ciò è chiarissimo nei programmi scolastici e nelle modalità di revisione dei testi scolastici in chiave gender.
    Lei scrive che sulla triade madre-padre-figlio è calato un mutismo mediatico. È solo un problema di condiscendenza all’ideologia dominante o si sta anche perdendo consapevolezza della necessità di questa triade?
    La bellezza della triade uomo-donna-bambino, ossia quell’incontro della differenza grazie a cui si genera e si accudisce insieme il figlio, è fortemente oscurata, sia a livello simbolico che come fonte di responsabilità e impegno, a favore di una visione edonistica, ricreativa e individualistica della sessualità, intesa come godimento personale, soddisfacimento dei propri bisogni e non apertura all’altro e alla vita.
    Esperti come Claudio Risè, Massimo Recalcati e Giancarlo Ricci hanno fatto notare come dalla rivoluzione sessuale del 1968 il depotenziamento del concetto di autorità è andato di pari passo con la deflagrazione di ogni figura maschile positiva, necessario limite simbolico alla simbiosi madre-bimbo ma anche protettiva cornice della famiglia. La figura paterna è stata la prima a fare le spese di questo mutismo mediatico. Oggi, anche la figura della madre è in crisi, in quanto femminismi, pari opportunità e carrierismi vari hanno per decenni invocato una parità che in realtà è diventata mascolinizzazione della donna, pretesa di equiparazione economica ma infine distruzione della peculiare e preziosa prerogativa della donna di potere essere colei che accudisce e fa crescere dentro di sé la vita che germoglia.
    Manipolatrice e utopistica: è la gendercrazia

 

 
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