Da Adolfo Battaglia, Né un soldo, né un voto. Memoria e riflessioni dell’Italia laica, il Mulino, Bologna 2015Per la scienza della politica la vicenda del Pri può forse costituire un utile case study. Nel complesso, la sua nuova dirigenza si era molto avvicinata all’obiettivo: realizzare un partito diverso per contenuti programmatici, struttura organizzativa e costume politico. Il Pri di La Malfa era “entrato”: nel dibattito del paese, nei giornali, nei sindacati, nel mondo economico, nella scienza, nei circoli intellettuali, perfino nei salotti. Perché, alla fine, non decollò?
Adolfo Battaglia e Ugo La Malfa - Anni '70
Anzitutto, l’opinione pubblica non aveva sufficiente consapevolezza delle questioni attinenti al governo di una società industriale: ed era perciò difficile si riconoscesse nel tipo di azione politica del repubblicanesimo-azionista. Si erano d’altra parte radicati nel paese, in dipendenza delle battaglie politiche del dopoguerra, orientamenti bipolari, che per tutta la durata della guerra fredda erano impermeabili alla modifica. Ancora, lo spessore delle concezioni ideologiche, alimentate dal bipolarismo internazionale, creava una situazione in cui un partito laico in lotta con le religioni politiche non poteva che essere in difficoltà. Infine tutto, si cercava il consenso di ceti che, culturalmente, ancora non esistevano, anche se esisteva la società industriale che li esprimeva. Il Pri faceva in certo senso una corsa contro il tempo: contava su una maturazione politico-culturale dei nuovi ceti produttivi che sarebbe arrivata solo dopo molto tempo. E la corsa fu persa, anche se non fu persa soltanto dal Pri.
Una ragione di carattere sociologico non può egualmente essere dimenticata. In generale, ogni struttura sociale sottoposta a revisione genera al suo interno resistenze conservatrici. Ma è inevitabile che le cose si complichino quando si tratti di trasformare un organismo politico, facendo scorrere sangue nuovo nelle sue vene. Ora, la leadership lamalfiana poneva alle strutture del repubblicanesimo il problema di una vita non alternativa ma radicalmente diversa da quella del passato. Si scatenarono così, resistenze molteplici: rifiuti ideologici si cumulavano con avversioni di ordine culturale; preoccupazioni di natura politica si collegavano a perplessità di carattere programmatico; problemi di status sociale si intersecavano con consuetudini personali di vita. Era un insieme di questioni che a prima vista non erano neppure facili da scorgere; e alle quali talvolta si stentava perfino a credere.
Ma esistevano e formavano un grumo poco trattabile.
I repubblicani di base erano in genere persone molto perbene, appassionate, attaccate con l’anima alle loro bandiere. Il problema vero era costituito – come in tutti i partiti – dai quadri intermedi. Da quanti cioè costituiscono l’ossatura di sostegno di un’organizzazione e si identificano normalmente con le persone più disponibili a un lavoro non privo di sacrifici e scarso di ricompense. Questo singolare intreccio di generosità e protagonismo finisce spesso col creare nei partiti il fenomeno di una oligarchia tanto fedele quanto gelosa. Alla sua costituzione seguono facilmente fenomeni di chiusura: la tendenza a limitare il dibattito politico, la diffidenza verso posizioni critiche, la rivendicazione demagogica della priorità del fare sul pensare. Si sviluppa così una metodologia dell’organizzazione che finisce col portare volentieri i quadri intermedi – ovviamente non tutti e non sempre – a insediarsi in luoghi di potere piuttosto che a compiere scelte politiche. Legittime ambizioni spingono nella stessa direzione. E prima o poi insorgono in questa cornice fenomeni corruttivi, connessi alle crescenti necessità finanziarie di organizzazioni divenute politicamente meno dinamiche ma più strutturate. È stato l’intreccio di tutti questi elementi – la struttura forte che esiste in ogni organizzazione politica – che ha attaccato in Italia il sistema politico arrivando a punte di degenerazione, e ha infine contribuito a imporre la trasformazione del “partito del Novecento”. Chiunque abbia ora vissuto criticamente la vita potrebbe confermare, credo, questa sorta di versione contemporanea della “legge ferrea delle oligarchie”, proposta a suo tempo da Michels per il partito socialista d’inizio Novecento.
La battaglia interna per rinnovare il Partito repubblicano fu perciò difficile e lunga. Pesava anche il fatto che proprio su un amico personale del suo segretario, sull’unico ministro repubblicano Oronzo Reale, al di là di ogni intenzione, si addensassero molte posizioni di riserva rispetto alla nuova dirigenza del partito. Il presidente dell’Associazione mazziniana italiana, Giuseppe Tramarollo, che era un serio uomo di cultura, aiutò invece lo sforzo di trasformazione del Pri. Mentre il nostro sinistrismo interno, che si proclamava mazziniano, era semplicemente massimalista. Oltretutto, le opposizioni interne rinascevano dopo il taglio come le teste di Idra. Avemmo anche momenti sgradevoli. Ricordo un incontro che mi fece impressione per la sua crudezza. Gremirono la sala della Direzione del partito, in corso Vittorio, i dirigenti siciliani che alla svolta lamalfiana erano contrari, palesemente o simulatamente. Ci fu una discussione lunga e aspra fino a notte. E alla fine soltanto con la forza della sua passione politica e della sua eloquenza La Malfa riuscì a sopraffare posizioni colme di veleni.
(continua)





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