di Giovanni Spadolini - “La Voce Repubblicana”, 2-3 settembre 1983
Agosto 1943. Dopo la caduta della dittatura, i partiti antifascisti riorganizzarono la propria presenza nel paese, puntando con decisione all’obiettivo di evitare ogni restaurazione autoritaria: pericolo evocato da quell’immaginazione di un “fascismo senza Mussolini” che molti democratici intravedono nella guida del governo affidata a Pietro Badoglio.
Sono giorni di intensa, febbrile e talora convulsa attività politica, non ancora sottratta alla clandestinità per le ipoteche che gli avvenimenti del 25 luglio avevano posto sulla vita nazionale, una formula istituzionale corrispondente ai limiti di un regime militare fondato sulla continuità e quindi insufficiente al pieno sviluppo delle libertà civili e politiche. Così, “La Voce Repubblicana”, il glorioso quotidiano del partito repubblicano che nel ’25 aveva dovuto sospendere le pubblicazioni per la misure restrittive della libertà di stampa, non può riaccostarsi con piena libertà a lettori: dovrà riprendere le pubblicazioni solo nella clandestinità.
Ecco perché dall’1 agosto del ’43 al 2 giugno del ’44 Giovanni Conti, l’uomo che per un ventennio aveva serbato intatta la tradizione culturale e politica del repubblicanesimo, parallelamente all’attività editoriale legata alla “Libreria politica moderna”, assunse l’incarico delicato e difficile di direttore de “La Voce Repubblicana” clandestina. Un incarico che egli volle affiancare a quello di segretario del partito per l’Italia centrale, convinto che la “Voce” dovesse costituire lo strumento fondamentale col quale condurre la battaglia repubblicana in un paese avviato verso la democrazia.
Una austera veste tipografica
Già la veste tipografica della “Voce”, austera e più angusta di quella degli anni ’20, era testimonianza delle difficoltà dell’attività giornalistica dei repubblicani e rivelava l’integrale volontarismo con cui il direttore, insieme ai giornalisti raccolti intorno a lui, tutti i militanti di partito, assicurava la periodicità dell’organo del PRI. Nell’abitazione di Giovanni Conti, all’interno del centro storico di Roma, avveniva il deposito non meno che la distribuzione delle copie, con metodi artigianali i quali comprendevano persino le spedizioni del giornale che, in obbedienza alle regole della clandestinità, non poteva non realizzarsi attraverso comuni buste postali: le sole capaci di ingannare la vigilanza della polizia.
Clandestino in monarchia, ancora più clandestino sotto il dominio nazi-fascista. Sarà la drammatica e malinconica vicenda dell’8 settembre, con la fuga della famiglia reale da Roma e l’inizio dell’occupazione nazista, a rendere ancora più impegnativa l’attività del giornale repubblicano. La risposta dei repubblicani all’annuncio della partenza di Vittorio Emanuele giunge immediatamente: “Italiani! . scrive la “Voce” – In quest’ora di supremo dolore che mai straziò con tanto pianto l’anima nazionale non abbandonate la speranza, non perdete la fede nella rinascita e nel trionfo della Patria italiana. L’altra Italia che sorge, quella degli eroi e dei martiri delle cospirazioni e delle battaglie del Risorgimento, l’altra Italia, quella di Mazzini e di Garibaldi, quella della guerra della libertà, l’Italia del Popolo, salverà il suo onore, conquisterà il suo avvenire, fondando la Repubblica della giustizia sociale”.
Era quindi un appello all’ “altra Italia” – il linguaggio che più ispirerà Ugo La Malfa negli ultimi anni – che rivendicava la continuità fra il primo e il secondo Risorgimento nell’affermazione di quel valore della sovranità popolare che esigeva solo una forma di governo: quella repubblicana.
Perché i repubblicani non aderirono al Comitato di Liberazione Nazionale? Non certo per il desiderio di incrinare l’unità della Resistenza al nazi-fascismo, come dimostra l’attiva partecipazione segnate dalle brigate “Mazzini” e “Cattaneo” non meno che dalle “Squadre di azione repubblicana”.
Proprio per consentire il coordinamento fra le formazioni partigiane i repubblicani furono presenti nel Comitato di Liberazione dell’Alta Italia e nei numerosi Comitati di Liberazione costituiti a livello provinciale: ma non nel CLN che, all’indomani dell’8 settembre, si costituì a Roma sotto la guida di Ivanoe Bonomi e con la partecipazione del rappresentante nazionale dei partiti antifascisti.
Al CLN di Bonomi i repubblicani non parteciparono essenzialmente per un motivo, quello che, nella primavera del ’44, sarà all’origine della stessa crisi del Comitato: la pregiudiziale istituzionale che per i repubblicani significava “no” a qualsiasi forma di collaborazione con la monarchia.
E difatti quella istituzionale è stata la questione che più ha caratterizzato il dibattito interno al CLN, con una divergenza fra le forze politiche che neppure la risoluzione unitaria del 10 ottobre del ’43 riuscì a sanare. “Un governo straordinario”, era stata la richiesta unanime dei partiti del CLN. Un governo che, secondo la risoluzione approvata dopo un intenso dibattito, avrebbe dovuto “assumere tutti i poteri costituzionali dello Stato”. Ma subito il documento aggiungeva: “evitando però ogni atteggiamento” tale da “compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare”. Erano due affermazioni tali da apparire contrastanti, proprio sull’aspetto fondamentale del rapporto con la monarchia.
Alla prima affermazione si richiamò Ugo La Malfa quando, in rappresentanza del partito d’azione, affermò che con il documento dell’ottobre ’43 “il Comitato di Liberazione Nazionale” assumeva “tutti i poteri costituzionali dello Stato”. Una dichiarazione destinata ad essere condivisa dai socialisti e, fino alla “svolta di Salerno”, dai comunisti. Ma alla seconda affermazione, quella volta a garantire una sorta di “tregua istituzionale”, si riferiranno i settori moderati per sminuire la scelta repubblicana del CLN. “Per la concordia degli italiani – affermerà il presidente del Comitato Bonomi – occorre accantonare e rinviare tutto quello che, in questo momento, li divide. Perciò, va preso solenne inderogabile impegno di consultare il paese, a guerra finita, sulle forme istituzionali”. La divergenza di opinione persisteva e si aggravava, alla vigilia del Congresso antifascista di Bari, con gli editoriali, divisi sul tema istituzionale, dell’ “Italia libera”, dell’ “Unità”, dell’ “Avanti!”, del “Popolo”. Una divisione che al Congresso barese non consentirà di chiarire definitivamente il rapporto tra il “Governo straordinario” e la monarchia.
Qual era l’atteggiamento dei repubblicani davanti a quelle contraddizioni? Inizialmente di attesa, forse nella speranza che potesse prevalere la pregiudiziale istituzionale avanzata soprattutto dagli azionisti, fratelli di sangue del PRI, al repubblicanesimo, legati da una comune tradizione di sinistra risorgimentale. Una tradizione di sinistra “politica” volta a privilegiare il momento istituzionale.
Così, “La Voce Repubblicana” evitò una troppo facile condanna delle incertezze del CLN: “La conclusione del Congresso (di Bari) è stata quella che si poteva prevedere: essa ha sottolineato le sue premesse, cioè il proposito dell’unione delle volontà antifasciste nella lotta per la libertà; l’invito alla abdicazione al vecchio monarca; il proposito di costituzione d’un governo provvisorio per la guerra nazionale e la Costituente”.
Quindi l’organo del PRI continuava: “Speriamo che il futuro Congresso faccia di più. Meditando la parola di Benedetto Croce: coloro che in Itala si qualificano ancora monarchici non sono liberali veri, superi dubbi ed esitazioni e ci prepari la Costituente per la Repubblica”.
Ma anziché superamento in senso repubblicano dei “dubbi” e delle “esitazioni” si realizzò la “svolta di Salerno”: quella che limiterà, all’interno del CLN, la “pregiudiziale istituzionale” ai soli azionisti e socialisti, per la volontà di Togliatti di non rifiutare la propria collaborazione alla monarchia e dal sottile complesso calcolo che quella posizione sottintendeva.
I repubblicani e il CLN
E con amaro ricordo delle attese suscitate dal Congresso di Bari, la “Voce” scriveva: “abbiamo sulla coscienza il peccato di un dolcificato commento, di parole di incoraggiamento”.
Ecco perché il partito repubblicano si allontanerà sempre più dal CLN, in una posizione di altero distacco dai governi dell’ “esarchia”.
Saranno gli anni fra il ’45 e il ’46 in cui si getteranno le premesse del successo elettorale delle liste dell’edera, nelle elezioni per l’Assemblea Costituente abbinate al referendum istituzionale: allorché oltre un milione di italiani (la più alta percentuale, il 4,4%, fino al risultato del 26 giugno ’83, con 41 parlamentari e il 5,2 alla Camera) confluiranno nelle liste repubblicane. Raccogliendo anche fermenti di protesta e di stanchezza verso la gestione “ciellenistica” (che Pacciardi aveva saputo sfruttare abilmente), utilizzando l’orgoglio dell’autonomismo repubblicano contro le tentazioni frontiste e bloccarde di varia specie, intrecciando il voto fedele delle isole storiche del repubblicanesimo con i singolari consensi di città come Roma, dove la tradizione della lontana Repubblica di Mazzini e la vicinanza dei Castelli non bastavano a spiegare le punte raggiunte.
Una fase storica che si chiudeva, com’era giusto, col referendum, con l’avvento della Repubblica. Il 13 luglio 1946, dissoltosi con il referendum istituzionale il timore della restaurazione della monarchia, il PRI non negherà il suo diretto contributo alla formazione del secondo governo De Gasperi mentre si aprono i lavori dell’Assemblea Costituente. Dove il partito repubblicano potrà realizzare il principio da cui era stato guidato negli anni della clandestinità: quello della Repubblica come “casa amplia, ariosa e illuminata, senza cancelli e inferriate, senza trabocchetti e ad un solo piano nel quale tutti i componenti della famiglia possano convivere fiduciosamente, discutere”. Ed è il motivo per cui il partito repubblicano resterà sempre per antonomasia il partito della Repubblica. Partito di governo anche quando, e soprattutto quando, si batterà contro il non-governo.
Giovanni Spadolini
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