C’è un senso nella vita? E in tutto quello che vediamo, c’è un senso, un motivo? In una sola nebulosa stellare, quella che chiamiamo Via Lattea, ci sono miliardi di soli e nel cosmo ci sono miliardi di nebulose stellari: che significa tutto questo? Nel secolo scorso si è giunti a disintegrare l’atomo, una scoperta rivoluzionaria, e ci si è accorti che l’atomo non è l’ultima particella elementare perché è composta da particelle ancora più piccole, protoni, neutroni, elettroni. Cosmo e materia trasformano la nostra conoscenza del mondo in un processo all’infinito, nel quale la scienza farà scoperte sensazionali una dopo l’altra senza mai giungere a quella, impossibile, definitiva. Perché ci potrà spiegare il come, di molte cose, ma mai il perché. Il cosmo racchiude la nostra Terra, un pulviscolo di materia in fuga nell’universo, sul quale ha luogo la nostra esistenza. Eppure noi, in questo microscopico mondo che ci fa vivere, ci arroghiamo il diritto di esprimere giudizi sull’immensità del Cosmo e della Materia senza sapere nulla di nulla, se non quelle tre cose elementari che la Scienza ad oggi ha scoperto. E per dirla con Kant, non con un cireno (quasi)qualsiasi “…non di meno il nostro mondo, questo stupendo e crudele mondo, pur essendo materia è infinitamente più che materia e non può essere compreso come alcunché di scaturito da essa” e ancora, con Karl Jasper “Noi diciamo con Kant: l’unità della vita, che permetterebbe di comprendere l’emergere della vita dall’inorganico, resta, qualora sussiste, irraggiungibile all’infinito. Le nuove conoscenze non fanno che approfondire il mistero che si addensa quanto alla totalità:
E’ quindi ovvio pensare che l’uomo, a differenza dello scimpanzé dal quale sarebbe nato, ha bisogno di Dio. Di fronte all’accertamento di un bisogno, il ragionamento umano può procedere in due modi diametralmente opposti. Si può pensare al bisogno come una spia, una traccia dell’esistenza del fine, dell’oggetto del bisogno stesso. Oppure si può demolire il bisogno, affermando l’inesistenza di un oggetto, qualora si riesca a a dimostrare la labilità, la fantasticheria, la non-libertà psichica che darebbe vita, non all’oggetto, ma al bisogno dell’oggetto stesso Si può da una parte guardare all’uomo, al suo agire, e trovare nei ritmi dell’uomo l’eco di una musica più lontana, più alta oppure si può pensare, come dice Peter Berger, che l’inclinazione umana a ordinare la realtà implichi un ordine trascendente e ogni atto ordinatore sia un segno di tale trascendenza”. O ancora si può attaccare il bisogno e tentare di travolgere con esso l’oggetto del bisogno. La partenza è un sillogismo: l’uomo ha bisogno di Dio; la verifica del bisogno di qualcosa di non verificabile prova l’inesistenza di qualcosa inverificabile; quindi Dio non esiste, lo ha inventato l’uomo creando per se stesso, per paura, per proiezione di proprie situazioni psicologiche , il bisogno di Dio.
Su questa linea però non si prosegue: da una parte coloro che credono che Dio non sia solo “un bisogno”, dall’altra parte gli atei, e gli increduli, che sono una categoria diversa.
C’è un commento, finale, commento al quale mi piacerebbe avere delle risposte: nessuno ha mai affermato che ogni cosa attualmente non verificabile, sarebbe meglio dire non verificata, di cui l’uomo ha bisogno, non esista per il solo fatto che sia stato possibile accertare solo l’esistenza del bisogno. Questo procedimento non è stato mai applicato al bisogno di amore, di felicità, di giustizia, ma solo al bisogno di Dio: perché? E ancora: ma abbiamo davvero bisogno di Dio?






