Londra, anche i semafori sono gay: l'iniziativa del sindaco musulmano
Il sidnaco musulmano di Londra per sostenere il gay Pride Festival ha modificato i semafori sostituendo gli omini con coppie omosessuali
Anna Rossi
Il sindaco musulmano di Londra si è già insediato per bene nella città e dopo aver proibito una campagna pubblicitaria perché imbarazzante per le donne ha deciso di cambiare i semafori in favore dei gay.
Da qualche giorno, l'omino verde che segnala la possibilità ai pedoni di attraversare la strada non è da solo, ma in compagnia di un suo simile. A Londra, nel cuore pulsante e vivace di Trafalgar Square, una cinquantina di semafori si illuminano con due uomini stilizzati mano nella mano. E ad unirli c'è un cuore. Uomini che tengono altri uomini, donne con donne: ecco l'ultima iniziativa di Khan per sostenere la comunità Lgbt.
"Una delle cose più grandi di questa città sono le nostre differenze e ogni londinese dovrebbe essere orgoglioso di questo - ha detto il sindaco di Londra Sadiq Khan - Sono molto orgoglioso della nostra comunità Lgbt e non vedo l'ora di lavorare a stretto contatto con loro come sindaco. I nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolte ancora alle famiglie e agli amici delle vittime del recente terribile attacco a Orlando".
Questa istallazione è temporanea, come scrive l'Huffingtopost, ed è stata creata in occasione del gay Pride Festival, in corso in questi giorni a Londra. La città è stata adibita per ospitare la grande parata di sabato che concluderà la manifestazione gay. Dal canto suo, il direttore del Pride ha commentato entusiasta "questa iniziativa dei semafori". "Il gesto del nostro sindaco è stato fantastico. Siamo felici di avere il suo sostegno. Per molte persone l'accettazione e la tolleranza sono un lusso che ancora non hanno" - ha concluso il direttore del festival.
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Lgbt contro la Brexit, infatti per loro l'Ue è vitale
di Ermes Dovico
Quando mancano pochi giorni al referendum del 23 giugno, è ormai esplicita la contrarietà della lobby Lgbt rispetto a un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Già a maggio il deputato conservatore Ben Howlett, un ventinovenne di dichiarata tendenza omosessuale, aveva scritto un appello su un portale gay, esortando la comunità arcobaleno a votare contro la Brexit perché “la nostra appartenenza all’Unione europea è stata vitale per migliorare i diritti Lgbt nel Regno Unito”. Nel ricordare che l’affermazione dell’agenda Lgbt è stata facilitata da alcune sentenze della Corte di giustizia europea e da direttive comunitarie, Howlett aveva anche sottolineato che “il Parlamento europeo sta adesso spingendo per estendere il riconoscimento legale delle unioni dello stesso sesso a tutti gli Stati membri”: un fatto che rende bene l’idea del condizionamento in corso, così pervasivo da ignorare volutamente che queste materie sono di competenza dei singoli Paesi.
Dopo l’invito di Howlett, l’8 giugno è stata la volta dell’International lesbian and gay association (Ilga), con la pubblicazione di un documento in cui sono elencati cinque elementi chiave che nella loro ottica rendono necessario il voto per la permanenza nell’Ue. L’Ilga-Europe, che ha il suo quartier generale proprio a Bruxelles e viene cospicuamente finanziata dalla Commissione europea attraverso il programma Diritti, uguaglianza e cittadinanza 2014-2020 (tra l’altro, è noto che la stessa Commissione ha prenotato una barca per la sfilata finale dell’EuroPride in programma ad agosto nei canali di Amsterdam), argomenta infatti che l’Ue “è stata la prima organizzazione internazionale a riconoscere esplicitamente l’orientamento sessuale e l’identità di genere come meritevoli di tutela legislativa contro le discriminazioni”, da intendere nel senso distorto della neolingua Lgbt, secondo cui sarebbe discriminatorio non poter adottare, sposarsi o cambiare sesso all’anagrafe.
Tutta la gamma dei nuovi diritti, insomma, che nel Regno Unito sono stati approvati da tempo (con qualche lieve differenza tra le quattro nazioni che lo compongono), inizialmente promossi dai governi laburisti di Tony Blair e Gordon Brown e poi, dal 2010 a oggi, ulteriormente ampliati sotto la guida del premier conservatore David Cameron, che oltre a essere tra i principali promotori del “matrimonio” egualitario si è spinto a inventare le quote arcobaleno nella Bbc e a impegnarsi per mettere al bando le cosiddette terapie riparative. Ecco perché l’associazionismo Lgbt lo adora e ne sostiene la campagna per rimanere nell’Ue, attorno alla quale si gioca una buona parte del futuro politico di Cameron.
Per l’Ilga è molto più rassicurante sapere che la Gran Bretagna, terza nella Rainbow Map dedicata al Vecchio Continente (con l’81% di completamento dell’attuale programma pro Lgbt), continui il suo percorso al fianco delle istituzioni europee, in uno scambio reciproco in cui entrambi gli attori favoriscono politiche gay friendly: “Se il Regno Unito si considera un faro per l’uguaglianza Lgbt, può lavorare per usare questa influenza condividendo la sua expertise con quegli Stati membri che hanno leggi meno complete”, si legge sempre nel documento dell’Ilga, che elogia anche le sentenze della Corte di giustizia europea perché “hanno aiutato ad assicurare l’uguaglianza Lgbt nel Regno Unito molto più velocemente” di quanto i britannici avrebbero potuto fare da soli. Un ragionamento che sul piano pratico non fa una piega, nel senso che interpreta benissimo quel mantra “ce lo chiede l’Europa”, sfruttato secondo le convenienze politiche del momento.
Al di là di tutte le altre considerazioni che si possono fare sulla Brexit, sarebbe davvero stravagante se per la permanenza nell’Ue del Regno Unito, lo Stato membro tradizionalmente più isolazionista e con il più alto numero di opt-out (cioè la rinuncia ad aderire a specifiche previsioni dei trattati, dall’unione monetaria a Schengen), risultasse in qualche modo decisiva la “causa comune” delle rivendicazioni arcobaleno. Nell’Europa che ha rifiutato di riconoscere le radici cristiane in quella che sarebbe dovuta diventare la sua Costituzione - a parte qualche eccezione rappresentata da alcuni Paesi dell’Est che di quelle radici vanno fieri (in primis la Polonia), a maggior ragione dopo aver sperimentato la realtà del regime comunista - sembra proprio che l’agenda gay sia l’unico elemento che mette tutti d’accordo.
Lgbt contro la Brexit, infatti per loro l'Ue è vitale




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