Più che alla Fed, dovremmo guardare a Burkina Faso e Nigeria - Rischio Calcolato | Rischio Calcolato



Tra mercoledì e giovedì, nel silenzio generale, c’è stato un colpo di Stato in Burkina Faso, nazione dell’Africa Occidentale senza sbocchi sul mare ma strategica nel contrasto al terrorismo islamista, come ci mostra questa cartina.

Giovedì l’esercito ha annunciato di aver preso il controllo del Paese e di avere sciolto il governo, dopo l’arresto del presidente ad interim, Michel Kafando, e del primo ministro, Yacouba Isaac Zida, ponendo tutto il potere nelle mani del generale Gilbert Diendéré. Durante l’arresto, centinaia di manifestanti si sono riuniti fuori dal palazzo presidenziale per protestare contro il colpo di Stato ma l’esercito ha disperso la folla sparando in aria: cancellati tutti i voli in uscita dal Paese e imposto il coprifuoco. Strano timing quello di questo golpe. L’11 ottobre prossimo avrebbero infatti dovuto tenersi libere elezioni, dopo che alcune violente proteste lo scorso anno avevano portato alla deposizione del presidente, Blaise Compaoré, dopo 27 anni di potere assoluto.
E la guardia presidenziale, il corpo dell’esercito che ha guidato il colpo di Stato, viene considerata molto vicina proprio a Compaoré: il generale Diendéré è stato per circa trent’anni consigliere di Compaoré, il quale aveva reso il Burkina Faso un importante alleato della Francia (il Paese era stata colonia francese fino al 1960) e degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo contro qaedista. Durante il governo di Compaoré, inoltre, proprio il generale Diendéré aveva ricoperto un ruolo importante nella negoziazione per la liberazione di alcuni ostaggi occidentali rapiti dai gruppi islamisti del Paese.
Fin qui la cronaca. Ora, qualche numero e fatto. Primo, come reagiranno i Paesi occidentali impegnati (almeno formalmente) nella lotta al terrorismo islamico, all’instabilità innescata dal golpe militare in un Paese così vicino al Mali, dove un altro colpo di Stato aveva permesso a simpatizzanti di Al Qaeda di dichiarare la nascita di uno Stato islamico (ring any bell?) nella metà settentrionale del nazione e alla Nigeria, la quale vede tre province già nelle mani delle milizie di Boko Haram? Beh, sono tante le cose da sapere prima di rispondere a questa domanda. Primo, ad esempio che il capitano Amadou Haya Sanogo, l’uomo che sul finire di marzo del 2012 guidò il golpe in Mali, ricevette più volte addestramento militare negli Stati Uniti, come confermato al Washington Post da Patrick Barnes, ufficiale dell’Africa Command statunitense di stanza a Washington, a detta del quale Sanogo “visitò gli Stati Uniti molte volte per ricevere un’educazione militare professionale che contemplava anche un addestramento da ufficiale”. Ma tu guarda a volte le combinazioni!
Inoltre, è bene sapere che dal 2007 ad oggi gli Stati Uniti hanno creato circa una dozzina di basi aeree in Africa per portare a compimento operazioni di intelligence nelle aree più calde del Continente, la gran parte delle quali dislocate in hangar non visibili di basi militari o aeroporti civili africani. Si tratta di una vera e propria operazione su larga scala, il cui nome in codice è “Creek Sand” e viene portata avanti da forze speciali. E sapete dove si trova la base aerea più importante di questo network di intelligence? A Ouagadougou, guarda caso la semi-sconosciuta capitale di quel Burkina Faso che tre giorni fa è stato teatro di un bel colpo di Stato militare!
Il grosso della sorveglianza Usa avviene attraverso aerei civili mono-motore Pilatus PC-12 di fabbricazione Svizzera dotati di ogni tipo di strumentazione per registrare, intercettare, captare segnali ma non armati e senza insegne militari o governative. Il Pentagono cominciò ad acquistarli nel 2005 per portare i commandos delle forze speciali in territori in cui l’esercito Usa manteneva una presenza clandestina ed esiste anche un’altra versione del velivolo in dotazione all’Air Force, nota come U-28A.
Ed ecco che negli ultimi anni, dozzine di personale militare e contractors statunitensi sono arrivati a Ouagadougou, in Burkina Faso, sotto l’egida appunto del programma “classified” Creek Sand e hanno creato la loro base aerea nell’area militare dell’aeroporto internazionale della capitale. Da lì, negli anni, sono decollati i velivoli in direzione Nord verso il Mali, la Mauritania e il Sahara alla ricerca di avamposti di Al Qaeda nel Maghreb ma anche verso la Nigeria contro Boko Haram e la Somalia, dove è attivo il gruppo qaedista al-Shabab. Sono circa 100 le persone attive nell’area e sotto l’egida di “Special Operations” alla ricerca del capo della guerriglia ugandese, Joseph Kony. Ma oltre al Burkina Faso, gli aerei da sorveglianza Usa hanno operato anche in Africa centrale attraverso l’hub principale in Uganda e in attesa dell’apertura di una base in Sud Sudan, mentre nell’Africa orientale si contano basi in Etiopia, in quel Djibouti alleato strategico della Cina di cui vi ho parlato la scorsa settimana, in Kenya ma anche alle Seychelles, dove operano i droni Predator e Reaper.
Quante coincidenze, quanti deja vù. Ma soprattutto, quanti interessi in gioco. E attenzione, perché questi due grafici,


ci dimostrano che a breve la situazione potrebbe degenerare anche nella vicina Nigeria, la stessa dove Boko Haram continua a guadagnare posizioni e terreno. Il primo ci mostra come il mercato interbancario del Paese sia completamente congelato e i tassi aumentati del 200% overnight dopo che il governatore della Banca centrale nigeriana, Godwin Emefiele, ha negato l’intenzione di svalutare la naira, come invece il secondo grafico sembra suggerirci basandoci implicitamente sul movimento del credit default swap del Paese. Alla base del problema c’è il fatto che una direttiva di questa settimana ha imposto ai dipartimenti del governo di spostare i loro fondi dalle banche commerciali a un “Treasury Single Account” presso la stessa Banca centrale, mandando nel panico gli istituti e rischiando di prosciugare la liquidità nel sistema finanziario del Paese.
Alla radice della scelta ci sarebbe la politica di lotta alla corruzione del nuovo presidente, Muhammadu Buhari, la quale però per alcuni analisti rischia di drenare il 10% dei depositi del settore bancario dell’economia più grande dell’Africa. Con il crollo del prezzo del petrolio che già ha impattato pesantemente sulle entrate governative, ponendo sotto pressione la naira e generando fughe di capitali, la situazione pare destinata a diventare esplosiva a breve. Tanto che la scorsa settimana, JP Morgan ha escluso la Nigeria del suo influente Emerging Markets Bond Index, proprio a causa delle restrizioni poste dalla Banca centrale sul mercato valutario per supportare la naira e preservare le sue riserve di valuta estera. Regime change in vista anche in Nigeria? Quante cose sono successe in soli tre giorni in Africa, mentre il mondo guardava solo alla Fed e al flusso senza fine di profughi dal continente africano. La destabilizzazione continua.