
Originariamente Scritto da
Tommaso
A parte le armi da fuoco che pare una americanata, e le biciclette che muovendosi poco nuocciono allo scambio (cioè la crescita, il futuro), per il resto di fronte ad un testo del genere come non pensare a Pasolini... e a Napoli.
Inoltre, come pur in Orco, nel Dumini c'è questa vena disperata, sostenuta da un autentica qualità di scrittura, che manifesta chiaramente come loro sono della stessa pasta di un Pasolini, voglio dire lo stesso tipo antropologico inadeguato alla modernità - ma la cui inadeguatezza procede da ragioni moralmente ed esteticamente superiori alla nostra epoca.
Allora si ripropone l'interrogativo di cui parlavo: perché Pasolini non trova nella destra anti-moderna un ascolto non dico complice, ma rispettoso e interessato a quanto viene svolto nel suo lavoro?
Mi rifiuto di credere che ciò sia unicamente o quasi dovuto alla omosessualità, o alla passata appartenenza al partito.
In realtà la risposta ha da vedere con la questione del razzismo, quindi del rapporto di forza ineguale che viene legittimato dal'ideologia razzista.
Sto per dire perché, scoprendo lo sguardo pasoliniano su Napoli, ho capito che non sono pasoliniano e non lo posso essere: Pasolini parlando di tribù parla come di un elemento datoci per natura, quando invece tale tribù non esiste e non è mai esistita. Nella sua filiazione infatti la vecchia plebe di Napoli è storicamente alimentata da tutta la Terra di lavoro, ma anche dalle Calabrie e in tempi più remoti da un immigrazione di mare spagnuola e francese con aggiunte più diverse. Ecco perché razzialmente è un bordello, e ritagliata la grossa porzione di teste larghe (e testarde, rozze, volentieri camorrose) procuratoci dall'entroterra, s'incontra tipi molto spagnuoli, dolicocefali, ed altri ancora di cui la scarsa pigmentazione raccontano storie certamente alieni dalle semplificazioni pasoliniane.
La cifra di tale miscela è la miseria, e la miseria è il prodotto di un rapporto ineguale che vuole durare, e la cui volontà obiettiva si presenta, storicamente, come volontà soggettiva del dominante. Tale volontà racconta la storiella di una superiorità. A dato momento della storia del capitale, la superiorità si trovò a Nord del mondo, a Nord dell'Italia. Napoli deve restare la Napoli che come vorrebbe madre natura è "sotto" Roma e Milano. A Pasolini la narrazione dominante sembrò tragica, e quindi bella. Ed è vero che per chi sa guardare e capire, la scandalosa insistenza con la quale si afferma la povertà di Napoli nella sua forma di una vita che poco o nulla conosce delle istituzioni e dei loro dispositivi di assistenza, tale insistenza provoca una sorta di ebbrezza.
Ma in realtà è ebbrezza che dice il falso. Sicuramente il Pasolini, confortando una verità "ufficiale" pur rovesciandone il metro di valore, parlava di se stesso, e di quanto tragica fosse per lui la sua singolarità. Uomo sensibile, soffriva tanto per questo, e parlando di una Napoli sofferente parlava di sé, ma essendo molto duro verso sé e pensando quindi quanto pudore ci voleva ad evocare tale tema, parlò poco di sé e parlò quindi poco - e in modo per altro sbagliato - di Napoli.
Comunque a parlare in modo sbagliato di Napoli sta in buona compagnia - è stato fatto il nome di Malaparte. Altro caso, questo, che procede però da un motivo completamente diverso.