"Serve un colpo d'ala", dice Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, riferendosi allo stato pietoso del Popolo della Libertà, colpito da una gragnuola di polemiche sul caso Brancher - gestito male e finito peggio - e dilaniato al proprio interno dallo scontro feroce fra le correnti. In effetti, di fronte a questo spettacolino disgustoso, che rischia di mandare al macero la credibilità di un partito in evidente affanno, servirebbe una svolta, quasi un colpo di teatro.
Ma non si sollazzino i cosiddetti "finiani", sempre pronti a cogliere la palla al balzo per sottolineare le difficoltà, per additare gli errori, per impartire le solite lezioncine sulla morale. Nel momento più nero del PDL, sono proprio loro a gettare benzina sul fuoco, ad alimentare le divisioni, a creare il caos. Certo, la leadership berlusconiana non è affatto esente da debolezze, omissioni e financo gravi errori nella gestione della fase politica. Ma proprio quando il partito dovrebbe dimostrare unità e coesione, ecco puntuali il controcanto, la differenziazione, lo smarcamento, la critica distruttiva e velenosa.
Il buon - si fa per dire - Fabio Granata arriva al punto di difendere il "pentito" Spatuzza, quasi a dar credito alle fandonie sulle origini mafiose di Forza Italia ed alla trattavia fra lo Stato e Cosa Nostra. Bocchino, tanto per non smentirsi, attacca il Presidente del Senato Schifani, anzi lo insulta, definedolo "berluschino" e capo-corrente. Briguglio non perde tempo e spara su crisi e cambi di governo, addirittura di nuovi patti elettorali (come se gli elettori non esistessero o non fossero pronti a prendere il forcone di fronte ad un tradimento del programma da loro votato). Fini, ma ormai è scontato, aizza la polemica con la Lega, e sornione attende il cadavere (politico) di Berlusconi lungo il fiume.
Per carità. Siamo i primi a dire che la Padania come nazione non esiste (nessuno osi negare l'esistenza di una questione settentrionale accanto a quella meridionale però), che le affermazioni di Bossi sulla violenza sono deplorevoli, che la permanenza di Marcello Dell'Utri nel partito ci schifa (ma mettiamo i puntini sulle "i": non esiste alcun rapporto fra mafia e nascita di Forza Italia, ed il teorema delle procure esce polverizzato), che il caso Brancher ci lascia di sasso.
Ma i problemi vanno risolti, non aggravati. Il PDL non può, non deve trasformarsi nella DC delle correnti, della Babele caotica e disordinata. Il leader, che piaccia o no, è uno, e uno soltanto, per manifesto riconoscimento e per consenso grandemente maggioritario. Il partito è uno, e le correnti rappresentano una metastasi (vero, Fini?) inaccettabile.
Serve un colpo d'ala. E' giunta l'ora che il Presidente riprenda in mano le redini di un partito quasi allo sbando, anche a costi di scatenare il putiferio con elezioni anticipate.




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